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Restare vivi: il diritto alla speranza nei territori dimenticati

1/07/2025

Il Governo dà il via libera ''alla morte assistita''. In alcune pagine del Piano strategico nazionale delle aree interne (PSNAI), Dipartimento per le Politiche di Coesione e per il Sud, questo si legge. Un documento, reso noto poche ore fa, ricco di contraddizioni, tra indicatori, studi, tabelle e morte certa.
“Un numero non trascurabile di Aree interne – si legge – si trova già con una struttura demografica compromessa (popolazione di piccole dimensioni, in forte declino, con accentuato squilibrio nel rapporto tra vecchie e nuove generazioni), oltre che con basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività.
Queste Aree – si legge sempre nel documento – non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza, ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento, in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”.

Poche righe che fotografano sofferenza, angoscia. Un viaggio, per il Governo, senza speranza di ritorno per tanti comuni, per tante aree, specialmente la nostra.
Allora, chi staccherà la spina, chi deciderà di farlo?
Un vero e proprio de profundis, che non lascia margini di futuro, di speranza e di miglioramento delle condizioni sociali ed economiche.

Sarà vero? A nostro avviso, no.
Servono politiche strutturali, economiche e sociali coordinate tra Stato, Regioni e altri attori economici e sociali, ma anche e soprattutto quelle politiche di area vasta non più rinviabili.
Far sperare è un dovere della Repubblica. Una speranza fatta non solo di doveri, ma anche di diritti.
Diritti che diventano “Costituzione”, scritta da un Popolo con l’inchiostro e con il sangue.

Non serve l’aspersione con l’acqua santa, non serve l’incensazione: il cadavere ancora non c’è.
I riti che accompagnano il defunto nel suo ultimo viaggio forse ancora non servono, così come non serve il conforto preventivo ai vivi (superstiti) che guardano a una “restanza” caparbia che va, a quanto pare, contro ogni studio e ogni logica.

“Partire e restare sono due poli della storia dell’umanità. Al diritto a migrare corrisponde il diritto a restare”: questo continua a insegnarci Vito Teti.
Aggiungo: dare per morte centinaia di comunità significa voler cancellare con un tratto di matita il desiderio forte di comunità.
Ci si può sentire soli in una megalopoli, ci si può sentire vivi accanto al fuoco di un camino fatto di pietre e mattoni.

Come diceva Luigi Maria Lombardi Satriani, invece di demolire, si cerchi di:

“Ridare voce a chi storicamente ne è stato espropriato”. Ai muti della storia.
“Quella cultura popolare, quel folklore del Sud dell’Italia, e dei Sud del mondo in genere, che Lombardi Satriani, profondamente frequentandoli, non considerava affatto un residuo arcaico d’intralcio allo sviluppo della coscienza di classe, quanto piuttosto la forma adottata dalle masse per irrompere nella storia, armi di una contestazione rivoluzionaria alla cultura dominante che, non importa se conservatrice o progressista, andava consegnandosi, mani e piedi, alle catene del consumismo”.

Lo spopolamento non si può fermare?
“È inutile illudersi”, diceva tempo fa Ferdinando Mirizzi.
“Si tratta di un processo strutturale – precisava – di portata talmente generale che non si può pensare di bloccarlo a livello locale. Un sindaco non può farlo da solo”.

Un problema serio, certamente. Tuttavia, rispetto a molti anni fa, qualcosa è cambiato.
Da soli, è vero, si fa ben poco, ma unendo le forze, sfruttando appieno risorse economiche, infrastrutture, digitalizzazione, tecnologie, nuove vie possibili si possono attrarre progetti e risorse in grado di invertire i processi di spopolamento.

Basta sedersi attorno a un tavolo. Basta lottare.
I primi a doverlo fare sono i cittadini, attori del proprio futuro.

Bisogna alzarsi e mettersi in cammino.
Forse la chiave sta nella consapevolezza delle nostre potenzialità.
Chi siamo davvero? Cosa potremmo diventare?

Il presente e il futuro dipendono da questa individualizzazione del rapporto tra persone e luoghi.
I comuni, comunque la si pensi, hanno voglia di vivere, lottano per un futuro possibile e migliore.
Dare per morte comunità intere è un peccato che lo Stato non può permettersi.
La confessione non cancellerebbe un peccato mortale. Non basterebbero qualche Ave Maria, un Padre Nostro, per lavarsi la coscienza e tornare candidi a casa come se niente fosse.

Vincenzo Diego




Leggi il Piano strategico nazionale delle aree interne




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