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Vulture–Alto Bradano: quasi 4.000 firme per difendere il diritto alla cura

22/12/2025

Sindaco, stiamo per raggiungere le 4.000 firme: non è protesta, ma un grido civile del Vulture–Alto Bradano per poter curarsi senza rinunce. Lo affermano in una nota stampa medici, dirigenti, professionisti sanitari e lavoratori di Polimedica di Melfi. Liste d’attesa, diagnosi tardive e disuguaglianze mostrano che la sanità locale rischia di abbandonare il territorio. Serve un confronto pubblico immediato, trasparente e partecipato con Regione e istituzioni. La comunità non chiede favori: chiede che si difenda il diritto alla cura.
Di seguito, la nota stampa completa della Polimedica.

Sindaco,

stiamo per raggiungere le 4.000 firme. È un fiume in piena che non si fermerà. Non è rabbia organizzata: è un’escalation civile, composta, determinata, che nasce da una cosa semplice e potentissima: la gente del Vulture–Alto Bradano vuole potersi curare qui, senza essere costretta a rinunciare, a pagare, o a partire.

Le scriviamo questa lettera di Natale non per retorica, ma perché a Natale — più che in qualunque altro momento — si capisce quanto contano i legami e quanto pesa l’abbandono. E oggi, in sanità, il rischio è proprio questo: l’abbandono di un territorio intero.

Noi tutti, dirigenti, medici specialisti, professionisti sanitari, lavoratori e pazienti di Polimedica, vediamo ogni giorno cosa significa quando le risorse non seguono i bisogni: liste d’attesa che si allungano, diagnosi che arrivano tardi, famiglie che si indebitano, anziani che rinunciano perché non possono muoversi, pazienti cronici che vivono con l’ansia di un controllo saltato. Questo non è “disagio”. È sofferenza reale. E talvolta diventa tragedia.

Ecco perché queste firme non sono un mero gesto di protesta, ancorché simbolico. Sono una domanda pubblica: chi difende il diritto alla cura di Melfi e del Vulture–Alto Bradano?
Sono la prova che Polimedica non è sola e che il territorio non accetta più una programmazione che distribuisce risorse senza guardare ai fabbisogni reali, premiando posizioni di rendita e scaricando i costi umani sulle famiglie.

In queste settimane, inoltre, la comunità ha visto emergere un metodo che non può diventare normalità: ultimatum, tempi compressi, decisioni calate dall’alto. La sanità non può essere governata così. Perché quando si trasformano scelte così pesanti in atti “imposti”, senza confronto e senza trasparenza, a pagare non sono i firmatari di una PEC: a pagare sono i cittadini e i lavoratori.

Sindaco, lei ha già dato un segnale importante. Ma adesso serve un salto di livello: serve una iniziativa forte e pubblica, chiara, non equivoca. Serve che lei chieda con vigore — e con atti formali — l’apertura immediata di un tavolo ufficiale di confronto, alla luce del sole, con la presenza di tutti gli attori coinvolti e con un verbale pubblico delle posizioni.

E qui, inevitabilmente, entra in campo anche la massima responsabilità politica regionale: il Presidente Bardi. Perché non stiamo parlando di una pratica qualunque, ma di scelte che incidono sulla vita quotidiana di migliaia di persone. Se davvero la Regione vuole dire di essere “dalla parte dei cittadini”, allora il Presidente deve rompere il silenzio e deve assumere una posizione chiara: convocare il confronto, garantire trasparenza, ricondurre le decisioni ai bisogni reali e misurabili del territorio.

E serve anche un’altra cosa da chiedere a gran voce, altrettanto semplice: trasparenza. Questi atti non sono piovuti dal cielo. Sono stati pensati, scritti, sostenuti da qualcuno, da qualche tecnico del Dipartimento. I cittadini che stanno firmando — e che saranno presto quattromila — hanno diritto di sapere chi decide, con quali criteri, con quali dati, con quali responsabilità. La fiducia nelle istituzioni non si chiede: si merita.

A Natale si fanno gli auguri. Noi vogliamo farli, ma vogliamo farli bene: auguri di cura, di dignità, di presenza dello Stato dove serve davvero.
Il nostro augurio è che Melfi non debba svegliarsi, tra qualche mese, a scoprire che ciò che si poteva evitare non è stato evitato. Che ciò che si poteva difendere non è stato difeso.

Sindaco, questa non è più una questione “tra uffici”. È una questione di comunità.
E una comunità, quando si muove così, non chiede favori: chiede che qualcuno faccia il proprio dovere.

Con rispetto, ma con fermezza,
Medici, dirigenti, professionisti sanitari e lavoratori di Polimedica



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