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Sanità lucana: la relazione dell’USC di Michele Cataldi denuncia il tradimento dei bisogni reali

13/10/2025

Di questi tempi le cifre, le delibere e le sigle smettono di essere carta e diventano vita reale.
In Basilicata si sta verificando proprio questo: lo si vede nelle liste d’attesa che si allungano, nei medici che se ne vanno, nei sindaci che ricevono ogni giorno cittadini smarriti, negli operatori che non sanno se domani avranno ancora un posto di lavoro.
È in questo contesto che nasce la Relazione dell’USC – Unione Sanità Convenzionata, consegnata ai Consiglieri Regionali della Basilicata e diffusa a tutti i sindaci, medici e rappresentanti del territorio.
Un documento che non accusa, ma racconta — e che chiede, con rispetto e fermezza, che qualcuno finalmente ascolti. Perché questa non è una crisi amministrativa: è una crisi di civiltà.
Dietro ogni decisione sbagliata sulla sanità non ci sono solo numeri, ma vite interrotte, diagnosi rinviate, fiducia tradita. C’è un territorio che si svuota e un diritto — quello alla salute — che smette di essere un principio costituzionale per diventare una lotteria.

Dai fabbisogni alla spesa storica: il tradimento di una promessa

Un anno fa, con la DGR 389/2024, la Regione Basilicata aveva imboccato finalmente la strada giusta: allocare le risorse sanitarie in base ai fabbisogni, cioè a quel che serve ai cittadini, non alle spese del passato. Era una scelta coraggiosa, nata da anni di sentenze, studi e collaborazioni con il centro di ricerca CREA Sanità. Sembrava l’inizio di un nuovo corso che si aspettava da anni, fatto di giustizia e razionalità: ogni euro doveva seguire la malattia, non il bilancio di una struttura.

Ma tutto è stato cancellato. Con la DGR 473/2025, la Regione è tornata al criterio della spesa storica, cioè ha distribuito il 94% delle risorse in base a quanto le strutture avevano speso nel 2014.
Non in base ai bisogni attuali, non in base ai pazienti, non in base alla qualità.
Così la sanità è diventata una lotteria sanitaria: c’è chi ha vinto e chi ha perso, anche nella stessa città, senza che nessuno possa spiegare perché.
Il risultato? Un sistema che premia l’abitudine e punisce il bisogno reale, che finanzia la storia e nega il futuro.

Le conseguenze sono arrivate come un’onda silenziosa ma devastante. I territori periferici, come il Vulture-Alto Bradano, si sono trovati di nuovo soli: meno servizi, più distanza, più rassegnazione.
Ogni ambulatorio che chiude non è un numero in meno nel bilancio: è una persona in più che rinuncia a curarsi, un anziano che non può spostarsi, una famiglia che deve andare in Puglia o in Campania per fare un esame.

E i sindaci, oggi, sono diventati il vero sportello della sanità: ricevono segnalazioni, proteste, richieste d’aiuto. Sono loro, in prima linea, a spiegare ai cittadini perché una visita non si può prenotare, perché un referto arriva dopo mesi, perché un medico è andato via.
È una spoliazione sanitaria e sociale, che svuota i paesi e li priva del loro primo presidio di civiltà: la sanità di prossimità.

Le delibere tampone e l’illusione del rimedio

Di fronte al caos prodotto dalla DGR 473, la Regione ha prodotto due nuove delibere, la 512 e la 513, destinate al recupero delle liste d’attesa.
Ma anche qui, le buone intenzioni si sono trasformate in un errore di metodo: invece di una programmazione seria, si è arrivati in ritardo con fondi non spesi dello scorso anno, da consumare in fretta per evitare sanzioni. Nessuna analisi, nessuna pianificazione, nessun criterio di fabbisogno.

L’ASP di Potenza ha poi peggiorato il quadro con la Delibera 837/2025, che ha introdotto un sistema ingovernabile: agende quindicinali decise dal CUP, zero trasparenza, zero certezze economiche, rischio totale scaricato sulle strutture. Un’attuazione in emergenza che finirà per bloccare tutto.
E mentre l’ASM di Matera sceglieva un modello più semplice e coerente, in provincia di Potenza la burocrazia ha prevalso sulla cura.

Oggi la Basilicata vive un paradosso: una Regione che parla di “equità e fabbisogni”, ma che nei fatti divide i cittadini tra fortunati e dimenticati. Ogni chilometro in più da percorrere per curarsi, ogni giorno in più di attesa, ogni medico che lascia il territorio, sono ferite che restano aperte.
Eppure, accanto alla delusione, cresce una nuova consapevolezza collettiva: sindaci, operatori, medici, cittadini stanno rialzando la testa. Non per rivendicare privilegi, ma per difendere un principio elementare: il diritto alla cura, qui e ora.

L’USC lo dice con chiarezza: la sanità lucana non ha bisogno di nuovi annunci, ma di verità, coraggio e responsabilità. Verità per ammettere gli errori, coraggio per cambiare rotta, responsabilità per scegliere il bene comune sopra la convenienza di parte.

Il documento consegnato ai Consiglieri Regionali non è solo un’analisi, ma un appello.
Un invito a tutti — amministratori, professionisti, cittadini — a riscoprire la parte più autentica della Basilicata: quella che non si rassegna, che vuole restare, che crede nella sanità come bene pubblico e nella comunità come valore. Perché il diritto alla salute non è un favore, ma un atto di giustizia.
E una Regione che tradisce la sua sanità tradisce se stessa. Solo restituendo fiducia, prossimità e ascolto, la Basilicata potrà tornare a essere ciò che deve: una Regione che cura, non che divide.


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Presidente U.S.C. - Michele Cataldi



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