A trentotto anni dalla morte di Luca Orioli e Marirosa Andreotta, avvenuta il 23 marzo del 1988 a Policoro, la vicenda deve continuare a rappresentare una ferita aperta nella coscienza collettiva. Non è soltanto una ricorrenza, ma un richiamo esigente alla responsabilità, alla verità e alla giustizia. In questi trentotto anni, la memoria non si è spenta. Al contrario, si è fatta presenza viva, ostinata, capace di attraversare il tempo e di resistere all’oblio. È una memoria che interpella, che inquieta, che non accetta rassegnazione. È la memoria di due giovani vite spezzate, ma anche quella di una madre, Olimpia, che da trentotto anni continua, con dignità e coraggio, a chiedere ciò che non dovrebbe mai essere negato: la verità. Non possiamo e non vogliamo lasciare sola Olimpia. Il suo cammino è quello di una madre che, attraverso il dolore lacerante, disarmante e crudele della perdita di un figlio, diventa catarsi. Le tracce di Luca si fanno strumento di ascesa dall’abisso più profondo all’Amore divino che tutto può. “La trafittura nell’ombra non è una minaccia, ma una scala rovesciata verso la luce” si legge nell’opera. Oggi esce il suo libro ''Sulle orme giganti di Luca'', testimonianza potente del suo percorso e della memoria viva di suo figlio. La ricerca di verità e giustizia è oggi la nostra responsabilità condivisa. È una ricerca segnata da sofferenze profonde, da appelli reiterati, da richieste rimaste troppo spesso inascoltate. È una voce che ha attraversato decenni, chiedendo con forza alla magistratura di riaprire le indagini e di fare finalmente piena luce su quanto accaduto. La vicenda di Luca e Marirosa è una storia complessa, tortuosa, segnata da elementi che nel tempo l’hanno resa opaca, talvolta nebulosa. Eppure, proprio questa complessità non può diventare un alibi per il silenzio o per l’inazione. Al contrario, impone un supplemento di rigore, di coraggio e di verità. È grave e inaccettabile che, a distanza di quasi quattro decenni, non si sia mai celebrato un processo. Non vi è mai stato un luogo pubblico e giuridico in cui accertare le responsabilità, ricostruire i fatti, restituire dignità alla verità. Questo vuoto rappresenta una ferita nello Stato di diritto, una mancanza che pesa non solo sulla storia di queste due giovani vite, ma sull’intera comunità.
Negli anni sono emersi elementi inquietanti: depistaggi, alterazioni delle prove, condotte che, purtroppo, risultano oggi prescritte. Ma la prescrizione dei reati non può e non deve tradursi nella prescrizione della verità. Molte domande sono rimaste senza risposta. Diverse perizie, tutte agli atti, conducevano ad individuare la causa omicidiaria come la spiegazione più razionale per la morte dei due ragazzi. Ma, alla fine, l’archiviazione si è basata su un’ipotesi, ritenuta dal giudice quella “maggiormente compatibile con gli elementi raccolti”. E non importa se successivamente lo stesso medico che aveva analizzato i due corpi dopo la riesumazione avesse smentito sé stesso. Addirittura, quella ipotesi è stata trasformata in “granitica certezza” nell’atto di respingimento della richiesta di riapertura delle indagini. E, alla fine, nessuno si è preso la briga di accertare i fatti, di chiarire le innumerevoli contraddizioni, neanche di fronte alla certezza, quella sì, di prove falsificate. Nessuno ha voluto rianalizzare quelle perizie prive di riferimenti scientifici. E così la verità resta racchiusa nel campo delle ipotesi, solo ipotesi.
Verità apparenti che si sono alternate, lasciando sullo sfondo mille dubbi e nessuna certezza. Vertà apparenti dietro alle quali sono stati nascosti fatti, testimonianze, intercettazioni con riferimenti precisi a contesti e persone. Nessun delitto, quindi niente da chiarire. Restavano solo la rassegnazione e l’oblio come uniche scelte possibili. Ma non è stata questa la scelta di Olimpia. Come altre madri coraggio, Olimpia si è ribellata. Ha alzato la testa. Ed è qui, in piedi, con la sua dignità, a raccontarci il suo percorso di vita.
No, non era facile la sua scelta. Affrontare tutto questo, spesso in solitudine, nella solitudine di giorni e notti a ricostruire ogni atto, ogni parola, per restituire al proprio figlio la verità, è stata una scelta dolorosa. Perché Olimpia si è autocondannata alle mille violenze delle porte chiuse, delle falsità, delle verità di comodo, quelle che non disturbano, ma scavano dentro come una lama rovente. E Olimpia, invece, ha scelto di disturbare la quiete di chi non vuole guardare oltre le verità apparenti o quelle costruite ad arte o quelle mai cercate. Non era facile la sua scelta. Per questo le siamo riconoscenti, per la luce che ha regalato a tante e tante persone, a tanti giovani, nel suo continuo e faticoso riemergere dalla notte del dolore. È una testimonianza viva e coraggiosa la sua, che serve davvero da guida a tutti noi. È un grande dono quello che Olimpia ci ha fatto, con la sua indignazione, il suo coraggio, la sua dolcezza, la sua capacità di rialzarsi e di non rassegnarsi. Al tempo stesso, comprendiamo e rispettiamo il silenzio di chi ha forse trovato in quelle ipotesi giudiziarie un modo per lenire ferite troppo difficili da riaprire. Per tutto questo, in questo 23 marzo, il nostro impegno si rinnova: custodire la memoria, sostenere Olimpia, affiancarla nel chiedere con determinazione che venga fatta verità. Non per alimentare divisioni, ma per restituire giustizia. Non per riaprire ferite, ma per permettere finalmente che possano essere curate nella verità. Custodire la memoria di Luca e Marirosa significa anche non far perdere il ricordo dei loro sogni, delle loro passioni, della vitalità e delle speranze che animavano le loro giovani vite. Ricordare le loro aspirazioni è un modo per dare senso alla loro esistenza e rendere concreta la responsabilità morale che abbiamo come comunità. La memoria di Luca e Marirosa non appartiene solo a chi li ha conosciuti, ma a tutta la comunità. Ogni silenzio, ogni omissione diventa un peso, ogni reticenza un ostacolo alla giustizia. Perché una comunità che dimentica è una comunità che si perde. E una giustizia che non arriva è una giustizia che interroga tutti. Ogni istituzione, ogni cittadino, ha la responsabilità di non voltarsi dall’altra parte, di farsi carico della memoria, della verità e della dignità di Luca, Marirosa e di chi continua a chiedere giustizia con coraggio.
Coordinamento Libera Basilicata