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''Il rafforzamento della sanita’ territoriale deve integrarsi con strutture ospedaliere efficienti''

8/07/2022

L’adozione, da parte della Giunta Regionale di Basilicata della deliberazione n. 313 del 26.5.2022 recante “Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)-Misura 6 : Approvazione dello schema di Contratto Integrativo di Sviluppo (CIS)”, ha alimentato per oltre un mese il dibattito politico regionale e continua a sollecitare interventi da più parti, circa la opportunità delle scelte operate dall’Organo di Governo Regionale.
Intesa impropriamente quale nuova riforma sanitaria, ha finito con alimentare polemiche tra i territori, alcuni dei quali hanno ritenuto essere penalizzati dalla mancata previsione di Case di Comunità o Ospedali di Comunità.
In realtà l’approvazione del Contratto Integrativo di Sviluppo (CIS), opportunamente e tempestivamente
adottato dalla Regione, nei tempi imposti dal Ministero della Salute, secondo il Regolamento (UE) 2021-241 del Parlamento Europeo e del Consiglio Europeo del 12.2.2021, istitutivo del dispositivo per la ripresa e la resilienza (Regolamento RRF), è un atto che persegue le indicazioni del Governo Nazionale, impegnato, in questa fase storica, a disegnare il completamento della riorganizzazione dei servizi sanitari, iniziata con il DM 70/2015, che aveva definito un processo di qualificazione della sola rete ospedaliera, promuovendo standard organizzativi secondo il modello “clinical governance”.
La riforma perseguita dal Ministero della Salute, che sarà trasposta nell’emanando DM 71, in corso di aggiornamento dopo i rilievi mossi dal Consiglio di Stato con il parere n. 619 del 10.5.2022, definisce un nuovo modello organizzativo dell’assistenza territoriale, rimodulando i servizi e le prestazioni, da offrire
quanto più prossimi all’utente, fino al proprio domicilio, che diviene il primo luogo di cura.
Da ciò l’ipotesi di declinare servizi e prestazioni “in setting territoriali differenti”, quali le Case di Comunità
e gli Ospedali di Comunità, definendo un modello organizzativo per la rete di assistenza primaria, ed offrendo ai cittadini, anche nelle aree territoriali più marginali, l’erogazione delle prestazioni quanto più adeguate al DPCM 12.1.2017 sui LEA.
In questa ottica di proiezione nazionale, si incastona il PNRR, articolato in 16 componenti, raggruppate in 6 missioni.
La missione 6, che è quella che qui ci interessa, prevede una serie di azioni, sulla base delle quali il Ministero della Salute, con Decreto del 20.1.2022, ha ripartito i fondi tra le Regioni, una mole importante di risorse assegnate, che, nel caso della Regione Basilicata, ammonta a 94.452.096,06 milioni di euro, da distribuire nei vari interventi previsti, cui bisogna aggiungere i 18 milioni di euro aggiuntivi annunciati dall’on. De Filippo, nelle vesti di componente della Commissione Affari Sociali della Camera per la modernizzazione delle strutture sanitarie.
Una quantità significativa di risorse per la Regione Basilicata, che viene chiamata, non solo a realizzare le case di Comunità e gli Ospedali di Comunità e le COT ( Centrali Operative Territoriali), ma a rendere gli ospedali esistenti più sicuri e sostenibili, ammodernando i parchi digitali e tecnologici ospedalieri, rendendoli moderni e rispondenti alle mutate esigenze temporali.
Non ci appassiona l’esame delle scelte operate dall’Organo di Governo Regionale circa la individuazione delle sedi delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità, tutto sommato condivise dai sindaci compulsati preventivamente, tuttavia, riteniamo che la finalità della organizzazione ipotizzata dal Ministero della Salute, che introduce un nuovo sistema di governante territoriale in un’ottica di prossimità, non prescinde dalla indispensabile integrazione tra le reti di assistenza territoriale, gli ospedali e “le specialità”.
Questo significa che il nuovo modello organizzativo non può prescindere dalla presenza nel territorio di un ospedale organizzato e funzionale, che diviene il centro ed il riferimento dell’offerta sanitaria.

L’Ospedale,pertanto, assume il ruolo di terminale del nuovo modello; tale funzione,però, non può essere
assunta dall’Ospedale di Comunità,che,secondo le indicazioni dell’emanando DM 71 “ può avere una sede propria, essere collocato in una Casa della Comunità, in strutture polifunzionali, presso strutture residenziali socio-sanitarie oppure essere situato in una struttura ospedaliera” e che si avvale di personale infermieristico con la presenza di un medico per 4 ore al giorno.
La dizione “Ospedale di Comunità”, a nostro avviso, ha ingannato quanti hanno richiesto alla Giunta Regionale la trasformazione dell’Ospedale di Chiaromonte in Ospedale di Comunità.
Ben ha fatto la Giunta Regionale a mantenere per l’Ospedale di Chiaromonte la classificazione di POD, ma il Presidio Distrettuale va riempito di contenuti e servizi; esso non può essere ridotto a tre o quattro servizi (sia pure qualificati, come il servizio di dialisi), un punto di 1° Intervento (PPI) privo di ambulanza medicalizzata, un Centro per la Riabilitazione e la lungodegenza ( la cui esistenza non avrebbe giustificato l’Ospedale di Comunità) e qualche ambulatorio settimanale.
Ecco perché continuiamo a chiedere con forza, per il bene di questo territorio, che in sede di riorganizzazione della sanità regionale e della rete ospedaliera si faccia una seria riflessione e si ponga fine alla sperequazione operata dalla cosiddetta Riforma Sanitaria (peraltro monca)operata dalla L.R n. 2/2017.
A legislazione invariata e, comunque, con le previsioni anche dell’emanando DM 71, la soluzione coerente con il dettato legislativo e con gli effettivi bisogni è la identificazione dell’Ospedale di Chiaromonte quale Ospedale di area disagiata, già previsto al punto 9.2.2 del DM n. 70/2015 e contemplato anche dal nuovo DM 71, in corso di adeguamento al già citato parere del Consiglio di Stato.
Ci auguriamo, di fronte all’inerzia delle istituzioni e alla disarmante e preoccupante assenza nel dibattito delle forze sociali, che sia il Presidente della Regione, che ha dimostrato sensibilità nei confronti di questo territorio imponendo il Centro COVID a Chiaromonte, ad assumere consapevolezza della gravità del problema, della incostituzionalità delle scelte operate in passato e dei torti subiti storicamente da questo territorio, ipotizzando per il POD di Chiaromonte la riorganizzazione in Ospedale di Area Disagiata.
La storia e gli uomini gliene renderebbero merito.

Antonio Amatucci



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