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La voce della Politica
| Riforma ordinamento giudiziario, Bolognetti: lo sciopero della sete prosegue |
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10/01/2026 | Per provare a dare più tempo all’azione nonviolenta che sto conducendo, dopo circa 72 ore di sciopero della sete (iniziato alle 23.59 del 6 gennaio 2026) mi son fatto iniettare 500 cc di soluzione fisiologica. Un piccolo palliativo i cui effetti, a giudicare dai segnali che giungono dal mio corpo, vanno già esaurendosi, come del resto previsto e preannunciato dal mio medico curante. Tempo per necessarie riflessioni e per alimentare i miei interlocutori, auspicando che comprendano che sto rivendicando un diritto umano che rappresenta, lo ripeto, il sale di ogni vera autentica democrazia: il diritto alla conoscenza.
Il prof. Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa presso la Pontificia Università dell’Italia Meridionale e già deputato della XII legislatura, nei giorni scorsi, nell’apprendere della mia intenzione di riprendere lo sciopero della sete, mi ha scritto: “Maurizio, ti esprimo il mio totale disaccordo. Non per il tuo gesto: profetico, politico e generoso. Ma per la pochezza degli interlocutori. Non è un confronto tra pari anche se di vedute divergenti. Alla causa servi vivo e in forze. Puoi dire che amici molto attenti ti hanno convinto a continuare con altri mezzi che non intacchino la tua salute”.
Nel guardarmi attorno e nel registrare la tuttora perdurante assenza di risposte e risposte finalmente adeguate da parte dei miei interlocutori, la “Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi”, presieduta dalla senatrice Barbara Floridia (M5S), e i vertici di Viale Mazzini (RAI), oltre che da parte del Tgr Basilicata, non vorrei davvero dover dar ragione al prof. Tanzarella quando parla di “pochezza degli interlocutori”.
Interlocutori tra i quali includo, ma lo riterrei scontato, anche il ceto politico di ogni colore. Si fa presto a riempirsi la bocca con la parola democrazia, ma essa vive soltanto se c’è rispetto di ciò che ne è sinonimo. Non comprendere questo aspetto o comprenderlo fin troppo bene ed essere complici per omissione, ignavia o convenienza, non farebbe che confermare un punto di caduta, in cui la politica si trasforma in mera guerra tra bande, atti di cannibalismo e a volte comportamenti da ladri di Pisa che fingono di litigare di giorno per poi spartirsi il bottino di notte.
Ripeto a mo’ di mantra: il mio non è un ricatto, ma la rivendicazione di un diritto che è in primis diritto di ogni cittadino di questo Paese, in un contesto, quello de “La Peste Italiana” descritto in un documento del 2009, in cui da tempo le tornate elettorali e referendarie si trasformano in partite truccate e in cui, a partire dal 1948, la Costituzione scritta è stata sostituita dalla Costituzione materiale. Inutile sottolineare che il sopra citato documento (la “Peste Italiana”) nel momento stesso in cui è stato reso pubblico è diventato clandestino.
Un paese senza memoria è un paese condannato a vivere in un eterno presente, in cui il passato si perde e viene comodamente rimosso. A volte penso che è come se vivessimo tutti noi, inclusi boia, censori e killer seriali di democrazia e diritti, in un frullatore; un frullatore che tritura idee, vite, proposte, contenuti.
Vorrei non dover scrivere che la Rai, quella Rai lottizzata da decenni a discapito dei tanti giornalisti che vorrebbero fare il loro lavoro, assomiglia troppo spesso all’ordigno vociferante del ventennio o alla CCTV cinese, in una convergenza tra estremi di stampo stalinista-fascista che, manco a dirlo, finiscono per combaciare.
Vorrei non dover affermare che la Rai è il nostro “Arcipelago gulag”, che si avvale della consulenza di solerti manganellatori, quali per esempio il dr. Gennaro Cosentino, sordo ad ogni tentativo di dialogo e di reale confronto al pari dei sopra citati interlocutori.
Al di là e oltre la questione posta, inerente le purghe comminate ad alcuni di coloro, che come l’Associazione Radicali Lucani e il sottoscritto, che della stessa è segretario, si sono espressi a favore del sì alla riforma dell’ordinamento giudiziario, non posso non chiedermi il perché di questa assenza di reazioni di fronte al fatto che ho ripetutamente denunciato una paralisi di una importante istituzione del nostro parlamento qual è la Commissione di vigilanza sui servizi radiotelevisivi (chiedere all’on. Nevi).
E oltre, molto oltre, e a monte dello specifico e della contingenza c’è il macigno di una realtà che si nutre da troppo tempo di possibilità di dibattito, confronto e conoscenze negate. Da quanto tempo, per esempio, non si discute seriamente dei perniciosi e devastanti effetti di un proibizionismo che trasforma un problema socio-sanitario in una questione di ordine pubblico? C’è stato, mi chiedo, in questi anni uno straccio di dibattito, di discussione sul dato di montante antidemocrazia e anti-stato di diritto? Abbiamo discusso del cos’è oggi il capitalismo e da cosa è nata la cosiddetta bolla dei sub-prime (la crisi finanziaria mondiale del 2007-2008)? Quale globalizzazione, quali democrazie? Ne abbiamo parlato? Certo non credo che abbiamo assistito alla globalizzazione della democrazia e dei diritti umani. Ci siamo fermati a riflettere solo un momento sull’importante discorso di commiato pronunciato nel 1961 dal 34° presidente degli Stati Uniti d’America, il repubblicano Dwight D. Eisenhower?
Ci rendiamo conto per davvero che quel che accade a migliaia di km di distanza dai luoghi in cui viviamo ci riguarda? Ci è stata data la possibilità di comprendere, capire il mondo e la sua complessità? E quando parliamo di imperialismo ed imperialismi, come mai c’è chi non riesce a vedere la pericolosità dell’imperialismo e del neocolonialismo cinese, fatto anche di accaparramento delle terre (land grabbing) in Africa? Eppure, la Cina è un regime totalitario a tutto tondo, che davvero ricorda il 1984 orwelliano. Strabismi, carenze nell’analisi geopolitica, realpolitik che prima o poi ci presenterà il suo conto; un capitalismo della sorveglianza, cannibale e illiberale, che erode democrazia, la inghiotte. Dove accidenti è il dibattito su tutto questo e magari lo scontro, ma di quegli scontri che non dividono ma uniscono perché basati sul confronto di idee e non su appartenenze etniche o sul ridursi ad essere curve e orde di hooligans?
Democrazie che sempre più sono democrazie reali e che rischiano di tramutarsi, se già non lo sono in alcuni casi, in democrazie senza democrazia, a cui fanno da contraltare vecchi e nuovi totalitarismi. Viviamo in un’epoca di post-verità e post-democrazia.
Scriveva lo scrittore franco-algerino Albert Camus alla fine del suo straordinario romanzo “La peste”: “Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice”.
Ripeto e ancora ripeto: senza il rispetto del diritto umano alla conoscenza non può esserci democrazia e il “proibito capire” non può che negarci conoscenza e possibilità di crescita collettiva. In uno scenario così devastante non possono che prevalere facili schematismi, stereotipi e farlocche narrazioni da regime totalitario.
Sorrido quando rileggo quel che scriveva J. Pulitzer nel 1904: “La nostra repubblica e la nostra stampa cresceranno o cadranno insieme. Una stampa capace, disinteressata, rivolta ai lettori, addestrata con intelligenza a riconoscere il giusto e avere il coraggio di perseguirlo, può preservare quelle virtù popolari senza le quali ogni governo è una farsa, una presa in giro. Una stampa cinica, mercenaria e demagogica, invece, produrrà nel tempo un pubblico alla sua altezza. Il potere di plasmare il futuro della repubblica sarà nelle mani delle future generazioni di giornalisti”. Quanti di coloro che oggi fanno informazione, in un mondo dell’editoria che è governato da grandi multinazionali o da spartizioni partitocratiche, sono fino in fondo consapevoli del ruolo che svolgono? Comunque sia e nella consapevolezza di averla fatta certo non breve, ribadisco che per ora lo sciopero della sete procederà ad oltranza con l’assunzione, ogni 72 ore, di una flebo da 500 cc di soluzione fisiologica o glucosata. Aggiungo, nel ricordare a me stesso che l’azione in corso era stata preceduta negli ultimi due mesi da 44 giorni in cui ho alternato sciopero della fame e digiuno e anche 37 ore di sciopero della sete, che da subito oltre a rinunciare ad acqua e cibo rinuncerò anche all’assunzione di alcuni farmaci che assumo per delle patologie croniche. La mia, la nostra, è fame e sete di libertà e democrazia, di giustizia e libertà, è tentativo di dialogo che si contrappone a mortifere quieti.
Voglio ancora una volta far fiducia ai miei interlocutori e spero davvero che giunga un segno di vita anche da parte di un ceto politico al momento afasico. Scusatemi, ma non basta dire a me che devo smetterla: quelli che la devono smettere sono i miei/nostri interlocutori, che si comportano da killer seriali di democrazia. Apprezzo, e molto, il sincero interessamento per le mie condizioni di salute e per i rischi ai quali mi sottopongo, ma esprimo l’auspicio che ci siano anche azioni concrete. Unicuique suum!
Qui l’editoriale delle ore 23.20 del 9 gennaio 2026:
https://www.youtube.com/watch?v=9UzmcJJGW7c
Maurizio Bolognetti, segretario di Radicali Lucani, già membro del Consiglio Nazionale dei "Club Pannella", già membro della presidenza e del consiglio generale del PRNTT, iscritto all'Odg e alla Fnsi. |
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