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Gli studenti di Potenza chiedono una scuola che insegni la democrazia e il pensiero critico

28/01/2026

Stiamo seguendo con molta attenzione quello che in queste ore le studentesse e gli studenti di Potenza ci stanno raccontando su quanto è accaduto ieri all’interno del teatro Stabile e davanti al Liceo Classico. Ci siamo confrontati con loro e anche con alcuni docenti presenti.
Nel racconto degli studenti, in quanto hanno scritto, abbiamo percepito, più che la rabbia e l’indignazione, la loro delusione. Il sentirsi lontani da un mondo, anche scolastico, sempre più incapace di essere comunità viva, attenta, critica, libera. Ed è per questo che sentiamo di dover prendere posizione, di affiancarci a chi, oggi, ha voluto esprimere un pensiero critico, per uscire da un recinto di pensieri preconfezionati, che non ammettono altre letture e altri slanci ideali.
No. Non è una provocazione oggi sventolare la kefiah o la bandiera della Palestina, come non è una provocazione il volto di Hind Rajab, la meravigliosa opera di Jorit, che ci restituisce un volto di bellezza e, nella memoria di quanto accaduto, e ancora accade, a Gaza, tutto l’orrore del mondo.
È il volto di tutte le violenze, di tutti i genocidi, di tutte le vittime innocenti.
Non è una provocazione organizzare “un presidio nel cortile della scuola per onorare la ricorrenza della Giornata della Memoria e attualizzare la riflessione, esprimendosi contro l’imperialismo e il sionismo dilagante e schierandosi apertamente contro tutti i genocidi oggi invisibilizzati, tra cui quello in Palestina.”
In Iran tante persone, soprattutto giovani, continuano a subire una repressione violenta, migliaia di morti, per sopprimere ogni sogno di libertà e di liberazione.
Quale repressione è lecita? Quale pensiero è consentito? Quale pietà è moralmente accettabile? Quale memoria è consentita per stare dalla parte giusta?
Ieri le scuole avrebbero dovuto ricordare l’olocausto, una delle pagine peggiori della storia umana, per trarne insegnamento, per imparare, come gli stessi ragazzi ci ricordano, a non girarsi dall’altra parte.
Eppure, sembra che si voglia invece sterilizzare la memoria, renderla senza odori, senza suoni, senza volti. Asettica, solo numeri raccolti in libri di storia. Retorica allo stato puro. Ma davvero qualcuno pensa che parlare di Palestina oggi sia offendere la memoria della Shoah? Davvero qualcuno pensa che si possa evitare di usare le parole di verità per raccontare ciò che c’è dietro le guerre, i genocidi, le repressioni? Parole che spiegano, quali imperialismo, occupazione, sfruttamento, razzismo, fanatismo religioso, sionismo, autoritarismo.
Quanti anni devono passare perché le tragedie che avvengono quotidianamente sotto gli occhi del mondo rientrino nei canoni della “maggioranza”, di chi pensa sempre di stare dalla parte giusta della storia? Non è forse il caso di chiedersi da quale parte saremmo stati noi ieri, per capire da quale parte della storia vogliamo stare oggi?
E se sono queste le domande di un ragazzo che ha pensato di togliere dal collo la sua kefiah per esporla da un palco del teatro Stabile, non saremo certo noi a puntare il dito su quel simbolo ritenuto, evidentemente, inopportuno da alcuni, che dalla platea si erano sentiti forse provocati. Noi riteniamo, invece, che quel gesto sia stato un atto di libertà, in nome di tutte le vittime, di tutti gli olocausti. Un simbolo, che oggi è la bandiera di tutte le bandiere, e che nel gesto di un giovane ha rappresentato una piccola, gentile, rivolta, che ha tutto il senso del restare umani a cui ci invitava Vittorio Arrigoni.
Ci sarebbe piaciuto se quel gesto fosse stato colto dagli adulti presenti nel teatro, anche chi aveva appena pronunciato queste parole rivolte ai giovani: “non siate mai spettatori della vita e della storia. Avete il diritto di indignarvi quando le cose non vanno, e il dovere di far sentire la vostra voce. Difendete i diritti umani, la pace, dite no a ogni discriminazione e a ogni guerra. Quando serve, abbiate anche il coraggio di arrabbiarvi: dieci, cento, mille proteste sono sempre migliori di una pericolosa indifferenza.”
Le prendiamo in prestito queste parole, insieme a quelle del ragazzo a cui è stato impedito di sventolare la kefiah e che si è sentito violentato nella sua dignità di persona, nel suo diritto di esprimersi, anche attraverso un simbolo. Era un modo quello per sollecitare chi era sul palco ad usare parole più nette.
Ci sarebbe piaciuto se ieri davanti al Liceo Classico, dove si ricordavano tutti i genocidi del mondo, si fosse fatta scuola. Una memoria collettiva, intergenerazionale, e il confronto, soprattutto quello, proprio nella scuola che vorrebbe insegnare a leggere il presente attraverso le lenti della storia, della filosofia, della letteratura. Una scuola che vorrebbe sviluppare un pensiero critico, profondo. Libero, oseremmo dire. È stata certamente un’occasione perduta.
Vogliamo credere, tuttavia, che non si abdichi definitivamente al modello di un’educazione bancaria, come la definiva il grande pedagogista Paulo Freire, quel modello basato sull’accumulo di nozioni, che ha come effetto l'oppressione e la passività. Un modello a cui si oppone l’educazione dialogica, capace, invece, di sviluppare, attraverso la relazione, e non la repressione, il pensiero critico e la cittadinanza democratica. Una scuola che si costituisca come spazio democratico dove si insegni la democrazia praticando la democrazia.
È questo il modello di scuola e di società che i ragazzi ci stanno chiedendo e a cui tutti, ciascuno per la propria parte, dovremmo dare risposta.

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