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Editoriale

La nostalgia e la civiltà del vicolo

di Mario Ricciardulli*

Eravamo piccoli, uscivamo dalla guerra e i nostri padri andavano in Svizzera, Francia e in America. La povertà ci circondava, sotto l'arco si dormiva sui cartoni nelle notti d'estate, nelle case vigeva una promiscuità tra animali ed uomini, non esistevano i servizi igienici e i bambini giocavano per strada sotto lo sguardo vigile e affettuoso degli anziani. L'adulto era rispettato ed ascoltato e l'amicizia solidale regnava tra le famiglie. Pullulava di gente quel dedalo di vicoli gioiosi con nuclei familiari di cinque persone al minimo, braccianti, artigiani e contadini soprattutto. Il tempo è volato via, siamo in pensione ma ritorniamo con amore alla casa dei genitori e ci duole vedere i vicoli silenziosi e vuoti di bambini, con le cornacchie e i colombi sui tetti, l'erba e il muschio verde per terra, le buste di plastica squartate dai gatti randagi, la cacca dei cani e degli uccelli, la sporcizia lungo il “fosso di spaccone”.
Ogni tanto da una scala sento scendere dei fantasmi; potrei andare nudo per il vicolo tanto non c'e' nessuno. Non c'e' più vita e sentimento in quell'angolo di ricordi ma solo abbandono al destino: le persone anziane sono sole, in attesa di morire perchè i figli sono in regioni più fortunate d' Italia. Quando scende il buio s'incontrano coppie d'innamorati in cerca di un cantuccio nascosto o gente poco affidabile che incute timore agli altri pensando di essere padroni incontrastati dei miei vicoli con cani di grossa taglia che impediscono al postino e agli altri bravi cittadini di rientrare a casa senza che i tutori della legge riescano a dare sicurezza alle persone oneste e rispettose del vivere civile.
A Senise, in alcuni casi, vige la legge della Giungla: i più violenti sono padroni dei vicoli, mentre nella parte inferiore del paese, le macchine ostruiscono la libera circolazione.
Dove vogliamo andare? C'e' la crisi ma la qualità della vita e la sicurezza dei cittadini sono diritti inalienabili di uno Stato e di un Comune democratico, che assicura il benessere e il rispetto reciproco.
Eravamo poveri economicamente ma pieni di sentimento; abbiamo studiato, dovremmo saperci comportare meglio ma siamo più egoisti e prepotenti verso le persone che hanno dignità!
Vogliamo tornare indietro o vogliamo andare avanti impegnandoci tutti ad essere migliori per le generazioni future?...



*Mario Ricciardulli vive a Bettona in provincia di Perugia, ma è nativo di Senise. Torna spesso nella sua terra e nella sua casa nel centro storico, circostanza che lo ha spinto a scrivere, per noi, questa riflessione.


La lezione di Montecotugno, andata e ritorno

di Mariapaola Vergallito

“Vorresti dirmi per dove devo andare?” chiese Alice. “Dipende molto dal luogo dove vuoi andare” rispose il Gatto.
Ecco, con queste parole, citando Lewis Carrol, Pietro Simonetti, storico segretario regionale della Cgil, ha esordito nel suo intervento a Senise, in occasione della proiezione del documentario “Fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare”, dedicato alla storia della diga di Montecotugno. Lo ha fatto esattamente trent’anni dopo gli eventi legati alla “guerra del tappo”, di quando l’incertezza di un futuro spingeva il popolo di Senise e del Senisese a scendere in piazza. A partecipare. Ma, a distanza di tre decenni, abbiamo davvero capito dove vogliamo andare?
Personalmente prima di dare il via al lavoro che ci ha portati ad ascoltare, registrare, leggere, osservare chi, quegli anni, li ha vissuti da attore protagonista, in me si era sviluppata una concezione molto “romantica” e netta degli avvenimenti legati alla storia di Montecotugno. La terra che viene derubata a tradimento, un popolo tradito che, con gli anni, ha dovuto, suo malgrado, accettare quello che è arrivato e, peggio, quello che non è arrivato. Ma questo è solo uno dei punti di vista. Oggettivamente i progetti che ruotano intorno a Montecotugno (la Sinnica, la rete idrica e lo stesso invaso) rappresentano ancora oggi una delle opere infrastrutturali più maestose non solo del Sud Italia. Un progetto innovativo anche oggi, che potrebbe attirare studenti, ingegneri, ricercatori da tutto il mondo. Ma trent’anni forse sono ancora pochi.
Da quando i contadini facevano sentire la loro voce dai giardini di Senise, dove al posto dell’acqua dell’invaso c’erano peperoni, uva, lattughe ma, soprattutto, tradizioni e modi di vivere forse, oggi, perduti per sempre, molti anni sono passati. Ma, oggi come allora, la parola chiave è rimasta una soltanto: partecipazione.
Partecipazione intesa come unità, sinergia, consapevolezza, costruzione, senso critico nei confronti degli accadimenti che ci coinvolgono direttamente. Guai se la storia della diga di Montecotugno venisse accolta solo come mero ricordo di ciò che è stato; come racconto di una storia che non ci appartiene più; come esercizio di memoria che somigli più ad una fredda erudizione che ad una pratica di cultura vera.
La storia non è mai soltanto pura erudizione. La storia è vita e insegnamento e se quegli anni hanno insegnato qualcosa, forse, è questo: possiamo essere tutti attori protagonisti. E’ difficile, ovviamente, perché oggi non viviamo in un’epoca in cui sembri esistere alternativa al dover tentare a tutti i costi di sopravvivere. Trent’anni fa era ancora forte la speranza che il futuro riservasse qualcosa di meglio rispetto al passato.
Trent’anni fa la pratica tristemente consolidata di poter risolvere i singoli problemi andando a bussare direttamente alle porte dei politici amici, o amici degli amici, non era ancora molto diffusa. E la piazza aveva ancora senso. E, allora, è tutto perduto? Le nostre generazioni devono aspettare immobili che passi la tempesta e che i ricorsi della storia riportino i piatti della bilancia in equilibrio? E che differenza c’è tra la protesta che diventa proposta e quella dettata dalla frustrazione di un bisogno senza direzione, così, perché siamo solo molto arrabbiati?
E noi, oggi, dove vogliamo andare?


La verità, vi prego, sulle strade

di Mariapaola Vergallito

Ci mancava solo la rivisitazione in chiave giornalistica del “Cristo si è fermato ad Eboli” e che continua ad essere fermo lì perché a franare, questa volta, è stata proprio la strada di Aliano. Troppo facile per essere vero. E, invece, lo è. Qualche mese fa, in apertura e chiusura di un servizio realizzato da Paolo Sinisgalli e dedicato alla strada di Armento, avevamo inserito un filmato dell’Istituto Luce. Un giornalista intento a realizzare un reportage sugli incidenti stradali per l’Aci, una volta arrivato in Lucania, con grande sorpresa concludeva che prima di parlare di incidenti stradali, occorreva parlare di strade. Perché “che cosa dobbiamo chiedere ai contadini di queste terre? Di mettere il catarinfrangente sulla coda del mulo?”.

Erano gli anni Sessanta. Da allora, oggi capiamo, non è cambiato nulla.

Lo sviluppo passa anche dalle strade. Occorrono vie di comunicazione.

Una delle contropartite che Senise ricevette per aver ceduto i terreni all’invaso di Montecotugno, fu la deviazione dell’arteria Sinnica che, nei progetti iniziali, avrebbe dovuto attraversare parte della Val Sarmento. Cosa sarebbe stata Senise senza la Sinnica così vicina?

Il progetto della Serrapotina era fondamentale per togliere i sei comuni della valle dall’isolamento. E, ancora di più, in vista della realizzazione della Lauria-Candela. Se ne parla dalla fine degli anni Settanta ma la Serrapotina, come la Lauria-Candela, vivono ancora nei sogni dei futuri automobilisti. Forse.

La strada di Aliano franata dopo un giorno di pioggia era stata inaugurata un anno fa. Un anno in meno rispetto alla provinciale 15 di Calvera, inaugurata due anni fa e franata nello stesso giorno di pioggia. Perché le strade prima aspettano anni per essere realizzate; poi, capita che crollino ed è già un miracolo se non ci scappa il morto.

Lo sa bene il signor Mimmo De Luca che finì nella voragine aperta nella notte lungo la strada che portava verso contrada Sagittario, tra i comuni di Chiaromonte e San Severino Lucano.

Ma c’è anche la Sp 92, quella che porta a Terranova di Pollino, uno dei cuori della programmazione turistica dell’area protetta. Quella della 92, strada in perenne disfacimento, è una storia figlia di un’altra arteria (la Sarmentana) mai completata.

Perché in materia di strade anche la geometria è un’opinione e la distanza minore tra due punti non è una retta ma una serie infinite di curve e tornanti.

Più o meno nella stessa zona, tra la Calabria e la Basilicata, esisteva un altro, ambizioso progetto. Quello della strada 481, che doveva collegare i mari calabresi con i monti del Pollino lucano. Negli anni Ottanta la Cassa del Mezzogiorno sborsò cinquecento milioni di lire che bastarono, però, solo per effettuare gli studi di fattibilità per una strada nei fatti mai realizzata.

Lo chiamarono collegamento “Mari e monti”.

Oggi, con quel nome, esiste solo la pizza. E si sono mangiati pure quella.


Tecnici sì, ma che siano nelle dirigenze

di Mariapaola Vergallito

Nell’ultima domenica del 2013 Marcello Pittella sottoscrive il suo personale parlamento lucano. Quattro assessori esterni, nel senso vero del termine: non si erano candidati, non sono stati eletti e non sono nemmeno lucani. Cosa centrino con la Basilicata poco si capisce, almeno fino ad ora. “La Basilicata- dice Pittella- ha bisogno di persone che garantiscano alla nostra regione visione, esperienza, talento e slancio internazionale per affrontare e risolvere le emergenze e proiettarsi verso il futuro”. Che è un po’ come in Formula1 dove la Ferrari, per vincere, deve essere guidata da un pilota straniero.
Un bene? Un male? Si vedrà.
Pittella, più in grande, fa quello che il suo predecessore De Filippo aveva fatto nel rinnovo del suo mandato: aveva lasciato in panchina gli eletti (e il primo era proprio l’attuale governatore con oltre 11mila voti) e nominato una giunta tecnica, anche se, allora, lo stampo era palesemente partitico. E provinciale, a dirla con le parole che Pittella ha utilizzato oggi nella sua prima comunicazione ufficiale. “Esistono e sono molte, anche in Basilicata, intelligenze ed eccellenze da spendere- ha detto- ma questa volta occorreva superare ogni provincialismo”. Vuole essere nazionale, Pittella, anzi, europeo. E lascia intendere come la scelta dei quattro assessori sia stata dettata dall’impraticabilità nel campo dei compromessi e della sintesi partitica. Il che vuol dire, in sintesi: non si sono messi d’accordo. Un’altra volta. E così, per “intercettare il messaggio” dei lucani che lo hanno votato, il governatore ha scelto nettamente di intraprendere questa strada. Un bene? Un male? Si vedrà.
Ora: è lecito chiedersi a cosa servano le elezioni. Se tra i "presentabili" e i "votabili" non ci sono soggetti competenti in grado di rappresentare politicamente le istanze di un territorio regionale con la dovuta trasparenza e obiettività, perseguendo le scelte migliori per lo sviluppo della regione, a cominciare dai compromessi e dalle sintesi legate alla formazione della giunta, è lecito chiedersi perchè viene consentito a tanti (..tanti) di presentarsi ed essere votati? Davvero tutto si riduce al solito posto al sole?
Saranno davvero contenti i lucani (pochi) che hanno votato e tracciato la loro preferenza per questo o quel candidato ed ora si vedono rappresentati politicamente da questi tecnici-saggi-professori, categoria in voga negli ultimi anni in Italia? Non sarà che ad essere contento sia proprio quel 53% di mancati elettori, che avevano deciso di esprimere il proprio dissenso non recandosi alle urne?
Un bene? Un male? Si vedrà.
E infine, se la rivoluzione non si realizza in un giorno e se “un vero cambiamento passa attraverso la ristrutturazione complessiva della macchina amministrativa”, siamo fiduciosi, anzi, speranzosi, che i “tecnici” siano inseriti anche in quello che spesso è il vero cancro dell’inghippo amministrativo e del famelico servilismo politico: le dirigenze. Qui sì che occorrono più tecnici e meno politici. Dirigenze diligenti e non delegate dai partiti. Azzeramento degli amici degli amici, dei trombati ricollocati, dei portaborse che fanno carriera e che poi non possono dire no a chi ha dato loro il posto di lavoro, degli imprenditori che si occupano di sanità, degli avvocati che si occupano di ambiente. Cambiamo questo e la macchina funzionerà meglio.

Un bene? Un male?

Si vedrà?


Tutti i Natali del mondo

di Mariapaola Vergallito

I Natali del mondo sono le storie della commedia umana sempre diversa e, nel contempo, uguale a se stessa. Un micro cosmo di emozioni e di fatti, che ci raccontano la vita e che, se solo dedicassimo un po’ di cura a guardarci intorno, ci accorgeremmo che è proprio accanto a noi che queste storie prendono forma.
Tutti i Natali del mondo appartengono a queste storie.
Appartengono a Rocco, che troppo presto e troppo all’improvviso ha lasciato questa terra e lo ha fatto il giorno della vigilia di Natale.
A Vincenzo, colonna della storia sociale di un paese, una di quelle persone che, pensi, ci sono da sempre e sempre ci saranno, ma che poi, capita, lasciano la vita proprio la notte di Natale.
A Fausto, giovane sconosciuto ma familiare in quel dolore di un’attualità straziante, che ha deciso di cedere alla disperazione di chi, nonostante i suoi 28 anni, non vede più un futuro davanti a sé.
A Silvana, giovane e bella mamma col pancione nella chiesa iluminata a festa la notte della nascita di Gesù, mentre aspetta che un altro piccolo Gesù nasca davvero nella sua vita.
A chi ha deciso di celebrare questo Natale ricordando i nostri fratelli rifugiati e accolti in una terra che nemmeno si vede sulle cartine geografiche, Lampedusa, ma che ora brilla, tra le stelle lucenti, sulla navata maggiore dell’altare di una chiesa di paese.
A chi sente una voce familiare dopo tanto tempo ed è come se non avesse mai smesso di sentirla.
A chi aspetta il cambiamento e ne ha paura.
A chi ha il dubbio di aver sbagliato tutto nella vita e a chi ancora non si è reso conto di quanto, spesso, questa vita possa essere perfetta anche se niente è andato come lo si era immaginato.
A chi ha perso un amore e non capisce perché.
A chi crede di avere sempre ragione.
A chi si batte per un diritto, affinchè altri sogni non vadano in fumo.
Una fotografia di storie. E se è necessaria una colonna sonora che sia “You were always on my mind”, nella versione di Willie Nelson.
Per chi ricorda, per chi immagina ciò che ancora non ha, per chi crede di non aver più nulla da immaginare e per chi sa che siamo a questo mondo per essere stupiti.


Questa Italia con gli occhi asciutti nella notte buia

di Mariapaola Vergallito

Non è che noi italiani non prendiamo sul serio le questioni. E’ che, in taluni casi, riusciamo ad essere ottimi spettatori. Ci scandalizziamo, critichiamo, evitiamo di prender parte in maniera manifesta, pur covando nell’angolo buio la nostra, a quel punto inutile, indignazione. E se pure esce dal buio di quell’angolo e scende nelle piazze, non farà più paura. Perché oggi nell’immaginario collettivo quelle piazze sono riempite, all’occorrenza, o da mercenari o da pazzi o da perditempo o illusi o da disillusi. Ma, nella maggior parte dei casi, affrontiamo i problemi costeggiandoli e non sappiamo reagire veramente perché (e qui cito uno degli ultimi Travaglio) l’Italia è davvero un Paese dove accadono tante cose gravi che però non diventano mai serie. Dove i problemi dei buchi finanziari, di Equitalia, delle tasse e della disoccupazione preferiamo affrontarli guardando i film di Checco Zalone, al quale regaliamo il primato del film che ha guadagnato di più nella storia del cinema non italiano ma in Italia. Chissà come mai. Quello che è accaduto nelle scorse ore, con la dichiarazione di illeggitimità di parte del Porcellum, ne è la dimostrazione. Fateci caso: nonostante ciò non si è mai parlato tanti di partiti come in questo periodo: il Pd e il futuro del Governo, il nuovo logo del partito di Alfano, le manifestazioni di Berlusconi. E forse, a chi di competenza, non sarà sembrato vero che nel pieno della discussione seria su questa vicenda, sia piombata una delle notizie più tragiche dell’anno e non solo: la morte di Nelson Mandela; così da spostare nuovamente l’attenzione dai fatti di casa nostra, tanto adesso si parla delle primarie della Lega e poi di quelle del Pd e poi ci sarà Berlusconi con la sua nuova Forza Italia e poi, a Natale, a chi vuoi che importi di chi ci governa? L’importante è sapere che, nonostante la crisi, gli italiani non rinunciano ai regali sotto l’albero.


La Regione maschile, il popolo astensionista e un territorio in cerca d'autore

di Mariapaola Vergallito

Ci ha pensato la giornata uggiosa dell'ultimo lunedi da voto per gli italiani a spazzare via anche i rimasugli dei manifesti dai muri tappezzati dalle facce e dagli slogan elettorali.
E così, piano piano, si è spenta la campagna elettorale più digitale e meno interattiva della storia della Basilicata. I risultati sono chiari: la Regione Basilicata è maschile, il popolo è astensionista e il Senisese è nudo. Di nuovo.

Sembra quasi di raccontare la barzelletta del bambino che chiede al papà di spiegargli che cosa è la politica e il genitore, per usare termini di paragone comprensibili, dice al figlio che la politica è come la loro famiglia: lui è il capitalista che porta i soldi a casa, la mamma è il Governo che li amministra, la cameriera è la classe operaia, lui, primogenito, è il popolo e il fratellino rappresenta il futuro. Quando, di notte, il bambino si sveglia perché il fratellino ha il pannolino sporco e piange, va a chiamare i genitori ma la mamma dorme e il papà è a letto con la cameriera. E pensa che la politica è quello: il capitalista frega la classe operaia, il governo dorme, il popolo nessuno lo ascolta e il futuro è pieno di cacca.

Ora: a pensarci bene si potrebbe pure inventare una barzelletta su quello che è accaduto in Basilicata, anche se, ancora una volta, non c’è proprio nulla da ridere. Oltre il 50% dei cittadini ha scelto di non scegliere: è un dato importante che non comprende solo l'inerzia e la disattenzione. E' un dato che grida rassegnazione manifesta, palese affermazione di disgusto per una pratica democratica stuprata prima ancora che venga esercitata. Dagli scontrini alle liste ricusate, dal rinnovamente che caccia il vecchio dalla porta e lo fa rientrare dalla finestra. Oltre 19mila elettori, inoltre, non hanno, aggiungo “comprensibilmente”, capito tanto bene come orientarsi nella cartina geografica di liste e candidati ed hanno annullato le schede. Poi, naturalmente, bisogna capire quanti, in quelle schede, hanno deciso di lanciarlo lo stesso il messaggio, apponendo anche scontrini, nei casi più eclatanti, di rimborsopoliana memoria.
In questa storia non ha vinto nessuno. E dire che si lavorerà, d'ora in avanti, per convincere e riacquistare la fiducia di chi non ha scelto, è come cercare di convincere qualcuno di quanto fosse buona una torta che non gli è stato concesso di assaggiare.

E poi, nella Regione senza quote rosa nonostante le 28 candidate e la maggioranza di votanti donne, ci sono territori che confermano un dato non troppo rassicurante. Il Senisese si conferma, ancora una volta, senza rappresentanza in seno al Consiglio Regionale. Nessun candidato dell’area ce la fa, né per la maggioranza, né per l’opposizione. In particolar modo a Senise sembrava che la tendenza potesse cambiare: questa volta, in una competizione sovracomunale, i candidati più accreditati erano “soltanto” due. Per la Sel Giuseppe Roseti, che conclude con un totale di 822 voti complessivi e 678 a Senise. Un po’ di più dei voti che potevano servire al primo cittadino Giuseppe Castronuovo, nella lista “Pittella Presidente”, per superare l’eletto Vincenzo Robortella, che pure a Senise riesce a racimolare 54 voti. Castronuovo chiude con un totale di 2694 voti di cui 899 in quella Senise che neanche due anni prima aveva riconfermato la fiducia alla sua coalizione comunale con 2419 voti. Ma le comunali sono un'altra cosa. La lettura della tendenza al voto appare chiara: in proporzione Castronuovo prende più voti nei Comuni “lontani” (Marsico Nuovo 51 voti, Marsico Vetere 37, Nemoli 78, Lauria 390, Trecchina 140). Che nessuno fosse profeta in patria lo aveva detto durante il comizio nella piazza di Senise e lo aveva anche scritto nella lettera inviata ai cittadini senisesi poco prima del voto. Durante la campagna elettorale il suo vicesindaco, Giovanni Asprella, si dimette per essere, dice, “più libero di appoggiare il candidato Sel, che è del suo partito”. Un’operazione che, comunque, ha prodotto risultati all’interno del partito di Vendola (basti pensare che a Senise, nel 2010, la Sel si accontentò di appena 82 voti); risultati che, come e se si tradurranno in azioni per il territorio, lo si vedrà in futuro.

Sperando che, per quel momento, qualcuno abbia avuto modo e tempo di cambiare il pannolino.


Tutti sotto il fango

di Mariapaola Vergallito

I morti di Ginosa come quelli del Vajont. E quelli della Liguria. E quelli di Sarno. E quelli di Messina. E quelli di Senise del 1986. Come la sabbia al posto del cemento armato nelle pareti della casa dello studente a L’Aquila. Tragedie figlie dell’approssimazione e degli interventi seri che vengono rimandati. Dei fondi che non ci sono e di quelli che ci sono ma che vengono spostati in capitoli di spesa più futili.
In un’intervista del 2011 al settimanale Panorama, Franco Siccardi, docente di costruzioni idrauliche dell'Università di Genova ed esperto di alluvioni, raccontò che “quando Zamberletti in vista della costituzione della Protezione Civile nel 1985 chiese a un gruppo di esperti, me compreso, di valutare quanto costasse mettere in sicurezza dalle indonazioni il territorio italiano noi facemmo i nostri calcoli. Venne fuori che costava circa l'equivalente del Pil di allora ai costi di allora. Adesso è uguale al Pil con i valori odierni. In un paese come il nostro si investe in infrastruttrure qualche punto percentuale del Pil: vi rientrano scuole, carceri, ospedali, strade e argini. Nelle difese dalle inondazioni si spende meno dell'1 per mille del Pil. Se fa la moltiplicazione scoprirà che ci vogliono 1000 anni per mettere tutto in sicurezza. Di anno in anno, di decennio e in decennio, con una politica attenta il nostro paese può cambiare. Ma nel frattempo è bene che si informino i cittadini del rischio che corrono”.
Spesso la manutenzione ordinaria non viene messa in pratica nemmeno nei canaloni delle zone rurali, nemmeno in quelle aree che per la storia e per la toponomastica sono “Pantani”. Nonostante i grandi finanziamenti regionali ai progetti che, guai a definirli puro assistenzialismo, dovrebbero servire a creare tante piccole sentinelle nei territori proprio da questo punto di vista.
Gli italiani conoscono bene il significato della parola emergenza e dagli angeli del fango in poi gli italiani hanno dimostrato grande prova di solidarietà; il nostro Paese conosce meno il significato del termine prevenzione che solo negli ultimi anni comincia ad insinuarsi prepotentemente nelle attività degli organismi e delle istituzioni che si occupano del problema.
In 50 anni dalla tragedia del monte Toc poco è cambiato.
Ci vogliono sempre i morti, occorre che accada qualcosa di eclatante e, a tratti, di irreparabile. Una lunga lista di errori di cui, siamo certi, l’ultimo non è mai l’ultimo.


M5S: il motore si inceppa lungo una strada lucana

di Mariapaola Vergallito

Parliamoci chiaro: la vicenda di Giuseppe Di Bello la conoscono anche le pietre. Il tenente interessato da una sentenza di primo grado (non una condanna definitiva) per rivelazione di segreto d’ufficio in merito alle altrettanto note vicende legate al tema dell’inquinamento del lago del Pertusillo; sentenza che comunque gli lascia, ad oggi, il casellario giudiziario pulito.
Per questo c’è tanta indignazione tra attivisti e simpatizzanti nei confronti della decisione, postuma ma tempestiva, della cancellazione della vittoria di Di Bello alle Regionarie del Movimento 5 Stella in Basilicata. La “cittadina portavoce pro tempore” Mirella Liuzzi dal suo profilo, si dice rammaricata per quanto accaduto ma il regolamento è il regolamento. E il regolamento dice che chi ha procedimenti penali in corso non può essere candidato. “Purtroppo soltanto durante le votazioni in corso, è stata rilevata questa anomalia che però andava presa in considerazione molto prima- scrive la Liuzzi- Noi non siamo un partito, non abbiamo un'organizzazione e una struttura e questa è certamente una cosa bella, ma può portare anche a questi grossissimi problemi (…) I garanti del Movimento restano Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio ”. Ma come? Si doveva arrivare all’esito delle trasparentissime Regionarie online per capire la fattibilità o meno della candidatura di Di Bello? La vicenda del tenente lucano, nelle parole del “cittadino portavoce pro tempore” Vito Petrocelli, scritte sul portale del Movimento 5 Stelle lucano in tempi non sospetti, veniva descritta come “un insulto alla passione civile e all'impegno, anche professionale, speso per la salvaguardia della salute dei cittadini lucani e del territorio”.
“Solo per gravi procedimenti penali in corso si deroga alla presunzione di innocenza fino al terzo grado e il mio non credo proprio che lo sia. Comunque sono decisioni che non dipendono da me” scriveva lo stesso Di Bello. E infatti la decisione sulla fattibilità della sua candidatura dipendeva dal regolamento, vale a dire dai garanti del M5S Grillo e Casaleggio. Che avrebbero dovuto, nel rispetto del regolamento ma, prima che di esso, della partecipazione attiva del popolo, in questo caso lucano, controllare preventivamente il percorso dei loro candidati. In particolare nel caso del tenente Di Bello.
Lo doveva fare, Grillo, se non nel nome delle regole, almeno nel nome delle volte in cui la vicenda paradossale di Di Bello è diventato esempio di come spesso la ricerca della verità viene sottaciuta, manipolata, punita. Come quando i pesci morti nel lago di pietra arrivarono sul palco dello Tsunami tour a Matera.
Perché la partecipazione è una cosa seria e la scelta dei candidati è sintomo di partecipazione. E gli sgarri non possono e non devono trovare alibi nella mancanza di “un'organizzazione e di una struttura”.


Quirico e il nostro ritorno alla realtà

di Mariapaola Vergallito

E’ tornato dalla Siria e dall’oblio di cinque mesi, toccato nel fisico ma non nello spirito, Domenico Quirico, che, a fianco del suo giovane direttore, racconta con lucidità riflessiva il suo calvario, gli interminabili secondi in attesa della morte o della liberazione. Ma, soprattutto, della morte. “Non posso dire di odiare chi mi ha privato della mia vita per cinque mesi- dice- non è odio. Posso sperare che, quanto è accaduto, mi renda una persona migliore. L’odio mi renderebbe, al contrario, una persona peggiore. E, allora, avrei perso due volte la mia vita. Solo il tempo mi saprà dire cosa mi ha dato questa esperienza”. Non sorride mai, Domenico, il suo sguardo è fermo, ha gli occhi attenti e sbarrati, il lessico è sciolto, si vede e si sente che è uno di quei giornalisti che sanno raccontare con la penna e con la lingua, allo stesso modo e con la stessa intensità, e solo ciò che vedono, senza filtri, senza passaparola. Lui, sotto le bombe, c’era finito per questo: perché non se la sentiva di raccontare dal confine.
La storia di Domenico Quirico in televisione rompe, per mezz’ora, il torpore di un’Italia che ha chiuso gli occhi in un sonno senza sogni, in una quotidianità senza futuro, in un passato privato ingiustamente dei suoi fantasmi.
Perché i fantasmi devono servire pure a qualcosa. Servono ad intimare attenzione, per non ripetere gli stessi errori, per non tornare indietro, per non bruciare quello che, con fatica e con il sangue, ci si è conquistati.

Anche se, forse, è troppo tardi. Dopotutto la vera decadenza si è già consumata nel torpore di cui sopra, quello di un Paese che non chiede più, di un popolo che non è più popolo, di domande senza punti interrogativi e richieste senza esclamazioni, di una indignazione chiusa in quella solitudine di chi non crede più nel cambiamento e nel battito d’ali di una singola farfalla; quella stessa indignazione che pretende poco, alla quale basta una citazione più o meno attendibile scritta nelle bacheche dei social network, che dovrebbe accontentare chi vuol capire da che parte stiamo. Tranquilli, siamo tutti onesti. Tutti aspiriamo ad un mondo migliore. Tutti tifiamo per il protagonista buono delle storie.
Perlomeno fino a quando non ci toccherà prendere la nostra fetta di imbroglio per non soccombere in questa società malata. Fino a quando il fine non giustificherà i mezzi. Fino a quando il cattivo della storia avrà uno sguardo più accattivante del protagonista buono.
Ed è così che aspetteremo ancora. Guai a fare il primo passo. Aspetteremo che lo faccia qualcun altro. Ed anche allora, non toccherà subito a noi. Aspetteremo ancora. Perché chi ha agito potrebbe essere considerato un folle, un emarginato. E, allora, metteremo la cautela davanti a tutto, l’attesa prima dell’indignazione, la prudenza prima della nostra stessa intelligenza. Perché, forse, ci sono cose che non vanno più di moda. E a noi conviene seguire le mode. Non si sa mai.


Dal centrosinistra di Basilicata il no alle donne alla guida della regione. Nel centrodestra chissà.

di Paolo Sinisgalli

Impazza sempre più in queste ore la lotta serrata all’interno dei partiti per la scelta del prossimo governatore lucano. Particolarmente accesa è quella nel Pd, dove per evitare di arrivare alla conta tra i massimi pretendenti si prova a inserire nella lista dei papabili nomi quelli ritenuti graditi dalle varie anime. Uno strano destino sembra toccare a chi magari ha fatto bene e si è trovato a svolgere un ruolo assegnatogli, prima ancora che dal partito, da quanti nelle urne hanno scelto i loro nomi. I circa undicimila segni sul nome di Marcello Pittella alle ultime consultazioni regionali, per esempio, gli valsero il titolo di mister preferenze, ma non gli portarono nemmeno un assessorato. Solo in seguito, infatti, è arrivata nomina ad assessore e vicepresidenza. La vittoria alle Provinciali e l’impegno da amministratore dopo essere stato il primo segretario regionale del nascente "Partito Nuovo"; la giovane età e qualche buon risultato con tanto di riconoscimento per le “buone pratiche” non valgono a Piero Lacorazza quella che altrove sarebbe ritenuta una naturale investitura al grado successivo da confermare, ovviamente, attraverso il visto del popolo delle primarie. Quasi che essere indicati dal basso è ciò che gli uomini forti del partito vogliono evitare. Hai visto mai che alla fine con questa storia della partecipazione si finisce che i nulla osta li rilascino davvero gli iscritti. La base e non i capi. Meglio evitare. Ecco che allora si scatena la guerra interna tra i big. Su una cosa sembrano essere tutti d’accordo. Non ci sono in Basilicata donne all’altezza di guidare la regione. Nemmeno il governatore dimissionario Vito De Filippo, che nella prima giunta del suo secondo mandato ne nominò addirittura 3 su sei, è riuscito a inserirne una nel suo poker di nomi proposto qualche giorno fa: Salvatore Adduce, sindaco di Matera; Rocco Colangelo, direttore generale dell’Arbea; Giampaolo D’Andrea, già sottosegretario e da sempre uomo di governo; Vincenzo Santochirico, attuale presidente del Consiglio regionale. C’era da aspettarselo poiché alle ultime elezioni politiche, per individuare tra l’altra metà del cielo una persona all’altezza di uno scranno sicuro a Palazzo Madama si è ricorsi alla non lucana Emma Fattorini. Si rassegnino al ruolo di seconde linee perciò, le Amiche e Compagne di casa Pd. Sarei tentato di lasciare da parte l’altro schieramento. Lì pur di assicurarsi la sconfitta hanno insistito a proporre lo stesso nome, maschietto naturalmente, per ben due volte di seguito. Chissà che questa volta non siano proprio loro a trovare tra le donne di quella parte della politica lucana il nome giusto per calare l’asso che potrebbe servire a segnare la svolta e sottrarre il governo della Basilicata al centrosinistra.


Giustizia per Domenico. Giustizia per Antonio

di Mariapaola Vergallito

Lo stesso sorriso. La stessa capacità di costruirsi una vita professionale in un Paese lontano dalla Basilicata. La stessa, tragica fine, consumata mentre la compagnia di una persona cara accompagnava gli ultimi momenti. E quell’età, così giovane, racchiusa nel pugno forte e deciso di chi ha da poco raggiunto i trent’anni. La storia di Domenico Lorusso come quella di Antonio Rossi, ucciso per strada in Brasile, mentre era in compagnia del fratello, da pochi giorni assieme a lui per una breve vacanza. La sua terra era la Val d’Agri, Marsicovetere e Tramutola. La vicenda di Domenico riporta nel baratro di quei terribili momenti la famiglia di Antonio; momenti neanche troppo lontani. La famiglia Rossi fa sapere, attraverso le parole di Marco Zipparri, assessore comunale di Marsicovetere e cugino di Antonio, di essere vicina al dolore che, in queste ore, sta lacerando la vita della famiglia e degli amici di Domenico. Loro conoscono quel dolore. Era il 21 marzo scorso. Poco più di due mesi non sono nulla per tentare, anche lontanamente, di immaginare che la vita possa riprendere come un tempo. Poco più di due mesi rappresentano, invece, un’eternità per chi vuole dare un volto e un perché al gesto di chi ha tolto la vita ad un figlio, ad un fratello, ad un amico. Ed è di questo che oggi vogliamo parlare. “Il Brasile non è la Germania- ci ha detto Zipparri al telefono- e Curitiba non è Monaco, dove quello che è accaduto a Domenico è un’eccezione. In Brasile avvengono decine di omicidi al giorno e, purtroppo, ad oggi le uniche novità in seno alle indagini sono gli identikit di assassino e complice”. “Siamo molto amareggiati- continua- perché, in tutte queste settimane, non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione ufficiale da parte della Farnesina e tutte le informazioni che abbiamo le procuriamo noi stessi, con l’aiuto di amici brasiliani oppure seguendo la vicenda in rete sui media locali. Nelle ore immediatamente successive alla vicenda abbiamo letto la solidarietà inviata alla famiglia da Luigi Scaglione presidente della Commissione dei Lucani all’Estero ma, oltre ad un incontro avvenuto poco dopo, gli impegni sono rimasti solo una formalità”.

La famiglia di Antonio chiede giustizia e verità. La stessa giustizia che, da più voci, è stata chiesta, nelle ultime ore, nel nome del giovane Domenico Lorusso. Antonio fu ucciso poso prima di Pasqua con un colpo di pistola alla testa. Inizialmente si era pensato ad una rapina. Già il giorno dopo, però, si era fatta strada la pista secondo cui il giovane sarebbe stato ucciso perché aveva scoperto e denunciato imbrogli nella gestione di un complesso di appartamenti, di cui era revisore dei conti. Rossi si sarebbe accorto di alcuni ammanchi contabili rilevanti e lo avrebbe segnalato alle autorità competenti. Ora la famiglia Rossi sarà presto ricevuta da Papa Francesco. Dalla Prefettura della casa pontificia è arrivata la convocazione per una delle prossime udienze, dopo che in una lettera indirizzata al Papa, la famiglia di Antonio aveva raccontato di “questo lacerante dolore”. Nella solitudine del dolore più grande sono due i fasci di luce capaci di attraversare il buio: la solidarietà e il lavoro di ricerca della verità. E finché la prima non contribuirà a lenire il dolore nell’attesa che arrivi la seconda, il compito dei media sarà anche quello di continuare a parlare e a ricordare. Caso dopo caso. Come le preghiere di un Rosario senza fine, che può concludersi soltanto con una rivelazione. E con la pace.


A Roma tutto si compra*

di Mariapaola Vergallito

C’è una cosa più grave dell’illegalità. Una cosa più antipatica del privilegio. Più insopportabile di un vantaggio artificioso e ostentato. E’ la prassi. L’abitudine. La consuetudine. Chiamatela come vi pare. E’ il pensiero di poter fregare il prossimo; di poter ottenere vantaggi e privilegi pur già vivendo in una posizione vantaggiosa e privilegiata. E’ l’immoralità che penetra nella carne e sulla quale non rifletti più, senza poter nemmeno avere contezza del gesto illegale che porti a compimento in un determinato momento. Plutarco diceva che “nulla rivela il carattere di un uomo quanto il suo modo di comportarsi quando detiene un potere o un’autorità”. Lo sappiamo da secoli. La corruzione aleggiava tra le colonne dell’Antica Grecia e dentro i Fori Romani.
Ma voglio ben sperare che un tempo si rischiasse la faccia per qualcosa di più serio di una ricarica telefonica.

Oggi vanno in autogrill e comprano un chilo di salumi. Li paga la Regione. Vanno in vacanza con l’amica. A spese della Regione. Caffè, sigarette, gelati e caramelle; fatture taroccate, il parquet di casa, gli operai spacciati per autisti, le penne e le matite, l’autolavaggio per la macchina di famiglia, regali e ricariche telefoniche. Loro le chiamano “spese di rappresentanza”. La legge lo chiama peculato.
Hanno mentito sapendo di mentire.
Hanno imbrogliato, sperando di non essere scoperti. Tanto è prassi. Un economista inglese, Galbraith, diceva che “nella società opulenta non si può fare nessuna valida distinzione tra i lussi e le necessità”. Oggi, che possiamo affermare come l’opulenza non appartenga più alla nostra società o che, perlomeno, non sia una caratteristica diffusa, il riferimento va a chi non si accontenta di vivere nella bambagia. E che baratta un etto di carne con il sacro compito per cui sarebbe chiamato ad operare.

E’ l’italietta dei furbetti che non si trovano solo nei palazzi delle rappresentanze istituzionali. Non sono solo i politici, ma loro detengono lo scettro dell’esempio di tutti i mali perché, ricordiamocelo, avrebbero facoltà di esistere in virtù di un lavoro di rappresentanza e di tutela dei cittadini.
Ma poco importa. Del resto, siamo in Italia, il paese dove le pietre dello scandalo sono leggere come piume. Dove l’onestà è l’eccezione. Dove se sei leale sei un fesso. Dove ci si ferma a riflettere, col muso lungo e la testa bassa, aspettando consapevolmente che la tempesta passi. Dove, negli ultimi anni, i treni della Storia e del cambiamento passano senza troppi passeggeri a bordo.
Siamo il Paese che ha chiamato alle urne i cittadini che, dopo 60 giorni, hanno scoperto di non aver deciso un bel niente. Ma attenzione: come diceva il presidente Lincoln “è possibile imbrogliare tutta la popolazione alcune volte, o parte della popolazione tutte le volte. Ma non si può imbrogliare tutte le volte tutta la popolazione”.


*Omnia Romae/cum pretio, citazione da Giovenale (poeta latino), tratto da Satire


Tutti i Golgota del mondo*

di Mario Golia

Esistono milioni di Golgota nel mondo, milioni di croci, faticose, pesanti, distruttive, racchiuse magari negli occhi di un bimbo che muore di fame o che gioca a fare la guerra, nel grembo di una donna sfruttata e maltrattata, nel cuore di chi in cerca di speranza muore disperato, perché non ha lavoro, perché non ha speranza perché non ha neanche più la dignità di essere uomo. Il grido del Figlio ancora si leva dalla croce e pervade tutto il mondo, talora nella nostra indifferenza.” Eloi, Eloi, lema sabactàni? Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?”
Quante volte il grido di Gesù è il nostro grido? Quante volte il grido di Gesù è il grido di chi muore senza dignità, sotto i nostri occhi indifferenti? Quante volte il grido dei nostri fratelli, anche quelli della nostra comunità, restano inascoltati dalle nostre orecchie volutamente distratte?. Presi nel vortice della vita, del consumismo, del tempo, dimentichiamo delle milioni di croci che investono il mondo, che ci circondano, che fanno di questa terra, un inferno, una valle disperata di lacrime, un gorgo muto, dove l’uomo resta sempre quello di un tempo, l’uomo della pietra e della fionda, quell’uomo capace di uccidere il proprio fratello come se nulla fosse. Anche nella nostra indifferenza, nell’apatia, nel far finta di niente si nasconde il peccato e la morte. Anche nel nostro patetico consumismo, fatto da una vita di agi, sempre alla ricerca del lusso, di beni materiali, di nuove tecnologie, è nascosta la lancia che ferisce e uccide l’umanità. La nostra brama di gloria, di denaro, di potere: sono questi i chiodi delle milioni di croci del nostro tempo. Il nostro egoismo, i nostri personalismi, l’invidia: sono queste le spine che poniamo in testa ai nostri fratelli. Abbiamo compiuto imprese eccezionali, abbiamo conquistato nuove terre, nuovi spazi, abbiamo violato il tempo e la vita, eppure ci sono Uomini nel mondo a cui viene sottratta l’esistenza, la speranza, la dignità, quella stessa dignità strappato a un Dio deriso e sbeffeggiato fino all’ultimo respiro.
Dimentichiamo spesso e volentieri di essere atomi infinitesimali per rispettarci e ammirarci a vicenda, e siamo capaci di azzuffarci per un pezzettino di terra o di dolerci di certe cose, che, ove fossimo veramente compenetrati di quello che siamo dovrebbero parerci miserie incalcolabili. Noi non siamo assolti! Noi non siamo irresponsabili di queste croci. Anche no abbiamo la nostra responsabilità. Anche noi nella nostra apatia e nel nostro silenzio facciamo la nostra parte in questa distruttiva eutanasia umana.
Il Signore ha messo tante risorse a nostra disposizione, ci ha dato dei talenti secondo le nostre capacità (Mt 25,14). Siamo chiamati ad agire oggi, non solo per fini egoistici, ma trovando un equilibrio fra l’amore per se stessi e l’amore per chi ci sta intorno. Anche la chiesa deve investire in risorse umane, fare tutto il possibile perché ognuno dia il meglio in tutto quello che fa. Mi piace ricordare le parole di Martin Luther King, pastore battista ucciso perché impegnato nella lotta antisegregazionista. Nel libro La forza di amare ribadisce che ogni persona possiede dei talenti, nessuno è inutile o di poca importanza. Riporta poi una frase significativa di Douglas Mallock: « Se non puoi essere pino sul monte, sii un cespuglio di erica nella valle,ma sii la migliore, piccola erica sulla sponda del ruscello. Sii un cespuglio, se non puoi essere un albero.Se non puoi essere una via maestra, sii un sentiero. Se non puoi essere un sole, sii una stella. Sii sempre il meglio di ciò che sei ora. Cerca di scoprire il disegno che sei chiamato ad essere: poi mettiti con passione a realizzarlo nella vita. ».Bisogna vivere nella consapevolezza che: « L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. »
Questa la nostra missione: debellare i tanti inferni che ci circondano, nella fede, con la carità, con l’abnegazione e con la speranza e soprattutto con l’impegno di ognuno di noi.


*riflessioni conclusive Via Crucis 2013 - Terranova di Pollino


Buongiorno primavera, col caffè di Rosanna

di Paolo Sinisgalli

E’ bella la primavera. Arrivasse anche con la pioggia o con la neve, il 21 di marzo è sempre un giorno speciale. Il tempo cattivo può attutirne i profumi, ma, basta la vista di un albero in fiore a farceli avvertire. Ho appena letto su lasiritide.it un comunicato che annuncia della Giornata mondiale delle persone con sindrome di Down. La data del 21 Marzo -si legge- è stata scelta perché il 21 è il numero della coppia cromosomica, presente all'interno delle cellule, che caratterizza la sindrome di Down e marzo, terzo mese dell’anno, rappresentare il terzo cromosoma. Il 21 marzo è quindi una data, un numero che vuole rappresentare anche un tempo per il cambiamento (non a caso corrisponde anche all’equinozio di primavera), Il cangiamento a cui si ambisce sta nel porsi in maniera diversa verso le persone Down così da eliminare i pregiudizi che impediscono loro di godere appieno dei propri diritti. Capita purtroppo di leggere di come a Cristian -nato dalla relazione tra una cittadina Colombiana e un Italiano che non ne ha riconosciuto la paternità- al compimento del diciottesimo anno sia stata rifiuta la cittadinanza Italiana. Il diniego spiegano all’anagrafe, risiede nella sua patologia mentale, che ne limiterebbe la capacità di intendere e di volere. "La condizione di incapacità di intendere e di volere di un soggetto comporta l’inidoneità dello stesso a formulare una consapevole manifestazione di volontà diretta all’acquisto della cittadinanza", è quanto si legge in un decreto del Ministero dell’Interno datato maggio 2011 in cui si respinge la richiesta di cittadinanza di un disabile. Cristian, pensate, ha conseguito la licenza media e frequenta il secondo anno delle superiori. Questa è una di quelle storie che, come la pioggia o la neve, attutisce i profumi primaverili. Poi, finalmente, ecco l’albero in fiore che apre il respiro. E’ piantato in Val d’Agri e si chiama Rosanna. Anche lei ha quella sindrome che però non le impedisce di lavorare in un bar della cittadina valligiana, dopo aver frequentato l’Istituto Agrario di Villa d’Agri. "Rosanna ha 23 anni, una gran voglia di fare e molte capacità da tirare fuori, nonché una gran voglia di dimostrare il suo essere adulta ed autonoma", riferisce Oriana Rondinella, operatrice dell’Associazione Italiana Persone Down -sezione di Potenza-, che le ha fatto da tutor. "Nelle due prime settimane di stage, Rosanna ha imparato a fare il percorso da casa a lavoro e viceversa, in modo da essere totalmente autonoma mentre il tempo di tutoraggio aziendale è servito a capire le mansioni e avere padronanza degli spazi", spiega ancora la tutor. E’ una bella storia quella di Rosanna e altre ne seguiranno, grazie al lavoro che da due anni sta portando avanti il “Gruppo Operativo Val d’Agri” - facente capo all’AIDP di Potenza- che si occupa di percorsi di educazione all’autonomia per ragazzi con sindrome di Down. Da qualche mese, con sede a Tramutola, è attivo il “Club ragazzi in gamba”. Grazie al SIL (Servizio Inserimento Lavorativo) attivo a Potenza, gli operatori del Gruppo Val d’Agri, sono impegnati a sviluppare, con aziende del territorio, dei percorsi di stage e tirocini lavorativi ,finalizzati all’acquisizione di competenze e professionalità spendibili nel libero mercato. "I risultati di Rosanna sono un grande invito a continuare il percorso che, se per i diretti interessati serve a sviluppare le capacità inerenti il “saper fare” ed il “saper essere”, per il resto della società è occasione di toccare con mano le potenzialità dei ragazzi", spiega infine la dottoressa Rondinella. Anche il suo cognome, sarà un caso, richiama alla mente la primavera. A dare un futuro migliore alle Persone Down e alle loro famiglie, è soprattutto l’opera quotidiana delle tante sensibilità e professionalità operanti nelle Associazioni.


Le mani che danno, quelle che prendono e la Vita, maestra in una scuola senza scolari

di Mario Golia

Questa è una storia fatta di immagini, di figure apparentemente lontane, disconnesse ma che, in realtà, se viste con un’ottica più meticolosa o forse con un pizzico di fantasioso realismo in più, ci si accorge che fanno parte di uno stesso puzzle, tasselli lontani, ma collegati da un “cordone ombelicale” ferreo seppur recondito. La prima immagine è quella di un fascicolo di carte adagiato sul tavolo della Procura di una piccola città del sud Italia: “un’ informativa di 3000 pagine racchiusa in due faldoni” in cui vengono elencate rendicontazioni di consiglieri regionali (concernenti soldi destinati all’assolvimento del mandato) in cui risultano potenzialmente anche viaggi, pranzi, cerimonie di famiglia, pasticcini e addirittura caffè o spese di soli 50 centesimi. La seconda immagine, invece, raffigura due occhi languidi, stanchi, abbattuti, che fissano il buio: sono gli occhi di un uomo, un lavoratore, un operaio, un padre di famiglia che, dopo una vita di lavoro e sacrifici, disoccupato e disperato, decide di togliersi la vita, di farla finita.
Sembrano essere immagini lontane, queste, eppure sono fotografie disperate di uno stesso Paese. Due fatti di cronaca che, in un paese normale e in una “situazione normale”, dovrebbero risultare eccezionali, ma che, invece, in un Paese come l’Italia sembrano ormai essere all’ordine del giorno, parte della “routine ormai quotidiana” della nostra nazione. Leggendo queste storie, avvertiamo al momento uno strano sentimento di sdegno, effimero, per poi, il giorno dopo, riversare tutto nell’oblio, pulendo la nostra anima da “storie che, in fondo, non ci appartengono più di tanto” (Il filosofo Umberto Galimberti definisce questo atteggiamento “indifferenza emotiva”). Eppure sorge quasi spontanea una riflessione: dov’è finita l’etica, la questione morale, l’indignazione di un popolo “virtuoso”? Perché permettiamo ancora ad una classe politica immorale di “approfittare” del loro ruolo per accrescere il loro interesse “particulare” (per dirla con Guicciardini!), mentre “quella Repubblica fondata sul lavoro” la si lascia morire in completa indifferenza?. Perché non facciamo sì che la nostra “indignazione momentanea” si muti in “riforma culturale” piuttosto che in “indifferenza emotiva”?
Ma questa, considerata la mia impossibilità a dare risposte adeguate, più che una storia di interrogativi, è una storia di immagini. Ed è proprio con altre due figure che voglio chiudere: due rappresentazioni che richiamano in modo inequivocabile le due immagini iniziali, e che forse continuano ancora oggi ad essere la tragica fotografia del nostro povero Paese.
Tra i tanti straordinari personaggi che il Genio del sommo Dante Alighieri ha saputo misticamente dare alla luce nella sua grande ed eterna “Commedia”, ce n’è una che, più che mai, in questi periodi, mi torna in mente: la lupa. Il simbolo dell’avarizia, della cupidigia (radix omnium malorum- “radice di ogni male” la definì San Paolo): la più grave delle tre disposizioni peccaminose che impediscono a Dante la salita del colle. Il Sommo Vate la descrisse così: “questa bestia, per la qual tu gride,/non lascia altrui passar per la sua via,/ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;/e ha natura sì malvagia e ria,/che mai non empie la bramosa voglia,/e dopo 'l pasto ha più fame che pria» (Inf. I, vv. 94-99); “Maladetta sie tu, antica lupa, / che più di tutte l'altre bestie hai preda / per la tua fame sanza fine cupa” (Purg., XX, 10-12).
L’altra immagine drammatica e affascinante è quella di Gaddo della Gherardesca, figlio del conte Ugolino, che Dante pone nel XXXIII dell’Inferno: “ Gaddo mi si gettò disteso a' piedi, e disse: "Padre mio, ché non m'aiuti?".
Un urlo disperato che dall’abisso infernale si leva e giunge fino a noi per ricongiungersi all’immagine di un padre abbattuto (“più che il dolor, poté il digiuno”) che si toglie la vita perché non può sfamare i propri figli.
La lupa e Gaddo: immagini quotidiane, attuali che ritornano, risorgono, repentine e impetuose, ogni qualvolta ti accorgi che, in fondo, la storia non è altro che un’eterna palingenesi di fatti, di uomini, di azioni, quasi un ciclo che si ripete, perenne, immutato. La lupa di ieri è descritta in quella “informativa di 3000 pagine racchiusa in due faldoni”, mentre il Gaddo di oggi è l’immagine di un figlio che chiede aiuto ad un padre disperato, con gli occhi immersi nel buio della disperazione. Forse è proprio vero che, in fondo, la Storia è sì maestra di vita, ma senza scolari.


I bambini non stanno a guardare

di Mariapaola Vergallito

Ci pensavo domenica pomeriggio. L’erbetta di un campo di calcio di periferia era illuminata dal sole di fine inverno. Gli spalti erano quasi pieni e i tifosi guardavano, attenti, la partita dibattendo su azioni e tattiche di gioco. Ad un certo punto, lungo la striscia di corridoio che accompagna le gradinate, un gruppo di bambini correva verso lo spazio che c’è poco prima dell’uscita, dove la gente va durante l’intervallo per bere il caffè ma che poi resta quasi vuoto durante gli altri 45 minuti. Il bambino più grande aveva un pallone in mano. E correva. Gli altri tre lo seguivano. Correndo a loro volta. E’ lì che mi è venuto in mente che i bambini non stanno a guardare. Non senza far niente. Ci sono quelli che vanno alle partite di pallone con il papà per poi radunarsi con i coetanei e giocarci davvero a pallone. E mentre i più grandi litigano per un rigore non dato o per tre punti persi, loro si costruiscono un campo immaginario su un fazzoletto di asfalto grezzo e trasformano i pochi metri a disposizione in uno stadio da finale europea.
Anche quando guardano la televisione, i bambini fanno altro: disegnano, vanno su è giù per la stanza, chiacchierano. Sembra non agiscano mai passivamente. Forse pian piano, crescendo, poco prima di arrivare alla pre-adolescenza, le cose cambieranno. Forse lo specchio del mondo degli adulti si prende più spazio nella vita delle persone e, così, l’infanzia viene relegata in un periodo breve. Una eccezione, quasi.
I bambini non stanno mai a guardare. E, forse, gli adulti dovrebbero stare a guardare meglio i bambini.


Cristina e quell’Italia che non perde mai

di Mariapaola Vergallito

C’è un momento in cui le cose ritenute importanti perdono d’improvviso la loro luce, che scopri essere artificiale. E in quel momento una storia ti riporta al vero senso della vita. Cristina non aveva nemmeno cinquanta anni. Cristina aveva tre figli. Faceva la scrutatrice nel seggio elettorale del suo paese, Terranova di Pollino. Era il pomeriggio di lunedì e ci si accingeva a conoscere i risultati anche nel piccolo comune lucano.
Cristina all’improvviso si accascia. Tutti le si avvicinano, credendo si tratti di un mancamento momentaneo. Ma Cristina non si sveglia più, colpita da un infarto.
Da quel momento non hanno più senso i numeri, non le preferenze e il colore delle schede. Mentre l’Italia è incollata agli schermi per capire come è andata, a Terranova il mondo si ferma davvero.
Cristina: lavoratrice, moglie, madre, donna. Simbolo di un’Italia lontana dai clamori ma ingranaggio fondamentale senza il quale tutto perirebbe. Simbolo di una comunità che lotta nella semplicità dell’andirivieni quotidiano, a denti stretti; e di un lavoro che non si rifiuta mai, neanche per una spicciolata di euro al di là dei banchi scolastici usati nei seggi elettorali.
Simbolo inconsapevole di quell’Italia che non perde mai e mai perderà fino a quando resisterà nella perseveranza delle cose che contano davvero.
In attesa che il resto, nella sua imbarazzante futilità, cambi davvero.


Buonanotte all'Italia

di Mariapaola Vergallito

L’Italia, oggi, è una Repubblica ingovernabile fondata sul Porcellum. La parola “ingovernabilità” è ora il nuovo status della nostra Nazione, un vestito cucito addosso perfettamente che, se andiamo a vedere, va bene a molti. Va bene a chi ha avuto, un anno fa, un assist prezioso per tentare davvero di vincere ad occhi chiusi, ma ha preferito aspettare, appoggiare un governo tecnico che, alla fine, ha portato via quel tanto di percentuale che sarebbe bastata a ottenere una maggioranza convincente. Va bene a chi credeva di non farcela e invece ha rimontato “inaspettatamente”. Va bene al nuovo che avanza e che ha già preannunciato che, fra pochi mesi, quando si andrà di nuovo a votare, rappresenterà il primo partito con la maggioranza assoluta. Va bene a molti. Ma non agli italiani, anche se, senza troppe scuse, sono loro, anzi, siamo noi i soggetti che precedono gli interrogativi sul perché sia andata a finire così sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo.
“Ingovernabilità”: uno status che va bene a chi ha un seggio ma sa già di non avere la maggioranza per poter fare quelle benedette riforme di cui il Paese avrebbe bisogno. Un “tirare a campare”, insomma, per i mestieranti della politica, in un sistema di fatti bloccato, in pieno semestre bianco del Presidente della Repubblica (quando, cioè, secondo l’art 88 della Costituzione “Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse ma non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato, salvo che essi coincidano in tutto o in parte con gli ultimi sei mesi della legislatura"). La “tempesta perfetta” è già stata ribattezzata, quell’“ingovernabilità” di un Paese in cui il 50 % degli elettori ha scelto un’altra politica: il 25% quella del Movimento che vuole mandare tutti a casa; l’altro 25% è quella dell’astensionismo di chi o non sapeva davvero chi votare, o sperava in un assenteismo dalle urne più vigoroso o, senza troppi grattacapi, ha demandato agli altri una scelta che sapeva di patata bollente.


ambarabàciccicoccò

di Mariapaola Vergallito

Le donne con lo scialle in testa escono dalla messa e, in silenziosa fila indiana, attraversano il corso facendosi largo tra la gente, che si addossa lungo le pareti nel perimetro esterno dello spazio pubblico. La piazza è vuota. Al centro tre candidati e un esponente di spicco a livello nazionale. Ad un certo punto, un gatto adulto, bianco e nero, con fare furtivo, taglia la piazza, si incastra sotto le transenne, inutili, e fugge via senza voltarsi.
In un altro momento c’è chi parla da solo, al nulla, e la sua voce viene amplificata dalle casse e coperta dalle automobili che non smettono di passare. Neanche il traffico è stato bloccato. E, guardando bene, la piazza è più piccola, perché neanche i parcheggi sono stati impediti. Con coraggio il microfonato dice ad un certo punto: “Mi fermo. Sta cominciando a piovere”.
Qualcun altro si dimette perché è stato accusato di essersi vantato di un master in realtà fasullo. Altri inviano lettere. Altri ancora viaggiano sul filo di un dibattito che, invece di proporre, si difende. E attacca.
Dove sono finite le piazze gremite, il confronto occhi negli occhi con i candidati che, pure se le facevano lo stesso le false promesse, almeno avevi la sensazione velata di far parte di un processo di trasformazione. Nulla. Mancano quattro giorni alle elezioni e questo poco tempo di vigilia pare come gli anni di Mick Jagger: ci sono, ma sembrano non esserci. Il dibattito generale viaggia sui toni di chi sembra non dover essere il futuro leader di una Nazione come l’Italia; le opinioni e le promesse vengono lanciate come se fossero merce di scambio tra giocatori d’azzardo che non hanno nulla da perdere. Si è lontani dai veri problemi dei cittadini. E, questa volta, la lontananza è roba talmente diffusa, che le eccezioni non bastano più a mantenere in equilibrio la disillusione e la speranza di essere rappresentati.
Ho seguito il Festival di Sanremo. E ho tifato per Daniele Silvestri. Uno dei tanti versi della sua canzone recita così: “e le parole, si lo so, so' sempre quelle/ma è uscito il sole e a me me sembrano
più belle/ scuola e lavoro, che temi originali/ se non per quella vecchia idea de esse tutti uguali”.
L’impressione è che abbiano privato le parole del loro vero significato; un significato che aveva nella vita vera le sue radici e che adesso è stato schiacciato, deriso, svenduto ad una inflazione di buoni propositi di cui si conosce già in anticipo l’utopia.


Una domenica triste. Anche tu Giletti!

di Paolo Sinisgalli

E’ una domenica diversa, il 20 gennaio. I mali di stagione hanno deciso così. Oggi niente palloni da tenere sott’occhio. Niente attese di allenatori per le interviste. La sfida è tutta casalinga e consiste sul chi andrà per primo oltre i trentanove di un termometro a mercurio. Tra l’altro, se ricordo bene, dovrebbe essere ormai bandito. Noi lo teniamo stretto e lo usiamo veramente poco. L’imperativo è risparmiare. Che potrà mai causarci inserirlo ogni tanto sotto l’ascella. Naturalmente ci guardiamo bene dal seguire i consigli di chi vuole che lo si inserisca in bocca o altri orifizi. Con mamme e suocere lontane, capisci il grande aiuto che ti viene anche dal solo essere loro ospiti per il pranzo luculliano. L’appetito in verità non è nemmeno tanto, ma, ci sono ragazzi che aspettano come uccellini nel nido. Il pomeriggio si passerà davanti alla tele. A proposito di mamme, siamo sintonizzati su “Mamma Rai”. “L’Arena” di Massimo Giletti parte dai problemi della crisi di aziende costrette a chiudere per passare poi a parlare del festival di San Remo. E’ nel finale che scatta la rabbia. Alle 15:56 il conduttore ci ricorda che il Canone Rai è in scadenza. Solo 113 euro e una serie di modi per pagarlo. Ora, che si paghi alla ricevitoria o su internet, poco cambia. L’occhio cade sulle bollette di acqua, luce, gas e telefono. Qualcuna, veramente, è già una lettera di sollecito. I servizi si pagano. Sacrosanto. Quella del Canone Rai, però, è dura da mandare giù. Non potrebbe "Mamma Rai”, fare come le mamme vere? Ogni tanto, da quel poco che percepiscono di pensione, riescono a tirar fuori la paghetta ai nipoti. Che sollievo per mamma e papà. Non accadrà questo mese: "Aggià pagà a televisione, a nonna" (Devo pagare la tassa della Tv, belli di nonna). Quanto conoscono davvero delle difficoltà delle famiglie, il signor Giletti e tutti i suoi colleghi i quali, alternandosi tra telegiornali e programmi vari, non mancano di ripetere quell’odioso ritornello? Ci sono famiglie che s’inventano i trucchi più disparati. Dall'attendere il sollecito per le utenze, a pagare il Canone, “Con la piccola sovrattassa”, con la carta di credito entro il 15 di febbraio, così che andrà all’incasso il 15 del mese successivo. Ecco. Fa davvero male il Canone Rai alle scarse finanze delle famiglie Italiane. Dovrebbero essere proprio conduttori della Rai, tra un servizio e l’altro sulle tante difficoltà delle famiglie, a farsi promotori di una campagna per l’eliminazione dello stesso. Non so da dove trovare le risorse. Penso però che se c’è chi azzarda l’eliminazione dell’Imu, perché non provare anche con il Canone Rai? Magari si potrebbero tagliare i compensi assurdi, spendere meno per il Festivàll. Anche per il riscaldamento degli studi si potrebbe risparmiare qualche euro. Scusate! Non è un pugno nello stomaco vedere persone in canottiera con questo freddo? Mi è capitato poi di vedere, in estate, qualcuno chiedere una sciarpa perché l’aria condizionata picchiava forte sulla cervicale. Mia madre la prendo in giro paragonandola sempre a Giulia, la Santarcangiolese del “Cristo” di Carlo Levi. "Fai il fuoco come lei con una differenza: lei, a quanto ci racconta Levi, avvicinava i tizzoni man mano che si consumavano. Tu, invece, li allontani quando vedi che cominciano ad ardere troppo in fretta”. Mi odia per questo, ma sopporta. Come tutte le donne cresciute nel dopoguerra, è riuscita a tenere in piedi la baracca senza andare in difficoltà. E’ vero che oggi viviamo tutti al di sopra delle nostre possibilità. E’ il dazio che dobbiamo al progresso. Scusate se ho rovinato anche la vostra domenica. Non sarebbe male, però, se si riuscisse a lasciare alle famiglie Italiane, anche "Solo centotredici euro" in più di cui disporre. Si accettano critiche e proposte.


Ultimo dell’anno, tra vecchie contraddizioni e nuova speranza

di Paolo Sinisgalli

E’ un ultimo dell’anno ancora all’insegna dell’austerità. Per la maggior parte delle famiglie ancora più all’insegna della parsimonia, rispetto a quello del 2011. Se lo scorso anno si parlava di crisi e delle tasse che avrebbe portato. Quest’anno, oltre a continuare a parlare di crisi, si sono anche fatti sentire i suoi effetti concreti. La parola IMU, per tutte, basta a rendere l’idea. Qualcosa di strano ci deve essere in giro, però, se accade che le tante persone di cui pensi -perché hanno sempre fatto di tutto perché tu lo pensassi- che hanno appena quel tanto di cui sfamare la famiglia, sono poi le stesse che hai visto disperati perché in questi giorni gli è toccato pagare la seconda rata, per la seconda e altra casa, dell’odiata tassa. Allora, pensi, non stanno proprio all’osso. Dicono che gli tocca pagarla, pezzenti come sono, nonostante che... Bo! Ma questa è un‘altra storia di contraddizione che semplicemente ne annuncia tante altre. Chessò ci si lamenta della politica assente, specie riferita allo scarso contatto di certi parlamentari uscenti con i territori. Guarda caso, però, sono poi quelli che escono vincitori dalle primarie di partito. Vabbè! Nemmeno questo c’entra poi tanto con quello che mi ha portato a cercare di scrivere qualcosa in queste ultime ore del 2012. Salendo per i tornanti che portano sulla mia collina, mi è capitato di cominciare a guardare verso le luci dell’abitato e intravedere il fumo dai camini. Poi si è fatto sentire qualche botto e, infine, odori di arrosti e fritti, hanno cominciato a farsi largo. Porca di una miseriaccia. Quando già cominciavo ad avere l’acquolina in bocca, ho incrociato una bici che sembrava andasse da sola. E invece no. C’era qualcuno in sella, solo era così nero che si faticava a vederlo. Il suo sorriso mi ha chiuso lo stomaco e aperto la mente. Ma già è vero: qualche chilometro più giù c’è il Centro di Accoglienza immigrati. E così in questo inverno, all’improvviso, si rifà viva agli occhi la “Primavera Araba”. La primavera che ormai è in scadenza. Oggi è il suo ultimo giorno. Nel senso che scade il cosiddetto “decreto Libia”, il decreto emergenziale, firmato nel febbraio 2011 dal Governo Italiano e con il quale si è sino ad ora fronteggiata “l’invasione”. Non si riesce a tenere a freno l’istinto di rituffarsi a valle. Un salto che ci salvi almeno l’anima e che ci rinfranchi dal senso d’impotenza. A cosa potrà servire una visita veloce? Forse interessarsi di come questi fratelli passeranno l’ultimo dell’anno migliorerà la loro serata? Intanto ha dato un senso alla nostra. Sapere che per almeno altri due mesi sarà loro garantita ospitalità, come ci conferma il direttore del Centro, oltre che le notizie dal Ministero dell’Interno, ci è di conforto. Nei giorni prima di Natale diverse Associazioni facenti capo a “Rete Agri-Sauro”, all’interno del Programma Ermes, hanno offerto a tutti loro, una trentina in tutto, una giornata insieme con tanto di pranzo in un ristorante della zona. Per questo ultimo dell'anno, invece, nessuna Associazione o persona che non sia il personale della Cooperativa addetta, passerà qualche ora con loro. E loro nemmeno chiedono compagnia a nessuno. Si affidano ai loro cellulari. Negli ultimi 12 mesi da queste parti son passati Papi e premi Nobel per la Pace. Ebbene, a nessuno di loro o dei loro ciceroni è passato per la mente di far tappa al Centro che raccoglie, per la maggior parte, persone in fuga dalla guerra. Tra poco è il primo giorno di un nuovo anno. Per gli Africani del CDA, presso l'Apogeo di Missanello, sarà l’inizio di una nuova speranza. Per molti di noi indigeni un giorno in più per avvertire il senso di frustrazione, per aver fatto troppo poco per loro. Per altri, è purtroppo ne abbiamo visti, un giorno in meno in cui sfruttarli in lavori nei campi. Naturalmente, si fa per dire, pagandoli poco e tassativamente in nero! Buon anno nuovo a loro, e che a noi riservi tempo per rimediare.


Buon compleanno Alex

di Paolo Sinisgalli

9 novembre 2012
E’ mattina, appena le otto. In una casa come tante due ragazzini si preparano per andare a scuola. E’ difficile riuscire a controllare cosa manchi negli zainetti mentre sulla Tele scorrono le immagini dei tanti goal dell’ultima giornata di Europa League. Alcune sono delle vere perle. Riescono come per magia a fondere eleganza e potenza. Tra i rimproveri della mamma, la quale in primis li rivolge al coniuge, reo secondo lei di "perdersi insieme ai figli nelle solite chiacchiere di calcio, piuttosto che invitarli a sbrigarsi", il più grande dei piccoli rimane un attimo in silenzio come folgorato da un’apparizione. Il resto si guarda incredulo. Non si fa in tempo a chiedergli da cosa dipenda quello stato che lui: "Chissà se zio se n’è ricordato. Oggi è il compleanno di Alessandro Del Piero". Il pensiero del pargolo è andato allo zio, juventino come lui, che qualche tempo fa gli ha regalato “Giochiamo ancora”, l’ultima fatica letteraria del “Pinturicchio” del calcio italiano, delle cui “pennellate” è ormai orfano il Bel Paese. Un’assenza di cui non risente solo la specie zebrata, ma, più in generale, gli amanti del calcio e dello sport. Per un attimo cala un velo di tristezza in casa, subito allontanata dalla descrizione che il ragazzino, manco fosse un almanacco, comincia a fare dei goal di Del Piero. La novità è che la precisina mamma, quella che "Del calcio non ne posso più", intenta ad ascoltare ha dimenticato del latte sul fornello, con conseguenze che è facile immaginare. Il più piccolo dei due, di fede milanista, è felice per il danno: "E’ la punizione perché tieni per la squadra di mio fratello e non per la mia. Effetto diavolo”. Lei ride. E’ juventina e non lo nasconde! "Sapevo di sposare un tifoso del Napoli, mai avrei immaginato di ritrovarmi un “diavoletto” per casa". Colpa di un altro zio, fratello della juventina e che al secondo nipote regalò una maglietta rossonera. Il Napoletano comincia a imprecare: "Questo Paese sta andando a rotoli in tutti i campi. La partenza dei Del Piero la dice lunga sull'incapacità di tenerci strette le cose buone". E’ ormai ora di andare a scuola. E’ chiaro che Alex è amato non solo dai bianconeri. La conferma arriva dalla tenera voce del milanista: "Devo ammettere che Del Piero manca anche a me. Vabbè papà. Prometto che quel libro lo leggerò anch'io…Forse!”. "Intanto io oggi Alex me lo porto a scuola" è la risposta del fratello. "Lascialo a casa a papà, voglio rileggere qualche pagina". Finisce così che in una casa Italiana, alle 8:20 di un mattino di novembre, in nome dello sport e della bellezza del gesto tecnico che non conosce limiti di colori e sfumature, ci si ritrova a intonare un corale BUON COMPLEANNO ALEX e grazie: per questa mattina in cui in una famiglia italiana, si è trovato modo per giocare ancora.


La morte interroga su ciò che la vita insegna

di Paolo Sinisgalli

Grazie maestro Camillo, per l’ultima lezione.

Nella vita c’è sempre da imparare! Quante volte lo scopriamo. Di più tale verità si avverte di fronte alla morte, quando ci si scopre impreparati. E’ allora che ci si ripromette di non rimandare oltre e dare corso ai buoni propositi. Da domani! Ti dici! Domani però, sarà ormai troppo tardi per Chi suo malgrado ha dovuto rispondere a una chiamata da lassù. Capita così che poi, per un po’, le cose si faranno. Mani stringeranno altre mani e occhi incroceranno altri sguardi. Per quanto consoli non potrà bastarci sapere che quanti andati, da lassù ci guarderanno. Loro per primi avrebbero preferito esserci a toccare mani e sguardi. Capita che in una Comunità ci si prepari a dare corso a una cerimonia. Uno spazio sarà intitolato a Chi vi ha operato contribuendo al suo prestigio. Capita che uno degli amici della persona cui il prestigioso spazio porterà il nome e che il luogo ancora calpesta, sia tra i primi invitati e attesi. Saprà raccontare aneddoti a quanti hanno aspettato l’occasione per registrare quanto una volta hanno avuto il privilegio di ascoltare. Capita che il figlio di questi sia impegnato nell’addobbo del luogo per la festa. Non ha previsto che saranno le sue lacrime a dare sollievo all’arido terreno. Ma tant’è. La vita ha deciso che papà non ci sarà. Ora deve andare. Non lo farà prima di aver chiesto agli altri di continuare l’addobbo e non rimandare l’evento. E gli altri non si fermano! Danno corso al tam tam anticipando a pochi la notizia che a breve il suono della campana annuncerà al resto del villaggio. Spostano poi l’attenzione dell’addobbo sul rito non previsto. Gli attacchini colorano i muri con avvisi di rinvii della cerimonia e vicinanza al dolore della famiglia. Capita così che nel giorno e nell’ora previsti per la cerimonia d’intitolazione del campo sportivo a Giuseppe Nicola Mazziotta, “Maestro di calcio e di vita”, ci si ritrovi invece in chiesa a dare l’ultimo saluto al Maestro Camillo Benso Conte. Con "Gli occhi e il cuore" del figlio Franco, il maestro Camillo si è scusato col "Cugino, Giuseppe Nicola; ringraziato tutti per la partecipazione" e fatto sapere che all'intitolazione, "Con gli occhi delle stelle" ci sarà anche lui. Grazie maestro Camillo, per questa tua ultima lezione. Non sei tu che te ne sei andato in anticipo. Siamo noi che abbiamo aspettato troppo. "Chi a tempo non aspetti tempo", sembrano dirci quei tuoi occhi dalla foto sulla bara. Il messaggio è proprio questo. Lo confermano le parole di alcuni tra i tuoi alunni di un tempo. Oggi siamo stati tutti tuoi alunni. Gli altri maestri si sono assentati e le altre classi sono passate nella tua. Starà ora a noi far tesoro della tua ultima lezione e metterla in pratica. Da ora! Non da domani. Perché se è vero che la vita insegna, è la morte a interrogare!


Riflessioni sul consueto. Così, in un giorno di fine estate

di mpv

A pensarci bene erano due gli elementi che caratterizzavano la fine delle estati della tua adolescenza. Due, più degli altri, che da sensazioni si trasformavano improvvisamente in percezioni concrete, sonore e visive.
La prima, inevitabile, era il motorino indipendente dei furgoncini che vendevano i panini nelle feste di piazza. Sentivi solo quel rumore perché, ormai, la musica era finita e, dopo di essa, anche i fuochi d’artificio, che ti ricordavano le pigre giornate durante le ore scolastiche, quando nei libri di filosofia o di matematica si infiltravano i sottili racconti di Hermann Hesse, che cominciavi ad amare proprio in quei periodi.
E poi, l’altro elemento, quello visivo, era la piazza vuota e piena di cartacce, di palloni bucati e sgonfiati dall’elio, di lattine svuotate e braccialetti fosforescenti che avevano perduto la loro capacità di fluorescenza.
L’estate, insomma, finiva con l’ultima luce dei fuochi d’artificio in onore del Santo Patrono, in una routine festaiola che aveva, di abitudinario, anche l’arrivederci alla prossima estate.
Era stato così, fino ad un certo punto. Aspettavi qualcosa che non sarebbe mai arrivato. Già, perché lo aspettavi. Ti ponevi al centro di un universo nella perenne attesa che un essere supremo ti costruisse intorno l’estate perfetta. Tu, che ti consideravi anticonformista, vivevi nel clichè dell’estate perfetta: vacanze, amori, divertimento, romanticismo.
Ricordi quell’estate prima dell’anno della maturità? Doveva essere “la tua ultima vera estate, spensierata e libera”. Poi ci sarebbe stata l’università…le responsabilità “da grandi”.
Ora sta finendo un’altra estate. L’università è un ricordo che osservi da lontano. Sei tutta nei tuoi magnifici 30 anni e ti sembrano 20, anzi, “molti di meno” come direbbe Fossati. Oggi, in questa caldissima domenica di fine agosto, sospesa tra le cose nuovissime e quelle che, invece, non cambieranno mai.
Hai ripreso con te la voglia di raccontare la tua vita e di guardarti dentro.
Con la rinnovata consapevolezza che l’estate non ha una data precisa. Non ha un inizio e non ha una fine.
Sappiamo quando finisce la notte e conosciamo la fine di un treno; ricordiamo le ultime parole dei libri che abbiamo letto o le note delle canzoni che abbiamo ascoltato; abbiamo conosciuto la fine di un amore, l’esaurirsi di un rancore;sappiamo quando finisce la voglia di stare da soli o la speranza di essere capiti. Ma non conosciamo la fine di una storia che valga la pena di essere raccontata perché è nostra. Perché è fatta delle nostre emozioni, dei nostri stati d’animo,dalle nostre speranze, dalle nostre impazienze. Non ci sono storie che ci appartengono e che non valga la pena raccontare.
Ora sappiamo cosa si prova a guardarsi indietro e scoprire quanto calde fossero le lacrime, quanto sincere fossero le emozioni, quanto inconsueti i gesti.
Sappiamo che il sentiero da percorrere è lungo ma anche che il sentiero già percorso è ricco di meraviglia del compiuto. Ci guardiamo indietro e vediamo l’istinto della giovinezza, la spensieratezza degli anni immaturi, di responsabilità cercate. E sappiamo che nulla potrà essere più uguale a prima, nulla potrà essere paragonato a tali meraviglie.

Ma sappiamo anche che siamo fatti per essere stupiti.


Lettera ad un idealista

di Antonio Salerno

Avevi torto Donato nel parlare degli uomini con disperata rassegnazione. Se la loro natura è mutevole e vile il loro aspetto, la materia di cui sono fatti è ben più resistente e preziosa. È nella mano che li ha plasmati la colpa dei loro crimini, non in ciò per cui sono stati creati. Quella mano invisibile non può chiamarsi uomo o Dio e neppure destino. Il suo nome è duro; il suo un ventre mai pago di carne e di vita. In una parola: il potere. Come Seneca parlavi dell’arduo cammino dell’uomo morale, dello stoico rincorre le verità, della rupe sulla quale alcun dardo può raggiungere il saggio. Ma quanto cammino e quanta fatica c’è ancora dinanzi a noi? Coraggio dunque, le parole del filosofo ci aiuteranno: “e che? Si arriva in alto camminando in piano?”. Ma l’altezza di cui tu parli è quella delle nuvole, la dove solo il pensiero ti porta. Il premio è quella libertà che il popolo non conosce: un dono prezioso da consegnare a noi stessi e a coloro che verranno. Nel programma di Gelli vi era una visione del mondo nella quale bei concetti coprivano le impudicizie della falsa morale. Oggi quel teorema è divenuto sudicia realtà, nuda e cruda, che mostra fiera al mondo le proprie flaccide pudenda, i miasmi di una mediocrità al potere che schiaccia ogni forma di creatività con la miope, crudele, insulsa arroganza dell’uomo medio. Medio: per statura, per costumi, per pensiero, per capacità di provare piacere, per tutto insomma: “mezza tacca” del genere umano che tutto vuole…a metà. E gli basta! Si aggirano guardinghi come sorci, in quegli ambienti dove un bel calcio nel culo li ha fatti volare al di là di una scrivania. Fiutano l’aria a caccia di traditori, di delatori da segnalare a chi di dovere. Facce pallide; ghigni da attori di quart’ordine. Sguardi spenti di fronte agli ideali che si accendono in modo sinistro non appena vi è la possibilità di vibrare, nel buio, un fendente. A costante difesa dei propri inconfessabili segreti questi volti, questi animi impuri, queste ombre fatte di incarichi, uffici, timbri, carte intestate si fondono a creare l’immagine oscura del potere. P2isti a metà; professionisti a metà; uomini illustri a metà che si devono accontentare di girare da una fiera all’altra per ricevere il plauso e gli onori di una clack circense. Eppure sono contenti, forse a metà; potenti, rispetto a questi barbari, e sempre secondi a Roma; ambiziosi anche, e perché no. Non come te, portentoso nei tuoi ideali. Ma allora mio amico lontano cos’è che tanto ti turba? Forse il fatto che quando l’anima si alza in volo da lì scorge il pantano, la mefitica palude che circonda i palazzi, le isole con le capanne dei caporali? E vede anche il popolo, che avanza sulle gambe del suo operaio scarno, piegato, senza la propria dignità rubata e gettata via, sotto il peso di un’esistenza che da un momento all’atro può schiacciarlo col volto nel fango? Forse è qui che quell’aquila manda il suo grido di dolore, disperato appello agli dei che soccorrano finalmente quegli uomini e gli diano il coraggio. Ma non disperare, amico deluso. Ciò di cui il presente abbisogna è il lavoro quotidiano, un sacrificio costante per illuminare le coscienze, per rischiarare la storia con il faro della libertà conquistata, per creare un popolo libero dalle catene che lo costringono a girovagare con un piattino tra le mani ed un fardello sul collo. Tutto questo è vicino e arriverà da solo, in modo naturale, senza neanche la spinta della tua ideale purezza intellettuale: è la fame a spingere le braccia in avanti. Sarà il disgusto per la schiavitù, forse l’eco lontana di un mondo diverso in cui ognuno ha diritto a ciò che gli spetta. Ma già so ciò che in questo momento stai pensando: e se tutto ciò non si avverasse? Allora mio caro amico, se la libertà non troverà noi, saremo noi a cercare, come tu hai fatto tanto tempo fa, la libertà nei posti dov’essa cresce e germoglia e il popolo continuerà a masticare le foglie amare delle scelte sbagliate al suono metallico delle proprie catene.


Il sorriso della grande Anima

di Mario Golia

Ti basta alzare semplicemente lo sguardo, in un moto lento, distratto,assorto e provare magari a guardarlo fisso negli occhi; sì, quegli occhi, piccoli, a mandorla, orientali, che sembrano conservare in perpetuo una speciale verve di rassicurazione, seppur coperti da un paio di mastodontici occhiali scuri che si amalgamano perfettamente al suo viso arrotondato, limpido, sereno, marchiato solo da alcune sporadiche rughe, che, come righe su una pagina di giornale, sembrano raccontare davvero tanto: dalle sofferte angherie di un popolo martoriato e perseguitato al semplice racconto di una vita spesa a predicare la pace, la fratellanza, la serenità dell’animo. A vederlo camminare, nella sua rapida lentezza e nella sua ieratica semplicità, una sensazione strana ti pervade lungo il corpo e ti giunge al cuore sino a scombussolarti l’anima. Una sensazione unica,indescrivibile, che sembra quasi reciderti il fiato, in una strana e piacevole asfissia. Non importa a quale religione tu appartenga, se sei cattolico o induista, islamico o taoista, miscredente o qualunquista, ma quella sensazione di speciale astrattezza la vivi comunque perché è quasi un sentimento comune, universale, obbligato che ti è concesso provare solo quando incontri un uomo dalla grande anima; un sorriso raggiante e sincero si estende di continuo su quelle labbra minute, illuminando un pò tutto ciò che lo circonda. Sì, è bello il suo sorriso. Un sorriso spontaneo,immediato proprio come uno di quei sorrisi che Egli stesso ha dichiarato di aver incontrato e visto qui, in questa Terra, nella Basilicata.
Eppure, proprio per quello che rappresenta, ti aspetteresti di incontrare un uomo austero, ieratico, solenne, ligio al protocollo, proprio come un vero sovrano o un importante istituzione religiosa. Invece no, nel suo essere sembra ancora albergare, nonostante tutto, quella dolce ed emblematica “infantilità” che lo porta a scherzare, a far sorridere, proprio come quando a Scanzano, “evadendo un po’ il protocollo”, negli intermezzi del suo discorso, abbandona le istituzioni per chinarsi a tendere le sue esili mani alla gente che lo acclama sotto il palco o ad autografare libri e gagliardetti. Oppure il suo sarcasmo è nascosto lì, in quell’umile e simpatico gesto compiuto a Sant’Arcangelo, quando, all’improvviso, durante il saluto del sindaco Esposito, si alza dal seggio per invitare il primo cittadino santarcangiolese a spostarsi un po’ all’ombra, considerato il sole cocente che picchiava diritto in testa all’oratore. Si, Sua Santità il Dalai Lama è anche e soprattutto questo: un uomo semplice, mite, cortese talora ironico. Se solo non indossasse la sua tunica monacale o non avesse quei piccoli occhietti a mandorla ti sembrerebbe di incontrare proprio un Lucano, magari uno di quelli descritti da Carlo Levi nel suo “Cristo si è fermato ad Eboli”. Una comunanza di sorrisi semplici, dunque, che lo fa quasi sentire uno di noi, un uomo di Lucania, varcando un po’ i confini della Terra perché d’altronde il Tibet e la Basilicata non sono altro che parte di una stessa sfera, frammenti di terra sottoposti allo stesso firmamento così come buddhisti e cattolici sono figli di uno stesso Dio, il Dio dell’amore, della giustizia, della fratellanza.


Complimenti Italia

di Antonio Salerno

Complimenti. Agli operai, alle donne, agli uomini, ai professionisti, dirigenti, imprenditori. A quella parte del nostro popolo che ha saputo attendere e senza sangue ne ghigliottine, senza ricorrere ad insulti e senza neanche alzare la voce, usando i soli strumenti che la democrazia gli concede ha saputo sbarazzarsi della zavorra della politica, almeno da un punto di vista simbolico. Le brutte facce continueranno a turbare i sogni dei bambini e delle famiglie ma il messaggio è chiaro: attenti a voi. Questo è il Popolo che attendevamo; questa l’immagine della nostra Nazione che ci inorgoglisce: non la faccia di Mario Monti ma il carattere di un intero Popolo consapevole della propria forza e che sa scegliere, che non si spaventa del futuro, che dimostra di accettare la sfida e di prendere il timone del Paese a dispetto di quei vecchi boiardi che lo hanno sempre considerato alla stregua di un gregge di pecore ma, attenzione! Ciò che è successo a Brindisi ancora non stato chiarito. Dato che siamo pur sempre una rubrica culturale citiamo un capolavoro del cinema, “il padrino II”. Ricordate l’attentato in casa di Michael Corleone? Al Pacino dice ( più o meno): “ se io non mi sbaglio quelli che hanno sparato sono già morti, uccisi da chi ha organizzato il tutto dall’interno”. Questa volta vogliamo veramente sbagliarci, ci dobbiamo sbagliare se dobbiamo continuare ad avere fiducia nello Stato, ma non dovrà essere come Piazza Fontana, come per la Banca Dell’Agricoltura, come per Ustica, come per l’Italicus. Questa volta, se i nostri soldi, spesi per la sicurezza, vengono spesi in modo poco poco accettabile i colpevoli devono saltare fuori e anche subito. Niente scuse, niente attenuanti: se coloro che hanno messo la bomba non saltano fuori, vivi e in grado di parlare vuol dire che qualcosa non va. Ci sono persino le foto adesso. Non è più tollerabile che da più di mezzo secolo persone innocenti vengano massacrate in attentati e stragi perle quali non si trovano mai colpevole e mandanti quindi, se coloro che vengono pagati per scoprire non scoprono vuol dire che sono interessati a coprire o peggio. Ma non dobbiamo neanche pensare ad ipotesi tanto terribili quanto improbabili e riteniamo nostro dovere, in questo momento di dolore e di cordoglio a causa delle prove a cui l’uomo e la natura hanno voluto sottoporci, sperare nel carattere e nell’orgoglio che il nostro Popolo ha saputo dimostrare per far si che ciò che è successo trovi giustizia e soprattutto non abbia mai a ripetersi.


Ricordo di Piermario Morosini

di Ilenia Villani Barbato

Ci penso già da un po’… quando arrivano notizie come questa non si può non soffermarsi e rifletterci su. Mille e più pensieri affollano la mente e infinite domande si affacciano timide all’orizzonte, fra quei pensieri pavidi, sospesi fra la legittima curiosità di conoscere i motivi e la paura di non farcela a comprendere razionalmente quello che di razionale in certe situazioni evidentemente la nostra mente si rifiuta di cogliere. Già perché vedere in tv la scena di un ragazzo giovane accasciarsi su di un campo di calcio, mentre disputa una partita… una semplice partita, non è facilmente accettabile. Lui poi, Piermario Morosini, era un ragazzo educato, discreto, silenzioso, umile e non ultimo sorridente, nonostante la vita gli avesse già inflitto il peso di certi drammi, che ti obbligano a guardare in faccia quel che ognuno di noi spera sempre di vedere il più tardi possibile nella propria personale esistenza. Molti ultimamente hanno parlato di questo caso così eclatante e triste, in cui emergono oltre alle evidenti doti calcistiche di Piermario, centrocampista del Livorno, il temperamento e il coraggio che distingueva un ragazzo così giovane, ma già pieno di responsabilità. Ho così dato una sbirciatina alla sua vita, non capendo molto di calcio, ho letto di lui su vari articoli e in ognuno di essi veniva fuori la figura di un giovane di talento, con ottime potenzialità, capace di sfruttarle al meglio sul campo di gioco, ma soprattutto un giovane uomo di carattere. Uno di quelli cresciuti in fretta Piermario, costretto a rimboccarsi le maniche e a ricacciare le lacrime per permettersi di andare avanti, ma senza l’ombra di acredine verso la vita e le terribili circostanze che lo avevano messo di spalle al muro, impedendogli di trascorrere con leggiadria e spensieratezza uno dei periodi di vita più belli che ogni ragazzo della sua età dovrebbe vivere sempre. Piermario è andato avanti, voleva coronare quel sogno, saltando ostacoli altissimi per poter far felici quei genitori che lo guardavano da lontano… troppo lontano, ma vicino al cuore. Ed è andato avanti senza un lamento, senza mai cercare la compassione di nessuno, accettando sfide e affermazioni, con coraggio e dignità, ma soprattutto senza la presunzione che accomuna molti giovani atleti, i quali a differenza di questo piccolo grande uomo, percorrono strade ben più lineari, sgombre da ostacoli e nonostante questo assumono atteggiamenti arroganti, tipici di coloro ai quali tutto deve essere concesso, come risultante di qualche improvviso colpo di fortuna assestato al momento giusto e che li ha fatti notare ai più. Ragazzi che se, in seguito a qualche soddisfazione, incontrano lievi difficoltà, smettono di considerare il cammino che hanno intrapreso come una possibilità, si abbattono e cercano strade alternative per raggiungere un

successo immediato, dimenticandosi che la pazienza, il sacrificio e la forza d’animo fortificano e rendono veri campioni nella vita tanto quanto nello sport e nelle passioni che ognuno sceglie di seguire. Aveva soltanto 19 anni Piermario, quando con il contegno di un adulto, nell’intervista rilasciata a seguito del suo passaggio dalla primavera dell’Atalanta all’Udinese, questo ragazzo a dispetto di quello che lo aspettava dietro l’angolo, sottolineava l’importanza di impegnarsi seriamente e con costanza per vedere realizzati i propri sogni, affermando: «All’Udinese vado senza presunzione, non posso pretendere di giocare, ma so che il tempo è dalla mia parte e che dando il massimo mi potrò togliere delle belle soddisfazioni».

Il tempo non è stato suo alleato, ma la soddisfazione di essere considerato un giocatore di talento l’ha raggiunta e portata via con se.

Mi piace concludere queste mie riflessioni con un frammento della poesia “L’Aquilone” di Pascoli, perché Piermario Morosini, proprio come il fanciullo del quale si racconta in questi versi, soddisfatto, ha chiuso quegli occhi così giovani, rincorrendo i suoi sogni.

Oh! te felice che chiudesti gli occhi persuaso, stringendoti sul cuore il più caro dei tuoi cari balocchi!

Oh! dolcemente, so ben io, si muore la sua stringendo fanciullezza al petto, come i candidi suoi pètali un fiore

ancora in boccia! O morto giovinetto, anch'io presto verrò sotto le zolle là dove dormi placido e soletto...

Meglio venirci ansante, roseo, molle di sudor, come dopo una gioconda corsa di gara per salire un colle!

Meglio venirci con la testa bionda, che poi che fredda giacque sul guanciale, ti pettinò co' bei capelli a onda

tua madre... adagio, per non farti male.




da terza categoria lucana


Il cuore di un allenatore e quei palloni calciati sul campo della vita

di Antonio Finamore

Sedere in panca è un privilegio. Ci arrivi in due modi: o ti aggrappi all'ingranaggio del calcio per rimanerci dentro a fine carriera; oppure ritagli del tempo da dedicare alla tua passione. Qualunque sia il tuo percorso predicherai, urlerai, gioirai o maledirai il calcio ogni volta che governerai la tua squadra, in settimana o in gara; e con lei governerai, le emozioni, le sofferenze, i successi ed i sogni dei ragazzi. Sarà così che quei sogni lentamente ti entreranno dentro diventando un pò anche i tuoi.
E’ vero, sedere in panca ha un sapore indescrivibile, puoi capirlo solo respirando il profumo dell'erba calpestata dalla tua squadra mentre ti monta l'adrenalina in corpo nella partita.
E con i giovani è una emozione ancora più intensa: arricchisce il tuo vissuto di un entusiasmo mai scontato, puro, totale. Ed è per questo che quando accade quello che è accaduto a Piermario Morosini, ti senti improvvisamente umiliato, tradito e inaridito. Ti senti inadeguato. Ecco perchè certe cose non devono accadere. Mai.


I sommersi e i salvati

di Mariapaola Vergallito

La disperazione che diventa suicidio. Quanti casi di cronaca ci sono, ormai, raccontati più o meno in modo distratto? I coniugi che non sanno come sopravvivere e, dopo vani appelli pubblici, decidono di togliersi la vita; l’uomo che stermina la sua famiglia e poi si toglie la vita perché non ha di che campare; imprenditori sommersi dai debiti e dalla disperazione; giovani padri di famiglia che perdono il lavoro. E chissà quanti altri che non fanno rumore perché, fortunatamente, non hanno il coraggio di compiere il gesto estremo. Ma che, allo stesso modo, sono figli dimenticati della società dei sommersi.
E poi c’è l’illegalità. Una nuova, terribile forma di previdenza sociale. Già, perché l’illegalità funziona come dovrebbe funzionare lo Stato. E spesso ha cura di non far mancare nulla ai propri adepti.
Come a Ciro. Giovane, forse. Lo immagino, non avendogli mai chiesto quanti anni avesse. Dimesso, certo. Trascurato. Con una famiglia a carico, una moglie e dei figli.
Non so dove Ciro sia adesso. Non so se sia in libertà e non so se sia ancora vivo.
Ma racconterò brevemente questo secco e reale aneddoto di strada, come se si trattasse del presente.
Ciro di mestiere fa lo spacciatore.
Vive a Napoli, nel cuore del centro storico, ad un passo da piazzetta San Domenico.
Fa capo ad uno dei boss dei quartieri; a Napoli ce ne sono tanti e ognuno controlla il suo territorio, dove per “controllo” si intende soprattutto assicurarsi che quelli degli altri quartieri non commettano atti illeciti in grado di attirare i carabinieri. Perché, nel periodo a cui la storia si riferisce, a Napoli grossi scippi non se ne vedono. I boss hanno capito che quella è zona di studenti universitari. E gli studenti portano soldi. E consumano.
Ciro spaccia, soprattutto hashish e marijuana, ma non è impossibile che gli capiti da smerciare anche qualcosa di più pesante. L’incolumità degli affari è protetta da codici e comportamenti. Se –“piove!”- allora vuol dire che ci sono le forze dell’ordine o che stanno arrivando.
Ciro, come molti altri suoi colleghi, è stato arrestato diverse volte.
“Ma chi te lo fa fare?” gli chiediamo, un giorno. “Davvero lo fai solo per i soldi? E’ una vita di merda”.
“Lavoro non ce n’è ed io ho famiglia” è la sua risposta.
“Ma scusa- rispondiamo- devi restare per forza a Napoli? Perché non vai da un’altra parte, a lavorare nei cantieri? Magari al nord, all’alta velocità”.
“Veramente??!” chiede, illuminato. “Ma…voi conoscete qualcuno?”
“Bè, no, ma sappiamo che lì il lavoro non manca. Stai tranquillo, fai un lavoro onesto e metti al sicuro la famiglia”.
“Ah, si…quasi quasi… Ma…quanto pagano?”
“Che dire…..1000, 1500 euro al mese….”
Ciro ride e scuote la testa. Questo stipendio non ce la fa proprio a competere con il suo.
“Io quelli li guadagno a settimana- dice- e, ovviamente è tutto in nero”.
“Vabbè, ma il rischio? La famiglia?”.
“Quando mi arrestano il gruppo pensa alla mia famiglia e ai miei figli”.
Delinquenza previdenziale. Tutto torna. Quello che lo Stato dovrebbe assicurare lo assicura la malavita. E i cittadini che le mani non se le vogliono sporcare nonostante crisi, debiti e fame, se va bene, restano chiusi nella loro disperazione. Oppure si gettano dal balcone di casa.
Ciro no.
O, almeno, non sappiamo se oggi sia in galera oppure al camposanto.


Il pastorello è tornato sulla sua stella

di di Mariapaola Vergallito

Non ha mostrato scortesia nemmeno nei confronti del nuovo anno. Lo ha accolto e poi si è congedato. O forse, come un Leonardo da Vinci a cavallo tra il Ventesimo e il Ventunesimo secolo, ha voluto fare del 2011 quello che amava fare delle sue opere e dei suoi progetti: portarli a termine, per poi ripartire. Marino di Teana ha portato a termine davvero tante cose nella sua vita. E, da buon amante e scopritore di questa stessa vita, ogni meta era una ripartenza. Questo suo eccezionale e lungimirante modo di vedere la vita lo ha accompagnato anche negli ultimi istanti. “Si deve continuare” ha detto al figlio Nicola, con la certezza che ciò che ha fatto continuerà a vivere grazie a chi ha sempre lavorato per far conoscere il suo nome e il suo lavoro. Un’equipe di critici, a cominciare dal suo biografo personale Giovanni Percoco. “C’è ancora tanto da fare- ripeteva a Percoco, che ad ogni viaggio alla volta della sua casa alle porte di Parigi, gli sottoponeva con la richiesta del confronto e di più dettagliate integrazioni, le numerose biografie sull’artista e sull’uomo “Marino”. Ma Francesco, anzi, “Francisc” come lo chiamava in dialetto, si può solo in parte descrivere attraverso le sue opere. Nelle sue sculture esplode il suo pensiero e la sua concezione dello Spazio; nella pittura l’essenzialità mista alla rudezza del tratto diventano messaggio universale; le sue poesie e la sua filosofia sono l’esperienza personale che diventa esempio; la sua concezione della città e dell’urbanistica mettono inequivocabilmente in luce la centralità che ha l’uomo nel suo pensiero.
Un pensiero fresco, freschissimo, di una limpidezza e di un’elasticità che nemmeno il tempo anagrafico è riuscito a scomporre.
Sulle montagne del suo paese, innevate o assolate, in compagnia del gregge che lui curava da infante pastore, si sottoponeva a quell’indescrivibile curiosità della vita che solo i futuri, grandi pensatori riescono ad avere. Guardava le stelle, il piccolo Francesco, mentre già imparava a conoscere la fatica del sacrificio; guardava quei punti luminosi e infiniti e ne restava affascinato. Voleva raggiungerli e ci è riuscito.
Emigrante per fame, di giorno lavorava come carpentiere e di sera seguiva i corsi, studiando di notte. Una delle sue opere più toccanti, che conserva nel suo atelier, è un piccolo disegno raffigurante un albero: all’interno della corteccia incavata di quell’albero lo studente Francesco conservava i suoi libri, perché altro “scrigno” non aveva. Li lasciava lì durante le sue ore da carpentiere e ritornava a riprenderli smanioso di imparare.
Il pastorello è diventato emigrante, poi carpentiere, poi artista riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo. E’ la sua “forza di volontà di bellezza per il sapere, per toccare quelle stelle che vedevo quando ero pastorello”.
Tutto il mondo è stato rappresentato nell’atelier di Marino. La storia, lo Spazio, aneddoti di vita personali riscoperti e raccontati con la lente di ingrandimento, l’attenzione per le grandi e per le piccole cose. No, la morte non esiste per chi ha dato tanto e il percorso di Marino non si lascerà scalfire dal tempo che, al contrario, gli regalerà forza e completezza.




Riportiamo uno stralcio di coversazione del 2005 tra Giovanni Percoco e Marino di Teana, in cui l’artista racconta il significato di un autoritratto dal titolo “Ecce Homo”, che ritrae lui da morto, poco prima della cremazione.
“Come mai hai pensato di farti l’autoritratto da morto?”
“Sì, ma quello è il mio autoritratto: Ecce homo, perché è l’uomo finito senza finire. L’uomo della sofferenza […] L’ho pensato perché volevo veder me stesso come potrei essere un istante prima che mi bruciano […] Volevo vedere me stesso come sono quando sono morto, magro come un cane, perché è stata molta la sofferenza che ho avuto e giusto per quello perché anche la mia sofferenza non è stata soltanto la sofferenza materiale, è stata morale, perché io ho la sensazione di tutto quello che ho fatto che Dio lo sa solamente se ho fatto la ricerca pura e bella, e poi nessuno, a parte di qualche persona rara, ho buttato tutto alla sabbia”.


“Diì vu vò renn!”

di MpVerg

Berlino, primi giorni di ottobre. Tra mezz’ora sarà mezzanotte e nella poco affollata stazione della metropolitana di Ostkreuz c’è chi torna a casa dopo una giornata di lavoro. I turisti, invece, stanno per uscire e ce ne sono due che cercano le monetine per comprare i biglietti e andare in centro. Un ragazzo tedesco, con l’I-Pod nelle orecchie, si avvicina e chiede qualcosa in tedesco. I turisti non comprendono subito. Poi parla inglese e chiede se a loro serva quel “qualcosa” che ha in mano. Lo porge. E’ un biglietto giornaliero, è valido fino a mezzanotte ma a lui non serve più, perché sta tornando a casa. I ragazzi lo accettano, lo ringraziano e lo osservano, increduli e felici, uscire dalla metro e allontanarsi, zaino in spalle, con il suo I-Pod nelle orecchie. Forse lo conservano ancora, quel biglietto, da qualche parte.

E’ una domenica mattina. Terranova di Pollino. Si parla di ambiente e piano del parco. Alla fine del convegno c’è un buffet. Ma il convegno ancora non è finito e bisogna tornare a casa. Prima di prendere l’auto e la strada verso il corso principale del paese, ci accorgiamo che la vista di tanto ben di Dio pronto sul tavolo del catering, si è trasformata in appetito vero. Dietro la chiesa del paese, in un vicoletto non lontano, c’è una panificio. E’ ancora aperto, nonostante l’orario e la giornata festiva. Entriamo, ma non c’è nessuno. E, per la verità, anche gli scaffali sono vuoti. Stiamo per uscire ma ci precede un ragazzo che ci chiama dall’interno ed esce per “servirci”. “Avevamo voglia di una di quelle buone focacce che, però, avrete finito a quest’ora”. “Aspettate”, dice. Si volta, va verso la cassa e prende una bustona bianca. “Eccole” e ci porge la busta. “Le avevo conservate pensando non venisse più nessuno, vista l’ora”. “Grazie- diciamo- quanto viene?”. “Niente -risponde- ve le regalo”. Ci stupiamo e insistiamo, ma il ragazzo insiste più di noi. “Le avevi conservate per te - proviamo a dire – non è giusto”. “Io le mangio sempre- risponde- le facciamo qui!”. Lo stupore aumenta quando ci rendiamo conto che la quantità era tale da far mangiare almeno 5 persone. La focaccia più buona del mondo.

Senise, venerdi mattina. Qualcuno non trova più il suo portafoglio. E’ un problema, visto che dentro, oltre ai documenti, c’erano anche i soldi, almeno 100 euro. E, di questi tempi..… Niente panico, sarà da qualche parte in casa, in borsa, è caduto a terra o per le scale. O, magari, in macchina, sotto i sedili. Niente. Il cervello cerca di scavare nei ricordi più recenti, in quello che si è fatto il giorno prima. Ma non c’è tempo. Qualcuno bussa alla porta. E scopre l’arcano, risolvendolo. La distrazione aveva fatto lasciare quel portafoglio sul bancone di un panificio (un altro!) in un ricordo che, forse, non avrebbe mai portato la mente in quel punto preciso. Ma, in quel punto, a guidare la mente è stata l’onestà.

Una donna, 88 anni, cammina sul ciglio di una Statale. C’è il sole e fa caldo, ma la donna porta con sé, oltre a borse e buste, anche un ombrello. Non si sa mai, la campagna è lontana e quando ritornerà in paese, di sera, potrebbe anche cambiare il tempo. Un’automobile si ferma e le chiede se vuole un passaggio. La donna accetta subito. In auto non è lontano, saranno due minuti di percorrenza. La donna si reca tutti i giorni in campagna, da sola, perché i suoi figli vivono fuori e suo marito non c’è più da oltre 40 anni. In campagna ha una bella casa, dice, ma non riesce a viverci, per questo torna in paese. “Fino a quando Dio mi darà la forza- spiega- e quando non me la darà più, spero mi chiami subito a Lui”. L’auto si ferma nella piazzola nei pressi della destinazione della donna. Lei scende dalla macchina e, prima di richiudere lo sportello dietro di sé, dice “Diì vu vò renn!”.



Chiaromonte, al memorial Viola il “miracolo” di Luigi e degli "Amici"

di Paolo Sinisgalli


E' quasi l'alba e già ti svegli. Poco importa l'essere andato a letto solo da qualche ora. Senti la necessità di poggiare i piedi nudi per terra. Sei alla ricerca del contato col pavimento che speri di trovare fresco nell'ennesima mattina di un caldissimo agosto. Il refrigerio c'è tutto perché d'altra parte ti trovi pur sempre a 800 mt sul livello del mare. Il sorso al caffè, anch'esso freddo, non riesce a quietare una sorta d'agitazione interiore. Ti accorgi di essere invaso da scariche adrenaliniche che non ti spieghi. La bici è lì, un piano più sotto. Sai che se vinci la pigrizia e riesci a portarla su, oltre la scala, il premio sono una decina di Km di buon mattino e la doccia al rientro. C'è da cercare una musica appropriata da inserire nel lettore Mp3 perché armonizzi muscoli e pedali. La Musica! "Volare", di Modugno, magari nella versione mixata con Mina, andrebbe benissimo. Potrebbe seguire la colonna sonora di Forrest Gump e quella de "La vita è bella". Perfetto! Il resto lo farà il vento del bosco sulla faccia. Ma i file della musica non li hai, inutile iniziare ricerche nell'archivio. La senti però. Ce l'hai tutta in testa. L'hai da poco ascoltata e in qualche modo ti è rimasta appiccicata addosso. Sul tavolo i fogli della scaletta della seconda edizione del "Memorial Luigi Viola" ti ricordano il luogo dell'ascolto. Ecco: il rettangolo verde, i palloni colorati. Atleti veri, calciatori improvvisati; provetti e futuri ballerini. L'emozione aumenta e provoca il cambio di musica. Le colonne sonore si contaminano con le sigle di trasmissioni sportive: "Novantesimo minuto","La domenica sportiva". Hai capito le cause della produzione dell'ormone. Non riesci a impedirla ma non è più tua intenzione liberartene. Al diavolo la bici: avanti altri ricordi e sensazioni. Tante ne ha prodotte la serata per Luigi, organizzata dagli "Amici di Luigi" per ricordare il compianto ex sindaco di Chiaromonte, divenuto poi consigliere provinciale. Amministratore in un territorio difficile di una regione complicata, la Basilicata, dove chiunque l'abbia conosciuto lo ricorda per le sue doti umane che lo rendevano ottimo uomo politico. Ogni intervento ha confermato tale tesi. La politica e i suoi rappresentanti intervenuti l'hanno confermata trattenendosi sino a tardi allo stadio "Nicola Puppo", non riuscendo ad andare via. Diversamente da quanto spesso avviene nelle manifestazioni alle quali prendono parte, quando dopo un pò si defilano. Ecco: quando i gesti confermano le parole! Chi è stato sugli spalti ha avuto modo di toccare con mano il "miracolo" di Luigi e degli Amici. Si sono visti volti che pur raccontando di lontananza da tribune e che difficilmente riusciresti a portarceli nemmeno a pagarli, si sono trovate a proprio agio e per di più pagando, attraverso l'offerta il cui ricavato è destinato in beneficenza. E' un miracolo oggi, vedere intere famiglie e diverse generazioni raccolte nello stesso luogo e per una stessa causa. Cittadini, Associazioni e Politica, uniti nel ricordo che si fa speranza. Anche l'ospite della serata, il giornalista della RAI Franco Lauro -conduttore delle trasmissioni sportive di cui le sigle musicali citate-, è subito entrato nell'atmosfera e in empatia con tutti. Senza riserve ha partecipato all'evento e contribuito alla sua riuscita. S'è n'è ripartito con l'ottimo ricordo di un pezzo di Basilicata e la promessa a se stesso di ritornarci per visitare anche altre aree. Ecco: la promozione territoriale e regionale che immaginava Luigi, passava anche da questi momenti di sport e aggregazione sociale. Missione compiuta dunque! Mancava solo Lui, forse. C'erano i suoi Amici e la sua gente. Tutti insieme, accomunati nel ricordo e impegnati nella costruzione del futuro. Gli ultimi ricordi di chi scrive, sono le voci sovrapposte degli Amici organizzatori i quali, stremati dalla gioia, tra un panino, un piatto di riso e, non casse di birra ma, bicchieri di birra distribuita in cassetta, già si proiettano verso la terza edizione. Sarebbe difficile individuare sull'erba del "N. Puppo" di Chiaromonte, tracce diverse da scarpe chiodate. Ci piace tuttavia immaginare che nel silenzio della notte e con la musica dell' “orchestra dei grilli”, mentre qualcuno sta nascendo alla vita, chi troppo presto ha dovuto lasciarla, vi sia sceso a camminarci. Magari a piedi nudi, per avvertirne il contatto. Anche questa, è la nostra speranza.


“L’Area Viola”

di Paolo Sinisgalli

Ci sono stato!
Presente, dopo non esserci fisicamente andato. E’ il potere del web. Nel caso, della Tv via web.
Partecipare a un evento dove non si è potuti essere presenti, avendo la possibilità di vedere i luoghi nei quali si è tenuto, i volti di chi vi ha preso parte e ascoltarne voci e silenzi.
Farlo qualche ora o giorno dopo, poco conta.
E’ stato così per me, per la seduta del consiglio Provinciale di Potenza tenutasi a Chiaromonte.
Motivo, ricordare quel consigliere che non c’è più. Ricordare soprattutto le doti umane di quell’uomo che tanto si è speso per il bene dei più.
Perché, verrebbe da chiedersi, calati come siamo a rincorrere il futuro, fermarsi? In un tempo in cui ci si guarda di striscio, sfiorando appena i pensieri degli altri, sempre troppo presi a rimuginare intorno ai propri. Ci si scopre a sorridere, ricordando come proprio il futuro sia tanto caro al presidente dell’Ente che ne ha fatto il filo conduttore di ogni iniziativa. E quel consigliere per cui la politica si ferma a rinvigorirne il ricordo, è approdato in consiglio, eletto nelle liste di “Provincia futuro”.
Capita, poi, che mentre ti fai delle domande entri piano nello schermo e capisci.
T’introducono in sala le parole dolci di un uomo verso un altro uomo, raccontate da chi non avrebbe mai voluto raccoglierle. Sì, perché rivolte verso chi non è più, provocano dolore fisico in quanti ne soffrono l’assenza. Chi non dovrebbe esserci più è Luigi Viola. Perdonerete il condizionale. Non è dettato dalla fuga dal dolore. E’ semplicemente il risultato dell’ascolto. Non trovi nessuno che ne parli come se non ci fosse. In ognuno è presente ed è quanto di più fedele le immagini possano suggerire. Vedi un figlio mentre sospira misurato, rompere con lo sguardo il soffitto. Quello di una moglie rimanere fermo. Fisso come gli stesse davanti e dunque senza bisogno di cercarlo altrove. Poi le voci. Quella di un Pastore che risponde come fosse raccolto in preghiera. Le domande sottovoce della cronista, quasi stesse rubando tempo a Dio. Un ambiente così lontano, dai rumorosi giorni nostri. E’ allora che avverti che mentre si cerca di esserci per Lui, è Lui che c’è per noi.
Ben vengano, dunque, queste dolorose fermate verso il futuro, se valgono al ritrovarsi degli uomini con i simili, riconoscendosi intorno ai valori che chi ci ha lasciato non ha portato via con sé e che grazie al ricordo si trasferiscono. Hanno bisogno, per trasmettersi in maniera autentica, di essere coltivati ogni giorno. Ecco! Potrebbe scaturirne una formula che aiutando l’emulazione auspicata, diventi “osmosi applicata”. Perché essa funzioni c’è solo bisogno di prepararsi bene ed essere d’animo ben disposto.
Il resto verrà da se. Se si sarà capaci, di tanto in tanto, di sostare nell’ “Area Viola”.
L’“Area Viola” è ogni posto nel quale in quest’ultimo anno ci si è fermati a ricordare Luigi per intitolargli luoghi o eventi. Aree dove le qualità unanimemente a lui riconosciute: altruismo, passione, disponibilità, sono diventati valori che valgono la pena imitare. Aree dove ci si è fermati volentieri e che il Territorio di Luigi continuerà a produrre.
E si vedranno "Persone che neanche lo conoscevano, commuoversi fino alle lacrime sentendo parlare di lui".


Caso Claps, il silenzio di Porta a porta

di don Marcello Cozzi- Libera Basilicata

Egregi Signori*,
nella cronaca degli ultimi anni nel nostro Paese sono state scritte non poche pagine di violenza e di omicidi che hanno sconvolto e lasciato il segno in gran parte dell’opinione pubblica. Storie spesso arrivate ad una soluzione, e quindi all’individuazione dei responsabili, e storie, invece, a volte ancora aperte, con tanti punti interrogativi a cui dare una risposta e su cui gli organi competenti stanno ancora lavorando.
Per ciascuna di queste dolorose vicende è stato indubbiamente prezioso e insostituibile il lavoro di approfondimento e di inchiesta degli organi di informazione, da quelli televisivi a quelli della carta stampata, che non solo hanno avuto il merito di far conoscere ad una vasta platea di cittadini ognuna di queste storie, ma talvolta hanno fatto da valido supporto alle stesse attività investigative.
Da questo punto di vista, dunque, come non riconoscere i meriti del lavoro svolto dal Dott. Bruno Vespa nella sua nota trasmissione di Rai 1 “Porta a porta”, grazie alla quale tantissima gente ha avuto la possibilità di approfondire terribili vicende come quella del piccolo Samuele Lorenzi ucciso a Cogne il 30 gennaio del 2002, della studentessa inglese Meredith Kercher uccisa a Perugia l'1 novembre 2007, o come gli omicidi di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana il 26 agosto 2010 e di Yara Gambirasio consumato a Brembate di Sopra il 26 novembre 2010; ma queste sono solo alcune delle tante pagine tristi che a Porta a porta in tanti anni sono state abilmente raccontate.
E' fuor di dubbio, però, che fra le pagine più dolorose della recente cronaca nera del nostro Paese c’è quella relativa all'omicidio di una ragazza appena sedicenne, Elisa Claps, avvenuto a Potenza il 12 settembre 1993 e il cui cadavere è stato ritrovato nel sottotetto della Chiesa della Trinità lo scorso 17 marzo 2010. Una storia sulla quale, per le sue numerose complicanze fatte di depistaggi, omissioni e coperture, in questi anni tanto è stato detto e scritto da numerosi organi di informazione nazionale e soprattutto a partire dal 17 marzo 2010: in Italia non c’è stato quotidiano nazionale o rete televisiva che non si sia soffermato almeno una volta nell’approfondimento di questa brutta pagina di violenza.
La stessa attenzione, lo stesso approfondimento, la stessa ridda di ipotesi, teorie, analisi, ci saremmo aspettati di vedere anche nel salotto televisivo del Dott. Vespa, dove ciascuna di quelle storie succitate hanno avuto invece tutto lo spazio che meritavano. Per Elisa Claps invece niente; solo qualche minuto qui e là (probabilmente per un inevitabile dovere di cronaca), un veloce passaggio di neanche cinque minuti nella puntata del 20 maggio 2010, dove tra l'altro l'esperto conduttore ne parla come di una “ragazza inglese”, e nient’altro: nessuno di quei plastici che hanno reso famoso il salotto di “Porta a Porta”, nessun psicologo ad analizzare la psiche del presunto assassino, nessun commentatore o esperto a ragionare sulle coperture, sui personaggi potenti che si presume possano essere coinvolti. Niente di niente. Un caso davvero “appetibile” per chi fa un lavoro di inchiesta e di informazione, ed invece a “Porta a porta” nulla; il silenzio assoluto. Perché?
Egregi signori, questa è una storia costellata da troppi misteri, molti dei quali (troppi) ancora insoluti; troppe domande alle quali ancora nessuno ha dato una risposta, e se pure grazie al lavoro degli investigatori si è finalmente giunti ad individuare l'assassino di quella povera ragazza, ancora permane il buio assoluto sulle coperture e sui depistaggi di tutti questi anni.
Aiutateci voi a capire che il silenzio di Porta a porta sia invece dovuto a banali ma spiegabili motivi e non è invece l'ennesima pagina inspiegabile di una storia che francamente ne ha avute troppe.
Con stima e fiducia restiamo in attesa di una risposta.




*Al Presidente RAI,
Dott. Paolo Garimberti

al Direttore Generale RAI,
Dott.ssa Lorenza Lei

al Direttore di Rai 1, Dott. Mauro Mazza

al Presidente Commissione di vigilanza RAI,
Dott. Sergio Zavoli


Tra interrogativi e ricordi in terra di luce. E spieghiamo a Vespa chi è Elisa Claps

di Paolo Sinisgalli

Sono trascorsi alcuni giorni dal 19 marzo, quando a Potenza si è tenuta la XVI “Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti di tutte le mafie”. E’ il giorno in cui sotto il nome di Libera, l’Associazione di Don Ciotti, i familiari degli ammazzati dai carnefici della legalità, hanno l’occasione d’incontrarsi in un unico posto, condividere lo stesso dolore e chiedere allo Stato: Verità e Giustizia. Quest’anno, luogo del ritrovo è stato la Lucania. Prendendo spunto dal nome della regione si è coniato lo slogan: “Insieme Verità e giustizia in terra di Luce”. Una terra, la Lucania, dove a dispetto del nome, però, tante sono le ombre su fatti criminosi verificatisi. Uno su tutti il caso Elisa Claps. La ragazza scomparsa a Potenza, il 12 settembre ’93. Così si è sempre detto. Ora, forse, si dovrà dire: la ragazza ritrovata a Potenza il 17 marzo 2010. Almeno per ora. Poco importa come riferirsi al caso. Tanto, invece, venirne a capo. Anche per questo la giornata di Libera si è tenuta a Potenza. Per svegliare le coscienze. Far si che chi sa parli. Permettendo alla giustizia di fare il suo corso e alla famiglia, di esercitare il sacrosanto diritto di deporre un fiore su una tomba. E’ stata la forza di un “moscerino” a portare in Basilicata le carovane di Libera. «Mi sento un moscerino in mezzo a voi» ha detto dal palco Filomena Iemma, la mamma di Elisa. Poco prima ai microfoni de La Siritide aveva detto di essere al corteo «Sì per Elisa ma, anche per tutti gli altri. Non dimenticare nessuno. Esserci per tutti, per chi soffre e chiede Giustizia e Verità».
Le stava accanto nel dolore e ricerca della verità, un'altra mamma lucana. La “mamma coraggio di Policoro”, così la conosciamo ormai la signora Olimpia Fuina, madre di Luca Orioli. Le sue parole ti accendono. «Non bisogna mai scoraggiarsi. Neanche quando ci si sente soli e si crede che il mondo sia finito dentro e intorno a te. Se il mondo dentro di te continua a vivere, si sveglia anche intorno. Lotteremo ancora per la verità. Oggi vediamo come non siamo soli, il mondo è con noi».

Ho da sempre in mente una domanda e ancora ce l’ho. Ho sempre rinviato il momento per provare a chiedere, pensando che non fosse proprio la più importante tra le innumerevoli che meritano risposte.
Ecco! Perché una trasmissione RAI come “Porta a Porta”, non si occupa quasi mai, se non di striscio, dei casi Lucani? Magari solo di quelli più clamorosi. Che so per esempio quelli di Elisa Claps o dei fidanzatini di Policoro, Luca e Marirosa. Anche solo da un punto di vista economico e di risposta in termini di ascolti, non sarebbe di certo un fallimento, visto i dati della cosiddetta Tv del dolore. Ecco perché, non riesco a capacitarmi. Ho provato imbarazzo, pensando che potesse essere solo la necessità di un provinciale. Vedere accendersi i riflettori sulla città capoluogo, proiettata nel salotto televisivo della rete ammiraglia della Tv nazionale. Nientemeno nel salotto di Bruno Vespa. La terza Camera Italiana. Proprio questa definizione la dice lunga sul fatto che dovrebbe occuparsene. Perché specie la fine di Elisa, se confermate le responsabilità di Danilo Restivo, ne fa un caso che varca i confini di provincia e nazionali, interessando quelli internazionali.
Di contorno alla domanda principe ce ne sono altre. Qualcun altro si è posto questa domanda? Sarà che Vespa non se ne occupa perché c’è di mezzo la Chiesa e sarebbe complicato ottenere il plastico della Santissima Trinità? Chiedere sì, ma a chi?
Intanto mi piace segnalare una puntata della trasmissione in questione (25/5/2010) dove, il Bruno nazionale parla di Elisa come «La ragazza inglese scomparsa nel ’93, i cui resti sono stati incredibilmente trovati a Potenza nella chiesa della Trinità». Incredibile!

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Con l’aiuto prezioso della rete, qualche risposta è arrivata. Rispetto alla prima, sono diversi quelli che si pongono la mia stessa domanda. Non ultimo proprio il referente di Libera in Basilicata, don Marcello Cozzi. Se lo è chiesto alla vigilia del corteo, il 18 marzo. Circa la seconda, tanti sono quelli che pensano che il conduttore di Porta a Porta non se ne occuperà, proprio perché c’è di mezzo il clero. «Considerati porpora e incenso Bruno Vespa non allestirà mai il plastico della Santissima Trinità». Scrive il direttore de “Il Quotidiano della Basilicata”, Paride Leporace, nel suo editoriale del 18/12/2010, “I segreti di Potenza e Salerno”.
Per l’ultima, la risposta arriva direttamente dalla mia voce interna: Chiedilo a lui! A Vespa! A Bruno Vespa? Sì, a chi se no!
Ok! Proviamoci! Lo facciamo attraverso la rete, magari creando un gruppo su facebook? La cosa migliore sarebbe andare a cercarlo. Che ci vuole. Qualche ora di viaggio, registratore, taccuino, telecamera e microfono. D’altra parte, quel che in tanti chiedevano l’altro giorno, oltre a verità e giustizia, è l’impegno di ognuno, ogni giorno, secondo le proprie possibilità. Noi facciamo informazione! Non sarà facile incontrarlo per l’intervista? Immagino di si! Gli faremo sapere che se non ci dà una risposta, lo diciamo al "moscerino". Il rischio è un’invasione pacifica della Porta. Lo dobbiamo fare. Per tutte quelle facce viste a Potenza. Sarà il nostro modo di esserci. Di chi fermamente crede che «Libertà è Partecipazione».
Dimentico per un attimo il mio interrogativo e sono proiettato nel percorso del recente sabato potentino.
Ascolto i suoni e rivedo le immagini di quel giorno a Potenza.
I colori a intermittenza degli ombrelli aperti e richiusi mi ricordano che a tratti è piovuto. Le bandiere di Libera e della pace sventolate dai ragazzi, si sono mischiate agli striscioni dei cortei con alla testa i parenti delle vittime.
Li vedi arrivare i familiari. Tutti in silenzio. Gli occhi cadono subito sui cartelli che portano al collo dove trovi i volti dei loro cari strappati alla vita. Lo sguardo, lento e timido, sale verso i loro occhi. Incontri sguardi fieri farsi largo dietro barbe e capelli volutamente incolti. Un tempo nere e corte, ora bianche e lunghe, di vent’anni e più, raccontano l’attesa di sorella verità. Sono facce tristi sino a quando l’incontro con gli altri li trasforma. Si finisce che dalla condivisione di quel loro mal comune si ritrovino proiettati alla speranza di un domani migliore per tutti. Mostrano il loro dolore perché nessuno lo debba mai più patire. E’ questa la catarsi che Libera riesce a realizzare, dando ai familiari la forza per sopravvivere al dolore.



La politica energetica e il cruciale ruolo della Basilicata

di da Adnkronos

La politica energetica italiana, combattuta sul dualismo tra il riavvio del nucleare e lo sviluppo delle fonti rinnovabili, non potrà fare a meno per lungo tempo delle fonti fossili. Tradotto in termini concreti, significa petrolio e gas della Basilicata. Con questa consapevolezza la Regione insiste con il governo per massimizzare i vantaggi delle attività estrattive che, pur snaturando la vocazione della Basilicata, non hanno portato benefici in termini di occupazione ma solo con l'afflusso di decine di milioni di euro di 'royalties' confluiti nelle casse delle amministrazioni locali.

Alla Basilicata non basta il bonus benzina che si prospetta di poche decine di euro pro capite e che adesso è messo in discussione anche dal ricorso della Regione Veneto che chiede di beneficiare dei fondi a disposizione. In questo scenario la Basilicata ha ottenuto un bel risultato con l'intesa Stato-Regione per la realizzazione di un piano di sviluppo legato all'estrazione del petrolio in cui il governo ha riconosciuto la Regione Basilicata come ''strategica'' per l'Italia in quanto maggiore fornitrice di greggio.
I due grandi giacimenti petroliferi della Basilicata, ubicati rispettivamente in Val d'Agri e nell'alta Valle del Sauro, rappresentano la massima parte delle estrazioni petrolifere nazionali, offrendo un importante contributo alla bilancia nazionale dei pagamenti per la 'bolletta energetica'.
Il petrolio avrà ancora vita lunga, affermano gli osservatori internazionali. In Basilicata si è fatto il punto di recente in una conferenza, ''Copam'', dedicata all'interazione tra la coltivazione di idrocarburi e l'ambiente. Per la politica energetica sono giorni 'caldi'. Sulle rinnovabili il governo è al lavoro per definire le nuove politiche di incentivazione. Nonostante la crescita e lo sviluppo di fotovoltaico ed eolico, il loro contributo alla bolletta energetica è ancora molto contenuto. Sul nucleare, invece, è arrivata la frenata dopo la crisi dell'atomo in Giappone per le note vicende dei reattori di Fukushima.
L'Italia è attualmente dipendente in massima parte dalle importazioni di energia elettrica della Francia (prodotta dalle centrali nucleari) e dall'approvvigionamento di gas e petrolio da Libia, Russia e Algeria. Di suo l'Italia ha soprattutto i giacimenti petroliferi della Basilicata. Nel corso del ''Copam'' si è osservato che nel mondo si dovrà ancora fare affidamento per molti anni sulle fonti fossili.
Anche perché alla maggiore produzione di rinnovabili da parte dei Paesi industrializzati corrisponde una crescita di fabbisogno energetico dei Paesi emergenti. Anche la Banca Europea degli investimenti si è detta interessata a collaborare con la Basilicata per sostenere finanziariamente lo sviluppo sostenibile ed un arricchimento di infrastrutture per il territorio.
Con queste credenziali, la piccola regione meridionale chiede a gran voce di potersi sedere al tavolo con il governo rivendicando un ruolo di polo di eccellenza dell'energia e uno reale sviluppo per le proprie aree interne per fare da contraltare alle spinte, sempre più pressanti, degli ambientalisti e dell'opinione pubblica che non vuole più trivelle. La ricchezza della Lucania risiede nelle aree interne.
In particolare il giacimento della Val d'Agri è il più grande dell'Europa continentale e garantisce all'Italia oltre l'80 per cento della produzione nazionale di greggio coprendo circa il 6 per cento del fabbisogno. L'entrata in esercizio di Tempa Rossa porterà un incremento del 40 per cento della produzione petrolifera nazionale con un'ulteriore riduzione della dipendenza dall'estero per l'approvvigionamento energetico. Su Tempa Rossa è stato aggiornato il cronoprogramma: entrerà in produzione nel 2015.
La Basilicata è in grado di arrivare fino al 10 per cento del fabbisogno energetico nazionale e di offrire a regime una produzione di più di 150mila barili al giorno. ''E' come se ogni due giorni attraccasse in Italia una petroliera carica'', è l'esempio fatto dal sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia. Che nel frattempo deve fronteggiare la richiesta della Regione Veneto di beneficiare del bonus benzina, attribuito in massima parte alla Basilicata ed anche alla Romagna per le estrazioni di petrolio. Il Veneto lo rivendica per la presenza del rigassificatore di Porto Viro che, peraltro, non genera royalties.
In Basilicata sono operativi 68 pozzi con le concessioni vigenti e 8 centri di raccolta e trattamento. Un numero destinato a crescere se andranno in porto le 18 istanze per permessi di ricerca in terraferma (non tutte perché di alcune di esse l'iter si è fermato). Ci sono inoltre due istanze per la concessione di stoccaggio in terraferma.
La più importante, che avanza verso il via libera, è della società russa Geogastock che vuole realizzare un mega-impianto a Ferrandina, nel Materano. L'altra faccia della medaglia, però, è appunto l'opposizione dei lucani e delle associazioni ambientaliste ad ulteriori insediamenti su un territorio che ha già messo a disposizione ampie fette di superfici 'sacrificandolo' all'interesse nazionale senza il corrispettivo atteso.
Delle 'royalties' (65 milioni di euro solo nel 2010) beneficia solo l'areale dell'estrazione petrolifera su cui è stato possibile realizzare interventi infrastrutturali come la rete del gas metano.


Le basi demoralizzanti di un giudizio affrettato

di Mariapaola Vergallito

Chiaromonte è ancora il Montegrano di Banfield e del familismo amorale? Sembra che in molti se lo chiedano. Negli anni il paese che domina la Valle del Sinni e del Serrapotamo è stato scrutato da occhi esperti di sociologi, antropologi e politologi provenienti da ogni parte del mondo e guidati dalla pregressa esperienza del loro collega, Eduard Banfield, che negli anni Cinquanta abitò per qualche tempo a Chiaromonte, paese che divenne poi “Montegrano” nel celebre volume dedicato proprio alla teoria del “Familismo Amorale”, e de “Le basi morali di una società arretrata”.
Ma a Chiaromonte, da allora, arrivano spesso anche molti giornalisti. Recentemente Romina Rosolia ha dedicato una pagina de “Il Manifesto” per raccontare ne “l’altra Italia” cosa è oggi il paese di Banfield. “Lungo le strade di Chiaromonte, in Basilicata- esordisce la giornalista- non si incontrano più i carrettini, né gli asini fotografati nel 1954 dal politologo americano Eduard Banfield, per descrivere quella che, nella sua immaginazione letteraria, chiamò Montegrano”. “Ma cosa rimane della Chiaromonte vista da Banfield? Poco o niente. All’epoca gli abitanti erano addirittura di più di quelli di oggi: 3.400 contro i 2.000 attuali, sessantaquattro anni dopo la permanenza in Basilicata del politologo americano rimane la casa che lo accolse ma poco, molto poco, delle teorizzazioni sull’arretratezza culturale e sociale dei chiaromontesi”.

Basta poco per accorgersi di quanto questo sia vero. Basta visitare anche distrattamente il paese, fermarsi a parlare con qualcuno che sicuramente ti offre un caffè; basta aspettare da chiunque la risposta a qualsiasi domanda gli venga posta. E, soprattutto, basta lasciare chiusa in valigia la presunzione di poter confermare o disfare in 24 o 48 ore quello che Banfield ha fatto in 9 mesi.
Nel 1955.
Il riferimento, adesso, è ad un articolo pubblicato su “Il Sole 24ore” a firma del giornalista Marco Ferrante. Per dovere di completezza e per favorire la comprensione delle riflessioni che seguiranno, riportiamo il testo integralmente.

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Ferrante arriva a Chiaromonte come molti suoi colleghi: incuriosito dagli studi di Banfield vuole capire se, dopo oltre 50 anni, Chiaromonte possa ancora essere considerato il simbolo di una qualche arretratezza che, magari, nella forma non è uguale a quella del dopoguerra, ma lo è nella sostanza. O forse no.
Ci si chiede: aveva ragione Banfield a condannare il Familismo Morale, l’incapacità di cooperare se non per vantaggio personale?
E, di colpo, nelle pagine de “Il Sole 24ore” il “caso-Chiaromonte” diventa la cartina di tornasole del Sud. Lo è nel titolo: “Lo sviluppo del Mezzogiorno, dal Gattopardo al Grande Fratello”.

In meno di 48 ore (l’albergatore dice che “ha pernottato solo una notte”), il giornalista arriva in un borgo lucano nel cuore del Pollino sulla scia di Banfield. Ma, a differenza dello studioso americano, osserva il piccolo borgo in poche ore, sufficienti per scrivere un pezzo da mezza pagina in cui, sempre a differenza dello studioso americano, cita nomi, cognomi e professioni di tutti i suoi interlocutori. E’ giusto, è la dimostrazione della veridicità delle fonti e dell’esistenza degli intervistati. Il problema nasce quando intorno a ciascuna figura viene ricamata un’immagine grottesca, stereotipata rispetto ad un romanzo che deve essere sempre lo stesso, con i suoi personaggi preconfezionati, con il dotto e l’imbecille, la santa e la puttana, il povero e il ricco, “con tutto il carico di letteratura”. Ma Chiaromonte non è una cosa semplice. Non lo è nessun paese del mondo, specie se 50 anni prima gli è stato cucito addosso un vestito che, con gli anni, è diventato vecchio e stretto.


-Come tutti l’articolo inizia con l’esposizione delle regole della teoria di Banfield, per passare poi ad analizzare il tessuto sociale dal punto di vista economico.
Ma c’è un punto preciso che, neanche a metà articolo, dice tutto di quello che seguirà: “In apparenza tutto è irriconoscibile rispetto ad allora”.
Ma, tranquilli, solo “in apparenza”.

-La giovanissima farmacista viene descritta come una Barbie, ma forse era il caso di chiedersi se magari fosse diventata farmacista frequentando una qualche Università, superando qualche esame e, magari, laureandosi con il massimo dei voti. L’essere esuberante, briosa, allegra e disponibile nei confronti della clientela, potrebbe essere dovuto ad affabilità, a disponibilità, a professionalità.

-Il dongiovanni Rosario: forse è esagerato. Non si può buttare nella cronaca, con tanto di nome e cognome, una persona che si conosce non poco ma pochissimo. E di farlo colorandone la descrizione.

-Il pater familias, il Sindaco. Viene rappresentato come una chioccia che tiene tutti sotto di sè, che protegge i suoi pulcini. Cosa non vera. E’ sicuramente una persona che ha carisma sulla parte di popolazione che lo acclama, che lo vota; ma allo stesso tempo, rimane il Sindaco di tutti, anche di chi non ha il suo stesso pensiero politico; è colui che si adopera perché la sua cittadina proceda, tra le tante problematiche che la crisi economica pone giorno per giorno. Il pater familias lo è senza altro, ma a casa sua. La nuova società non permette a nessuno di imporre i voleri, come poteva succedere nella società poco alfabetizzata del periodo di Banfield. Era vero, una volta, che le persone più riverite erano il Medico, il Prete e il Podestà (poi Sindaco). Quella società non esiste più.


-I giovani: nell’articolo si scrive: “Non c’è legame tra educazione televisiva e orientamenti politici. Ai ragazzi non piace Berlusconi ma molto il Grande Fratello”. Non riesco a comprendere il nesso. Esistono giovani che hanno una coscienza e una conoscenza politica, che si informano, che leggono i giornali e che, a volte, decidono anche di mettersi nelle liste comunali. Che poi la Basilicata sia da sempre di sinistra, abituata ad un certo modo di fare politica, è un’altra cosa. I giovani riescono ad usare il proprio cervello, poiché assorbono anche le idee, i modi di vivere della altre località che frequentano, per studio, per lavoro, per divertimento. Se non votano Berlusconi e poi guardano il Grande Fratello non vuol dire (perché questo traspare dall’articolo) che non sono capaci di scegliere con coerenza o che le scelte seguono le mode di un momento o, peggio ancora, sono figlie di un’inerzia senza direzione.
Anzi, dirò di più: è proprio sul capitolo dei giovani che la lente d’ingrandimento dovrebbe essere puntata se si vuole confermare o disfare la teoria di Banfield. La mancanza di cooperazione e di sinergia è proprio lì che viene smentita oggi.
I giovani di Chiaromonte si uniscono e formano associazioni che si occupano di musica, di danza, di teatro, di sport e di enogastronomia. E girano per il territorio non solo perché possono trovare maggiori stimoli per soddisfare la voglia di divertirsi il sabato sera al Cinema o in un pub: lo fanno perché hanno imparato che la parola cooperazione oggi più di ieri vale se si trova nella stessa frase della parola “territorio”.
I giovani usano quotidianamente Internet, e quindi anche i social network, ma anche i siti di informazione nel senso più vero della parola. Ma questo è ovvio. Le nuove tecnologie sono arrivate anche da noi. Il treno che si fermava ad Eboli ai tempi di Levi, adesso raggiunge anche altre località.
Il fatto che la criminalità organizzata non riesca a prendere piede in zona, non ti porta a pensare che forse la bontà delle basi familiari, sociali, possa portare, soprattutto i ragazzi, i giovani a dire di no alla malavita. Ed invece dire si alla socializzazione, al lavoro che stanca ma che a sera ti permette di guardare con soddisfazione alle ore che sono trascorse guadagnandoti la tua giornata. Che ti permette di guardare in faccia la tua famiglia e di dormire felice aspettando un’altra giornata di stancante, ma onesto lavoro. Magari l’onesto lavoro ti porta, mensilmente, uno stipendio piccolo, ma è altrettanto vero che il costo della vita da noi è limitato. Questo, in parte, viene scritto anche nell’articolo. Forse bastava dedicare un rigo al fatto che ci sono persone che si ingegnano per portare i loro prodotti in altre località, come fa la signora Annalisa, sarebbe stato più facile capire che non siamo statici, che non stiamo fermi ad aspettare solo che la politica ci assista.

-Nell’articolo c’è anche la signora con l’orecchino al naso. Ne esce come una ragazza derivata dalle cronache dei Vespri siciliani: le donne devono restare al chiuso per salvare il buon nome della famiglia; qualcuno l’ha portata per una volta fuori Chiaromonte, lei ha visto per la prima volta le luci della grande città, ma poi è ritornata alle sue quattro mura. Mi sembra il ragazzo de “Il treno del sole” di Renè Reggiani, che emigrante dalla Sicilia a Torino, quando vede per la prima volta un autobus così lo descrive: “C’era una carrozza senza cavalli, e davanti c’è un uomo con una ruota in mano”.

-Il professore intelligente Nicola Cicale, di colpo diventa il più ipocrita. Dalla posizione che gli viene dedicata sembra essere quello che ha dato tutte le dritte sul resto della popolazione, senza sapere che si è limitato a rispondere a delle semplici domande, che poi, forse, sono state interpretare in modo diverso. Lo dice una persona che ormai lo conosce bene e che non ha timore di sbagliare.

-E poi c’è Giovanni Percoco. Una persona che, quando mi è capitato di intervistare o di chiedergli innumerevoli volte consigli e informazioni, ho sempre vissuto nell’imbarazzo di dover specificare il suo ruolo, il suo mestiere. “Cosa scrivo nel sottopancia?-mi sono sempre chiesta- Tuttologo?”. E lui si è sempre bonariamente arrabbiato per questo. Percoco ha sempre ripetuto la stessa cosa a chiunque abbia parlato con lui di Banfield, che è stato anche suo vicino di casa durante la sua lunga permanenza a Chiaromonte.
“Amorale- dice Percoco- affibbiata a Chiaromonte da E. Banfield, accarezzata e condivisa da altri politologi o sociologi - molti dei quali hanno scritto su Chiaromonte senza mai avervi messo piede - ormai è anacronistica: oltre 50 anni fa Banfield aveva "studiato" con una discutibile indagine a campione circa 70 contadini in un paese che, rispetto ai convicini, era fortemente caratterizzato dal terziario, e si trattava di contadini non giovani. Quella di Banfield è una teoria e come tale non è un dogma. Ho invitato Marco Ferrante a leggere la pagina 11 dell'edizione originale di Banfield 'The Moral Bases of a Backward Society" a me regalata dall'autore il 24 gennaio 1966 in occasione di una cena a casa mia, e gli ho fatto osservare che quando Banfield scrive che lui non è competente per dire quanto Chiaromonte sia rappresentativo del Sud Italia sembra smarrirsi in un discorso gratuito. Infatti, pur non avendo visitato gli altri paesi convicini, nella stessa pagina afferma che Chiaromonte relativamente al suo studio è "tipico" per il Sud.
Non parliamo della "Trappola metodologica" creata da Banfield e individuata dal sociologo Alessio Colombis, nella quale le risposte ai test di Banfield obbligatoriamente dovevano dare la risposta prefabbricata. Allora il Familismo Amorale non è una caratteristica di Chiaromonte. Esso è attribuibile a tutti i paesi laddove l'interesse privato prevale su quello della società. E i politologi, i sociologi, gli antropologi viaggiano, fantasticano nella teoria del Familismo Amorale ad usum Delphini, perché il Familismo Amorale è come la Bibbia. Dice Théodore Monod: "Io penso sempre che la Bibbia è una somma di ricchezze, una biblioteca in se stessa, ma anche un libro terribile dove 'les intégristes et toutes les espèces d'illuminés' possono trovare un miele che essi trasformano in fiele”.
Tutto questo e molto altro ancora è Percoco, che parla sempre e solo dopo aver studiato, dopo aver letto e dopo aver avuto al fortuna (e, evidentemente, non solo quella) di conoscere direttamente la materia della sua disquisizione. Altro che “Don Cono Canalà”.


“Le partite non si vedono più al bar perché tutti hanno Sky”. Volevo precisare che i chiaromontesi non guardano neanche più “Lascia o raddoppia” al bar, perché “Lascia o raddoppia” non va più in onda da 40 anni. Ma, a proposito di calcio, forse sarà sfuggito che la squadra locale di Prima Categoria da due anni cura una sede sociale dove i giovani si riuniscono e dove tutte le partite casalinghe diventano una festa con gli avversari invitati per i terzi tempi. Questo sempre a proposito di socializzazione e cooperazione.
“Gli avventori dell’albergo mangiano con la tv accesa mattina e sera”. Ma il titolare dell’albergo la tv l’accende per cortesia, curando tutti i particolari della perfetta accoglienza e ospitalità e, a volte, capita anche che chi è stato ospite a Chiaromonte richiami per sapere la ricetta di quel piatto tipico che è piaciuto tanto. E mi raccomando: non si confonda l’ospitalità con la morbosità dell’essere scrutati.


Piccole minacce crescono, silenzi e impegni per i giornalisti ‘invisibili’

di Alberto Spampinato

Tranne rare e lodevoli eccezioni, è ostinato il silenzio dei giornali e dei notiziari televisivi italiani sulle questioni sociali più drammatiche. Disoccupazione. Chiusura di fabbriche. Riduzione dei bilanci familiari. Ridimensionamento di storici diritti, come quello allo studio e allo sciopero. Gravi inefficienze dei pubblici servizi… Chi è colpito da questi drammi e vuole far risuonare la sua voce nei media deve salire sulle gru o sui tetti, deve mettere in precario equilibrio la propria vita, se vuole riuscire ad attirare un po’ di attenzione, conquistare qualche centimetro quadrato di carta stampata o qualche minuto secondo di cronaca tv sottraendola all’aggiornamento permanente, angoscioso quanto inutile e ossessivo, che giunge da Avetrana o da Brembate di Sopra anche quando non c’è nessuna novità, nessun barlume di notizia da comunicare. Così vanno le cose, ed è triste. Accade, anche per le vicende dei giornalisti italiani che continuino a essere aggrediti, intimiditi, censurati. Sono ormai centinaia, ma nessuno (o quasi) ne parla. E ci sarebbe che dire.

Prendete, ad esempio, il caso del giornalista di Televideo Nello Rega, di cui ci siamo già occupati. Dopo che gli hanno sparato, gli hanno dato finalmente una scorta, sia pure di quarto livello, e ce ne siamo compiaciuti. Ma poi è stato nuovamente minacciato di morte. Pochi ne hanno parlato. Pochi l’hanno saputo. Pochi hanno preso a cuore la vicenda. Fra le eccezioni, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha ricevuto Nello Rega al Quirinale, gli ha espresso solidarietà e si è informato personalmente della sua situazione. Grazie, presidente.

Prendete l’attore e consigliere regionale lombardo Giulio Cavalli, autore di rappresentazioni teatrali che hanno messo alla berlina i mafiosi e che da due anni vive 24 ore su 24 sotto protezione. Pochi sanno che l’Ufficio Centrale Scorte della Criminalpol ha deciso di togliergli la scorta. Giulio che, quasi si vergogna di procurare tanto disturbo alla pubblica sicurezza, vuole che la questione sia decisa in sede tecnica. Lo ha chiesto per evitare polemiche e strumentalizzazioni politiche.

Vi pare giusto, che non si parli di queste cose sui giornali, nel dibattito pubblico, mentre si moltiplicano minacce, intimidazioni, imbavagliamenti dell’informazione critica, del giornalismo investigativo (o, come si diceva una volta, di inchiesta) attraverso la violenza, l’abuso di strumenti di indagine, o altre forzature legali come le querele facili e le richieste di risarcimento in denaro?

Prendete il caso del giornalista lucano Fabio Amendolara. Ne avete mai sentito parlare? Il 12 gennaio è stato rinviato a giudizio per diffamazione, insieme al direttore del Quotidiano della Basilicata, Paride Leporace, per un pepato commento di due anni fa alla relazione del procuratore generale di Potenza, Vincenzo Tufano, all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2008. Fabio ha criticato il taglio della relazione, ed anche l’autore. Sostiene che il magistrato ha taciuto alcune doverose considerazioni, e in passato ha osteggiato alcuni magistrati perbene del suo distretto, lasciando lavorare in pace, viceversa, altri che si sarebbero distinti come insabbiatori.

Non sappiamo quanto siano fondate queste accuse, ma ci sembra legittimo e doveroso che un giornalista non si limo. iti a riportare qualche frase fra virgolette. Qui si tratta di stabilire se il giornalista ha offeso la reputazione del Procuratore Generale. Sarà un altro giudice a stabilirlo. E’ legittimo difendersi, ma non bisogna mai abusare del diritto di difendersi. In particolare, pubblici funzionari, amministratori e rappresentati pubblici, dovrebbero ricorrere alla querela solo in casi estremi. Non dovrebbero essere permalosi. Dovrebbero mettere nel conto che la loro qualità pubblica li espone alle critiche dei cittadini e, ancor più, di chi per lavoro deve informare l’opinione pubblica. Di fronte alle critiche, si dovrebbero dare risposte nel merito, chiedere precisazioni,rettifiche, smentite. Insomma, chiarire e solo in casi estremi ricorrere al lodo del giudice. Invece , nel nostro Paese molti personaggi pubblici hanno la querela facile, considerano le critiche alla stregua di attacchi inammissibili, di offese che si devono lavare con punizioni esemplari e dolorose, per togliere il vizio al diretto antagonista e intimidire altri giornalisti.

Fabio Amendolara evidentemente merita una lezione esemplare. Perché non si limita a riferire le “veline”, a riprodurre il contenuto dei comunicati stampa. Perché si ostina ad avere delle opinioni, a guardarsi intorno, e a giudicare i fatti con la sua testa. Un modo di fare che, nel nostro conformista paese, provoca dei guai. Tant’è vero che quattro giorni prima del rinvio a giudizio per diffamazione, la scrivania di Fabio Amendolara, alla Gazzetta del Mezzogiorno (nel frattempo ha cambiato giornale), la sua automobile e la sua abitazione di Potenza sono stati perquisiti con estremo scrupolo e lui è stato prelevato ed interrogato in Questura per cinque ore. Un trattamento che i suoi colleghi giornalisti definiscono degno di un grande criminale. Cos’altro aveva combinato? In alcuni articoli aveva rivelato alcune circostanze segrete, evidentemente ignote anche agli inquirenti, su Danilo Restivo, l’unico indagato per l’omicidio di Elisa Claps, la studentessa potentina misteriosamente sparita nel 1993 e ritrovata cadavere, il 17 marzo 2010, nella chiesa della Santissima Trinitá di Potenza. A casa di Fabio, la Procura di Salerno cercava le prove di quelle rivelazioni e voleva che il cronista rivelasse la fonte delle sue informazioni. Insomma, come nel caso di Paolo Cucchiarelli e del suo intrigante “Il segreto di Piazza Fontana”, di cui abbiamo già parlato in questa rubrica.

Accadono queste e altre cose, nel nostro paese. E non c’è mai verso di parlarne, presi come siamo da ciò che accade a Cogne, ad Erba, ora ad Avetrana o a Brembate. Si spreca spazio e tempo per cronache vuote su queste vicende, e non si parla dei guai del vero giornalismo di cronaca, non si parla di questi casi, di Rega, di Amendolara, o dell’altro caso, ancor più paradossale, del giornalista Renzo Magosso, condannato fino in Cassazione per una vicenda simile.

Non si parla di queste cose, in tv e sui giornali, ma cresce la consapevolezza che esistono molti bavagli. Tant’è vero che se n’è parlato anche al Quirinale, dove il presidente Napolitano venerdì 21 gennaio ha riunito il mondo del giornalismo per l’annuale “Giornata dell’Informazione. “Il numero dei giornalisti italiani minacciati è incredibilmente aumentato negli ultimi anni”, ha detto il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino, citando i dati dell’osservatorio Ossigeno per l’Informazione. Se n’è parlato anche a Bergamo, al congresso della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, il sindacato dei giornalisti. II segretario della FNSI, Franco Siddi , rieletto dal congresso, ha citato i dati di Ossigeno e ha detto che bisogna difendere di più e meglio i giornalisti minacciata dalla mafia e da chiunque altro. “Quando un giornalista è in pericolo – ha affermato – ce ne deve essere immediatamente un altro che si mette al suo fianco per proteggerlo e non farlo sentire solo. A fianco di ogni minacciato ci deve essere tutto il sindacato dei giornalisti. Il sindacato esiste proprio per non far sentire solo nessuno”. Anch’io ho parlato al congresso. Quando ho ricordato i nomi dei giornalisti italiani uccisi e le centinaia di giornalisti minacciati e resi invisibili, tutto il congresso si è commosso, si è alzato in piedi e ha tributato un grande applauso. Nessuna cronaca lo ha riferito, ma è stato un buon segno.

www.narcomafie.it


Sogno di una giornata di fine anno

di La Siritide

L’attesa di un nuovo anno e, in questo caso, di un nuovo decennio, si porta dietro la scia di un’analisi di buoni propositi mancati o di soddisfazioni inaspettate che, però, sono arrivate nonostante tutto. Ed è giusto, che, come organo di informazione locale, diventato negli anni un punto di riferimento, una finestra aperta sul territorio o anche soltanto un diversivo telematico, La Siritide trasmetta attraverso le sue pagine i migliori auguri a tutti Voi, che, virtualmente o anche realmente, ci avete regalato sorrisi e critiche, preziosi consigli e umani giudizi.
Siamo convinti che la strada (speriamo lunga) che da qui in poi abbiamo da percorrere possa essere prima di tutto partecipata. Sogniamo un territorio interessato a ciò che accade al suo interno; un territorio che riesca realmente ad ampliare i suoi orizzonti e che si organizzi guardando sempre con positività e spirito di collaborazione il suo vicino; sogniamo un territorio in cui gli sbagli, gli errori, possano essere materia di argomentazioni collettive; sogniamo un territorio in grado di mostrarsi all’esterno e di farlo facendo sentire un’unica voce, con un unico volto, per recuperare una forza che, negli anni, abbiamo smarrito.
E allora avranno un senso ancora più profondo di quello che hanno già i tanti giovani che la domenica pomeriggio calciano un pallone nella terra bagnata di un campo di terza categoria o chi si mette in testa di organizzare eventi per riaccendere i piccoli borghi dimenticati. A loro, a tutti gli altri, siamo chiamati a dare voce.
Un ringraziamento particolarissimo vogliamo farlo a chi, in questi anni, ha creduto come noi nei nostri progetti e a chi ha chiesto in punta di piedi di contribuire mettendo in campo competenze e professionalità.
Per quello che è stato e per quello che deve ancora essere, auguriamo Buon Anno a tutti Voi, con il rispetto, l’affetto e la stima che caratterizza chi contribuisce, in qualsiasi modo e a qualsiasi livello, ad accendere il motore della continuità e della costanza.

Redazione La Siritide


Raddrizzare il Natale

di Fr. Alberto Degan Missioniario in Equador

Anno 1 D.C: il Natale ribalta e cancella il calendario imperiale
“In che anno nacque Gesù?”. Così domandai al gruppo dei Missionari afroecuadoriani di Guayaquil, che mi guardarono stupiti e perlessi, e non risposero. “Gesù nacque nell’anno 754”, dissi io. Quando nacque Gesù, infatti, erano passati 754 anni dalla fondazione di Roma, e in tutte le province dell’Impero romano gli anni si calcolavano a partire da quell’avvenimento. In altre parole, era l’Impero a fissare il calendario e a dettarne i criteri: il punto di riferimento del calendario imperiale era Romolo, cioè la forza, la cultura e la violenza di Roma.
Ma dopo la Resurrezione le popolazioni mediterranee adottarono un nuovo calendario, contando gli anni a partire dal Natale, dalla nascita di Gesù. Tutto ciò ha dell’incredibile: per l’Impero Gesù era un essere insignificante, uno dei tanti crocifissi condannati a morte in una provincia periferica. Nessuno avrebbe immaginato che questo povero crocifisso avrebbe ribaltato – o meglio, cancellato - il calendario imperiale: l’anno 754 dell’era imperiale divenne l’anno primo dell’era cristiana. ‘Cristiano’ significa ‘messianico’: creare un nuovo calendario significava voler inaugurare un tempo nuovo, il cui punto di riferimento sarebbe stato Gesù. Vivere nell’epoca dopo-Cristo, dunque, significa vivere nell’era messianica. Il Natale è l’inizio di questa era: celebrare il Natale significa credere che a partire da questo avvenimento è nata una nuova epoca in cui finalmente si compiono le promesse messianiche e si mettono in pratica gli insegnamenti di Cristo.

Anno 2010: Il Natale ribaltato Ritornato da poco dalla missione in Ecuador, sono stato stupito, quest’estate, quand’ho sentito Marchionne, l’Amministratore Delegato della Fiat, dichiarare che adesso siamo entrati “nell’era dopo Cristo”. In realtá, nell’era dopo Cristo ci entrammo 2.000 anni fa: cosa avrá voluto dire dunque Marchionne con questa frase?
Leggendo e informandomi, ho riflettuto su alcune cose che vorrei condividere con voi. Finora, per noi cristiani l’espressione ‘dopo Cristo’ ha sempre avuto questo inequivocabile significato: dopo la nascita e resurrezione di Cristo, circa duemila anni fa, é iniziato il tempo di Cristo, cioé é iniziata una nuova fase della storia in cui siamo chiamati a mettere in pratica il Vangelo di “giustizia, pace e allegria” (Rm14,17) annunciato da Gesù.
Dicendo, a duemila anni di distanza dalla sua nascita, che adesso siamo entrati nell’era dopo Cristo, Marchionne in realtà propone una nuova periodizzazione della storia: dall’anno 1 all’anno 2.000 é stato il periodo dopo la nascita di Cristo, cioè il tempo di Cristo, il periodo in cui – almeno sulla carta – si credevano e si professavano valori cristiani; mentre adesso, dopo l’anno 2.000 – o dopo l’anno 2010 - siamo in una nuova era: ‘dopo-Cristo’ adesso significa dopo il tempo di Cristo, dopo il cristianesimo. Siamo nell’epoca post-cristiana: i valori cristiani in cui abbiamo creduto per tanti anni – giustizia, equitá, fraternitá, etc. - adesso non valgono piú. Il significato dell’espressione ‘dopo-Cristo’, dunque, è completamente ribaltato e il messaggio del Natale viene snaturato.
E cosí, non c’é da meravigliarsi se il ministro Tremonti ha detto che bisognerá rivedere le leggi sulla sicurezza nel lavoro, spiegando che “una certa quantità di diritti e regole è un lusso che non ci possiamo più permettere”. Come dire: nell’era post-cristiana, di fronte alla lotta tra giganti economici, il profitto e la produzione vale piú della sicurezza e della vita dei lavoratori; chi si intestardisce nostalgicamente in questi certi antiquati dell’era cristiana é condannato a perdere la battaglia dell’economia globalizzata.
A scanso di equivoci, Tremonti ha specificato che “il rischio è di avere i diritti perfetti, ma la fabbrica poi va da un’altra parte". Come dire: dobbiamo scegliere tra lavoro e legalità, tra la produzione e la tutela dei diritti dei lavoratori. Vogliono farci credere che le due cose - nell’era postcristiana – sono incompatibili, e che la situazione è senza rimedio, perché cosí va il mondo. Ed é logico, conclude Tremonti, che “non è il mondo che si può adeguare all’Europa e all’Italia, ma è l'’Italia che si deve adeguare al mondo".
Interpretata in un certo modo, questa sarebbe una frase bellissima, profondamente missionaria e ‘rivoluzionaria’: l’Italia e i suoi interessi immediati non possono essere il criterio assoluto della nostra vita: dobbiamo ascoltare il mondo, adeguarci al mondo, e fare i conti con i problemi, i diritti e le speranze degli altri popoli. Purtroppo, peró, non era questo che voleva dire il ministro: Tremonti ha detto chiaramente che il ‘mondo’ cui dobbiamo adeguarci é quello che pensa che é necessario rinunciare ai diritti per mantenere le fabbriche. A quale ‘mondo ‘ si riferisce, dunque?
Evidentemente al mondo delle agenzie finanziarie trasnazionali e delle leggi economiche dettate dagli interessi di piccole elites. Ma questo ‘mondo’ non é il vero mondo. Il vero mondo é quello in cui ci sono risorse per tutti ma poi molti muoiono di fame; il vero mondo è quello in cui la ricchezza cresce, ma si concentra sempre più nelle mani di pochi. Si tratta di una realtá oggettiva e non ideologica: sul pianeta ci sono risorse sufficienti per garantire a tutti una vita dignitosa, il problema é che queste ricchezze non sono distribuite in maniera equa.
Ci vogliono far credere che il vero mondo é il mondo delle regole dettate da uomini senza scrupoli, e questo mondo lo chiamano ‘globalizzazione’, e ci vogliono convincere che chi mette in discussione queste regole ciniche va contro il ‘mondo’, contro la ‘storia’, contro la ‘realtá’. Questa, dunque, é la sapienza e il pensiero del mondo oggigiorno: ‘É inevitabile che i lavoratori – donne e uomini, figli di Dio – non potranno piú godere di certi diritti fondamentali: sará necessario accettare ritmi di lavoro disumani, mancanza di misure di sicurezza, etc. E sará assurdo mettere in discussione questa necessità, perché questo è il mondo in cui viviamo’.
Come cristiani dobbiamo dire ‘no’ a questa ‘sapienza’ – che é stoltezza agli occhi di Dio (1Co 1,20-29) – e ribadire con fede che anche nel terzo millennio sará possibile vivere umanamente, secondo principi di giustizia e fraternità. Se non siamo vigilanti, se non ci afferriamo alla Parola di Dio, potremmo anche noi cadere nella trappola di credere che non c’é alternativa a questo ‘mondo’, e che questa é la tendenza globale cui anche l’Italia – e forse anche Dio - deve adeguarsi. Insomma, che la smetta Dio di continuare a parlarci dalle pagine del Vangelo di fraternità e giustizia, e che sia un po’ più realista e meno pretenzioso, che si adegui un po’ al mondo anche Lui, che capisca che adesso i tempi sono cambiati!

Il ‘pensiero di Cristo’ Di fatto, lasciati soli alle nostre forze, ciascuno di noi si arrenderebbe presto a questa logica: quando tutti i ‘sapienti’ ti dicono che l’ingiustizia é inevitabile, e che prima ci adeguiamo meglio è, sennò dopo sarà ancora peggio, uno pensa che non c’è proprio più niente da fare.
Come dice san Paolo, “L’uomo, lasciato alle sue forze, non comprende le cose dello Spirito di Dio: esse sono follia per lui...” (1Co 2,14). Cioé, chi segue ciecamente la ‘sapienza’ del mondo – secondo cui dobbiamo abituarci alla disumanitá come condizione normale della vita nel terzo millennio – non puó comprendere che lo Spirito ha un altro progetto, e che questo progetto é fattibile.
“Abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio per conoscere ció che Dio ci ha donato” (1Co 2,12), ci dice ancora san Paolo. E cos’é che Dio ci ha donato? Ci ha donato intelligenza e creativitá sufficiente per giudicare e per immaginare altre vie e altre soluzioni, ma soprattutto ci ha donato il “pensiero di Cristo”: “Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo” (1Co 2,16).
Per il mondo questo pensiero é follia, ma noi non possiamo rinunciarvi, perché se rinunciamo al “pensiero di Cristo” e ci adeguiamo allo “spirito del mondo” (1Co 2,12), a cosa serve la comunitá cristiana? Senza “pensiero di Cristo” non c’é Chiesa e non c’é cristianesimo. E il pensiero di Cristo é giustizia, fraternitá, condivisione di risorse e ricchezze. Davvero, se non adottiamo il pensiero di Cristo, non ci sará nessun futuro umano per l’umanitá.
Ovviamente, ció non significa che non si debba accettare nessun cambiamento nel nostro stile di vita, o che non si debbano ridefinire i rapporti Nord-Sud, o che ci si debba opporre a qualsiasi tipo di sacrificio, ma tutto questo va fatto in uno spirito di dialogo, giustizia e rispetto della dignitá di tutti. Anche i sacrifici – probabilmente necessari – vanno però condivisi con giustizia.
Tanto per fare un esempio, come cristiani non possiamo rimanere indifferenti alle scandalose disparità salariali tra dirigenti e operai. Negli anni ’50 l’Amministratore Delegato della Fiat prendeva venti volte tanto quello che prendeva un dipendente medio. Adesso, invece, l’attuale Amministratore Delegato guadagna 350 volte tanto lo stipendio di un operaio specializzato. Qualcuno potrebbe obiettare che non è riducendo lo stipendio dei dirigenti che si risolverebbero tutti i problemi. Ed è vero, non si risolverebbero tutti i problemi, ma una parte del problema sì: ci sono molte famiglie, anche in Italia, che letteralmente non riescono ad arrivare alla fine del mese. Inoltre, non dimentichiamo le parole dell’Apostolo:“Non si tratta di mettere in ristrettezza voi per sollevare gli altri, ma di fare uguaglianza”(2Co8,13). Certamente san Paolo non vuole promuovere un egualitarismo integralista, ma la lotta contro tante disparità scandalose dovrebbe scaturire naturalmente dal cuore del discepolo di Cristo. Il fatto che nessuna ingiustizia riesca più a scandalizzarci la dice lunga su quanto ci siamo allontanati dal Vangelo e da Gesù, e di come abbiamo ridotto il cristianesimo a una innocua devozione intimista!

Una sfida ineliminabile Si apre dunque una grande sfida missionaria, ineliminabile per la comunitá cristiana: ci vergognamo del “pensiero di Cristo”, lo consideriamo solo una bella utopia di un’epoca giá passata, una specie di reliquia archeologica, o lo riteniamo invece l’unica via realistica per “rendere piú umano questo frammento di storia che ci é stato dato da vivere” (Pierluigi di Piazza)?
Ci dice ancora san Paolo: “L’uomo mosso dallo Spirito giudica ogni cosa” (1Co 2,15). Il “pensiero di Cristo” ti permette di giudicare, discernere e mettere in discussione “ogni cosa”, anche ció che il ‘mondo’ ti presenta come realtá ineluttabile e come veritá indiscutibile.
Preghiamo dunque Dio che ci doni il pensiero di Cristo, che sappiamo analizzare la realtá alla luce di questo pensiero, e che grazie a questo pensiero riusciamo a trovare nuove soluzioni, e aprire nuovi sentieri d’umanitá anche laddove sembrerebbe non esserci nessuna via d’uscita.

Raddrizzare il Natale In altre parole, di fronte a chi vorrebbe capovolgere e cancellare la rivoluzione che Dio iniziò a Betlemme, siamo chiamati a ‘raddrizzare il Natale’, recuperando la radicalità del messaggio di Cristo, secondo cui dobbiamo rispettare la dignità della vita di tutti i suoi figli, una dignità che oggi, molto spesso, viene calpestata nel mondo del lavoro.
Come ci ricorda Eduardo Galeano, infatti, nell’industria postmoderna il lavoro non è più concentrato, perchè tutte le compagnie – pur di risparmiare sui costi - si rivolgono a contrattisti senza scrupoli per fabbricare parti del loro prodotto finale. E così, degli 81 operai di Petrobras morti in incidenti di lavoro tra il 1998 e il 2001, 66 erano al servizio di contrattisti che non seguono le norme di sicurezza. Ma Petrobras se ne lava le mani e dice: “Io non c’entro, la colpa è dei contrattisti”. E così non si fa niente per porre rimedio a questa situazione.
E questo non succede solo in Brasile: nove su dieci ‘lavori’ in tutta l’America Latina appartengono al “settore informale”, un’espressione eufemistica che si usa quando non c’è nessun impegno verso i lavoratori. E allora, si domanda Galeano, “i diritti dei lavoratori saranno forse fra un po’ un semplice tema di studio per gli archeologi?” .
E ancora, quando nel 2000 licenziò migliaia di lavoratori, il presidente della Coca-cola disse che finalmente “aveva eliminato gli ostacoli interni”. Ci abitueremo dunque a considerare tanti esseri umani come ‘ostacoli da eliminare’?
Il messaggio rivoluzionario del Natale consiste proprio in questo: che ogni essere umano è figlio e fratello di Dio, e che non c’è nulla più importante dell’essere umano e dell’ambiente in cui vive, nemmeno il mercato e nemmeno i profitti della Coca-Cola. E quindi tutto – l’economia, la politica, la società – è al servizio della dignità umana di ogni uomo e ogni donna.

Il vero coraggio Raddrizzare il Natale, dunque, significa rimettere il Figlio di Dio e il Figlio dell’uomo – cioè Dio e l’uomo - al primo posto, e avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Come faceva recentemente notare un giornalista, oggigiorno si parla molto della necessità di fare ‘scelte coraggiose’ in relazione ai diritti dei lavoratori. In quest’ottica, si esalta e si promuove il ‘coraggio’ di limitare o eliminare le conquiste sindacali, cioè il ‘coraggio’ di schiacciare i più deboli, il ‘coraggio’ di calpestare i diritti umani, il ‘coraggio’ di essere ingordi e di accumulare sempre più ricchezza nelle mani di pochi. Ebbene, come cristiani, dobbiamo gridare con forza che ciò che il mondo definisce ‘coraggio’ per noi è solo vigliaccheria e violenza. Il vero coraggio è quello di chi – remando controcorrente – è disposto a raddrizzare il Natale, cioè a mettersi dalla parte dei più deboli, a difendere i diritti umani e a vivere e promuovere la condivisione, la solidarietà e la giustizia.

Buon Natale! Questa breve frase di augurio, anche se noi tante volte la usiamo come formula scontata, ha un significato profondo. Buon Natale! significa: ‘Che bello che Dio dia dignità e valore ad ogni vita umana! Anche se sei disprezzato ed emarginato, la tua vita ha un senso ed è importante, perchè Dio si è fatto uomo per te, per ognuno di noi’. Preghiamo perchè Gesù ci dia il coraggio di salvare il Natale, e perchè questo augurio possa continuare a scaldare il cuore di tanta gente!


Intervento del gruppo nato in rete in ricordo di Luigi Viola

di Mariapaola Vergallito

Buonasera a tutti,
sono qui in rappresentanza di un gruppo nato in rete, su face book, a poche ore dalla tragica e improvvisa scomparsa del caro Luigi Viola. Il gruppo, è stato costituito grazie all’iniziativa spontanea e immediata dell’amico Angelomauro Calza, che voi tutti conoscerete, e che oggi non è qui perché, nonostante siano passati alcuni mesi, non riesce ad affrontare il peso emotivo di una manifestazione in pubblico del suo affetto nei confronti di Luigi. Abbiamo così concordato questo breve intervento che faccio a nome delle centinaia di persone che, tramite internet, hanno lasciato pensieri, riflessioni, messaggi per ricordare Luigi e per dimostrare il loro affetto alla sua famiglia, alla moglie Maria e ai figli Nicola e Valentina, che saluto.

Non è difficile riassumere in poche parole ciò che molti, moltissimi, hanno detto o scritto su Luigi in questi mesi. Non è difficile perché i valori trasmessi dall’operato umano e amministrativo di Luigi Viola sono stati talmente concreti che tutti, propri tutti, per ricordarlo, usano sempre le stesse parole, gli stessi aggettivi.

Pacatezza, umiltà, disponibilità, serietà, operatività. Un uomo tollerante e rispettoso, fermo nelle sue idee e contemporaneamente aperto al dialogo e al confronto.
Con tutti, anche con i più giovani.

Parlando due giorni fa con un mio amico, che ha avuto modo di incrociare Luigi soltanto un paio di volte durante alcuni eventi pubblici, mi diceva di ricordarlo con il solito sorriso che cercava gli altri, prima di essere cercato.

E anche in questi mesi ho avuto modo di parlare con persone che pensavo neanche lo conoscessero. E invece ho scoperto che non solo lo conoscevano, ma ho avuto modo di leggere nei loro occhi ancora lucidi al suo ricordo, la consapevolezza di aver perso una persona che alla disponibilità delle parole univa l’operatività dei fatti.

Stasera vogliamo ringraziare chi ha fatto in modo che, celermente, questo centro potesse essere intitolato alla sua memoria. In primis il presidente di Stella Maris Mediterranea, il dott. Mario Marra. Forse una cerimonia del genere avrebbe creato non pochi problemi a Luigi, discreto come era. Ma siamo anche sicuri che sarebbe stato felice di vedere tante persone e tanto interesse in uno dei tanti sogni che ha fortemente contribuito a realizzare.

Un’ultima cosa: questa cerimonia di intitolazione è importante, perché contribuisce a tenere vivo il ricordo di una persona che tanto ha dato a Chiaromonte e al territorio.
Ma noi non vogliamo solo mantenere vivo un ricordo.
Vogliamo mantenere forte il suo esempio.
Per questo, a nome dei giovani e dei meno giovani, degli studenti, dei lavoratori, delle associazioni culturali e sportive, degli amici della stampa, della gente comune e di tutti coloro i quali hanno aderito al gruppo in rete e di quelli che hanno voluto davvero bene a Luigi, chiediamo ai rappresentanti delle istituzioni qui presenti e alle amministrazioni locali, di continuare a fare quanto di buono, ed è tanto, Luigi Viola ha fatto prima da sindaco e poi da consigliere provinciale, e di portare a compimento quanto insieme a lui iniziato e progettato ma ancora non terminato.. Lo chiediamo con forza anche perché per i rappresentanti nelle Istituzioni questo sarà il modo per dimostrare nei fatti e non solo con le parole di circostanza, il ricordo, il rispetto e l’amicizia spassionata verso il nostro caro Luigi e la sincerità delle loro esternazioni. Lo faremmo noi, i suoi amici, davvero, se solo ne avessimo il potere, ma non l’abbiamo. Abbiamo solo il potere di ricordarvi che voi potete farlo. E allora sarà questo il metro che noi utilizzeremo per avere la certezza che anche i rappresentanti nelle Istituzioni che si dicono amici di Luigi lo sono davvero: con i fatti conseguenziali alle dichiarazioni di intenti.
Quanto questo sia stato importante non lo dico io, non lo dice Angelomauro Calza, non lo dice il popolo della rete: lo dice l’esempio che durante la sua vita ha saputo dare Luigi
E la giornata di oggi, questa cerimonia, qui a Chiaromonte, più che ricordare Luigi, così come certamente lui avrebbe preferito, deve segnare un momento di riflessione, per poi riprendere spediti la strada giusta per dare continuità al suo operato, con ciascuno interprete del proprio ruolo. Solo così Luigi, che vive sempre nei cuori di chi gli vuole ancora bene, continuerà a vivere anche tra la gente negli anni e degli anni a venire. Noi, suoi amici, saremo giudici severi in questo. Per quel che può contare, ma lo saremo.
A nome di tutti voglio solo dire “Grazie Luigi, ciao”.


Agli uomini dei clan Cassotta e Delli Gatti

di don Marcello Cozzi

Da anni, da troppi anni la vostra faida sta insanguinando la nostra regione.
Gli uomini che si rifanno ai vostri clan da troppo tempo stanno deturpando una terra piena di dignità e di tantissima gente onesta – quella del vulture melfese – che non merita una presenza così violenta e arrogante.
Troppe lacrime avete causato. Troppo sangue vi siete lasciati alle spalle. Troppe giovani vite spezzate all’improvviso.
Come quella di Vito Pinto che non aveva neanche venti anni quando il 29 agosto del 1995 usciva di casa per non farvi più ritorno. La stessa età di Giuseppe Cacalano arrestato pochi giorni fa nella villa comunale di Melfi, perché illecitamente in possesso di una pistola calibro 22, e figlio di Adriano in carcere per l’omicidio di Giancarlo Tetta.
Entrambi troppo giovani per essere considerati adulti ma abbastanza maturi per non essere più considerati ragazzi.
È questa forse la più grande responsabilità che vi portate sulla coscienza: aver negato a tanti, troppi giovani la possibilità di una vita normale; non erano neanche nati quando è iniziata la vostra faida eppure quel duro prezzo l’hanno dovuto pagare anche loro sulla propria giovane pelle: chi sparendo nel nulla per chissà quale motivo, chi vedendosi adulto solo perché porta una pistola in tasca.
Sono anche i vostri figli, e nonostante tutto noi continuiamo a credere che voi continuate ad avere cuori di padri. È a questi cuori che dunque ci rivolgiamo perché vengano definitivamente deposte le armi, perché le nostre comunità non siano più macchiate dal sangue e perché ci possiate finalmente restituire la verità su Vito Pinto.
Fuori dalla legalità e dalla verità non c’è futuro né per voi e né soprattutto per i vostri figli.


Gli insegnamenti che non muoiono/2

di Rosa Anna Roseti - Torino

La perdita improvvisa di Luigi Viola ci ha molto rattristati. Era un uomo autentico. L’uomo autentico non è utopia, è da sempre già esistito ed è colui che sa assumersi la responsabilità delle proprie azioni nell’ambito del suo potere. Luigi era l’mmagine dell’uomo riservato e mai arrogante. Era per la filosofia pratica, cioè la filosofia che verte sul mondo dei rapporti etico-politici e dei valori che regolano tali rapporti, ovvero una filosofia che serve a diventare virtuosi, capaci di scoprire il “valore” essenziale da salvaguardare che si trova nella vita e dipende dal buon agire.
La sua “capacità di giudizio” lo portava ad orientarsi in modo virtuoso all’interno di un insieme di fatti a volte anche delicati, che da sempre circondano l’uomo e dipendono da contesti brevi o lunghi che si ripetono da quando l’uomo è nato.
Luigi ha dimostrato sempre “la saggezza del buon politico” che mira a fissare nella sua comunità ciò che è bene ora e sempre: la dimensione critica è stata sempre congiunta all’intenzione positiva e costruttiva .
La sua scomparsa così improvvisa e prematura ha permesso di soffermarci sugli aspetti trascendentali di questo mondo e a riflettere per un attimo sulla vulnerabilità dell’ ESSERE .
INFINITAMENTE GRAZIE.


Gli insegnamenti che non muoiono

di Pasquale Lista

In questi momenti l'angoscia prevarica su ogni altro sentimento, non riesci a essere te stesso perché in fondo qualcosa è accaduto, qualcosa che ti ha scosso e all'improvviso ti ha sbattuto in faccia la tua debolezza e la tua fragilità. La perdita di un amico, di un padre, di un fratello ti fa tornare con i piedi per terra; capisci subito che la vita è un attimo e che forse varrebbe la pena viverla meglio e più intensamente, evitando tutto ciò che di brutto possa esserci...ma spesso l'istinto ti fa desiderare ciò che in realtà non vorresti mai. Davanti a un lutto come quello che oggi ha travolto la comunità Chiaromontese credo che ognuno di noi sente di appartenere alla stessa famiglia, alla stessa squadra, allo stesso paese. Nonostante le nostre differenze ideologiche, politiche e sociali, oggi tutti proviamo gli stessi sentimenti...lo sgomento e la tristezza; e tutti ci chiediamo:“perché tanto dolore?” Purtroppo solo davanti al dolore diventiamo autentici e ci fermiamo a riflettere. Forse queste sono le occasioni in cui dovremmo cambiare prospettiva e pensare che, a volte, ascoltare un'idea diversa dalla nostra contribuisce ad averne due, e non una soltanto. La morte del nostro amico Luigi deve rappresentare quel tasto necessario a muovere le nostre coscienze e a credere che anche se non possiamo cambiare la direzione dei venti, possiamo modificare le nostre vele per raggiungere la nostra destinazione, accettando e migliorando ciò che abbiamo. Il grande insegnamento che possiamo trarre dalla sua vita è proprio questo. Crediamo di più in noi stessi, nella nostra piccola comunità cercando di non inibirci ma piuttosto stimolandoci nonostante le divergenze. Dio oggi ha chiamato accanto a sè il nostro amico Luigi perché aveva bisogno di una persona valida per diffondere il suo messaggio di vita, dicendoci di rispettarci l'uno con l'altro come fratelli e di rimanere uniti anche quando le divergenze tendono a separarci. Il ricordo di Luigi e la nostra fede saranno i traghettatori verso nuovi orizzonti. Il suo nome LUIGI VIOLA e il suo grido VOLA ALTO CHIAROMONTE continuerà a echeggiare dentro di noi e ci permetterà di volare col suo stesso entusiasmo, al di sopra di ogni ideologia.

GRAZIE ANCORA LUIGI VIOLA!!!


La regione invisibile

di Silvestro Serra

Per alcuni è strana, per altri diversa, per la maggioranza sconosciuta e misteriosa.
Strana perché è l'unica regione italiana che ha un nome ma non un aggettivo e così per chiamare gli abitanti in Basilicata (nome di origine bizantina, probabilmente risalente all'imperatore Basilio II nel X secolo) devono ricorrere al termine "lucani" da Lucania, antico nome recuperato durante il fascismo. Diversa perché, al contrario di molte regioni, non si mette in mostra, non sfoggia né esalta i suoi pur numerosi record ma ama stare nell'ombra e preferisce l"'understatement" .
"FARE SUD". Misteriosa e inesplorata, per non dire selvaggia, perché nonostante sia vicina a grandi città come Bari e Napoli e sia facilmente raggiungibile con strade e ferrovie (Potenza, capoluogo più alto d'Italia, è stata tra le prime città in Europa ad avere la ferrovia nel 1880 ), pochissimi la conoscono, la frequentano, la attraversano, la scelgono come meta di vacanza. Una vera regione "esotica" nel cuore del Sud Italia. E sono tanti i misteri che circondano questa area sconosciuta del Sud del Paese da renderla improvvisamente interessante, curiosa, e da farIa finire sotto i riflettori. Si giustifica così il grande interesse per l'uscita in contemporanea sia di un libro "Lucani" (sottotitolo: Popolo di contadini, poeti, briganti: i peggiori difetti, le migliori virtù) di Angela Langone, quasi si trattasse di alieni o di una tribù di aborigeni in via di estinzione; sia di un film, Basilicata Coast to Coast, di Rocco Papaleo, avventura di uno sgangherato gruppo di amici musicisti che attraversano a piedi la regione da un mare, il Tirreno di Maratea, fino allo Ionio di Scanzano, quasi fosse il Far West.

SVIZZERA MERIDIONALE. Il fatto è che, effettivamente, una volta messo piede in questa terra, si avverte un senso di estraneità e di lontananza fisica e culturale dalle regioni circostanti. Un po' perché la Basilicata sta in mezzo al Sud come la Svizzera sta in mezzo ma fuori dall'Europa, bella, verde, pulita, ma estranea alle logiche comuni al Mezzogiorno. Terra di emigrazione e di storiche lotte al latifondo, è stata patria di Orazio. O di poli¬tici come Francesco Saverio Nitti e Giustino Fortunato. Ma anche di intellettuali e gente di cinema come Beniamino Placido, Pasquale Festa Campanile o Francis Ford Coppola. "C'è tutto ... solo che non c'è la mafia" sostiene per paradosso Papaleo nel film: "Dateci la nostra fetta di mafia. La Basilicata ha bisogno di casinò, agriturismi, prostituzione ... " . Spaziosa. Terra strana ed estranea. Sembra di essere sulla Luna, sulle Montagne Rocciose e comunque molto lontano da casa. E non è una sensazione sgradevole. Un po' perché dovunque vai sei sempre accolto da un sorriso amichevole, da italiano d'altri tempi, un po' perché è proprio difficile incontrare qualcuno: i 610 mila abitanti dispongono di lO mila km2 (in ogni km2 abitano solo in 62), la minore densità dopo la Val d'Aosta. Forse anche per questo, con il progetto "un computer in ogni casa", la Basilicata è diventata la regione più informatizzata d'Italia. Un po' perché anche la natura della Basilicata è diversa: due mari ma poca costa (8% di territorio), colline, laghi e tante montagne (il 47%), boschi e parchi (il Pollino; e solo qui cresce un albero molto raro, il pino loricato, per la corteccia che ricorda la lorica, armatura da battaglia dei legionari romani), un vulcano spento (il Vulture). Entrare nel cuore della Basilicata, ad esempio nella zona delle Piccole Dolomiti lucane, è come fare un tuffo nella preistoria. Tra speroni di roccia, valloni scoscesi e aguzzi pinnacoli si nascondono due splendidi, storici paesi, Pietrapertosa e Castelmezzano e, entrambi nell'elenco dei borghi più belli d'Italia e nella lista del sito Budget Travel tra le località sconosciute più belle al mondo. E Castelmezzano, tra l'altro, con la Chiesa Santa Maria dell'Olmo, racconta come la Basilicata sia stata terra di passaggio dei Templari. BRIVIDI. Separati da profondi canyon, Pietrapertosa e Castelmezzano sono collegati dal sentiero letterario "delle sette pietre" ma anche dal Volo dell' Angelo (Per i gior¬nali inglesi, una delle 30 attrazioni-imprese al mondo da compiere nella vita: due corde d'acciaio tese tra le cime permettono ai visitatori sdraiati e appesi a una carrucola, di lanciarsi in volo sfruttando la forza di gravità. Un brivido che in un minuto e mezzo fa coprire una distanza di oltre un km e mezzo e raggiungere i 120 km all' ora (un altro record europeo). Forse è proprio per questa sua natura estranea agli orizzonti cui siamo abituati che il cinema l'ha spesso utilizzata come scenografia e protagonista fin dal Dopoguerra: Lizzani (Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato), Lattuada (La Lupa), Pasolini (Vangelo secondo Matteo), Salvatores (Io non ho paura), Mel Gibson (La Passione di Cristo) e tanti altri, hanno immortalato queste montagne o i Sassi di Matera primo sito italiano dichiarato Patrimonio Universale dell'Umanità dall'Unesco. Persino lo scrittore torinese Carlo Levi, confinato ad Aliano, in provincia di Matera, durante il fascismo, si innamorò talmente di questa terra che ci si fece seppellire, non prima di aver scritto Cristo si è fermato a Eboli. Forse, come dice Rocco Papaleo nel suo film, raccontare la Basilicata è come "fare la cronaca di un anacronismo". Perché qui il tempo gira, misteriosamente, con tutto un altro ritmo.

da Focus di Giugno 2010


Viaggio ascolto intorno al lago rosso

di Paolo Sinisgalli

Siamo andati a scrutare i luoghi intorno al Pertusillo, quello che oggi potremmo ribattezzare il lago rosso. E’ questo, oggi, il colore prevalente delle sue acque. Nell’attesa dei risultati ufficiali delle analisi dell’Agenzia Regionale per l’Ambiente, tante sono le ipotesi che si sono fatte strada. Dal sospettato numero uno, il petrolio, -che nel vicino Centro Oli di Viggiano è convogliato dopo essere stato estratto dalle viscere della Valle dell’Agri, prima di scivolare nelle raffinerie della Puglia- alla Ceratium Hirundinella, un’alga la cui fioritura avviene in questo periodo. Una nuova “ospite” che, seppur presente nei climi montani, pare non si fosse ancora fermata da queste parti. Ora, invece, sarebbe riuscita a mettere radici. Così dicono le analisi effettuate da alcuni laboratori privati e commissionate dai primi cittadini dei 4 comuni più direttamente bagnati dal lago: Sarconi, Grumento Nova, Montemurro e Spinoso. Che qualcosa o qualcuno metta radici in questa terra da dove i più sono costretti a partire, è comunque un bel segnale. Anche se si tratta solo di una mucillagine e per di più detta cornuta. E’ la conferma che per resistere da queste parti servono doti non comuni. Chissà che poi, proprio da un’alga ostinata si riesca a tirar fuori posti di lavoro. Ci soccorre in tal senso una notizia del TG Leonardo, in onda su Rai tre. Pare che dalle alghe presenti nella laguna di Venezia si produca, dopo le dovute lavorazioni, una carta pregiata. Forse in futuro si potranno aprire cartiere in riva al lago.
Pensate. Eravamo partiti con la strana sensazione che, oltre a vedere quel che il lago presentava, avremmo dovuto prestare l’orecchio a ciò che in qualche modo ci avrebbe raccontato. E qualcosa ce l’ha veramente detta. Anzi, sussurrata. Nonostante avesse potuto urlarci in faccia le sue tante ragioni. Per fortuna è paziente lui e ha tanta fiducia in noi. Ecco: «Ma come! E’ bastato che mi sia fatto sedurre da quest’alga per accorgervi che anch’io sono fragile. Sono scattati allarmi, visite di esperti e curiosi. Mentre attendete il risultato delle varie analisi per sapere quanto la “cornuta”, ha invaso il mio profondo, spero vi rendiate conto del resto. Di quanto si coglie dal solo esame obiettivo. Quello che è fuori di me, tutto intorno, e per notare il quale è sufficiente la sola vista. Basta sporgere appena il capo dal finestrino delle vostre auto, mentre percorrete la mia amica Lingua Nera. Sì, proprio lei. La strada ch mi costeggia e che voi chiamate Statale 5, 9, 8. Guardate nelle sue aree di sosta. Altro che mucillagine. Dai rifiuti meno gravi, come la frutta marcia e i suoi contenitori, agli elettrodomestici, non manca nulla. Pneumatici di ogni misura, fusti vari e materiali di risulta. Compresi comignoli di eternit con tanto di “pappagallo” in ferro. Ha del curioso poi, quanto accaduto in questi giorni. Ascoltate! Ultimamente sono passati gli addetti alle sue cure. Dopo aver spruzzato il diserbante, si sono dati al taglio dell’erba. Pensavo fosse finalmente giunto il momento perché qualcuno ci liberasse entrambi da questi ingombranti. Macché! Li hanno spinti giù, verso me! Sono ancora lì. Sospesi. In attesa di altre spinte per raggiungere le mie fresche acque. E’ stato allora che non ci ho visto più e mi sono abbandonato al pianto. Ora lo sapete! Sono state le mie lacrime a rendere il terreno ospitale all’alga rossa. Il petrolio? Non so se anche lui c’entri un po’. So che voi siete tra quanti in centomila, un giorno, hanno sfilato insieme e salvato questa terra da un feroce attacco. Da persone così è lecito aspettarsi di più! Questo volevo chiedervi. E siccome non sono abituato a chiedere, son diventato ancora più rosso di quanto non mi abbia già colorato la mia cornuta». Noi non abbiamo visto il colore dei nostri volti rispecchiati nell’ acqua perché torbida. Lo abbiamo intuito: dal calore che ci ha invaso il corpo e dalla tristezza sulla strada del ritorno. Con la testa fuori dal finestrino.


Vegliando Elisa

di don Marcello Cozzi

Stasera voglio stare un po’ con te, Elisa.

Mi fermo, qui, in un angolo; cercherò di non svegliarti dal tuo sonno. Ma lì fuori c’è troppo chiasso, e io ho bisogno di silenzio.

Da quando sei stata ritrovata, fiumi di parole ci stanno inondando; ma non per mancarti di rispetto – credimi –, è che l’indignazione è davvero tanta, la rabbia enorme e la sofferenza ci sta lacerando.

Il fatto stesso di averti trovata lì, a due passi da tutti, in una chiesa, è stato devastante. Tu comprenderai senz’altro quelli che ne hanno chiesto subito la sconsacrazione: per molti quella chiesa è solo un freddo sepolcro, lo squallido buco nero che ti ha sepolto in tutti questi anni. Un macabro simbolo, insomma, di una vita profanata ingiustamente. Ma capirai anche quanti si sono opposti energicamente a quell’idea; per molti quella chiesa, ogni chiesa – da quella al centro di una città all’ultima di periferia –, è crocevia del Cielo con la terra, luogo nel quale l’Invisibile diventa visibile, ma anche scrigno dei ricordi legati a tante tappe importanti della propria vita. Una contrapposizione che sicuramente ti avrà fatto tanto male.

La stessa amarezza, forse, che provi ogniqualvolta qualcuno tra noi non riesce a fermarsi sulla soglia del dolore dei tuoi familiari. Terra sacra, quel dolore, che troppe volte abbiamo calpestato senza “toglierci i calzari”, come invece ci invita a fare una delle pagine più seducenti della Bibbia. Perdonaci: abbiamo dimenticato che il dolore non è materia su cui dissertare con mille paroloni, ma una cattedra alle cui lezioni si partecipa in profondo silenzio. La verità è che quando il dolore ti penetra come lama affilata, resti spiazzato, i passi si fanno incerti e si va avanti confusi.

Non ti nascondo, però, che è un altro il macigno che maggiormente pesa sul mio cuore, e cioè che qualcuno dei miei confratelli abbia potuto avere un ruolo, un qualunque ruolo, non solo all’inizio ma anche alla fine di questa triste storia. La sola idea mi divora l’anima e il più lontano sospetto è sufficiente a straziarmi il cuore.

Ma la verità prima di tutto. Lo abbiamo detto dall’inizio: tutta la verità, qualunque essa sia, a qualunque costo, qualunque abito indossi. E ti assicuro, Elisa, ogni giorno incontro tanti preti e laici affamati e assetati proprio di questa verità.

Si è fatto tardi. Vorrei dirti tante altre cose; vorrei parlarti della solitudine della tua famiglia in questi lunghi 17 anni, delle troppe porte chiuse in faccia a tua mamma, di quante volte ci siamo ritrovati in cinque a ricordarti in teatri tristemente vuoti, di chi pensa che è sufficiente dar conto a Dio piuttosto che agli uomini, dei sapientoni che di questa storia hanno già capito tutto, di chi continua a muoversi nell’ombra perché alla fine a pagare sia solo uno per tutti, e di quanti hanno perso il sonno della propria impunità perché ormai ti credevano solo un nome senza un corpo.

Ma mi fermo qui. Chiudo gli occhi. Dinanzi a me vedo il volto silenzioso di Luciano, le lacrime nascoste di tuo papà, la fiera dignità di tua mamma, l'animo straziato di Gildo, e i volti vivaci di quei tantissimi giovani che nel tuo nome stanno dipingendo i primi giorni di questa primavera con i colori belli di quell’arcobaleno che si porta dentro chi ha quell’età.

Non ci far caso, Elisa, se questi giovani a volte vengono giudicati impietosamente dai soliti depositari della verità: noi lo sappiamo che di quell'arcobaleno, invece, ne abbiamo bisogno tutti, la nostra città come la nostra Chiesa.


La Basilicata esiste

di Mariapaola Vergallito

"La Basilicata è come Dio: o ci credi o non ci credi". Comincia così "Basilicata coast to coast", una intro che nei cinema della prima è stato accompagnato dall'ovazione degli spettatori, come orgoglio rinato seduti sulle poltrone davanti allo schermo.
Perchè la Basilicata esiste.
Magari non nelle previsioni meteo nazionali e nemmeno negli approfondimenti generali dei Tg dopo le elezioni regionali. Ma esiste e come.
Rocco Papaleo (lauriota doc ma "non campanilista"), alla sua prima esperienza dietro la macchina da presa, ha diversi meriti. Il primo, secondo me, è stato quello di aver pensato alla storia di un gruppo di amici scanzonati e sognatori senza per forza macchiarla di quella, a volte antipatica, autoreferenzialità campanilistica regionale. La Basilicata è dappertutto (a cominciare dal titolo del film) ma non prende in ostaggio la storia raccontata. E anche quando arriva la citazione ad una delle storie forse maggiormente rappresentate e legate alla Basilicata, il brigantaggio, Papaleo la rende in maniera talmente dissacratoria ed esilarante, che lascia quasi pensare ad un bonario sfottò di quel mondo che conta già rappresentazioni plurime. La Basilicata c'è e si vede. Ma non è la Basilicata che ti aspetti, quella dei meravigliosi Sassi, dell'incontaminato Pollino con i suoi Pini Loricati, o quella dei laghi di Monticchio. E anche Maratea non è tanto quella della costa, della spiaggia nera e del mare cristallino. E' quella dei vicoli del centro storico illuminato dal sole anche quando i turisti non ci sono. E' l'intimo e il familiare quotidiano di sacralità della chiesa di San Biagio ai piedi del "Cristo".
E' la Basilicata del "sogno" e della "passione" di uomini e donne del sud. La Basilicata diventa, così, l'emblema di quella consapevolezza, forse mai sopita, di quanto -possibilità- non sia solo una parola, ma una volontà.


Come ti ammazzo sopra Potenza. Ipotesi su un delitto (ancora) irrisolto

di Mariagrazia Zaccagnino

Potenza. Una domenica di fine estate.

Due ragazzi, adolescente lei, un po’ più grande lui, si incontrano nel classico luogo di ritrovo dei giovani specie di domenica mattina: il cortile di una chiesa.

Lei è una ragazza dolce e sensibile, lui più furbo e un po’ ambiguo. E’ invaghito della giovane e vorrebbe che il suo sentimento fosse ricambiato. Così non è. Eppure, al suo invito, lei non riesce ad opporsi. Forse per non ferirlo ulteriormente. Forse per interrompere le sue insistenze o forse solo per gentilezza. La convince a salire al piano superiore della chiesa. Lei all’inizio si rifiuta ma lui trova gli argomenti giusti per persuaderla: “E’ l’ultima volta che ti chiedo un favore” oppure “Ho una sorpresa per te”. Lei sale e va incontro al suo destino. Atroce.

Al piano superiore c’è una piccola porticina. La ragazza ignora cosa possa esserci oltre ma lui no.

Il ragazzo conosce perfettamente quei locali e le sue voglie.

Entrano. Lui chiude la porta alle loro spalle. A quel punto la ragazza intuisce le intenzioni del giovane e tenta di uscire. Lui si oppone. Ne nasce una colluttazione. “Solo un bacio” grida lui. “Lasciami andare, ti ho detto apri quella porta” intima, invano, lei. La ragazza comincia ad urlare ma lui non vuole che qualcuno senta. “Cosa penseranno poi di me? Nessuna ragazza vorrà più venire con me quassù”. No, nessuno deve sentire. Nessuno deve sapere. Lei lo spinge e intanto continua a urlare. Lui comincia a vedere tutto buio e le sue mani stringono sempre più forte. La guarda negli occhi, oltre le lenti. Implorano pietà. Ma lui non riconosce nessun sentimento e forse non riconosce se stesso. Le mani continuano a stringere quel collo anche quando il respiro non c’è più. Forse non immaginava che bastasse così poco per uccidere una persona. Forse non era quello il suo intento. Forse. Ma ormai lei è lì. Stesa a terra. Esanime.

Che fare? Chi chiamare?







IPOTESI N. 1

“Non sono stato io! Non volevo, non volevo! Lo giuro. Mamma, papà, aiuto!” Abbandona il corpo. Chiude la porta e scende le scale vorticosamente. Nel giro di pochi minuti è a casa sua. Sconvolto. Il racconto ai genitori è sconnesso, convulso. Ma loro capiscono che qualcosa di tragico è avvenuto. In fondo, forse, c’era da aspettarselo che prima o poi avrebbe varcato quella sottile linea che anche loro, fino a quel punto, avevano cercato di non vedere. “Ormai è fatta. Ora bisogna cercare di risolvere la questione nel modo migliore. Loro sono adulti. Amano il figlio, quel figlio un po’ problematico che già da piccolo era diverso. Si erano chiesti più volte perché il loro bambino preferiva giocare con gli insetti e massacrarli, invece di giocare con i suoi coetanei. E poi c’era quella sua strana passione per le forbici. Gli avevano comprato quelle con la punta arrotondata perché una volta si era anche ferito. Amava tagliare di tutto: dalle tende di casa alle piante nel giardino. E ancora quell’inspiegabile passione per le bambole. Amava le barbie, quelle con i capelli lunghi. Più lui cresceva e più le domande che preoccupavano i genitori aumentavano. Così la decisione di non cercare più risposte e di proteggere quel figlio che a volte non capivano. Dovevano proteggerlo anche questa volta. Altrimenti tutti gli anni di bugie e di coperture per dargli una vita all’apparenza normale, sarebbero stati vanificati. Un attimo per raccogliere le idee e subito la soluzione. Mamma e papà, ancora una volta, in soccorso del figlio. “Cambiati, togliti i vestiti e va’ a lavarti. Per quel taglio alla mano andiamo al pronto soccorso così avrai un alibi”. Lui obbedisce. Lo aveva sempre fatto quando capiva che l’aveva fatta grossa e i genitori ce rcavano di aiutarlo. “E quando ti chiederanno se l’hai vista, se sei stato lì, devi dire di si perché sicuramente qualcuno vi ha visto insieme ma poi devi dire di averla vista uscire dall’ingresso principale. Tu ti sei fermato ancora un po’ a pregare e poi sei venuto a casa. Anzi, no. C’è la ferita. Allora devi dire che poi hai fatto un giro per la città e sei caduto nelle scale mobili. Tanto sono in costruzione, il comune avrebbe dovuto chiuderle. E poi andrai via. Questa è l’ultima volta che ti copriamo D’ora in poi dovrai vedertela da solo e quando troveranno quel corpo tu sarai lontano centinaia di chilometri”.

Trascorrono ore o forse giorni, mesi, anni. Poi il parroco della chiesa sale al piano superiore. Qualcosa lo attirerà in quel sottotetto. Forse lo squittio di un topo, forse un oggetto che non trovava più da tempo e pensava potesse essere finito, chissà per quale motivo, in quella stanzetta, o forse la notizia che presto gli investigatori andranno a controllare proprio in quella chiesa. Meglio accertarsi prima, di cosa troveranno.

Apre la porta ma non vede niente. Un po’ il buio, un po’ l’età. Prende una torcia, torna nel sottotetto, avanza lentamente. A terra c’è qualcosa, lì nell’angolo. Illumina. “Oh mio Dio!” Fa un balzo indietro, la lampada cade dalle mani. Per poco non cade anche lui. La riprende, illumina di nuovo. Inorridisce. Capisce. “L’hanno cercata dappertutto. E’ sempre stata qui. E ora che faccio? Se lo dico penseranno che c’entro anch’io in questa storia e la chiesa potrebbe essere profanata o addirittura sconsacrata. Devo proteggere la mia chiesa. Il Signore mi indicherà la strada giusta da seguire e quando arriveranno gli ispettori, dirò loro che qui, oltre la canonica, non c’è niente. Mi crederanno. In fondo, sono un uomo di chiesa”.







IPOTESI N. 2

Lei è riversa sul pavimento, lui chino di fronte a lei. “Non volevo, lo giuro. Volevo solo un bacio… perché non me l’hai dato? E’ tutta colpa tua!”

Bussano alla porta. Le urla della poveretta non sono rimaste inascoltate. “Chi gridava? Aprite! Aprite! La dovete smettere di fare porcherie nella mia chiesa!” “E’ il prete, meno male, lui mi aiuterà. Lui sa sempre cosa fare”.

“Signore mio santissimo! Cos’è successo? Cosa le hai fatto? Tu sei pazzo, sei pazzo! Lo sapevo che prima o poi avresti combinato qualche guaio. Oh mio Dio, accogli quest’anima tra le anime celesti e veglia su di noi.”.

“Non volevo, non volevo, lo giuro! E’ stata lei! Gridava e mi ha colpito. Io volevo solo un bacio. Un bacio solo ma lei gridava, gridava…”

“Calmati. Ora calmati. E’ successo, nessuno di noi lo voleva ma è successo. Ora aiutami, la dobbiamo spostare là in fondo. Ti ho detto aiutami, sollevala dai piedi! Qui non la troveranno, almeno per ora. Almeno fino a quando non avremo deciso cosa fare. Vieni, chiudiamo la porta e andiamo a casa tua. La tua famiglia deve sapere”.

“Padre, abbiamo fatto tutto il possibile per portarlo sulla retta via. Lo abbiamo educato bene lei lo sa. E’ sempre venuto in chiesa, è sempre andato al catechismo ma forse non abbiamo fatto abbastanza”.

“Quello che è fatto è fatto. Il Signore si prenderà cura di lui ma ora dobbiamo rimanere tutti razionali e decidere che fare. Fatelo cambiare, mandatelo al pronto soccorso per quel taglio e poi fatelo partire. Mandatelo via da Potenza oggi stesso. Io farò lo stesso. Devo proteggere la mia chiesa, potrebbero sconsacrarla! Non lo posso permettere. Preghiamo. Il Signore ci indicherà la via”.

Passano 15, lunghi anni. Ogni pensiero di spostare il corpo o di farlo ritrovare in circostanze “casuali” è stato puntualmente abbandonato. Troppo rischioso. “Nessuno mi avrebbe creduto. Avrebbero dato la colpa a me. Un prete assassino. Che Dio mi abbia in gloria. In fondo loro non se ne sono più curati e io sono riuscito a salvare la chiesa dei potentini, la mia chiesa. Ora, però, sento che le forze mi stanno abbandonando. Non credo mi resti molto da vivere. Non posso lasciare questa terra con quel segreto nel cuore, il Signore non mi vorrà al suo fianco se prima non mi libero di questo peso. Ho deciso, mi confesserò. Dirò tutto in confessione e il confratello che mi ascolterà sarà l’erede di questo segreto e la chiesa sarà salva ancora una volta”.

Ma chi chiamare? I parroci della zona conoscono la storia di quella povera ragazza, sanno che la famiglia e un numero sempre maggiore di cittadini cercano la verità. Non si poteva correre il rischio di mettere in discussione la chiesa, il clero, la fede. Ci vuole uno nuovo, uno che non è di queste parti, magari giovane e influenzabile. Uno che rispetterà il segreto confessionale e salverà la chiesa. Quello straniero andrà benissimo.

“Padre ma cosa dice, forse ha fatto solo un brutto un sogno. Non può essere… per tutti questi anni! Sono state celebrate messe, matrimoni, battesimi, com’è è stato possibile se quello che dice è vero”.

Il giovane parroco stenta a credere ma dopo la morte dell’anziano constaterà di persona la presenza del terribile segreto. “Non ce la posso fare, non posso più dormire qui, non posso dare l’eucarestia a nessun fedele se prima non mi libero da questa angoscia. C’è il segreto della confessione, è vero. Vorrà dire che non sarò io a dirlo ma qualcuno che lo scoprirà per “caso”. Forse è arrivato il momento di far riparare quella perdita d’acqua”.


Libera su Elisa Claps:"Non bisogna fermarsi al rotrovamento del corpo"

di Don Marcello Cozzi-Coordinatore Libera-Basilicata

"Siamo fiduciosi nel lavoro degli inquirenti ma sottolineamo di questi inquirenti. Quelli di 17 anni fa ci lasciano molti dubbi e molte perplessità su come hanno svolto il loro lavoro.
Vogliamo ribadire che non possiamo fermarci al ritrovamento del corpo perché abbiamo paura che la logica del rinvenimento dei resti per alcuni possa significare “finitela con questa storia”.
Noi non facciamo silenzio. Anzi le nostre domande si moltiplicano. Chi è stato? Chi lo ha coperto? Chi lo ha aiutato a trasportare il corpo? E nel caso in cui l’omicidio fosse stato consumato direttamente lì sopra, chi ha aiutato l’assassino a coprire l’omicidio? E’ impensabile che in 17 anni nessuno abbia messo piede in quella stanza. Sono tante le domande che vorremmo fare ma lasciamo il compito agli inquirenti. Se il cadavere da un lato ci permette di dire che Elisa riposa in pace, dall’altro agita i nostri animi affinché la magistratura faccia finalmente luce e giustizia.
Da ieri i responsabili non sono più in pace e non dormono più sonni tranquilli.
Questo voler continuare a tenere i riflettori accesi è perché non vogliamo che accada quello che è successo allora quando dopo la scomparsa tutti ne parlarono e poi i riflettori si spensero avvolgendo nel buio Elisa e la sua verità.

Questo nostro parlare è il fiore che adagiamo sulla tomba di Elisa".


Criminalità, mafia, massoneria: la droga in Basilicata. O è solo un abbaglio?

di Coordinamento Libera Basilicata

“La criminalità organizzata lucana denominata Basilischi ha mostrato il volto di una mafia violenta, radicata nel territorio, capace di fare proseliti e costruire consenso. È collusa con il potere politico e protesa verso i centri massonici occulti pronta a spartirsi i ricchi affari che nascono dai finanziamenti comunitari e pubblici”.

Queste parole introducono la sezione riguardante la Basilicata nella recente relazione a cura del Ministero dell’Interno sulle attività di contrasto al traffico di sostanze stupefacenti operate in regione nel 2008.
Al di là del dato preoccupante riguardante appunto il traffico di droga e giustamente messo in risalto nei giorni scorsi dagli organi di informazione, riteniamo che queste poche righe siano davvero preoccupanti e debbano far riflettere.
Non entriamo nei dettagli, ci preme solo evidenziare che per il Ministero dell’Interno in Basilicata ci sono almeno tre dati certi:
- c’è la mafia (e anche violenta)
- c’è un potere politico che dialoga con essa
- ci sono centri massonici occulti
il tutto finalizzato alla spartizione di ingenti finanziamenti pubblici.

Ed invece gli avvenimenti anche recenti della cronaca giudiziaria lucana ci hanno parlato di inchieste troppo velocemente archiviate come “malagiustizia” e di “giustizia cattiva”, di certi politici troppo spavaldamente e impunemente a braccetto con criminali e mafiosi (anche solo per carità cristiana), di persone scomparse e morti ammazzati fatti passare come semplici e tragici incidenti di percorso. Il tutto vissuto in attesa di una normalità da far ritornare al più presto.
Perché la normalità è sinonimo di silenzio e il silenzio cancella prima la memoria di Elisa, di Luca e Marirosa, di Vincenzo e tanti altri. Cancella prima le responsabilità dei personaggi eccellenti nascosti dietro quelle storie. Cancella prima i nomi dei mafiosi che altro non aspettano per essere riabilitati.
A meno che anche il Ministero non abbia preso il solito abbaglio….


Diritti costituzionali e limiti economici:la storia di 2 bimbe disabili

di Elena Santa Carlomagno*

E’ datato 29 gennaio 2010 il provvedimento del Tar di Basilicata che nega a due bambine disabili frequentanti la scuola primaria nel comune di Lauria, la sospensiva dell’atto che assegna loro l’insegnante di sostegno per sole 13 ore settimanali, a fronte della richiesta di 22 ore fatta dalla AUSL competente, in base alle patologie riscontrate nei due rispettivi casi. Tale diniego è simile ad altri provvedimenti emessi dal tribunale amministrativo regionale avverso i ricorsi presentati dalle famiglie di bambini diversamente abili, di tutte le aree della regione, contro il taglio del sostegno scolastico, (alcune delle quali, in vero, a seguito di ricorso al Consiglio di Stato avrebbero visto ribaltata la sentenza del Tar di Basilicata). Il Tar giustifica il rifiuto in virtu’ dell’assunto che la Legge finanziaria del 2008 avrebbe sancito “ il divieto di superamento del rapporto medio nazionale di un insegnante ogni due alunni diversamenti abili” e contestualmente avrebbe “escluso” che “in presenza di handicap particolarmente gravi possano essere assunti con contratto a tempo determinato docenti di sostegno, in deroga al rapporto docenti-alunni, facendo comunque salvo “il rispetto dei principi sull’integrazione degli alunni diversamente abili fissati dalla legge 5 febbraio 1992, n.104”. Il Tar nei riguardi del ricorso delle famiglie, che lamentavano la non considerazione della gravità clinica dei casi nell’attribuzione del sostegno da parte della scuola, risponde che in base alla circolare n. 38/2009 del MIUR “è stato richiamato l’impegno di raggiungere gradualmente come previsto dalla legge finanziaria 2008, il rapporto nazionale di un docente ogni due alunni disabili” e che dalla Legge 104 del 1992, che garantisce “il diritto all’istruzione e all’integrazione, mediante l’assegnazione di docenti specializzati di sostegno” ”non è enucleabile anche la garanzia di un numero complessivo di ore di sostegno, le quali, pertanto, vanno determinate entro i limiti delle dotazioni organiche connesse alle disponibilità finanziarie all’uopo preordinate”.
Su un caso analogo il Tar del Lazio, in questi giorni, in maniera contraria si pronuncia a favore di un minore residente a Firenze affermando“sufficienti profili di fondatezza nella parte in cui si lamenta che l’amministrazione nell’assegnare al minore di cui trattasi l’insegnante di sostegno per n. 14 ore, anziché 22, non abbia considerato la particolare gravità”.
Non è possibile, (aldilà del rispetto verso le sentenze dei Tribunali amministrativi; del diritto sacrosanto del magistrato di agire in maniera autonoma; della possibilità sancita alla parte lesa di ricorrere nelle forme e nei modi di legge ai provvedimenti ritenuti ingiusti) che due sentenze scaturite da vicende e situazioni umane analoghe, producano tali sperequazioni territoriali e sociali e tali diversità di giudizio.
Da una parte i bambini vedranno negato il pieno diritto alla salute, all’istruzione, all’integrazione scolastica in nome delle ristrettezze economiche e quindi di organico, dall’altro invece si procederà a ristabilire il diritto negato, facendo in modo che lo Stato cioè tutti i cittadini (compresi quelli della Basilicata) si facciano carico di garantire al minore il pieno diritto all’istruzione e all’integrazione.
Nel primo caso, quello lucano, il diritto non è riconosciuto perché è condizionato a cascata dalla ristrettezza delle risorse trasferite all’ufficio scolastico Regionale, dal numero dei disabili presenti nelle singole scuole (più disabili ci sono meno insegnanti vengono attribuiti, ad esempio: è avvenuto in Basilicata che per cinque disabili gravi siano stati assegnati 4 insegnanti specializzati, quando però nella stessa scuola i disabili gravi sono diventati otto, a seguito di un accorpamento di un nuovo plesso alla scuola originaria, l’Ufficio scolastico regionale ha concesso in totale 5 insegnanti specializzati, solo in base alle proprie disponibilità!!!!), dalla solerzia più o meno spinta con cui vengono inviate le richieste di deroga, sino all’interpretazione normativa del Tar competente…
Come se un diritto costituzionale potesse essere sottoposto a limitazioni o ristrettezze economiche che potrebbero renderlo attuato per alcuni e inattuato per altri; come, cioè, se un diritto divenisse una concessione, quasi un’elemosina.
L’aspetto più pericoloso della vicenda che vede attribuite ad alcuni bambini diversamente abili solo 13 ore di sostegno mentre altri, contemporaneamente nella medesima situazione ne hanno 22, non è l’affermazione del principio che durante una crisi economica stringente come quella in corso, sia normale fare sacrifici da parte di tutti, che pare essere la logica del TAR di Basilicata, dell’Ufficio scolastico e della scuola, ma che a fare sacrifici siano solo alcuni, scelti a caso, seguendo logiche pensate a tavolino, di numeri e di convenienze, attuate non considerando il diritto alla salute e all’istruzione e quindi alla dignità delle persone su cui la decisione si abbatte. Semplicemente: se di rapporto tendenziale si tratta che si cominci “gradualmente” da una parte….
Tale modo di fare crea disparità all’interno della stessa scuola, dello stesso paese, della stessa nazione.
Sta di fatto che, ad ora, nessun cittadino d’Italia pagherà soldi per garantire il pieno sostegno ad alcuni bambini lucani (bambino disabile e bambini della classe in cui questi è inserito), nessuno interverrà con patti di solidarietà sociale. Questi minori insieme alle loro famiglie sono tra quelli che per primi (insieme agli operai e ai precari che aumentano le file della disoccupazione) contribuiranno, grazie ad una “compressione forzata” dei loro bisogni, a risanare il bilancio dello Stato.
La gravità di quanto avviene, però, non deve restare nell’ambito della vicenda personale dei bambini e delle famiglie lucane coinvolte, è necessario per tutti che chi può, politica, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale, ponga la questione della costituzionalità o meno, di una norma che induce a interpretazioni restrittive che generano disparità. Tale norma è la fissazione di quel famoso rapporto medio nazionale di un insegnante ogni due alunni disabili, che interpretata in maniera letterale nella singola scuola, senza tener conto del numero degli alunni disabili presenti, della possibilità di effettuare compensazioni tra singole scuole e province limitrofe, semplificando la “tendenzialità e la gradualità” e trascurando l’effettiva esigenza del minore disabile, diventa un numero medio svuotato da tutti quei contenuti di tutela e diritto che ormai dovrebbero essere riconosciuti ovunque ai portatori di handicap (se le leggi non sono un puro esercizio teorico!!!). Altrimenti si spieghi cosa significa: ”facendo comunque salvo “il rispetto dei principi sull’integrazione degli alunni diversamente abili fissati dalla legge 5 febbraio 1992, n.104”.

Nella presente campagna elettorale sentiamo parlare di quoziente famiglia, sostegno alle fasce deboli ed altre misure che avvertiamo invero un po’ appiccicaticce, almeno in alcune aree del paese, dove hanno preso piede costumi e atteggiamenti “legittimi e legittimati” di modifica dello stato sociale, se non di macelleria sociale. Non sappiamo verso quali lidi ci condurrà questo vento di tempesta, sappiamo solo che se una parte del nostro Stato, o del nostro Mondo non avrà diritti simili all’altra, le tensioni saranno tali e tante che le onde perderanno molti di noi, per quel che, a chi regge il timone, puo’ importare.

*Presidente Associazione
di Auto Mutuo Aiuto Tutti sulla stessa barca



Galoppini e trombati sulle spalle del Sud

di Lino Patruno

Non è detto che da meridionali si debba sempre parlare bene del Sud, tanto a parlarne male ci pensano gli altri. Mettiamo la Campania. Già c’è la signora Mastella rinviata a giudizio per presunti interessi privati nell’attività pubblica. Lo stesso Bassolino compare in una pesante inchiesta sui soliti famosi rifiuti. Chissà se era opportuna in questo clima una candidatura PdL a presidente della Regione del sottosegretario Cosentino, del quale è stato chiesto l’arresto per voto di scambio con la camorra.
Sia chiaro, finché non si è condannati con sentenza definitiva, si è innocenti. E non può essere la magistratura a interferire, specie se le procure sono accusate di complotti (anch’essi tutti da dimostrare). Ci sono amministratori che si sono dimessi per un semplice avviso di reato, sovvertendo il voto popolare, e non dovrebbe andare così. Le cose non quadrano in questa Repubblica fondata sui reati e sui tribunali. Ma un Cosentino buttato lì in mezzo è a rischio autogol, con vincitori e vinti molto incerti. Ovvio che ci sia chi taglia corto, fatti processare e difenditi pure alla grande, la carriera politica non è un’investitura divina. Allora il problema sono i padroni dei voti, si sfida la prudenza o il buonsenso perché conta solo avere in canna chi quei voti sa acchiapparli. I Cosentino. Mentre specie al Sud, e a destra e sinistra, si continua a proclamare che questa classe politica bisogna rinnovarla, bisogna rinnovarla. Anche perché non a torto si aggiunge che il Sud non soffre tanto di insufficienti fondi, ma di livello dei suoi dirigenti e di cattivo autogoverno. Ma si continua a ripeterlo da una vita, e infatti da una vita la questione del Sud è sempre lì. Come da una vita si prende in giro il Sud con le politiche nazionali a suo danno.
Dice: ma Tangentopoli non ci ha mostrato un Nord migliore, anzi. Il fatto è che loro comunque crescono, anche civilmente. E se lo fanno perché alzano la voce, perlomeno il Sud non ha urlatori alla pari, se non sono addirittura complici in cambio di potere a vita. Vediamo del resto la giostra delle candidature in questi giorni, e non solo in Campania. Anche quando il giro sembra cambiare, la pallina va sempre a finire su nomi che comunque nel giro in un modo o nell’altro ci sono già, magari da specialisti in cumulo di cariche: gli eccoli e i rieccoli. O su chi può mettere sul tavolo mezzi propri, spesso ottenuti lavorando con settori pubblici. Insomma la partita di giro si chiude. Così nasce e prospera una seconda Casta spacciata per anti-Casta. Non mollano mai. Aggiungici l’abolizione delle preferenze, e capisci perché la gente non va a votare o ci va turandosi il naso.
Ma poi c’è tutto il resto. Ci sono politici o para-politici dei quali non si è mai saputo che mestiere facciano. Politici. E disinvolti in salto da una parte all’altra. Inaffondabili. C’è sempre per loro un consiglio di amministrazione, una mezza presidenza, un incarico, una consulenza, un contrattino in un ente, in un’azienda partecipata, in un consorzio. La grande riffa parte dopo le elezioni, quando bisogna piazzare trombati o galoppini. Uno dice: devono campare. Campare un corno, occhio ai compensi, non si è mai capito perché anche i para-politici debbano guadagnare sempre più del fesso qualsiasi.
Ma è un modo per creare lavoro. A parte il possibile vilipendio alla parola lavoro, un’alternativa ci sarebbe. Si riduca drasticamente il numero dei componenti dei consigli di amministrazione, chi ha detto che debbano essere rappresentati tutti i partiti non escluse le correnti? Si eliminino agenzie, uffici studi, coordinamenti e tutto quell’ineffabile apparato di amministrazione parallela che raddoppia inutilmente funzioni ed è un alibi per assessorati e ripartizioni, se ci stanno loro perché dovrei ammazzarmi di fatica io? Si recuperi tutta questa spesa pubblica ampiamente improduttiva se non per gli spesati, e la si investa in settori produttivi. Che non solo producono lavoro, ma pensa tu, fanno anche crescere il territorio. E lo fanno crescere per tutti, non solo per i para-politici o per i «segnalati alla Signoria Vostra», dai quali non ci si aspetta laboriosità e impegno, l’essenziale è che poi ci diano il voto.
Il Sud che non ce la fa mai perché mancano sempre i fondi, che sono comunque sempre scarsi, ha un modo per farseli mancare meno: governarsi meglio. Spazzare il vecchio inossidabile clientelismo, liberarsi di un po’ di amici degli amici, dimezzare presidenti e vicepresidenti, eliminare contributi e patrocini. In cambio recupererebbe lavoro vero e sviluppo. E certo, qualcuno si deve mettere a lavorare, qualche altro si deve trovare un mestiere. Con una classe politica che riduca gli «studi di fattibilità» e aumenti i «progetti esecutivi»: che passi, in due parole, da ciò che si potrebbe fare e non si fa, a ciò che è pronto per farsi e si fa. Hai detto niente.


Paese mio che dormi sulla collina

di Mariapaola Vergallito

Una barzelletta. O una tragedia? Che cosa è l'ennesimo atto vandalico in una scuola media di un comune di 7mila anime, con tutti che di solito sanno tutto, ma che, almeno per questa volta, è come non sapessero cosa sta succedendo? L'ennesimo atto vandalico contro una scuola degradata, in cui è fin troppo facile entrare indisturbati, causare danni alle cose e fare in modo che i ragazzi disertino le lezioni per giorni perchè le aule non sono idonee e agibili. La prima volta è una bravata. La seconda può essere la dimostrazione di voler andare contro le regole e dimostrare di farla franca. La terza è un avvertimento. La quarta, cosa è? E' consuetudine? Nel corso dei decenni le casse comunali non hanno mai avuto spiccioli da dedicare ad effettuare opere di ordinaria manutenzione all'edificio che, prima o poi, tutti i figli, e i figli dei figli dovrebbero frequentare per tre anni almeno. Abbiamo relegato l'ambizione di "eccellenza" nelle carte dei progetti didattici annuali, ma poi nessuno si è mai realmente interessato a rifare la palestra, o le aule laboratorio, o la biblioteca o la mensa. Persino gli infissi alle finestre e le porte sono rimaste le stesse. Quando questo capita le colpe non possono mai essere soltanto di chi ci precede; sono colpe ereditate da chi invece viene dopo di noi. L'attuale amministrazione, ugualmente figlia di un bilancio a secco, gravato da mutui trentennali e da fallimenti per programmazioni poco ponderate, ha preso l'impegno di destinare fondi di quello stesso bilancio a secco per realizzare un adeguato sistema di videosorveglianza. Con la promessa di indagare giornalisticamente sulla vicenda per quello che La Siritide è in grado di fare, vi cito testualmente le parole scritte sul più famoso tra i social network esistenti di un consigliere dell'attuale amministrazione, che poche ore dopo aver appreso dell'ennesimo atto vandalico ai danni della scuola media, attonito e amareggiato, scrive: "la cosa grave è che l'amministrazione ha provveduto a fare l'impegno spese per l'installazione dell'impianto di videosorveglianza, ma come ogni cosa, arrivati all'ufficio tecnico si blocca tutto. fino a 2 giorni fa non avevano richiesto neanche i preventivi".
E così, capita che, parlare di atti vandalici in una scuola media, diventi, in realtà, un testo libero.
Un testo che parli delle ragnatele del buonsenso di una cittadinanza che in realtà non chiede, non indaga, non approfondisce; di chi non si indigna pubblicamente pur essendo consapevole di come va il mondo; e che forse non si indigna proprio perchè pensa di sapere come va il mondo. Di chi pensa che la colpa sia soltanto di una persona; di chi non crede che, se qualcuno entra indisturbato 5 volte in una scuola e in quella scuola crea danni enormi, può essere in grado anche di distruggerla definitivamente. Perchè la scuola è un pretesto. Le dimostrazioni troveranno altre strade.


Valerio, figlio del petrolio e di un padre emigrato al nord per lavorare

di Mariapaola Vergallito

Valerio, simbolo inconsapevole della Basilicata di oggi. Simbolo involontario perchè nessuno vuole morire a 21 anni nel buio di una galleria in costruzione di un'autostrada che non si misura in chilometri, ma negli anni che occorrono per realizzarla. Valerio, figlio di un fazzoletto di terra ricca di petrolio e di un paese famoso per le produzioni tipiche. E figlio di un padre emigrato al nord per fare l'operaio. Figlio di un senso di responsabilità innato, di alcuni (e non pochi) giovani che decidono di spaccarsi la schiena e, per questo, lavorano lontani da casa, nel buio, in una galleria di un'autostrada infinita.
Su facebook gli amici di Valerio hanno creato un gruppo appositamente per lui. Si chiama "Per non dimenticare". In poche ore ha superato i 530 iscritti. Fa impressione vedere, sotto l'account del gruppo, anche quello personale di Valerio. Ancora è lì, occhiali da sole in un autoscatto di un giorno d'estate. Sotto i messaggi di chi lo conosceva e i tanti di chi non lo conosceva, una dedica musicale. "Se tornerai" di Max Pezzali. Parla di un "amico" che non c'è più. E' una storia diversa, ma di sicuro con la vicenda di Valerio ha in comune uno dei versi: "non so se eri pronto per la morte".La risposta la conosciamo tutti.Nessuno è pronto per la morte. Figurarsi chi si spacca la schiena a 21 anni e lavora lontano dalla terra del petrolio in una fredda galleria di un'autostrada infinita.


Morti bianche, morti di lavoro

di Cgil

Ancora vite spezzate nei cantieri italiani. Nelle ultime quarantotto ore sono quattro i lavoratori rimasti vittime di incidenti mortali. Una carneficina che si è consumata su tutto il territorio nazionale, dal nord al nel sud d'Italia, in piccoli cantieri ed in quelli delle grandi infrastrutture. Stamane un giovani di 21 anni è rimasto schiacciato da un blocco di argilla staccatosi all'interno della nuova galleria "Serra dell'Ospedale" nel cantiere Anas della A3 Salerno Reggio Calabria. Ieri la morte di un lavoratore marocchino di 37 anni al primo giorno di lavoro in un cantiere di Arco di Trento. Sempre ieri, in un cantiere di Olbia sono caduti da nove metri di altezza due operai, uno morto sul colpo e l'altro ricoverato in gravissime condizioni. Ieri l'altro ancora un morto per caduta dall'alto a Pavia. Sale a 132 il tragico bilancio dei morti in edilizia dall'inizio dell'anno.
La notizia della morte del giovane operaio sulla Salerno Reggio Calabria è rimbalzata subito a Lamezia Terme, dove era in corso il Direttivo regionale della Fillea, immediatamente interrotto. E da Lamezia Terme la Fillea Nazionale e Regionale Calabrese e la Cgil Calabria hanno diramato un comunicato per esprimere "vicinanza alla famiglia di Valerio Messuti e fiducia nella Magistratura affinchè vengano accertate le cause che hanno fatto si che il blocco d'argilla staccatosi dal fronte scavo colpisse mortalmente il giovane operaio."
Il comunicato prosegue ricordando che "nelle ultime quarantotto ore sono quattro le vittime di incidenti nei cantieri edili sul territorio nazionale; una vera e propria carneficina che abbiamo il dovere di fermare. Urge un confronto serio tra Istituzioni, forza sociali ed imprenditoriali per fermare quello che è un vero e proprio bollettino di guerra. La vera esigenza per il settore delle costruzioni è quella di far crescere e maturare la cultura della sicurezza, ad ogni livello, che ancora manca soprattutto in alcune realtà meridionali. E' certo che su questo versante, su quello dei maggiori controlli, sull'informazione e la prevenzione, proseguirà l'impegno delle organizzazioni sindacali che faranno della sicurezza una vera e propria vertenza nazionale e regionale."




24.09.09 L'operaio Valerio Messuti, di 21 anni, di Sarconi (provincia di Potenza), e' morto dopo essere stato colpito alla testa da un blocco di argilla mentre lavorava nel cantiere dell'Anas per la nuova galleria sull'autostrada A3 Salerno-Reggio Calabria, a Tarsia (provincia di Cosenza). L'operaio stava lavorando con altri due colleghi per conto dell'impresa esecutrice Carena Spa di Genova e si trovava sul cestello elevatore all'interno della nuova galleria 'Serra dell'Ospedale' quando un blocco di argilla, per cause ancora in corso di accertamento, si e' staccato improvvisamente dal fronte di scavo colpendolo alla testa, a quanto rIferisce un comunicato dell'Anas. Illesi gli altri due operai.

23.09.09 Mario Cuccu e Luigi Desortes, di 50 e 48 anni, sono caduti da un'altezza di nove Metri poco dopo le 15 nella zona industriale. Per cause in corso di accertamento, le travi su cui si trovavano i due operai, posizionate su dei pilastri, forse a causa dello spostamento di questi ultimi, sono cadute. Per Mario Coccu non c'è stato niente da fare, è deceduto in ospedale.

23.09.09 Un operaio marocchino è morto decapitato dalla lama di un escavatore con cui stava lavorando in un cantiere ad Arco, in Trentino. La tragedia è avvenuta nel parco Braille, vicino all'ospedale, poco prima delle 10. Secondo una prima ricostruzione, l'uomo, Said Karroui, 37 anni di Albenga (Savona), al suo primo giorno di lavoro, alla guida di una piccola ruspa stava effettuando lavori di pulizia su una stradina in forte pendenza quando, all'improvviso, ha perso il controllo del mezzo che è rotolato in una scarpata per alcune decine di metri. Dopo essere stato sbalzato dal sellino, è stato decapitato dalle lame montate sull'escavatore.

22.09.09 Un muratore di 50 anni è morto in seguito alle ferite riportate cadendo dal tetto di una casa che stava ristrutturando a Garlasco (Pavia). Agostino D'Azzo -sposato e padre di due ragazze di 21 e 17 anni- era con altri colleghi, ha perso improvvisamente l'equilibrio ed è precipitato all'interno dell'abitazione attraverso un lucernario. Un volo di sei metri che gli è risultato fatale.


Una foto col mio amico kamikaze

di Alessandro Fantato

L'anno prima, a qualche mese dal diploma, ricordo di esser passato di fronte al cancello di una caserma in una zona centrale di Roma. Eravamo in molti, era una manifestazione di sinistra, era il 1983 e io gridavo qualcosa contro i militari e contro la Nato. Pensavo a questo fatto mentre varcavo il cancello della Scuola allievi sottufficiali di Viterbo e mi chiedevo anche cosa ci facessi dall'altra parte del cancello. Ma certo, volevo fare il pilota e quello era, economicamente parlando, l'unico sistema per diventarlo.
Stranamente non ci furono traumi. Il mio fresco passato da manifestante non impattò contro la disciplina militare. Nemmeno quando, dopo meno di un mese dall'ingresso, il comando venne assunto dal colonnello Giannatiempo. Un cavaliere, un cavaliere con il cavallo. Anzi, con la cavalla. Alto, dritto e secco. In testa un cappello grande, largo, imponente. Il volto, asciutto, con gli occhi sottili e chiari, che se li avesse avuti un ragazzo si sarebbero definiti furbi, serviva a portare gli enormi baffi che adesso ricordo leggermente a manubrio, ma che forse non lo erano.

La giacca dai bottoni dorati era sempre perfettamente stirata, linda, e aderiva al suo corpo come fosse stata elasticizzata. Sotto quella giacca un corpo che contrastava con la maggior parte dei corpi dei sottufficiali e degli ufficiali della scuola ai quali non servivano a nulla gli enormi sforzi nel ritirare le pance in sua presenza. I pantaloni di Giannatiempo erano da cavallerizzo e si infilavano, perfetti, in alti stivali color marrone chiaro sempre perfettamente lucidi. La voce era leggermente nasale, le sillabe ben scandite e il discorso lento, chiaro, autorevole malgrado la tonalità leggermente alta.

La cavalla arrivò con lui e con la cavalla arrivò la tradizione che voleva i nuovi sottotenenti passare la loro prima notte alla scuola insieme a lei, nella stalla per assicurarsi che non avesse bisogno di nulla. Portato con la mano sinistra il frustino. Il braccio piegato a novanta gradi, il polso leggermente ricurvo all'indietro per far si che il frustino alloggiasse tra l'avambraccio e il torace. Una stampa. Il colonnello Giannatiempo era una vecchia stampa che ancora oggi si può trovare nei circoli e nella Rivista Militare. Una stampa animata che si aggirava per la scuola.

Una delle prime cose che introdusse furono i ferretti. Andammo tutti dal calzolaio a comprare coppie di miniature di ferri di cavallo. I ferretti avevano tre buchi e andavano inchiodati al tacco delle scarpe. Erano escluse le scarpe da ginnastica. Erano graditi sulle scarpe civili. La scuola si riempì di rumore. Quando si camminava non inquadrati era come il rumore di un torrente, senza un ritmo, un gorgoglìo scoordinato e continuo. In tutte le altre occasioni un solo plotone era in grado di ottenere l'effetto che l'anno prima doveva essere quello ottenuto da tutti e due i battaglioni della scuola. Aumentarono anche le distorsioni alla caviglia perché correre con i ferretti era come fare dei passi lunghi su di una pista di ghiaccio.

Un'altra cosa che venne introdotta furono le adunate del venerdì. C'erano state anche negli anni precedenti ma duravano il tempo di un paio di ordini e di un paio di annunci. Le nostre adunate iniziavano alle due di pomeriggio e continuavano a oltranza. Tutti sull'attenti. Fermi. L'elmetto in testa, il cinturone lucido e stretto su di una giacca non studiata per non far pieghe in quelle condizioni. Le pieghe non dovevano esistere. Non erano tollerati nemmeno ondeggiamenti, sussurri Lo sbattere delle palpebre, benché permesso, era visto come indice di fragilità.

Erano lunghi i venerdì pomeriggio. Giannatiempo era di fronte a noi, su di un palchetto. Di fronte un leggìo sul quale lui posizionava un librone. Nel librone era scritto il nostro destino e il nostro futuro. C'erano i nomi di coloro che dovevano abbandonare il corso a insindacabile giudizio di Giannatiempo. I motivi potevano essere gravissimi. Era punito con l'allontanamento dal corso uno scarso rendimento negli studi, nell'addestramento, nell'attività ginnica, ma anche l'essere trovato a camminare senza un ferretto, l'essersi recato in libera uscita in borghese o essere trovato senza basco.

Il cubo doveva essere millimetricamente perfetto e squadrato, l'armadietto doveva corrispondere alla stampa che ci era stata data, tranne che per i colori in quanto la stampa era in bianco e nero. Il contenuto doveva corrispondere alla dotazione ricevuta, gli asciugamani piegati in alto a sinistra, lo zaino valigia, ovviamente tenuto squadrato tramite apposita intelaiatura, doveva apparire non concavo e nemmeno convesso, nè pieno nè vuoto, le fasce di chiusura non dovevano pendere oltre la fibbia ma rientrarvi dall'alto in basso e sporgere per due centimetri. Tutte queste condizioni e altre ancora andavano rispettate altrimenti il nome finiva nella lista del venerdì.

Fermi dunque, immobili, sotto la pioggia e sotto il sole. Alcuni svenivano. Dimessi dal corso. Altri, spesso quelli più convinti, avevano da ridire. Quella, nella loro mente, non era un'attività che li preparava alla agognata azione. Mormoravano, piano si chiedevano cosa si facesse fermi sull'attenti per ore. Dimessi dal corso.

Io non protestavo e anzi una volta in camerata cercavo di spiegare agli altri che non esisteva un perché alla tortura del venerdì e non esisteva perché eravamo militari. Insomma, dovevano fidarsi di me, fino a pochi mesi prima avevo fortemente criticato i militari e quella che ero convinto fosse la cosa più stupida del mondo, stare immobili per ore, altro non era che una conferma alle mie teorie. Bisognava stare fermi, immobili perché … era un ordine. "Voi militari dovreste saperlo no?" dicevo loro.

Tra di loro c'era un ragazzo basso e muscoloso. Proveniva dai paracadutisti e voleva andare a fare l'incursore. Non andavamo d'accordo su nulla, ma per motivi opposti, il venerdì pomeriggio eravamo come due statue e le nostre discussioni sul perché bisognasse stare fermi ci fecero diventare amici. Diventammo entrambi capi plotone a dimostrazione che teorie completamente diverse possono portare allo stesso risultato e che le selezioni, per il mio caso, hanno comunque delle falle. Quasi dieci anni più tardi entrambi fummo mandati in Africa.

Altro passaggio importante, a causa del quale si poteva finire nella lista nera, era l'ispezione della guardia all'alba. Anche questo diventò presto un rito e durò fino a quando un kamikaze non entrò in azione. Al mattino, prima di qualsiasi attività, tutta la guardia doveva essere schierata di fronte al corpo di guardia. Giannatiempo appariva da sotto il colonnato del comando dall'altra parte del piazzale. Si fermava li un paio di minuti e la sensazione di eternità che si provava ricordava il momento in cui a scuola il professore si sedeva e apriva il registro facendo poi scorrere il dito sulla lista dei nomi. La sensazione era esattamente la stessa.

Alla destra della guardia schierata c'era la cavalla. Sono convinto che provasse quello che anche noi provavamo e questa vicinanza emotiva ci faceva scordare il puzzo. Prima di decidersi e attraversare il piazzale, Giannatiempo batteva un paio di colpi con la punta del frustino lungo lo stivale sinistro, poi alzava il ginocchio invece di portare avanti il piede per fare il primo passo, batteva lo stivale sinistro per terra e con il destro iniziava l'attraversamento del piazzale. Attimi infiniti. Noi si aspettava rigidi per il sonno, per il freddo e per la paura.

Raggiunto il comandante della guardia e urlato quanto andava urlato, iniziava l'ispezione. Giannatiempo si sfilava i guanti di pelle e si infilava un paio di guanti bianchi. Fila per fila, uomo per uomo analizzava l'uniforme, il posizionamento del basco, la lucentezza delle fibbie della buffetteria, la piega del pantalone della mimetica nella zona nella quale un elastichetto interno al pantalone stesso crea uno sbuffo, che non doveva essere troppo ampio come a ricadere sull'anfibio, ma nemmeno inesistente, il passaggio dei lacci delle scarpe, lo splendore e il grado di riflesso degli anfibi, la presenza di tracce di fango all'interno della cucitura della suola.

Non era finita qui. Con il frustino ci toccava l'esterno del polpaccio e a quel segnale dovevamo piegare di novanta gradi il ginocchio alzando indietro il piede in maniera che la suola della scarpa fosse perpendicolare al terreno, tacco verso l'alto e punta verso il terreno. Veniva controllata la presenza dei ferretti e in particolare di tutti e tre i chiodini che lo fissavano alla suola e la totale assenza di tracce di fango all'interno del disegno della suola stessa.

Finita l'ispezione alla guardia e fatti annotare i nomi di coloro che il successivo venerdì avrebbero lasciato il corso, passava alla cavalla. La procedura ispettiva era la stessa con la differenza che le eventuali punizioni venivano date sia allo stalliere che alla cavalla lasciata senza biada, ma solo se arrivava in ritardo all'adunata del mattino.

Una mattina il kamikaze inquadrato nella guardia, che mal sopportava il colpo di frustino sul polpaccio che lo faceva sentire trattato da cavallo, invece di alzare la scarpa chiese il permesso di parlare. Urlando, perché tutto andava urlato, disse: "Signor colonnello, io non credo che lei possa fare questo signor colonnello". Sono ancora oggi convinto che la cavalla ebbe un fremito e girò lentamente la testa a guardare la guardia schierata.

Lo spigolo destro della bocca di Giannatiempo ebbe una leggerissima impercettibile contrazione, portò la mano al baffo corrispondente a quello spigolo, gli dette un stiratina e quindi, guardando il kamikaze disse: "Ha ragione, ben detto!"

Il kamikaze finì il corso e riuscì a fare l'incursore. Lo appresi dai giornali, che descrissero la sua morte al check point Pasta. Si chiamava Stefano Paolicchi* e di lui conservo la foto della nomina a capo plotone, nella quale un colonnello simile a una vecchia stampa ci mette sulla divisa gli agognati baffi gialli da sergente.

* Stefano Paolicchi
Sergente maggiore incursore paracadutista
Massa, 2 maggio 1963 - Mogadiscio, 2 luglio 1993
Medaglia d'oro al valor militare, alla memoria


Last lecture. Storie di vita da un uomo che muore

di Randy Pausch

Randy Pausch era professore di informatica, interazione umano-computer e design presso la Carnegie Mellon University (CMU) di Pittsburgh, Pennsylvania.

Nel settembre 2006, gli è stato diagnosticato un cancro del pancreas metastatizzato. Sottoposto ad intervento chirurgico palliativo e chemioterapia, è rimasto attivo e vigoroso fino alla fine del 2007. È morto all'alba del 25 luglio 2008.




Bene, eccoci qui. Nel caso in cui ci fosse qualcuno che è capitato qui per caso e non conosce la mia storia, mio padre mi ha insegnato che quando c’è un grosso problema bisogna affrontarlo. Nelle mie Tac compaiono una decina circa di tumori al fegato e il dottore mi ha detto che mi restano dai tre ai sei mesi di buona salute. Considerato che me l’ha detto un mese fa, i conti sono presto fatti. Ho i medici migliori al mondo. Cosa c’è? Non funziona il microfono? Allora parlerò più forte…[aggiusta il microfono]. Va bene così? Ok. Allora, stavo dicendo che le cose stanno così. Non possiamo cambiarle. Possiamo soltanto decidere in che modo reagiremo alla situazione. Non possiamo cambiare le carte che ci sono date, possiamo soltanto decidere come giocare la prossima mano. Se non vi sembro depresso o cupo come pensate che dovrei essere, mi dispiace deludervi. [Risate].

Vi assicuro che non provo un atteggiamento di rifiuto. Non è che io non sia pienamente consapevole di quanto mi sta accadendo.

La mia famiglia, i miei tre figli, mia moglie…abbiamo traslocato. Abbiamo comperato una splendida casa in Virginia e stiamo facendo tutto ciò perché questo è un posto bellissimo per viverci. La nostra casa è più giù lungo questa stessa strada. L’altra cosa che vorrei dirvi è che in questo momento sono in ottima forma, in forma smagliante e fenomenale. Ciò che intendo dire è che il fatto che io sia in ottima forma davvero è l’esempio di dissonanza cognitiva più plateale che vi possa capitare di vedere. Di fatto, credo di essere in forma migliore della maggior parte di voi qui presenti. [Randy si sdraia per terra e inizia a fare flessioni] [Applausi] Pertanto se qui c’è qualcuno che intende piangere o compatirmi, può scendere e fare un paio di flessioni, e soltanto dopo potrà compatirmi. [Risate].

Va bene… allora, di una cosa non parleremo oggi. Non parleremo di cancro, perché ho già parlato a lungo di questo e davvero non mi interessa parlarvene. Se avete qualche integratore a base di erbe o qualche altro rimedio, vi prego di starmi alla larga. [Risate].

Non parleremo anche di altre cose che sono più importanti dell’esaudire i sogni della vostra infanzia. Non parleremo di mia moglie e non parleremo dei miei figli, per esempio, perché sono bravo, sì, ma non così bravo da poterne parlare senza scoppiare a piangere. Pertanto, molto semplicemente, accantoneremo questo argomento, che è molto più importante.

Altre cose di cui non parleremo sono la spiritualità e la religione, anche se vi devo confessare di aver appena avuto una conversione in extremis, in punto di morte….[pausa drammatica di silenzio]. Mi sono appena comperato un Macintosh. [Risate e applausi]. Ecco, adesso so che almeno un nove per cento del pubblico è con me…

D’accordo, ma allora di che cosa parliamo oggi? Parliamo dei miei sogni d’infanzia e di come li ho realizzati. Da questo punto di vista sono stato molto fortunato. Parleremo di come credo di aver reso possibili i sogni altrui e, in una certa qual misura, degli insegnamenti che se ne possono ricavare. Sono un professore, pertanto dovrebbe essere possibile ricavare qualcosa che consenta ai vostri sogni di realizzarsi. A mano a mano che si diventa grandi, si può scoprire che “permettere ai sogni altrui di realizzarsi” è ancora più gratificante.

Dunque, volete sapere quali erano i sogni della mia infanzia? Prima di tutto vi premetto di aver avuto un’infanzia davvero molto felice. Sì, sul serio, non sto scherzando. Ho frugato nell’archivio di famiglia e la cosa che mi ha davvero colpito è che non sono riuscito a trovare nessuna foto di me bambino nella quale io non stessi sorridendo. E questo di per sé è già molto gratificante. [Compare una diapositiva] Questo è il nostro cane, d’accordo? Sbadiglia… e questo sono io che sogno. Sognavo molto.

Sapete, c’era molto per cui sognare ad occhi aperti. Sono nato nel 1960. Avevo otto o nove anni e se guardavo la televisione potevo vedere l’uomo sbarcare sulla Luna. A quel punto capite bene che ogni cosa è possibile. Ecco, questo non dovremmo dimenticarlo mai. L’ispirazione e la possibilità di sognare sono immense.

Quali erano i miei sogni d’infanzia? Potrete anche non essere d’accordo con il mio elenco, ma si tratta dei seguenti: sperimentare l’assenza di gravità, giocare nella Lega Nazionale di Football, scrivere una voce della World Book Enciclopedia (beh, sì, presumo che i secchioni si individuino subito, non è così? ), essere Captain Kirk…

C’è qualcuno tra voi che ha avuto questi stessi sogni quando era bambino? No, alla Carnegie Mellon University no di sicuro! Volevo anche essere uno di quei tipi che vincono i pupazzi giganti al Luna Park, e volevo diventare uno degli imagineer della Disney (coloro che pianificano e realizzano le attrazioni dei parchi giochi, nota del traduttore).

Ecco, ve li ho elencati in ordine sparso, anche se a esclusione forse del primo, sperimentare l’assenza di gravità, di sicuro erano sogni di difficile realizzazione.

Io credo che sia molto importante avere sogni precisi. Non sognavo di diventare un astronauta, perché quando ero piccolo e indossavo gli occhiali qualcuno mi aveva detto che gli astronauti non possono indossare gli occhiali…e io avevo dichiarato: “Mmmm, non mi interessa diventare astronauta. A me interessa soltanto galleggiare nell’aria”.

Così da piccolo, come potete vedere nella diapositiva, mi allenavo [si vede Randy bambino che sdraiato sul tavolo di casa assume la posizione tipica di chi galleggia in assenza di gravità]. Ma ovviamente questo sistema non funzionava granché. Più avanti è saltato fuori che la Nasa disponeva di una cosa detta “La cometa del vomito” con la quale si addestravano gli astronauti. Si tratta di un apparecchio che effettua delle paraboliche. Alla sommità di ogni arcata per 25 secondi circa si diventa dei proiettili e si sperimenta, per circa 25 secondi soltanto, un vago equivalente dell’assenza di gravità.

Ebbene, esiste un programma al quale gli studenti universitari possono sottomettere varie proposte e il progetto migliore si aggiudica il diritto di volare. Così io ho pensato che potesse essere un’occasione meravigliosa. Ho formato un team di studenti che ha vinto e si è aggiudicato il diritto di volare. Io ero al settimo cielo: sarei andato anch’io. Poi però mi sono scontrato con la prima dura realtà: mi hanno detto chiaramente che per nessun motivo un membro di facoltà avrebbe potuto volare con il team. Capirete…ero a pezzi. Mi sembrava impossibile: avevo lavorato così sodo!

Allora mi sono riletto con grande attenzione tutto ciò che c’era da leggere sul programma e ho scoperto che la Nasa, nell’ambito del suo programma di assistenza e promozione, permetteva agli studenti di portarsi dietro dalla loro città il giornalista di un media locale. [Risate]. E così…[fa la voce profonda] “Randy Pausch è un giornalista web”. [Torna alla voce normale].

È davvero molto facile ottenere un pass per la stampa! [Risate]. A quel punto chiamo la Nasa e chiedo a quale numero avrei potuto faxare alcuni documenti. Loro mi chiedono di che documenti si tratta. E io rispondo che si tratta delle mie dimissioni da membro della facoltà e della mia candidatura al ruolo di giornalista. Loro mi chiedono: “Non le pare un po’ troppo sfacciata come manovra?”. E io dico: “Sì certo, ma il nostro progetto riguarda la realtà virtuale. Porteremo con noi moltissime cuffie con apparecchi VR (virtual reality), e tutti gli studenti che formano il gruppo la sperimenteranno, mentre tutti i veri giornalisti riprenderanno la scena”. E Jim Foley (che è qui tra il pubblico e annuisce….sì, tu, bastardo!) mi dice: “Eccole il numero di fax”.

Quindi, in conclusione, abbiamo rispettato i patti. Questo è uno di quegli argomenti di cui sentirete parlare ancora a lungo più avanti: avere sempre qualcosa da mettere sul tavolo, proprio così, perché questo vi rende più bene accetti. Se siete curiosi di sapere com’è l’assenza di gravità, ecco…spero che il sonoro funzioni. [Nella diapositiva si vede Randy che sperimenta l’assenza di gravità]. Io sono questo qui. [Risate, perché le persone del video si schiantano sul pavimento dell’aereo]. Pertanto, sogno d’infanzia numero uno: esaudito.

Ok, passiamo al football.

Il mio sogno, come vi ho detto, era giocare nella Lega Nazionale di Football, ma probabilmente ho avuto molto più da questo sogno che non si è realizzato che da tutti quelli che invece si sono realizzati.

Avevo un allenatore. Firmai con lui a nove anni. Ero il più piccolo della Lega, e avevo un allenatore, Jim Graham, che era alto quasi un metro e novanta e aveva giocato da linebacker (difensore piazzato alle spalle della prima linea di difesa, nota del traduttore) con i Penn State. Era un colosso ed era della vecchia scuola. Intendo proprio vecchia…il primo giorno di allenamento eravamo tutti spaventati a morte da quel gigante. Lui arrivò… ed era senza pallone. Come avremmo mai potuto allenarci senza pallone? Allora un ragazzino si fece avanti e gli disse: «Senta coach, mi scusi, ma non c’è il pallone». E il coach Graham: «È vero. Ma ditemi un po’, quante persone ci sono in campo?». E noi in coro: «Undici per squadra, ventidue in tutto». «Esatto. E quante persone alla volta toccano il pallone?». «Una sola». «Giusto. Quindi noi inizieremo da quello che fanno gli altri ventuno».

Sì, è propria una bella storiella, perché parla delle cose fondamentali, le cose basilari, le cose che contano. È importante concentrarsi su queste, le cose fondamentali, perché tutto ciò che è superfluo e inutile non serve a niente.

L’altra cosa importante legata al coach Jim Graham riguarda l’allenamento. Mi stava sempre addosso, sempre. Mi faceva sgobbare e lavorare senza sosta: “Sbagli questo, ripeti. Sbagli anche quell’altro. Fallo ancora. Torna indietro e ricomincia. Me lo devi…dopo l’allenamento fai le flessioni” e così via. Un giorno, al termine dell’allenamento, uno degli altri coach mi si avvicina e mi dice: «Il coach ti ha lavorato ben bene, non è così?». Io rispondo di sì, e lui chiosa: «Si tratta di un buon segno. Quando sbagli qualcosa e nessuno ti dice più niente, significa che ormai hanno rinunciato».

Questa è una lezione che ho imparato e ho ricordato per tutta la vita: quando fai qualcosa di sbagliato e nessuno si prende la briga di dirti qualcosa, significa che è meglio cambiare aria. Chi ti critica lo fa perché ti ama e ti ha a cuore.

Dopo il coach Graham ne ho avuto un altro, il coach Setliff, che mi ha insegnato moltissime cose sul potere dell’entusiasmo. Faceva una cosa terribile, a ripensarci: inseriva un giocatore alla volta per un solo tempo nella posizione che era la meno plausibile e la più sbagliata per lui. Per esempio, metteva in campo tutti i bassi nella posizione di ricevitore, capite? Beh, insomma, l’altra squadra era assolutamente disorientata. Non sapeva chi era a colpire. Perché se si gioca soltanto un tempo e non ci si trova dove uno suppone ci si debba trovare, libertà diventa sinonimo di nulla da perdere… L’entusiasmo era alle stelle. Ancora oggi da nessuna parte mi sento più a mio agio che su un campo da football.

Quello che voglio dire è che quando ho un problema da risolvere [tira fuori un pallone], la gente mi vede andare in giro con uno di questi… perché quando si è giovani e qualcosa come il football è la tua vita, diventa una parte di te. Per sempre. Sono molto contento che il football sia stato parte della mia vita. Anche se il desiderio di giocare nella Lega Nazionale di Football non si è realizzato, pazienza. Probabilmente ci sono cose che contano di più. Se poi guardiamo a quello che stanno facendo nella NFL….non sono più così sicuro che si stiano comportando bene….

Bene, uno dei modi di dire che ho acquisito lavorando per l’Electronic Arts, che mi piace moltissimo ed è in relazione a quanto ho appena raccontato è questo: “L’esperienza è ciò che ottieni quando non sei riuscito a ottenere ciò che volevi”. Penso che sia assolutamente deliziosa.

L’altra cosa che posso dire del football, come di qualsiasi altro sport o attività che facciamo praticare ai nostri figli, che si tratti di football o di calcio, di nuoto o di qualsiasi altra cosa, è che questo è un esempio di quello che io definirei l’apprendimento indiretto. In realtà noi non vogliamo che i nostri figli imparino a giocare a football. Sì, insomma, è carino che io abbia queste tre punte e che so come fare blocco e così via…ma noi mandiamo i nostri figli a imparare cose molto più importanti di queste. Spirito di squadra, spirito sportivo, perseveranza, eccetera. Tutti questi apprendimenti indiretti sono importantissimi. Anzi, bisognerebbe aprire bene gli occhi, stare sempre all’erta e coglierli ovunque, perché sono ovunque.

Passiamo adesso all’altro desiderio, diventare autore di una voce della World Book Encyclopedia. Quando ero bambino, su una mensola di casa nostra c’era la World Book Encyclopedia…per le matricole devo precisare che si tratta di un’enciclopedia in versione cartacea! Bene, c’erano queste cose che chiamavamo libri [risate]. Dopo che sono diventato per così dire un’autorità in fatto di realtà virtuale, ma non poi così importante, mi sono trovato al livello di coloro ai quali la World Book Encyclopedia avrebbe potuto chiedere di scrivere un articolo. E infatti mi chiamarono e io ho scritto un articolo! Questa è Caitlin Kelleher [nella diapositiva Caitlin indossa una cuffia VR con la quale si muove in un mondo tridimensionale] e se andate nella vostra libreria locale, dove conservano ancora copie cartacee della World Book Encyclopedia, se cercate alla voce Virtual Reality troverete il mio articolo. Tutto ciò che posso dire è che effettivamente essendo stato scelto per diventare un autore della World Book Encyclopedia, posso assicurarvi che Wikipedia è una fonte perfetta di informazioni per voi, perché conosco il controllo di qualità delle vere enciclopedie!

Ok, passiamo pure al desiderio successivo. [Diapositiva riportante la scritta: “Incontriamo il Capitano Kirk”] [Risate].

A un certo punto della propria vita uno si rende conto che ci sono alcune cose che non potrà fare, così forse sarebbe meglio starsene con i piedi per terra. Beh, mio Dio, che modello per i giovani! [Risate] [diapositiva del Capitano Kirk seduto alla sua postazione di controllo sull’astronave Enterprise].

Ecco, io volevo essere così, ma quello che mi ha spinto più avanti nel corso della vita alla vera leadership, è aver capito che lui non era il più importante dell’astronave! C’era Spock, che non era niente male, e McCoy, il dottore, e poi c’era Scotty, l’ingegnere… tanto che alla fine uno finisce col chiedersi quali competenze, quali abilità possa mai avere lui per starsene ai comandi e coordinare tutti? E allora capisci che c’è una cosa che si chiama leadership, e ti piaccia o meno questa serie di telefilm, non c’è dubbio che osservando quel tipo in azione si imparano molte cose su come dirigere e comandare gli altri. E in più ha i giocattoli più belli di tutti! [mostra una diapositiva dei gadget di Star Trek].

Beh, insomma, da bambino credevo fosse affascinante che il Capitano Kirk avesse tutte queste cose, [tira fuori uno Star Trek Communicator] e potesse parlare a tutta l’astronave con questo. Credevo che fosse semplicemente spettacolare e ovviamente anche io oggi ne possiedo uno, e perfino più piccolo… [Estrae il suo telefono cellulare]. Insomma, tutto ciò è molto cool… quindi ho realizzato anche questo sogno.

James T. Kirk e il suo alter ego William Shatner hanno scritto un libro, che credo sia un libro niente male affatto. Lo hanno scritto con Chip Walter, uno scrittore che vive a Pittsburgh. Il libro parla della scienza di Star Trek, ovvero di quello che di Star Trek si è avverato. Gli autori si sono recati in vari posti del Paese, osservando varie cose e sono venuti qui a osservare la nostra realtà virtuale. Così abbiamo realizzato una realtà virtuale apposita, che era più o meno una cosa del genere. [Mostra la diapositiva del ponte virtuale di Star Trek ripreso da una trasmissione televisiva degli anni Sessanta]. È stato davvero forte conoscere l’idolo della mia infanzia, ma ancora meglio è quando è lui a venire da te per capire le cose più incredibili che tu stai preparando nel tuo laboratorio. Sì, fu un grande momento davvero…

Bene, siamo arrivati alla vincita dei peluche… potrà sembrarvi qualcosa di assolutamente banale, ma quando si è piccoli e al luna park si vedono questi tipi con grossi peluche sotto il braccio… bene, questa è la mia adorabile moglie e queste sono tutte immagini di grossi peluche che ho vinto. [Risate, mostra le diapositive di vari peluche di grosse dimensioni]. Questo è mio padre in posa con un peluche che ho vinto. Sì, ne ho vinti moltissimi. Questo è ancora mio padre con un peluche che ha vinto lui. Questa è una parte della mia vita e della mia famiglia.

Già so che cosa staranno pensando i cinici: diranno che in questa epoca di immagini manipolate digitalmente, forse tutti questi orsi non sono davvero nella foto con me, o forse ho pagato cinque dollari a qualcuno che aveva vinto davvero i peluche perché mi facesse fare una fotografia con loro….Così mi sono chiesto: come posso in quest’epoca di cinismo, convincere le persone? Risposta: ho capito, porto gli orsi. Prego, portateli fuori! [Svariati peluche di grosse dimensioni sono portati in scena. Risate e applausi]. Ecco, appoggiateli alla parete di fondo, grazie.

Bene, eccovi qui i miei orsacchiotti. Poiché non abbiamo abbastanza spazio per loro nel trasloco, se qualcuno vuole conservare un pezzetto di me, si accomodi pure, alla fine potrà venire a prendersene uno. Chi prima arriva, meglio sceglie!

Bene. Possiamo passare al desiderio successivo. Essere un Imagineer. Ecco, questo era proprio difficile. Credetemi: sperimentare l’assenza di gravità è niente rispetto a diventare un Imagineer! Quando avevo otto anni la mia famiglia aveva attraversato tutto il Paese per andare a Disneyland. Non so se avete visto il film “National Lampoon´s Vacation”…bene, è stato un po’ come in quel film. [Risate]. Fu una vera odissea. [Mostra diapositive della sua famiglia a Disneyland]. Ecco, queste sono alcune foto vintage, e questo sono io di fronte al castello. Eccomi lì…per quelli di voi che stanno avendo qualche strano presagio, quello è lo scivolo di Alice. [Risate].

Eccomi lì, dicevo. Pensavo che quello era davvero l’ambiente più fantastico che io avessi mai visto e invece di pensare: “Voglio assolutamente visitarlo”, dentro di me pensavo: “Voglio assolutamente costruire cose così”. E così ci investii tutto il mio tempo, mi laureai, presi un dottorato al Carnegie Mellon, pensando che tutto ciò mi qualificasse al massimo a fare qualsiasi cosa. Poi spedii caterve di lettere con domanda di assunzione alla Walt Disney Imagineering, e loro mi mandarono le più dannate lettere di “vai-pure-all’inferno” che io abbia mai ricevuto. [Risate]. Sì, insomma, erano lettere del tipo: “Abbiamo preso in seria considerazione la sua domanda, ma al momento non abbiamo disponibile alcuna posizione che possa richiedere le sue particolari qualifiche”. Immaginate un po’: ricevere lettere così da un posto che è famoso in tutto il mondo per i suoi spazzini che puliscono le strade…[Risate]. Beh, per me fu un po’ un brutto colpo.

Ricordate, però: ogni ostacolo, ogni muro di mattoni, è lì per un motivo preciso. Non è lì per escluderci da qualcosa, ma per offrirci la possibilità di dimostrare in che misura ci teniamo. I muri di mattoni sono lì per fermare le persone che non hanno abbastanza voglia di superarlo. Sono lì per fermare gli altri. Bene, con un “avanti veloce” spostiamoci al 1991: all’Università della Virginia mettiamo a punto un sistema denominato “Realtà virtuale per cinque dollari al giorno”. Si trattava di una di quelle cose assolutamente spettacolari.

Quell’anno, da junior academic, ero terrorizzato. C’era Jim Foley… sì, voglio proprio raccontarvi questa storia. Foley conosceva il mio consigliere undergraduate, Andy Van Dam. Io dovevo tenere la mia prima conferenza ed ero assolutamente nel panico. Ebbene, quell’icona vivente della user interface community viene da me e senza preavviso alcuno mi abbraccia come un grande orso, e mi dice: «Questo è da parte di Andy». Ed è stato allora che ho pensato per la prima volta: “Forse posso farcela! Forse faccio parte del suo mondo”.

Questa è la storia e fu un successo tanto più inverosimile se si pensa che all’epoca per costruire una realtà virtuale occorreva avere come minimo mezzo milione di dollari. Tutti si sentivano demoralizzati perché i soldi non c’erano, mentre noi avevamo messo insieme, pezzo dopo pezzo, un sistema con circa cinquemila dollari in componenti, costruendo un sistema VR perfettamente funzionante. E la gente impazziva, si entusiasmava, pensava che il nostro fosse un bis del grande exploit del garage dell’Hewlett Packard, e cose così.

Insomma, ero lì a fare una conferenza, e il pubblico della sala pareva letteralmente impazzito. Durante la fase finale delle domande del pubblico, un tipo di nome Tom Furness, all’epoca un pezzo grosso nel campo della realtà virtuale, prende il microfono e si presenta. Io non sapevo che aspetto avesse, ma il suo nome lo conoscevo eccome! Mi rivolge una domanda e quando a me tocca rispondere gli dico: «Lei è Tom Furness? Prima di rispondere alla sua domanda, mi può dire se possiamo pranzare insieme domani?». [Risate].

Fu così che dopo un paio di anni Imagineering lavorava a un progetto di realtà virtuale, assolutamente top secret. Ancora negavano l’esistenza di un’attrazione con la realtà virtuale e già il dipartimento pubblicità mandava in onda spot in televisione. Insomma, Imagineering si era davvero appassionata alla cosa. Si tratta dell’attrazione di Aladino, quella nel quale si vola su un tappeto volante, con un display sulla testa, una cosa nota come “gator vision”. Non appena iniziano gli spot alla televisione, mi chiedono se posso dare qualche informazione al Segretario della Difesa sullo stato della realtà virtuale. Sì, proprio così: Fred Brooks e io siamo stati convocati per informare il Segretario della Difesa.

Questa per me è stata una scusa fantastica: ho chiamato Imagineering, ho detto loro quello che dovevo fare e ho chiesto che mi dessero del materiale, perché quello che stavano mettendo a punto era il miglior sistema di VR del mondo. Loro si sono tirati indietro. Al che io ho ribattuto: «Ma allora, tutto il patriottismo dei vostri parchi è soltanto una farsa?». A quel punto hanno ceduto. [Risate].

Mi comunicano però che il dipartimento delle Public Relation è nuovo e non ha materiale per me, quindi devo prendere contatti direttamente con il team che ha eseguito il lavoro. Bingo! Ecco quindi che mi ritrovo a telefono con un tipo di nome Jon Snoddy, una delle persone più impressionanti che io abbia mai conosciuto. Lui mi manda delle carte, parliamo brevemente a telefono e io a un certo punto gli dico: «Senta, mi troverò dalle sue parti per una conferenza, che ne dice se ci incontriamo e pranziamo insieme?». Il che, come tutti sapete, tradotto significa: «Le sto mentendo, le dirò che ho un’ottima scusa per capitare dalle sue parti, quindi non sia troppo in ansia, mi piacerebbe andare da Neptune a pranzo con lei». [Risate]. Jon mi risponde: «Certo!», e così trascorro circa 80 ore a parlare con tutti gli esperti di realtà virtuale del mondo, chiedendo loro che cosa vorrebbero, se potessero avere accesso a questo incredibile progetto. Poi mi compilo un bell’elenco, lo imparo a memoria – il che, come sanno tutti quelli che mi conoscono, è davvero incredibile, perché io non riesco mai a ricordare nulla, ma non è che potevo andare lì a dirgli con una vocina sottile “Aspetti, domanda numero 72”… - e per le due ore che durò quel pranzo, Jon deve aver pensato di essere alle prese con una persona fenomenale, perché tutto ciò che stavo facendo, in definitiva, era convogliare le idee di Fred Brooks, di Ivan Sutherland, di Andy Van Dam, e di Henry Fuchs e così via…è facile passare per persone brillanti quando si scimmiottano le persone brillanti!

Insomma, alla fine del pranzo con Jon, lascio cadere quella che nel gergo del business si chiama “La Domanda”. Gli dico: «Ben presto inizio un sabbatico». E lui mi chiede: «Che cosa?» [Risate]. Un bell’inizio davvero di uno scontro di culture…Così gli espongo la possibilità di andare a lavorare con lui. Soltanto che lui mi risponde che sì, sarebbe una buona idea davvero, se si esclude il fatto che io lavoravo per raccontare cose alla gente, mentre loro lavoravano mantenendo i segreti. Poi, però, aggiunge qualcosa degno di Jon Snoddy davvero: mi dice che ci avremmo potuto lavorarci sopra, e la cosa mi piace immensamente.

Un’altra cosa che ho imparato da Jon Snoddy – potrei andare avanti anche più di un’ora a raccontarvi ciò che ho imparato soltanto da Jon Snoddy – è questa: impara ad aspettare tutto il tempo che serve e la gente ti sorprenderà davvero. Mi ha spiegato che quando si è davvero stufi marci di qualcuno o si è arrabbiati con lui, significa solo che non si è concesso loro abbastanza tempo. Dategli più tempo e vedrete che quasi sempre vi stupiranno. Quando me lo disse, questa cosa mi colpì moltissimo. Me la sono sempre tenuto a mente e credo che avesse perfettamente ragione.

Ma veniamo al dunque: ci accordammo su un contratto legale. Sarebbe stato il primo: alcune persone vi accennavano dicendo che era il primo e ultimo pezzo di carta mai redatto da Imagineering. L’accordo prevedeva che io andassi, trovassi i miei finanziamenti, stessi con loro sei mesi, lavorassi a un progetto e insieme lo pubblicassimo. Ma ora conosciamo il “cattivo” della situazione. [Mostra una diapositiva di un suo ex rettore]. Non riesco a essere tutto latte e miele, perché non sarei credibile. Qui salta la testa di qualcuno…la testa che salta è quella di un rettore dell’Università della Virginia. Il suo nome non è così importante. Chiamiamolo rettore Wormer [Risate].

Allora, il Rettore Wormer ed io abbiamo un incontro nel corso del quale gli comunico di volermi prendere un sabbatico, gli dico che sono riuscito a far sì che quelli dell’Imagineering prendano un docente universitario, il che è pazzesco. Quello che voglio dire è che se Jon non fosse impazzito, questa eventualità non sarebbe mai stata presa in considerazione. Si tratta infatti di un’organizzazione molto segreta e riservata. Il rettore Wormer guarda le carte e mi dice: «Da quello che leggo potranno disporre della tua proprietà intellettuale». E io dico: «Sì, infatti, abbiamo raggiunto un accordo per pubblicare il lavoro». Non c’è un’altra proprietà intellettuale. Io non faccio cose brevettabili. E lui incalza: «Sì, ma potresti. Pertanto l’accordo salta. Vai da loro e digli di modificare quella clausoletta, poi torna qui da me». E io gli faccio: «Mi scusi? Ho capito bene? Vorrei che lei si rendesse conto di quanto è importante questa cosa. Se così non funziona, mi prenderò un periodo di congedo non retribuito, ma io andrò da loro e farò quello che intendo fare». Lui ribatte: «Ehi, potrei non permetterti una cosa del genere in nessun modo. Quello che voglio dire è che forse nella tua testa c’è già una proprietà intellettuale e forse te la “aspireranno”…» [Risate]. Credo sia molto importante capire quando ci si trova a giocare una partita davvero schifosa, perché così si capisce che è importante uscirne quanto prima possibile. Pertanto gli ho detto: «D’accordo, facciamo un passo indietro. Crede che sia una buona idea, comunque?». Lui mi risponde: «Non ho idea se è una buona idea…». Al che io [cambia tono, diventa sarcastico] gli faccio presente: «Bene, allora la pensiamo nello stesso modo…ma se questa è una faccenda di proprietà intellettuale non è proprio di sua competenza, non è così? Infatti, è di competenza del Rettore della ricerca sponsorizzata.». Lui conferma e io proseguo: «Ma se a lui stesse bene, a lei andrebbe bene?». E lui mi dice : «Sì, a quel punto mi starebbe bene». Al che io ….whoosh! Sparisco in una nuvoletta come Willy Coyote…mi precipito nell’ufficio di Gene Block, uno degli uomini più meravigliosi al mondo. Gli racconto tutto e gli propongono di partire da un alto livello per non essere costretto a fare marcia indietro di nuovo. Gli dico: «Iniziamo da qui: credi che sia una buona idea?» Lui risponde: «Se vuoi sapere se secondo me è una buona idea, posso soltanto dirti che non ne so molto. Tutto ciò che so è che uno dei miei docenti più brillanti è qui nel mio ufficio tutto entusiasta. Spiegami meglio».

Ecco, questa è un’altra lezione per chiunque faccia parte di un’amministrazione. Entrambi mi avevano chiesto la stessa cosa. Ma pensate un po’, hanno formulato la domanda in modo completamente diverso. Il primo [fa la voce tonante, sembra abbaiare] dice: «NON SO!». Il secondo invece [fa una vocina gentile] dice: «Non ho molte informazioni, ma visto che uno dei più brillanti docenti del mio corpo accademico è qui nel mio studio tutto entusiasta vorrei proprio saperne di più». Entrambi dicono in sostanza la stessa cosa, ma caspita! C’è modo e modo di dire le cose. Il modo giusto e il modo sbagliato. Ad ogni buon conto, alla fine riusciamo a risolvere tutto. Vado all’Imagineering. Gioia e delizia. Tutto è bene quel che finisce bene. Alcuni muri in realtà sono fatti di carne e ossa… Insomma, vado all’Imagineering e lavoro al Progetto Aladino. Assolutamente spettacolare. Davvero, incredibile.

Ed ecco a voi mio nipote Christopher. [Diapositiva di Christopher sulla macchina di Aladino]. Questo è l’apparecchio. Ci si siede su questa specie di chassis da motocicletta. Si gira il proprio tappeto volante e si indossa la cuffia con il display. Si tratta di qualcosa di davvero molto interessante, perché è formato da due parti, un design molto intelligente. Per offrire la massima prestazione, l’unica parte in contatto con la testa dell’utente è questa piccola cuffia e tutto il resto, tutto il costosissimo hardware, è attaccato ad essa. Quindi si poteva sostituire la cuffia per i vari utenti, perché in sostanza costavano davvero nulla da produrre. [Mostra una diapositiva nella quale pulisce una cuffia]. Ecco, in pratica questo è quello che ho fatto nel mio anno sabbatico: ero un pulitore di cuffie. [Risate]. Adoravo Imagineering. Era un luogo assolutamente spettacolare. Tutto ciò che io avessi mai sognato. Adoravo il laboratorio dei modellini. La gente si accalcava su oggetti delle dimensioni di questa sala. Era un luogo assolutamente incredibile nel quale passeggiare. Io ne traevo ispirazione. Ricordo che quando finalmente andai all’Imagineering, la gente mi chiedeva: «Non pensi che le tue aspettative siano troppo alte?». E io rispondevo: «Hai visto il film “Charlie e la Fabbrica di cioccolato? Willy Wonka e la Fabbrica di Cioccolato?”. Quando Gene Wilder dice al piccolo Charlie che sta per regalargli la fabbrica di cioccolato e gli fa: “Bene Charlie, ti hanno mai raccontato la storia del bambino che all’improvviso ottenne tutto ciò che desiderava?”. E Charlie spalanca gli occhi e dice: “No, che cosa gli è capitato?” E Gene Wilder gli risponde: “Ha vissuto per sempre felice e contento”». [Risate]. Ecco, lavorare per il progetto di virtual reality di Aladino è stata un’opportunità che capita soltanto ogni cinque carriere… e lo confermo. È stata un’esperienza che mi ha cambiato per il resto della mia vita. Non soltanto perché era un buon lavoro e io ne facevo parte, ma anche perché mi mise nella condizione di poter lavorare con gente vera e su questioni relative alla vera HCI, l’interazione uomo-computer. La maggior parte delle persone che lavorano su questo lo fanno nel chiuso dei laboratori, nel mondo fantastico dei colletti bianchi che hanno master e dottorati di ricerca. Ma finché non hanno del gelato sciolto che gli cola addosso, non fanno vera ricerca sul campo. Più di ogni altra cosa, da Jon Snoddy ho imparato come mettere insieme artisti e ingegneri, e questa è davvero una bella eredità. Abbiamo pubblicato l’articolo. Proprio un bello scandalo culturale accademico…quando abbiamo scritto l’articolo all’Imagineering hanno detto: «Mettiamo una grande foto. Come si farebbe in una rivista». [Mostra una diapositiva della prima pagina dello studio, con una foto in cima che occupa due colonne intere]. E il Comitato SIGCRAPH, che accettò l’articolo, ne ha fatto un mezzo scandalo: «Sono autorizzati a fare una cosa del genere?». [Risate]. Ma non c’erano regole! Così abbiamo pubblicato l’articolo e stranamente da allora la SIGCRAPH ha la tradizione di pubblicare grandi foto a colori in prima pagina. Insomma, ho cambiato il mondo, da un piccolo punto di vista. [Risate]

Poi, alla fine dei miei sei mesi, quelli dell’Imagineering vengono da me e mi chiedono: «Vuoi fare sul serio? Puoi restare». E io ho risposto di no. Una delle uniche volte in tutta la mia vita che ho stupito mio padre. Mi ha chiesto: «Che cosa hai detto? Da quando eri piccolo così [indica l’altezza di un bambino] hai sempre desiderato una cosa come questa e adesso che ce l’hai, abbandoni?». Nel cassetto della mia scrivania c’era un flacone di Maalox. Attenti a quello che state pensando…era un posto molto stressante. Imagineering in generale non è così pieno di Maalox…ma il laboratorio nel quale mi trovavo io! Jon se ne andò a metà del mio periodo e la situazione si era fatta alquanto simile all’atmosfera che si respira in Unione Sovietica. Per un certo periodo divenne anche rischiosa per me. Poi però la cosa si è risolta. Se mi avessero detto rimani o non rimetterai mai più piede in questo edificio, lo avrei fatto, me ne sarei andato e basta. Ma mi resero le cose assai semplici. Mi dissero che potevo avere quello che volevo. Potevo avere la torta e mangiarmela. Così, in sostanza per dieci anni sono diventato consulente dell’Imagineering un giorno alla settimana. Ecco, questa è una delle ragioni per le quali dovreste diventare tutti professori: perché potete avere la vostra torta e perfino mangiarvela. Così ho fatto da consulente su cose come DisneyQuest. C’era la Crociera Virtuale nella Giungla, e l’esperienza interattiva migliore che io abbia mai fatto – il merito va tutto a Jesse Schell - quella dei Pirati dei Caraibi. Meravigliosa DisneyQuest.

Bene, questi che vi ho raccontato erano i miei sogni d’infanzia. Non male. Sento di esserne soddisfatto.

A questo punto l’unica domanda possibile è in che modo posso far sì che si realizzino i sogni d’infanzia altrui. E ancora una volta la risposta è questa: sono contento di essere diventato un professore. Quale posto migliore esiste infatti per soddisfare i desideri dell’infanzia? Forse lavorare da EA, non so…sì, sicuramente questa sarebbe un’ottima seconda scelta. Tutto ciò ha avuto inizio quando mi sono reso effettivamente conto di poterlo fare, perché un giovanotto di nome Tommy Burnett, venne da me quando ero all’Università della Virginia e mi disse di essere molto interessato a unirsi al mio gruppo di ricerca. Così iniziammo a parlare e lui a un certo punto mi dice: «Ho un sogno sin dall’infanzia». È facile riconoscerli quando ti dicono queste cose. Io allora gli rispondo: «Sì, Tommy, qual è il tuo sogno dell’infanzia?». Lui prosegue: «Voglio lavorare al prossimo film di Guerre Stellari». Dovete chiaramente ricordare in che epoca accadeva tutto ciò… dove è Tommy? Tommy è qui tra noi oggi. Tommy, che anno sarà stato? Il tuo secondo anno di università? Beh, intorno al 1993. Al che io gli dico: «Tommy, guarda che probabilmente non faranno altri film della serie». [Risate]. E lui ribatte: «Ti sbagli, li stanno facendo». Tommy ha lavorato con me per molti anni prima della laurea e poi come membro del mio staff. Poi io sono venuto qui al Carnegie Mellon, e tutti i membri del mio team mi hanno seguito dalla Virginia al Carnegie Mellon fuorché Tommy, perché ha ricevuto un’offerta migliore. Ha lavorato davvero a tutti e tre i nuovi film di Guerre Stellari! Al che io gli dico: bene, è splendido, ma credo che realizzare i sogni di uno solo alla volta non sia propriamente efficiente. Chi mi conosce bene sa che sono un vero maniaco dell’efficienza. Così mi chiedo, non possiamo farlo in massa? Non posso far sì che la gente lavori in modo tale da poter vedere realizzati i propri sogni d’infanzia? Pertanto ho creato un corso specifico. Sono venuto qui al Carnegie Mellon e ho dato vita a un corso denominato “Costruzione di mondi virtuali”. È un corso molto semplice. Quante persone qui tra il pubblico vi hanno preso parte? [Alcune persone tra il pubblico alzano la mano]. Ok, quindi alcuni di voi ne hanno un’idea. Per coloro di voi che un’idea non l’hanno, le cose sono molto semplici. Ci sono una cinquantina di studenti scelti tra i vari dipartimenti dell’università. Del tutto casualmente sono assortiti per formare team di quattro persone, e prendono parte a tutti i progetti, uno dopo l’altro. Ogni progetto ha la durata di sole due settimane, pertanto ogni studente fa qualcosa, costruisce qualcosa, la mostra, poi io cambio a caso i gruppi ed egli ricomincia insieme a tre colleghi nuovi. Tutto questo accade ogni due settimane, pertanto nel semestre del corso si completano cinque progetti. Il primo anno che ho tenuto questo corso, sono andato molto di fretta, perché volevo constatare se eravamo effettivamente in grado di farlo. Avevamo appena imparato a fare texture mapping (metodo per aggiungere dettagli o colori a progetti grafici tridimensionali, Ndt) e già riuscivamo a fare cose mediamente accettabili. Ma per gli standard attuali usavamo computer davvero molto lenti e poco potenti. Nonostante ciò, mi ero ripromesso di provarci. Alla mia nuova università [ Carnegie Mellon ] feci un paio di telefonate chiedendo di poter trasformare il mio corso in un intercorso insieme ad altra gente. Nel giro di sole 24 ore l’avevo trasformato in un corso interfacoltà, al quale erano interessati cinque dipartimenti diversi. Mi piace questa universalità…insomma, questo è un luogo fantastico. Gli studenti mi chiesero quali contenuti volessimo sviluppare e io risposi che non ne avevo idea. «Fate tutto quello che vi pare. Ci sono soltanto due regole da rispettare: nessuna violenza – tipo sparatorie e killer vari – e nessuna pornografia. Non perché io sia contrario in particolare a queste due cose, ma perché è già stato fatto con la realtà virtuale, non vi pare?». Bene, voi non ne avete neppure un’idea, ma se si escludono queste due cose, i giovani di 19 anni sono del tutto privi di idee…[Risate e applausi].

Ad ogni modo, sono riuscito a insegnare quel corso. Ho assegnato loro un primo incarico e quando sono tornati da me dopo due settimane esatte mi hanno lasciato davvero a bocca aperta. Quello che avevano fatto andava talmente oltre le mie aspettative e la mia immaginazione…in sostanza, io avevo riprodotto i processi in uso nei laboratori dell’Imagineering, ma senza avere idea se si potessero realizzare con studenti non ancora laureati, e con strumentazioni e apparecchiature così insufficienti. Insomma, sono venuti da me con il loro primo progetto… era talmente spettacolare che dopo dieci anni di insegnamento mi sono ritrovato senza un’idea su come proseguire, che cosa far loro fare in seguito. Di conseguenza mi sono rivolto al mio mentore. Ho telefonato ad Andy Van Dam e gli ho detto: «Ho dato loro un incarico di sole due settimane e loro sono tornati da me con un progetto che se l’avessero realizzato in un semestre intero non basterebbe che assegnassi tutti A, il voto più alto. “Maestro”, che cosa mi consiglia di fare?». [Risate]. Andy ci ha pensato su un minuto, poi mi ha risposto così: «Domani vai in classe, li guardi negli occhi e dici: “Ragazzi, è andata abbastanza bene, ma io so che potete fare molto di più”». [Risate]. Beh, vi dirò: quello è stato davvero il consiglio giusto. In sostanza quello che mi aveva consigliato era questo: non sappiamo fin dove debba essere alzata l’assicella. È del tutto pretestuoso fissarla a un certo punto: nei confronti degli studenti si tratterebbe soltanto di un disservizio. Quello è stato davvero un ottimo consiglio, perché di fatto gli studenti hanno fatto molti progressi. Durante il semestre divenne una sorta di cosa segreta…entravo in classi che avrebbero dovuto contenere cinquanta studenti e ne trovavo 95, perché quello era il giorno in cui i ragazzi mostravano il frutto del loro lavoro, e quindi nell’aula c’erano i loro compagni di camera, i loro amici e i loro genitori!

Non mi era mai accaduto prima di avere in aula i genitori degli studenti. Era tutto molto lusinghiero, ma al tempo stesso mi teneva sulle spine anche un po’…stava diventando qualcosa di troppo grande da gestire, di cosa alquanto insolita e stravagante. Dovevamo condividerla con qualcun altro.

Se c’è una cosa che mi è stata insegnata sin da quando ero piccolo è condividere, e quindi mi sono detto che dovevamo assolutamente fare vedere quanto avevamo realizzato. Dovevamo organizzare un grosso show per la fine del semestre. Così abbiamo prenotato quest’aula, la McConomy. Ho tanti bellissimi ricordi legati a quest’aula. La prenotammo non perché pensavamo di poterla riempire, ma perché aveva le uniche apparecchiature audiovisive dell’università. Questo posto divenne una sorta di zoo…c’erano computer ovunque. Poi l’aula si riempì di gente. C’era addirittura gente che non riusciva a entrare, gente ammassata nei corridoi. Non dimenticherò mai il rettore di quel periodo, Jim Morris, seduto qui sul palco, più o meno lì. Alla fine abbiamo dovuto quasi buttarlo fuori. L’aula vibrava di energia, una cosa che non avevo mai provato prima. Il presidente Cohen, Jerry Cohen, era lì, e ha provato la stessa identica sensazione.

Più tardi mi ha detto che quell’esperienza gli aveva fatto venire in mente un raduno allo stadio di football dell’Ohio, senza i professori, beninteso. Si è fatto avanti e ha formulato la domanda giusta. Prima di iniziare, ha chiesto da dove venisse tutto quel pubblico. Ha chiesto espressamente di elencare di quali dipartimenti e facoltà fossero. Abbiamo proceduto quasi con ordine a elencarli, e tutte le facoltà e i dipartimenti erano rappresentati da gente del pubblico.

La cosa mi ha fatto sentire davvero molto soddisfatto: ero arrivato da poco al campus, anche lui era da poco al campus, e già avevamo la dimostrazione tangibile di poter unire tutto il corpo studenti.

La cosa mi ha procurato una sensazione meravigliosa. In pratica abbiamo fatto una dimostrazione a beneficio di tutto il campus. I ragazzi si esibivano laggiù: indossavano costumi e proiettavamo il tutto così, in modo tale che il pubblico potesse vedere bene. In pratica si poteva vedere quello che loro vedevano nella cuffia. Ci sono molti messaggi, e poi c’è questo ragazzo che fa water rafting [mostra la diapositiva di uno show di mondo virtuale]. Questo invece è Ben in una scena di “E.T.”. Avevo detto ai ragazzi che se non avessero preparato la scena dei bambini in bicicletta in volo verso la Luna li avrei bocciati…sì, è vero. Avevo pensato di farvi vedere una di queste dimostrazioni. Se è possibile, abbassate le luci, per favore…No? Ok, questo significa che non è possibile. D’accordo, faremo del nostro meglio. [Il pubblico assiste allo show di “Hello World”, girato durante il corso di realtà virtuale, e alla fine della proiezione applaude].

Sì, si è trattato di un corso veramente insolito, al quale hanno partecipato alcuni degli studenti più brillanti e creativi di tutto il campus. Per me è stata una vera gioia farne parte. Per quanto riguarda loro, devo riconoscere che hanno preso molto, forse fin troppo sul serio alcuni aspetti della dimostrazione per il pubblico [mostra diapositive degli studenti che indossano costumi davvero molto strampalati].

Ma una cosa è sicura: quello è stato l’avvenimento dell’anno per il campus. La gente si metteva letteralmente in coda per poter entrare. È stato molto gratificante e gli studenti hanno avvertito una sensazione di grande entusiasmo nell’allestire una dimostrazione-spettacolo per gente che ne andava entusiasta. Ecco, io credo che questa sia una delle cose migliori che si possano insegnare a qualcuno: la chance di dimostrare che cosa si prova facendo entusiasmare il prossimo. Si tratta di un vero dono, un dono meraviglioso. Noi cerchiamo sempre di coinvolgere il pubblico, che si tratti di dargli un bastone fluorescente o un pallone gonfiabile o ancora di farlo guidare [mostra la diapositiva di alcune persone del pubblico che nelle loro poltrone si inclinano come se stessero tenendo in mano il volante di un’automobile]. È davvero molto cool…

Questa tecnologia, per esempio, è stata utilizzata per la prima di “Spiderman 3” a Los Angeles: il pubblico era in grado di controllare una cosa che era proiettata sul schermo… davvero molto simpatico. Non ho una fotografia per ogni corso di ogni anno, ma ho ripescato tutte quelle che avevo e tutto ciò che posso dire è che è stato un vero onore e un privilegio insegnare questo corso per circa dieci anni. Ma tutte le cose belle hanno una loro fine. Circa un anno fa ho smesso di tenere quel corso.

Mi chiedono spesso quale è stato il momento migliore, quello che preferisco ricordare.

Non so se si possa avere un momento del genere, ma di sicuro ce n’è uno che non dimenticherò mai. Si trattava di un mondo virtuale con quello che credo fosse un ninja che andava sui roller. Una delle regole che avevamo era che queste dimostrazioni dovevano essere live e dovevano funzionare davvero. Non appena smettevano di funzionare, si ricorreva alla registrazione fatta per backup. Ma la cosa, ovviamente, diventava molto imbarazzante. [Mostra un’immagine della presentazione del Roller Ninja World]. Allora, sul palcoscenico sale il ninja e si mette ad andare sui roller, e a un certo punto non è che cade gentilmente, si schianta! Credo fosse Steve Audia, non è così? Dove sei? C’è Steve? Ah, sì, eccoti lì, il mio uomo… Steve Audia! Bene, allora io mi avvicino a lui e gli dico: “Scusa Steve, mi dispiace ma il tuo mondo virtuale è fallito, dobbiamo usare la videoregistrazione”. E lui sfodera la sua spada da ninja, esclama: “Che disonore! Ahimé!”, e crolla a terra. [Applausi e risate].

Credo sia molto rivelatore il fatto che il momento migliore in dieci anni di questo corso di alta tecnologia sia stata questa performance estemporanea! Poi, al termine della videoregistrazione, le luci si sono accese, e Steve se ne stava ancora lì, sul palco, esanime, e i suoi compagni lo hanno trascinato fuori! [Risate]. Insomma, è stato un episodio fantastico.

Il corso si basava interamente sulla capacità di stringere rapporti di collaborazione e amicizia. A chi mi chiedeva quali fossero le caratteristiche necessarie a dar vita a un buon mondo virtuale, io rispondevo sempre di poter capire a priori se il mondo virtuale creato dagli studenti era buono soltanto osservando il loro linguaggio corporeo: se stavano gli uni accanto agli altri, si trattava sicuramente di qualcosa di buono. Il corso di “Mondi di realtà virtuale” è stato un corso pionieristico. [Indossa un costume dal quale spuntano alcune frecce conficcate nel dorso]. Non intendo seccarvi con tutti i dettagli, ma non è stato così semplice farlo. Quando ho abbandonato l’insegnamento di questo corso di tecnologia mi hanno regalato questo costume, che credo sia molto emblematico. Significa che se fai qualcosa che è davvero pionieristico, ti ritroverai con queste frecce conficcate nella schiena e dovrai far buon viso a cattivo gioco. Tutto ciò che poteva andare storto è andato storto, ma in definitiva moltissime persone si sono davvero divertite tantissimo.

Quando per dieci anni fai qualcosa che consideri così prezioso e inestimabile, è davvero difficilissimo passare il testimone. L’unico consiglio che vi posso dare al riguardo è questo: per passare il testimone trovate qualcuno che sia migliore di voi. Ed è questo ciò che io ho fatto. C’era un tipo negli studi di VR e dopo poco che ti trovavi nella sua orbita non potevi che dedurne che era una persona molto competente. Uno dei miei più grossi risultati a beneficio del Carnegie Mellon credo sia stato aver convinto Jessica Hodgins e Jesse Schell a unirsi al corpo insegnante della nostra università. Mi sono davvero entusiasmato quando ho passato il testimone a Jesse, e non mi sorprende che egli sia riuscito a portare il corso a un livello ancora superiore. Il corso è in mani più che buone, in mani migliori. Ma è soltanto un corso. E noi lo abbiamo portato a un ottimo livello. Abbiamo creato quella che io definirei la fabbrica dell’esaudimento dei sogni. Don Marinelli e io ci siamo messi d’accordo, e con il beneplacito dell’università e con il suo incoraggiamento, abbiamo creato dal nulla qualcosa di assolutamente pazzesco. Che non sarebbe mai stato provato altrimenti. Tutte le università che hanno la testa a posto non hanno niente che si avvicini neanche lontanamente a questo. Il Centro di Tecnologia dell’Intrattenimento si basava sul lavoro di artisti e esperti di tecnologia che operavano in piccole unità per costruire e creare. Era un master professionale di due anni. Don e io eravamo due spiriti affini, ma siamo molto diversi. Chiunque ci conosca anche soltanto un poco vi potrà dire che siamo molto diversi. Tuttavia ci piaceva fare le cose in modo innovativo e forse la verità è che entrambi ci sentivamo un po’ a disagio nell’ambiente accademico. Ero solito dire un tempo che per quanto mi riguarda sono un poco a disagio come docente universitario perché provengo da una famiglia che lavorava per vivere, quindi… [Risate nervose]. Sì, sì, ho colto le vostre risate nervose!

Ma voglio ribadire una cosa: Carnegie Mellon è l’unico posto al mondo nel quale poteva esserci un Centro di Tecnologia dell’Intrattenimento. L’unico posto al mondo, davvero. [Mostra una diapositiva nella quale Don Marinelli, con camicia in tintura chiné, occhiali e una chitarra elettrica, è seduto su una scrivania accanto a Randy, che fissa un laptop con indosso occhiali da intellettualoide e una camicia button-up. Sopra le loro teste c’è la scritta: “Cervello destro/Cervello sinistro”] [Risate].

Ok, la foto è stata un’idea di Don, e ci riferiamo a questa chiamandola “Don Marinelli alla chitarra e Randy Pausch alla tastiera”. [Risate]. In realtà abbiamo usato davvero il cervello destro e il cervello sinistro e le cose sono andate alla grande. [Mostra una diapositiva di Don con lo sguardo intenso]. Don è un tipo molto concentrato. Ci dividevamo uno stesso ufficio, e all’inizio si trattava di un ufficio molto piccolo. Sapete, considerata la mia situazione attuale, c’è chi a volte mi chiede…sì, sto per fare una battuta terribile, ma la farò ugualmente, perché so che Don mi perdonerà. Alcune persone mi chiedono, vista la situazione nella quale mi trovo attualmente: «Pensi che andrai all’inferno oppure in paradiso?». E io in genere rispondo: «Non saprei, ma se mi toccherà andare all’inferno spero proprio che mi scontino i sei anni che ci ho già passati!». [Risate]. Scherzo…Condividere l’ufficio con Don è stato davvero come condividerlo con un tornado. C’era sempre un sacco di energia nell’aria, non si aveva idea di quello che stava per arrivare, ma si poteva essere sicuri che in qualsiasi momento c’era qualcosa di davvero entusiasmante che sarebbe capitato di lì a poco. Pertanto, per come la vedo io, se Don e io dobbiamo dividerci il merito per il successo dell’ETC, è a lui che chiaramente spetta la parte del leone. [Mostra una diapositiva di un grafico diviso al 70 per cento a Don e al 30 per cento a Randy]. È stato lui a fare la parte del leone con il lavoro, e ha avuto più idee. Ad ogni modo abbiamo formato un bel gruppo di lavoro. Siamo stati un po’ come lo Yin e lo Yang, anche se ad essere giusti, dovrei dire YIN e yang! Lui si merita tutto il credito possibile e io glielo riconosco, perché l’ETC è un luogo meraviglioso. Adesso è lui a dirigerlo e lo sta rendendo globale. Ne parleremo tra breve. Descrivere l’ETC è molto difficile, ma finalmente ho trovato una metafora che mi può aiutare. Descrivere l’ETC è un po’ come descrivere il Cirque de Soleil a qualcuno che non l’ha mai visto. Prima o poi so che commetterete l’errore di definirlo un circo. Poi vi lascerete andare a parlare di quante tigri, quanti leoni, quanti trapezisti ci sono… ma sareste lontani, lontanissimi dalla realtà. Pertanto quando diciamo che questo è un master, non è in effetti simile a nessun master che abbiate conosciuto. Questo è il curriculum di studi previsto. [Mostra la diapositiva del curriculum di studi previsto per l’ETC, nel quale compare la scritta “Project Course” come unica voce per ogni semestre. Il pubblico ride]. Alla fine il curriculum si è evoluto così. [Mostra una dispositiva con qualche raro dettaglio in più].

Tutto quello che sto cercando di comunicarvi visivamente è che prima ci sono cinque progetti di Costruzione di Mondi Virtuali, poi se ne aggiungono altre tre. La maggior parte del tempo la si trascorre in piccoli gruppi a costruire qualcosa. Non c’è nulla da studiare sui libri. Don e io non abbiamo avuto la pazienza di includere l’apprendimento sui libri. Si tratta di un master. Chi lo frequenta ha già trascorso quattro anni sui libri e per allora deve ormai averli assimilati tutti. La chiave del successo è una sola: Carnegie Mellon ci ha lasciato carta bianca, completamente. Non avevamo nessun preside di facoltà al quale riferire. Rispondevamo del nostro operato direttamente al rettore, il che è un bene, visto che di solito i rettori sono troppo impegnati per tenervi d’occhio con attenzione. [Risate] Ci era stata concessa esplicita licenza di rompere gli schemi. Tutto era finalizzato al progetto, che era intenso e divertente. Abbiamo fatto perfino delle gite! Ogni mese di gennaio prendevamo tutti i cinquanta studenti iscritti al primo anno e li portavamo alla Pixar, all’Industrial Light and Magic, e quando in posti del genere hai gente come Tommy ad accoglierti, è abbastanza facile avervi accesso.

Insomma, abbiamo fatto ogni cosa in modo molto diverso rispetto alla norma. I progetti degli studenti appartenevano al genere che noi chiamavamo “edutainment” (intrattenimento finalizzato a educare e a divertire, Ndt). Abbiamo messo a punto tutta una serie di strumenti per il Dipartimento dei Vigili del fuoco di New York, per esempio, un simulatore network per addestrare i vigili del fuoco, utilizzando una tecnologia tipo quella dei videogiochi per insegnare alla gente qualcosa di molto utile. Niente male…Le varie aziende facevano cose molto insolite, mettevano per iscritto che si impegnavano ad assumere i nostri studenti. Qui ci sono quelli che lavorano per EA e Activision. Penso che ormai siate…quanti? Cinque? Drew lo sa, ci scommetto. [Drew Davison, capo di ETC-Pittsburgh indica con la mano che sono cinque]. Ecco, ci sono cinque accordi nero su bianco. Per quanto ne so non esiste un’altra scuola che abbia questo tipo di accordi per iscritto con le aziende. Vere e proprie promesse. E tutto ciò, ovviamente va moltiplicato di anno in anno, di conseguenza promettono di assumere gente per gli internati estivi che noi non abbiamo ancora ammesso. Questo la dice lunga sulla qualità del programma, mi pare. Come vi ho detto, Don è pazzo, in un modo meravigliosamente complementare. Questa sera non è qui con noi perché è a Singapore, dove sta per aprire un campus ETC. Ce n’è già uno in Australia e ce ne sarà un altro in Corea. Vedete? Sta diventando veramente un fenomeno globale. Penso che questo la dica davvero lunga sulle altre università: Carnegie Mellon è l’unica in grado di fare una cosa del genere. Adesso non ci resta che portarla in tutto il mondo.

Un altro grosso successo dell’ETC è insegnare alla gente l’importanza dei feedback. [Rimette una diapositiva nella quale compare un grafico e i nomi degli studenti, cancellati per mantenere la loro anonimità, compaiono in un elenco che si intitola: “Quanto è facile lavorare con…”].

Sento in giro qualche risata nervosa da parte degli studenti: mi ero dimenticato dell’effetto di terapia shock a posteriori che si ha con questi grafici. Quando si frequenta il corso di Building Virtual Words, ogni due settimane si ha un feedback da parte dei propri compagni. Inseriamo i dati in un grosso foglio elettronico e alla fine del semestre, dopo aver avuto tre compagni per progetto, per cinque progetti, significa avere quindici giudizi statisticamente validi. Si ottiene quindi un grafico nel quale il nome di ciascuno studente scopre quanto sia facile o difficile lavorare con lui. Beh, è un feedback molto difficile da ignorare! Alcuni, tuttavia, ci sono riusciti molto bene. [Risate]. Ma in linea di massima, tutti hanno osservato il grafico e hanno pensato: “Wow, devo proprio migliorare. Farò bene a iniziare a pensare che cosa dire a queste persone nei nostri meeting”. Ebbene, questo è il miglior regalo che un educatore possa fare ai suoi studenti: farli riflettere su se stessi.

L’esperienza dell’ETC è stata meravigliosa, ma mentre grazie a Don sta iniziando a diventare globale, è sicuramente un’esperienza faticosa e intensa. Non si tratta di tanti Tommy presi uno alla volta. Né di un gruppo di ricerca di una decina di studenti alla volta. Si tratta di 50-100 studenti per campus per quattro campus. Io volevo qualcosa di questo tipo: qualcosa che potesse essere esteso fino a milioni o perfino decine di milioni di persone, in modo tale che tutte potessero dare la caccia ai loro sogni grazie a qualcosa di preciso. Del resto, immagino che questo tipo di obiettivo che mi sono prefisso faccia sicuramente di me un Cappellaio Matto. [Indossa il cappello verde a cilindro del Cappellaio Matto] E infatti Alice è un progetto al quale abbiamo lavorato per molto, moltissimo tempo. È un modo del tutto inedito di insegnare a programmare un computer. I ragazzi adorano i film e i giochi. Le finte …ci risiamo. Il miglior modo per insegnare qualcosa a qualcuno è far sì che pensi di imparare un’altra cosa. Io l’ho fatto per tutta la mia carriera. La finta qui consiste nel fatto che loro imparano a programmare, credendo che stanno semplicemente facendo dei film o dei videogame. Questo strumento è stato già scaricato oltre un milione di volte. Ci sono otto libri di testo che ne parlano. Il dieci per cento dei college degli Stati Uniti lo utilizza. E non è ancora perfetto. La versione perfetta sarà quella prossima ventura.

Al pari di Mosè, anche io vedo la Terra Promessa, ma non vi metterò piede. Ma va bene così, perché posso vederla. E la vedo anche distintamente.

Milioni di bambini nel mondo oggi si divertono imparando qualcosa che in realtà è difficile. Davvero fantastico! Posso considerarla la mia eredità. La versione prossima ventura uscirà nel 2008. Insegnerà loro il linguaggio Java, ammesso che vogliate che sappiano che stanno imparando Java. Altrimenti, penseranno semplicemente di scrivere una sceneggiatura per un film. Stiamo prendendo i personaggi dal miglior videogame besteller per Pc della storia, The Sims.

In laboratorio sta già funzionando a dovere, quindi non vi è alcun rischio tecnologico. Non ho il tempo materiale di ringraziare e ricordare il nome di tutti coloro che hanno lavorato nel team di Alice, ma vorrei quanto meno dire che chi ha realizzato tutto ciò è Dennis Cosgrove. È lui il designer. Alice è la sua creatura. E per coloro che si stanno chiedendo: “Bene, a chi devo mandare un messaggio di posta elettronica per il progetto Alice”…dove sei, Wanda Dann? Ah, eccoti lì. Per favore alzati in piedi, fatti vedere. Dite tutti: “Ciao Wanda”.

Il pubblico: «Ciao Wanda».

Randy Pausch: mandate a lei quel messaggio. Parlerò anche un poco di Caitlin Kelleher, che ha preso il suo PhD e al momento è all’università di Washington. In conclusione: Alice è stata un grande progetto, una grande visione, e nella misura in cui una parte di noi continua a vivere in qualcosa, io sarò in Alice.

Eccoci adesso alla terza parte della nostra chiacchierata, quella riguardante le lezioni imparate.

Abbiamo parlato dei miei sogni. Abbiamo parlato di come aiutare il prossimo a realizzare i propri sogni. Da qualche parte, lungo il cammino di ognuno, deve esserci qualcosa che ci consente di realizzare i nostri sogni. Questa che vedete è mia madre, nel giorno del suo settantesimo compleanno. [Mostra una diapositiva di sua madre che guida un’automobile in un Luna Park] [Risate] Io sono qui, alle sue spalle, sono stato appena catapultato fuori…Questo invece è mio padre, sulle montagne russe il giorno del suo ottantesimo compleanno. [Mostra una diapositiva del padre sulle montagne russe]. Qui si vede che non soltanto era coraggioso, ma aveva anche talento perché quello stesso giorno ha vinto quel grosso orso. Mia padre era così pieno di vita. Ogni cosa per lui era un’avventura. [Mostra una diapositiva di suo padre con in mano un sacchetto di carta]. Non so che cosa contenesse quel sacchetto, ma so che doveva essere una cosa proprio fantastica. Mio padre si vestiva da Babbo Natale, ma faceva anche moltissime altre cose per aiutare il suo prossimo. Questo è un dormitorio in Tailandia che mio padre e mia madre sovvenzionavano. Ogni anno trenta ragazzi, che non ne avrebbero mai avuto la possibilità altrimenti, possono frequentare la scuola. Questo è un progetto al quale mia moglie e io ci siamo dedicati tantissimo.

Queste sono le cose che dovrebbe fare la gente: aiutare il prossimo.

Ma la storia migliore che posso raccontare di mio padre è un’altra. Purtroppo mio padre è mancato poco più di un anno fa. Mentre sistemavamo le sue cose – aveva combattuto nella Seconda Guerra Mondiale, nella Battaglia di Bulge – abbiamo trovato una Stella di Bronzo al Valore. Mia madre non ha mai saputo di questa medaglia. In cinquanta anni di matrimonio non è mai saltata fuori. Mia mamma…[Mostra una diapositiva di se stesso bambino, mentre tira i capelli alla madre]. Le madri sono quelle persone che ti amano anche se tu tiri loro i capelli….



Io non obbedisco

di don Marcello Cozzi

Cristina, Vera, Daniela, Giannina, Patricia, Edith, sono solo alcuni dei tanti nomi accolti nella nostra comunità in tanti anni di servizio; Romania, Bulgaria, Nigeria, Ucraina, alcuni dei Paesi dai quali sono venute via fuggendo dalla miseria, dalle guerre, dalle malattie. Le abbiamo accolte senza guardare il colore della pelle e senza attardarci sulle differenze culturali, nella consapevolezza di provenire tutti dalla stessa radice, la Terra, e di appartenere tutti allo stesso Cielo; e se poi questo Cielo lo preghiamo usando parole diverse e lo chiamiamo con nomi differenti, tutto ciò per noi ha solo una ricchezza che ci parla del meraviglioso arcobaleno che abita questa terra. E invece nel corso dei secoli qualcuno lo ha sporcato, questo arcobaleno; lo ha violentato e ridotto a miseria, costringendo spesso tutti quei colori diversi dal nostro a sbiadirsi pur di fuggire da quei conflitti e da quelle povertà causate dall’opulenta violenza dei nostri mondi e dal mercato criminale delle nostre civiltà.
Loro, che sono di tanti colori, fuggono dai loro Paesi ma alla fine cercano rifugio in quella stessa civiltà che dalle loro parti ha provocato povertà e distruzione. Questa civiltà, che pensa di essere l’unico colore al mondo, dopo aver impoverito quei Paesi li respinge, li chiama clandestini dopo averli privati di una qualunque terra, ed infine il nostro Governo li dichiara delinquenti perchè clandestini. Quelle ragazze clandestine che abbiamo ricordato, oggi non sarebbero mamme e mogli, e non lavorerebbero regolarmente se noi non le avessimo accolte e accompagnate.
Stanchi e indignati da un Governo che sempre più conferma di non interessarsi alla fatica della povera gente ma di coprire solo le vicende personali del proprio Presidente, rifacendoci alle parole di don Lorenzo Milani anche noi affermiamo che “l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, e che nessuno creda di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si senta ognuno l’unico responsabile di tutto”.

Profondamente convinti inoltre, che come credenti non possiamo respingere Dio che vive in ogni uomo e in ogni donna, soprattutto se poveri e sofferenti, seguiamo invece Pietro l’Apostolo che invita “ad obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Atti 5,29). Per questo motivo gridiamo ad alta voce che intendiamo disobbedire a quanto stabilisce questa scellerata legge in tema di immigrazione.

Ce.St.Ri.M. Onlus - “Centro studi e ricerche sulle realtà meridionali” Via Ciccotti, 31/F - Potenza


Cosi è se vi pare

di beppegrillo.it

Si dice che un Paese che perde la memoria del suo passato sia condannato a ripetere i suoi errori. L'Italia non ha questo problema. Non ha nulla da ricordare. Tutto quello che è avvenuto nella Prima e nella Seconda Repubblica sono fatti senza spiegazioni, mai accaduti veramente. Incidenti atmosferici. Nessuno si domanda perchè piove. Piove e basta. E così è per l'omicidio Falcone, l'omicidio Borsellino, la strage di Portella delle Ginestre, Piazza Fontana, la strage di Brescia, di Bologna, l'Italicus, la morte di Aldo Moro, Ustica, Gladio, Calvi impiccato sotto il ponte dei Frati Neri, l'assassinio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, di Pasolini, di Mattei, di Ambrosoli.
Grandina in Italia. Grandina sangue. Ci hanno sempre detto che è acqua piovana. Che i responsabili, quando individuati, erano mafiosi, terroristi neri, estremisti rossi. Così è se vi pare. A me non pare. Lo Stato ha fatto la sua parte. I Servizi hanno sempre fatto la loro parte. Ieri, 23 maggio, Giovanni Falcone è stato commemorato. Le alte cariche della Repubblica si sono recate in Sicilia e hanno parlato ai bambini siciliani. C'era Alfano, c'era Napolitano, c'era Schifani. Nei loro discorsi si sono scordati di Dell'Utri, senatore, condannato a nove anni in primo grado, di Cuffaro, senatore, condannato a cinque anni in primo grado, di Andreotti, senatore a vita, prescritto per collegamenti con la mafia. Sono loro colleghi in Parlamento, si conoscono da anni, forse vanno a cena insieme.
La memoria è una qualità morale. Non tutti la possiedono. La P2 è (stato?) un movimento eversivo, uno Stato dentro lo Stato. Gelli ha libertà di parola, ma Gelli è stato condannato per depistaggio delle indagini per la strage della stazione di Bologna. I piduisti infestano il Parlamento, la tessera 1816 è Berlusconi. Il muro di Berlino è caduto nel 1989. Sono passati vent'anni. Da noi è come se fossero passati venti minuti. Tutto è fermo, immobile. Una nazione pietrificata con Borsellino ucciso con tritolo militare da manovalanza mafiosa. Chi ha dato l'ordine? Chi ha rubato l'agenda rossa di Borsellino? Mancino (vi siete mai chiesti da dove derivi il suo potere?) incontrò Borsellino a Roma al ministero, prima della sua morte. Il magistrato era sconvolto, ma lui non lo riconobbe. Paolo Borsellino si oppose al papello, alla trattattiva tra Stato e mafia. Per questo, secondo suo fratello, fu ucciso. C'è bisogno di aria fresca. Di aprire porte e finestre e recuperare la memoria. Rileggere la nostra Storia. Un Paese senza passato è condannato a non avere un futuro. Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.
Ps: le allodole non hanno gli specchietti. Ripeto: le allodole non hanno gli specchietti.


Candidature: a Potenza Di Pietro "ingarbuglia" la matassa

di Antonella Inciso

Le riunioni si susseguono ora dopo ora, le telefonate e i contatti anche. Il conto alla rovescia per le prossime amministrative è iniziato ma più che sbrogliarsi la matassa sembra ingarbugliarsi ancora di più. A contribuire a rendere l'atmosfera calda le dichiarazioni del leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro - ieri a Potenza per la presentazione ufficiale delle Europee - che di fatto hanno stoppato la candidatura a sindaco di Potenza di Vito Santarsiero. Il nome dell'ingegnere potentino che per 5 anni ha governato il capoluogo all'IdV non va giù e per un motivo molto semplice: è indagato nell'ambito dell'inchiesta "Toghe lucane", proprio quell'indagine portata avanti dal pm De Magistris ora candidato dell'Idv alle Europee. "Non vogliamo inquisiti in lista” ha tuonato Di Pietro. E le sue parole hanno assunto un solo significato: o Santarsiero non si candida o l'Italia dei Valori corre da sola. Con aspirante sindaco il presidente dell'Ordine dei Medici della Provincia di Potenza, Enrico Mazzeo Cicchetti. Un vero e proprio "aut aut" che ha suscitato la secca replica del segretario del Pd, Lacorazza, che ha definito Santarsiero “uno dei migliori sindaci d'Italia” confermando la sua candidatura. Il che tradotto di fatto – ad oggi – significa una cosa sola: il divorzio tra Pd e Idv alle prossime amministrative. Un divorzio ancora non ufficializzato a parole ma reso concreto dalle dichiarazioni dei rispettivi leader di partito, che da entrambe le parti non sembrano pronti a cedere. Anzi! L'onorevole Di Pietro,ha ribadito proprio durante la sua visita nel capoluogo che “l'Idv non svenderà la propria dignità per un posto di assessore”. E questo solleva un altro interrogativo: a fronte di questo l'IdV continuerà a restare in giunta alla Regione? Continuerà a governare con un presidente che è formalmente indagato proprio come Santarsiero? Chissà, certo è, però, che la decisione dell'IdV segna uno spartiacque e le prossime amministrative ne rappresentano la prova del nove. Per contarsi e per contare gli altri, per pesarsi sul territorio e pesare gli alleati. Proprio come avveniva ai tempi della Prima Repubblica.


Una memoria di dolori di solidarietà e di mancanze

di Mimmo Sammartino

A chi l’ha vissuto da vicino, a chi ha mangiato la polvere delle macerie, a chi ha sentito le voci che giungevano da pietre e calcinacci, le immagini del terremoto dell’Abruzzo ha fatto accapponare la pelle. Ha raggelato il sangue con un dolore mai dimenticato. Ha riacceso il desiderio di restituire ciò che, quasi trent’anni fa, venne offerto ai lucani, con slancio fraterno, dagli «angeli del terremoto». Persone giunte da ogni angolo del Paese che tesero la mano alle vittime dell’apocalisse. Quella sì che era l’Italia.
Eppure, per altri versi, la memoria rischia di farsi labile. Si promise, dinanzi alle case sbriciolate: mai più dovrà accadere una cosa simile. Si giurò: un territorio a rischio sismico, com’è il nostro, deve adeguare strutture ed edifici per poter fronteggiare i disastri. Deve rendere anti-sismici ospedali, scuole, uffici e abitazioni. Ma, da allora, si è fatto ancora troppo poco. Uno studioso come l’ingegner Maurizio Leggeri, del Centro di geomorfologia integrata per l’area del Mediterraneo, segnalò la necessità di installare gli «accelerografi» sul territorio (5 ne sono stati predisposti a Potenza, 7 in provincia: a S. Fele, Bella, Oppido, Pignola, Villa d’Agri, Montemurro e Moliterno) per monitorare gli eventi tellurici. Ma soprattutto, ribadisce Leggeri, andava rivista la mappa delle aree a rischio: ancora oggi però ci sono centri per i quali il rischio è sottovalutato.


Nella Basilicata pre-elettorale Vita "apre le danze": ma i suoi elettori cosa penseranno?

di Antonella Inciso

Lo hanno chiamato ras ma lui non si è scomposto, lo hanno accusato di trasformismo e lui pacato ha respinto l'accusa, hanno sostenuto che la sua scelta fosse dovuta all'ambizione di una prossima candidatura e lui ha ribattuto di non essere interessato a posti in questa tornata elettorale. Qualunque siano le ragioni, però, il passaggio di Domenico Vita, per 10 anni assessore provinciale del Pd, sindaco di Marsiconuovo, ora passato nelle file del Popolo delle Libertà ha scatenato un vero e proprio terremoto. Sia da una parte, sia dall'altra. Già, perché se negli ambienti le voci circolavano da tempo (come quelle su altri più o meno importanti esponenti politici pronti a passaggi di partito) è altrettanto vero che l'ufficializzazione di un ingaggio di un assessore provinciale seppure a fine mandato non può essere un fatto che passa sotto silenzio. Soprattutto se arriva a meno di 3 mesi dalle elezioni amministrative. Così se da un lato il senatore Viceconte, coordinatore regionale di Forza Italia, dopo aver dato il benvenuto al nuovo arrivato, parla di "sondaggi che li danno vincenti nel capoluogo e nelle due Province", a replicare è il segretario regionale del Partito democratico, Lacorazza secondo cui "la classe dirigente di centrodestra è essa stessa inesistente o inadeguata considerato che attinge dal centrosinistra". Voci a cui sono seguite man mano quelle di altri amministratori comunali e provinciali. Tutti a dire la loro, tutti commentare e spiegare le ragioni presunte o tali del passaggio. Fiumi di inchiostro che, però, non sono servite a sciogliere l'interrogativo principale: come reagirà la gente di Marsiconuovo alla decisione del sindaco? Come la prenderanno gli oltre 500 sostenitori che in tutta la Val d'Agri segnarono sulla scheda elettorale per le scorse regionali il nome di Vita? Al momento nessuno è in grado di dirlo, ma è certo che una risposta arriverà presto, se non alle prossime provinciali quanto meno alle regionali. E sarà un test importante per capire se il cambio di tessera del sindaco sia stato o meno un'operazione politica ben fatta. Insomma, se il gioco sia valso la candela.


Piano scuola: poche risposte, tanti dubbi

di Antonella Inciso

I primi a lamentarsi erano stati alcuni cittadini, poi spartuti sindaci, ora i vertici della Provincia. Più che accontentare il piano di dimensionamento scolastico sta scatenando una vera e propria bagarre. Una "guerra" i cui esiti non sono proprio scontati. La Provincia di Potenza ha, infatti, deciso di impugnare il provvedimento approvato dalla Regione e per farlo ha messo a punto un tavolo tecnico ed ha chiesto il parere all'ufficio legale. I motivi? Diversi: dallo sgarbo istituzionale alla vanificazione di un lavoro fatto con i singoli territori. Ma qualunque siano le giustificazioni, resta l'atto. Un atto forte, concreto che dimostra una diversità di vedute difficilmente raggiunta in passato. "CI troviamo di fronte al cambiamento di una piattaforma che doveva rimanere un riferimento imprescindibile" ha spiegato il presidente della Provincia, Altobello. Se lui ha ragione nel merito, però, è altrettanto vero che non lo avrà nella pratica. Perchè di fatto le deroghe tanto annunciate dopo l'approvazione in Consiglio Regionale non ci saranno (ad eccezione per quella che riguarda il numero sugli alunni nei paesi di montagna). O meglio non potranno essere approvate dal Ministero che quindi rigetterà il piano e ne redigerà uno ex novo per il prossimo anno. Con tutto quello che questo comporta. Allora, se è verò che l'approvazione in Regione del piano di dimensionamento scolastico può apparire come un "atto poco utile" , allo stesso modo viene da chiedersi che senso ha la presa di posizione della Provincia? Solamente un'occasione per far sentire la propria voce o altro? Chissà. Certo è che sino ad oggi chi credeva che il piano di dimensionamento scolastico potesse dare risposte ai tanti interrogativi del mondo della scuola, si trova ad avere nuovi e preoccupanti dubbi. E' questa sembra essere l'unica sicurezza.


Dimensionamento scolastico: banco di prova per la programmazione locale

di Antonella Inciso

Cosa succederà ai piccoli comuni della Basilicata? La domanda seppur retorica continua ad essere legittima. Perché nonostante proclami e rassicurazioni la situazione di tante comunità lucane continua ad essere difficile. Spopolamento, servizi che chiudono, denatalità rappresentano "mali" che bisogna ad ogni costo combattere. Ma come? Il piano di dimensionamento scolastico ha rappresentato un banco di prova non indifferente anche per questo. Se da un lato, infatti, le comunità che si sono mosse a difesa delle loro scuole sono convinte di aver portato a casa il risultato, allo stesso modo è evidente che quelle deroghe servono a poco dal punto di vista legislativo a meno che non si tratti di paesi di montagna (dove dal minimo dei 500 iscritti si scende a 300). Così è evidente che - correndo il concreto rischio di non poter passare l'esame ministeriale - il piano alle fine dovrà essere rivisto. Ma questa volta non dalla Regione, piuttosto dal Ministero stesso che deciderà semplicemente in base ai numeri. Con tutte le conseguenze del caso per le popolazioni interessate. Il piano, però, scrivevamo ha rappresentato e rappresenta un banco di prova. Le comunità e gli amministratori devono rendersi conto che continuare a difendere il loro piccolo territorio non potrà portare lontano. La matematica non dà tregua, né sul fronte della scuola, né sugli altri fronti. La strategia per evitare di “soccombere” è una sola: accorparsi e rendere “interessanti” i territori. Nel primo caso di possono unire i servizi (razionalizzando i costi), nel secondo si possono istituirne di nuovi che servano ad attirare persone. Un esempio? Rimanendo in tema scolastico: i comuni potrebbero associarsi per istituire lo scuola bus e la mensa nei territori dove non ci sono e portare quegli alunni in scuole dove il numero è ridotto. E' un'idea, giusta o sbagliata, ma un'idea. Le altre dovranno trovarle gli amministratori per evitare di dover chiudere le porte dei loro Municipi.


Emorragia spopolamento, la soluzione è una: il lavoro

di Antonella Inciso

La Basilicata si spopola? Non è una novità. Si spopola lentamente da anni, nonostante gli allarmi e le preoccupazioni delle Istituzioni. Si spopola ogni giorno che passa da Nord a Sud senza che le Istituzioni riescano a fermare l'emorragia. L'Istat ha scritto che la Basilicata è la prima regione italianea per spopolamento. Bel primato! Peccato che la percezione l'avevamo avuta già in passato - seppur non in maniera così netta. Oggi, invece, la situazione si evidenzia in tutta la sua drammaticità. Se non si interviene in tempi brevi, nel giro di pochi anni i tanti piccoli paesi sono destinati a scomparire. Ma passare dalle parole ai fatti non è facile. Anzi. Come fare a convincere i giovani a non andare via? Come spingere le famiglie ad avere più figli? Ottenere queste risposte potrebbe significare avere la bacchetta magica, essere come mago Merlino ed i nostri amministratori del mago medioevale non hanno proprio nulla. Per favorire i piccoli comuni, però, la Giunta regionale ha stanziato dieci milioni di euro per i fondi di coesione. Una boccata di ossigeno che è stata vincolata alla realizzazione di opere pubbliche. Eppure una cosa è certa: per favorire gli insediamenti fondamentale è il lavoro: se ha un lavoro la gente sarà maggiormente disposta a rimanere, altrimenti andrà via. Non sarebbe stato più semplice, quindi, vincolare quei soldi all'occupazione piuttosto che alla realizzazione di una strada o di un'acquedotto? Lo hanno detto i sindaci, lo sostengono i cittadini ma forse era una soluzione troppo banale e scontata perchè da Roma in giù qualcuno potesse pensare di realizzarla.


Affaire Petrolio: nuova partenza?

di Antonella Inciso

Punto e accapo. Un punto perchè si chiude con quanto fatto sino ad oggi, l'accapo perché si ricomincia con un nuovo percorso e con nuovi obiettivi. E' questa la nuova direzione dell'affare petrolio in Basilicata. A segnarlo il governatore lucano, Vito De Filippo, nella relazione tenuta in Consiglio regionale. Dieci pagine fitte fitte in cui il presidente è partito da un punto essenziale: il petrolio in Basilicata va ripensato. Ripensato nelle modalità, negli obiettivi, negli introiti e soprattutto nelle prospettive. Dieci anni di estrazioni petrolifere, con relative royalty al seguito, non hanno portato quello sviluppo e quell'occupazione tanto attesa. Non hanno creato quell'indotto che i lucani speravano, non hanno portato quella crescita che tutta la comunità di aspettava. Così, oggi, la Regione ha deciso di mettere un punto e di iniziare da capo. Partendo proprio da una rinegoziazione dei diritti di sfruttamento "che sia in linea con i vantaggi che possono giungere dal federalismo" come ha sostenuto il presidente De Filippo. Un obiettivo ambizioso per il quale il governatore ha teso una mano all'opposizione (invitando al dialogo) e al Governo nazionale (a cui ha chiesto una piattaforma condivisa). Ci riuscirà? La scommessa è aperta, ma una cosa è certa i tempi per farlo devono essere stretti. Già, perchè se è vero - come diceva San Paolo e come ha ripreso lo stesso governatore nella sua relazione che "fructum afferunt in patientia" (le cose portano frutto nella pazienza), di pazienza ai lucani non nè è rimasta tanta. Soprattutto in materia di petrolio.


Carnevale, storia di una tradizione

di Federico Valicenti

Quale migliore occasione del carnevale per lasciarsi trascinare in svaghi e divertimenti. Tra sberleffi e travestimenti prendere in giro le classi sociali più abbienti, ribaltarne le figure, le donne vestite da maschi e i maschi travestite da donne, con un cambio di ruoli sia fisico che mentale. Chi si traveste da prete e chi da monaca, chi da gendarme e chi da benestante, da grasso e gaudioso a puerpera seminuda. Tutti possono mascherarsi a carnevale, le distinzioni di ceto e di sesso cadono, le maschere permettono la massima libertà e soprattutto nessuna differenza. “ Sembra che ognuno di carnevale a modo suo possa far, par che adesso non sia male anche pazzo diventar” Emblematico antico ritornello che accompagna l’ingresso alle fantasie carnevalesche. Il primo carnevale, inteso come momento di aggregazione e di festa, dove i ruoli delle persone vengono codificate con maschere e travestimenti, risale ai tempi degli Egiziani.. All’epoca dei faraoni, accompagnati al ritmo di canti e danze di donne mascherate seminude, il popolo egiziano sacrificava al dio Nilo i buoi portati in sfilata. Gli antichi greci si dedicavano per lo più a ringraziare il dio del vino Dionisio, bevendo e cantando. Mentre il popolo dell’antica Roma si lasciava prendere dall’euforia della festa durante i Baccanali, festeggiamenti in onore del dio Bacco, che si svolgevano lungo le strade della città e prevedevano l'uso di maschere, tra fiumi di vino, danze e donzelle. Famosa la festa di Cerere e Proserpina che si svolgeva di notte dove giovani e vecchi, nobili e plebei si univano in orge di cibo e sesso nell’entusiasmo dei festeggiamenti. Sempre a Roma in marzo e dicembre si festeggiavano i Saturnali, le feste sacre dedicate al padre degli dei , Saturno. All’inizio dei festeggiamenti Saturnali, il popolo in assemblea plenaria eleggeva il Re della Festa, che aveva il compito di farlo divertire, organizzando i giochi nelle piazze, gli spettacoli con i gladiatori ed altri intrattenimenti per il pubblico romano. Queste feste, all'origine, si svolgevano nell'arco di solo tre giorni durante i quali gli schiavi diventavano padroni e i padroni diventavano schiavi. Visto e acclamato l’enorme successo, di pubblico e di adesioni, i tre giorni diventarono sette. In epoca imperiale, ancora per far divertire il popolo e tenerlo buono, la festa fu portata da sette a quindici giorni. E’ nel mondo dell’antica Roma e nelle sue feste popolari che possiamo ritrovare le origini del nostro carnevale. Con l’arrivo del cristianesimo i riti, come quello dedicato a Cerere e Proserpina, vennero banditi e restando semplicemente giochi per il divertimento popolare. Nel 1162, il giorno di giovedì grasso, il doge di Venezia sconfisse in battaglia il patriarca di Aquilegia , per ricordarne la sconfitta gli impose di far travestire i suoi successori da militi del doge che avevano il compito di uccidere, ogni anno ad ogni giovedì grasso, 300 maiali distribuendone la carne tra nobili, clero e popolo. In seguito a questo evento nel tardo Medioevo il travestimento si diffuse nei carnevali delle città. Il travestirsi, mascherarsi permetteva lo scambio di ruoli, schernendo le nobiltà con parodie e caricature di vizi e malcostumi. Maschere che sono diventate in seguito i simboli delle città dove sono nate e delle proprie debolezze umane. Durante il Rinascimento il carnevale fu introdotto anche nelle sfarzose corti europee assumendo forme e linguaggio raffinati, legandolo alle arti del teatro, della musica e dalla danza. Nel XVI secolo, Lorenzo dei Medici nella sua Firenze, fece organizzare, in occasione del carnevale, lunghe sfilate di carri allegorici con costumi sfarzosi e danze, così da segnare una svolta nella realizzazione e presentazione del nuovo carnevale. Nella fervida e vivace cultura rinascimentale della fine '500, le maschere trovarono posto negli attori della Commedia dell'Arte che portando in teatro personaggi tipici nati dalla fantasia popolar-carnevalesca, caratterizzandoli nel linguaggio e nella gestualità. Nascono "le maschere" che diventano l’immaginario di riscatto e di scambio di ruoli nella tradizione collettiva.
Maschere che indossiamo e che ci accompagnano ancora oggi!
Carnevale chièn’ d'uòglie, stasera maccarune e craie fòglie, carnevale pieno d'olio(grasso), questa sera maccheroni e domani verdura.
La parola carnevale deriva dal latino "carnem levare", eliminare la carne, indicando l’ultimo banchetto prima dell’astinenza e del digiuno quaresimale. In Basilicata il carnevale viene festeggiato in tutta la regione al ritmo di tarantella con organetti, tamburrelle e battiti di chiave su bottiglie vuote. La grande tradizione gastronomica lucana ci porta a gustare piatti e preparazioni diverse per luoghi e territori. In molti paesi la sera di carnevale si usa mangiare la pasta fatta in casa con una bella grattugiata di rafano e a seguire la rafanata. A Nemoli si prepara la polenta chiamata anche “frascatala” con sugo di salsiccia e pezzi di pancetta. In altri paesi si preparano le polpette di pane, pauppett’,cuculicchie, cocole, rummuledd’, con aggiunta di patate, pecorino, salsiccia e soppressata, in alcune case arricchite di uva passita . Ma, dappertutto, la cucina di carnevale la unisce il condimento principe sulla pasta, la mollica di pane sfritta e “conzata “ con polvere di peperone macinato fine………. Anticamente, dopo cena si organizzava la farsa, “la frassa”, ci si ritrovava mascherati e armati di “cupacupa”, organetto e fiaschi di vino ben nascosti sotto cappe e mantelli si andava in giro a portare le serenate nelle case degli amici, suonando e canzonando l’invito ad accogliere “la frassa” davanti al portone della famiglia prescelta: ” ami saputi che hai accisu u puorc’ grapi a porta ca fa fridd’, u cupacupa miu ie malato, vode a sazizza e pure a siprissata”- “abbiamo scoperto che hai ucciso il porco, apri la porta che fa freddo, il mio cupacupa è malato, vuole la salsiccia e pure la soppressata-“, canti e balli ci accompagnavano fino all’alba, all’arrivo del nuovo giorno carico di tristezza quaresimale si andava a letto.
Tanti anni fa…….


Sisma '98: i tagli statali coperti dal "tesoretto" della Regione

di Antonella Inciso

I sindaci ce l'hanno fatta. Contro ogni rosea previsione i primi cittadini dei comuni colpiti dal sisma del 1998, che rischiavano di dover sciogliere i comuni per la mancata approvazione dei bilanci dovuta ai tagli sulle compensazionidell'Ici, sono riusciti ad evitare il danno. E lo hanno fatto con un'operazione strategica, senza precedenti, andata in porto al termine di un incontro con il presidente della Giunta, Vito De Filippo, e gli assessori regionali Loguercio e Santochirico. I soldi che il Governo Berlusconi aveva tagliato ai 28 comuni lucani, infatti, saranno anticipati dalla Regione. I tre milioni di euro destinati ai paesi colpiti dal sisma 98 che, senza prevviso, erano stati cancellati dalla Finanziaria saranno prelevati da un "tesoretto" di 18 milioni di euro che il Dipartimento infrastrutture ha scoperto di avere da parte. Il tutto con la speranza (per la verità molto remota) che Berlusconi e Tremonti ci ripensino. Problema risolto, dunque. Certo, almeno per il momento perché l'anticipazione varrà solo per il 2009 dato il momento emergenziale. Resta, però, il fatto che si tratta di un risultato eccezionale, che va al di là delle più rosee aspettative. Un risultato frutto di più elementi. Innanzitutto, l'unione tra gli amministratori colpiti. Un accordo stretto e deciso tra sindaci di diversi schieramenti politici che di fronte alle difficoltà hanno preferito far fronte comune e che compatti si sono presentati in Regione per battere cassa. Il pragmatismo dell'assessore Loguercio che già dopo la prima riunione a Lauria si è reso conto della gravità del problema ed ha fatto in modo di riperire le risorse. E soprattutto la sensibilità e la determinazione del governatore De Filippo che - nonostante le difficoltà burocratiche .- legate al trasferimento dei fondi ha deciso di intervenire, dicendo sì allo stanziamento dei soldi. I bilanci, quindi, saranno approvati e i servizi garantiti. E i sindaci? Dovranno fare tesoro della lezione. Magari andando uniti a Roma - anche con gli altri amministratori della Regione- a battere cassa con Silvio Berlusconi per evitare nuovi tagli. In fondo, non sono secoli che si dice l'unione fa la forza


Fondi Sisma 98: per i sindaci lucani non è solo una questione economica

di Antonella Inciso

Cosa chiedono i sindaci dell'area sud, colpiti dal sisma del 1998? Quali soldi vogliono dal Governo come compensazione per i mancati introiti dell'Ici? Sono le legittime domande che si pongono molti cittadini considerato che il Governo Berlusconi l' introito dell'Ici l'ha tolto a tutti i comuni italiani. Eppure, per quei soldi i sindaci dei trenta comuni del Lagonegrese sono disposti anche a rimettere le chiavi dei loro Municipi, oltre che ad andare in massa a Roma per protestare. Viene spontaneo chiedersi, dunque, in cosa differiscono i paesi di quella zona dagli altri del resto d'Italia e perché il Governo dovrebbe dare a loro i soldi e agli altri no. La risposta è semplice: innanzitutto perché in ballo ci sono fondi pregressi (riferiti al passato e che, quindi, devono essere erogati), poi perché trattandosi di comuni piccoli ed a rischio spopolamento quei soldi sono fondamentali per il mantenimento di servizi essenziali. Sarebbe, quindi, auspicabile un passo indietro da parte del presidente Berlusconi. Quel passo, però, nonostante le proteste, quasi certamente non ci sarà. E non ci sarà perché di fondi, con la crisi, in Italia ce ne sono sempre meno. Meno, proprio come i finanziamenti europei. Se dovesse andare bene – magari grazie all'intercessione di Regione e parlamentari – potranno avere qualche spicciolo. Così, volenti o nolenti,i primi cittadini dovranno accettare la sfida, cercando di ridurre le spese. E per farlo dovranno scegliere.
Scegliere non sulla base del consenso elettorale ma sugli interventi per creare sviluppo. E' questa la strada, è questa la sfida che li aspetta per il futuro. Sia che si tratti dei tagli ai fondi per il sisma, sia che si tratti di altro. Perché in ballo c'è il futuro di comunità e di paesi che non hanno voglia di aspettare ancora.


I Figli di nessuno delle nostre comunità distratte

di Mariapaola Vergallito

Sono tanti e sono dappertutto. Si potrebbe dire che più piccolo è un paese, più numerosi sono loro. Li trovi nei bar, soli al bancone o in disparte seduti attorno ad un tavolo con le altre sedie vuote; li vedi passeggiare da soli in zone poco frequentate; li scorgi da soli, messi in disparte dall’ inerzia emotiva di qualcuno, durante una festa, una manifestazione pubblica o un pranzo nuziale. Se non hai la mente offuscata o non sei eccessivamente distratto te ne accorgi sempre della loro presenza. Li guardi un attimo, scambi una parola con loro. Dici le solite frasi, i soliti “tutto bene?”, poi l’attenzione toccata e fuga svanisce e ti giri dall’altra parte e cerchi, per quanto possibile, di non incrociare il tuo sguardo con il loro per tutto il tempo in cui il tuo sguardo e il loro si trovano sotto lo stesso tetto, nella stessa stanza. Ci stai male come quando vedi un cucciolo di cane investito per strada; gli passi a fianco, non infierisci, ma poi te lo lasci alle spalle e tutto ritorna come prima. Pochi secondi. Poi nulla. Queste sono le riflessioni che mi sento di fare oggi, Giornata della Vita. Giornata della dignità di vivere, dovrebbero dire. Giornata della considerazione, della solidarietà, degli aiuti concreti. Eppure quando tutto questo non c’è il silenzio rischia di diventare una bomba che esplode neanche troppo all’improvviso. E conti, con lo sconcerto ipocrita dell’apparente meraviglia, quante volte questi figli di una comunità assente decidono di togliere il disturbo. Da quando esiste La Siritide numerosi sono stati i casi di non ritorno. Abbiamo deciso consapevolmente di non parlarne quasi mai perché un cappio al collo, un grilletto premuto o un tuffo da un ponte non sono solo fatti di cronaca. Sono risvolti che riguardano la sociologia di un’intera comunità. E che riguardano tutti noi, specialisti, istituzioni e mancati potenziali amici. Giornata della Vita di chi davvero, nel profondo del suo Io, vive alla giornata.


PanoptiCall: tutti sotto controllo

di Mariapaola Vergallito

2054: a Washington non si commettono più reati. Sono stati cancellati grazie a un sistema chiamato "precrimine". Si basa sulle premonizioni di tre individui dotati di poteri extrasensoriali, detti precog: la polizia riesce a impedire i reati prima che essi avvengano e ad arrestare i "colpevoli". Il sistema sembra funzionare. In questo modo, però, non viene punito il fatto (che non avviene) ma l'intenzione di compierlo; non si punisce più per la conseguenza, ma per l’eventualità; non più per la prova, ma per l’ipotesi.
2013. In America vige una dura legge dittatoriale che controlla le nascite: non è possibile avere più di un figlio. Una coppia infrange la regola. Lui viene arrestato e portato in un carcere di massima sicurezza. I prigionieri sono rigorosamente tenuti schiavi da un computer molto avanzato, capace di controllare le loro azioni, ma soprattutto i loro pensieri e i loro sogni. La vera privazione della libertà non è fisica, ma mentale. I controllori aspettano di intercettare i pensieri del singolo per costruire la fitta rete di intrecci in grado di portarli ad altri possibili rei.
Intercettazioni, indagini a “ragnatela” dove quello che pensa il singolo può costruire i percorsi per bussare agli indirizzi di molti. La letteratura e la cinematografia di fantascienza è ricca di futuribili scenari nei quali si prevede che ci sarà il pieno controllo dei pensieri, dei sogni, delle opinioni. Il "Videodrome" di Cronemberg, ovvero la sindrome da video (nella più classica delle traduzioni), si traduce oggi forse in "Audiodrome". Ed il Panopticall è chi da un punto privilegiato ascolta tutto e tutti. Come nel “1984” di George Orwell, che negli anni Quaranta parla per la prima volta di “Grande Fratello” e del controllo pieno e diretto delle coscienze; come gli scenari di “Minority Report” e di “2013: La Fortezza” (le trame sopra citate): i pensieri servono a provare atti non ancora compiuti; le parole servono a convalidare punizioni di masochismo incontrovertibile; ciò che potrebbe accadere o che sarebbe potuto accadere è importante e sufficiente tanto quanto l’accaduto.
Ed è un sistema che si estende a macchia d’olio proprio perché cresce tanto quanto crescono le relazioni di chi è già sottocontrollo. In gergo si chiama “indagine a ragnatela” questa modalità ormai famosa e consolidata, che funziona un po’ come le amicizie che ti procuri iscrivendoti a Facebook. Registri i tuoi dati e cominciano ad arrivare i primi contatti. Da quel momento puoi essere contattato o puoi contattare, anche gli amici degli amici degli amici. Per aprire un fascicolo su Topolino accusato di usura viene messo il suo telefono sotto controllo; Topolino parla con Minnie, con Paperino e con nonna Papera; Paperino ha contatti con zio Paperone che a sua volta telefona ad un amico non identificato che però ha contatti con la banda Bassotti; intercettata l’utenza lo sconosciuto viene a sua volta indagato, come la banda Bassotti. E, come spesso accade, nessuno pensa più a Topolino. Il problema è che da Paperopoli è possibile che vengano rese pubbliche le conversazioni di tutti che parlano con tutti. Uso e abuso.
Le intercettazioni sono uno strumento utile, legittimo, riconosciuto. Ma ci sono limiti? E se si, quali sono?
Perchè, al di là delle indagini e della risoluzione delle stesse, il dato allarmante è un altro: come accade in Minority Report il pensiero conta più del fatto; l’indizio, più della prova. E se le indagini non portano ad una punizione definitiva e comprovata, torna la libertà ma resta comunque una macchia indelebile, data non dall’indagine in sé per sé, ma dalla pubblicazione incontrollata delle stesse. Parliamoci chiaro: le intercettazioni fanno bene nell’immediato a chi le pubblica (perchè fanno vendere più giornali) e a chi le legge (perché si ha la parvenza di poter entrare a pieno titolo nelle stanze del potere dei fascicoli top secret). Lo abbiamo appurato noi stessi: pubblichi le conversazioni in home page e il contatore delle utenze telematiche schizza alle stelle.
Ma così sono come elettrodomestici senza istruzioni per l’uso. Sono come le freccette date in dotazione a chi punta un bersaglio. Questo non può essere uno dei prezzi pagati per il diritto di cronaca. Perché, è vero, che come dice Tom Cruise nel film: “Evitare che una cosa accada non cambia il fatto che sarebbe accaduta”. Ma, è pur vero che questo è un sistema senza raccomandazioni di sorta. Per tutti, nessuno escluso. Da un lato, bè, meno male. La giustizia, almeno quella, è giusto che faccia il suo corso (come spesso non è). Ma la storia passata e recente racconta di cittadini che, benché innocenti, ci hanno rimesso qualcosa di più della faccia. E potrebbe capitare a chiunque, anche a te.


C’era una volta la scuola di buona amministrazione

di Vittorio B. Stamerra

A proposito di tangenti, tema di questi giorni, solo gli idioti, utili o meno, godono dei guai altrui, convinti di trarne un qualche profitto. Un vecchio scampolo di saggezza contadina ammonisce a “non sputare mai in cielo”. E non ci vuole molta fantasia a capire quello che ti può accadere.
Che “Tangentopoli” non avesse affatto eliminato la malapianta della corruzione nella politica era ampiamente risaputo.
Bastava scorrere ogni giorno le cronache dei giornali per imbattersi in notizie che riguardavano episodi di malcostume, di mazzette, di “dazioni” distribuite a destra e a manca per accaparrarsi appalti e favori. Eppure, attraverso varie compiacenti leggine (rigorosamente bipartizan) il finanziamento pubblico ai partiti è giunto a livelli mai toccati sinora. Anzi c’è il fondato sospetto che il proliferare di partitini e movimenti serva esclusivamente per accedere alla torta dei finanziamenti distribuiti in occasione delle elezioni. Non è più quindi solo un problema di finanziamento della politica, dei partiti. Ha ragione il sottosegretario Mantovano a ricordarci che si tratta di reati penali e, in quanto tali, i responsabili ne rispondono di persona. Con rigore ma anche facendo presto, va doverosamente aggiunto.
Più che soffermarsi sulla “questione morale”, che non riguarda questo o quel partito, ma un problema di tutto il Paese, sarebbe invece interessante soffermarsi sulla qualità della classe dirigente, del ceto politico che i partiti propongono per la guida delle istituzioni locali. Non vi è ombra di dubbio che negli ultimi quindici/venti anni ci sia stato un profondo cambiamento. Dal professionismo degli apparati di partito si è passati al coinvolgimento di molti esponenti delle professioni e della cosiddetta società civile nella gestione di comuni, province, regioni, Usl e via discorrendo. Non sempre nello scegliere i partiti hanno cercato il meglio in termini di qualità e di competenza, molto spesso si è scelto soltanto in funzione dell’immagine e della capacità di portare voti. Non sarebbe azzardato affermare che si è realizzata una radicale mutazione genetica nel ceto politico che gestisce il potere nelle istituzioni. A ciò hanno contribuito in modo determinante le leggi elettorali che hanno reciso quel filo naturale che in politica deve legare le strutture centrali dei partiti con la loro periferia. Accade così che il Paese si divide in tante repubblichette autonome, dove i partiti centrali si riducono a giganti d’argilla.
Più che gloriarsi –come fanno taluni- della fine della supremazia morale della sinistra (ma nessuno dice qual è la provenienza prevalente di quasi tutti i coinvolti nelle inchieste, che non è certamente da sinistra) sarebbe più utile piuttosto analizzare le ragioni di questa degenerazione. Il riferimento oggi è al Pd, la cui maggioranza è l’erede legittima di quel patrimonio morale che, comunque la si pensi, fu della sinistra e del partito comunista in particolare. Che fine hanno fatto quegli amministratori locali così bravi, in efficienza e in competenza, da essere portati ad esempio in Italia e all’estero, a cui con invidia guardavano tutti gli altri partiti, Democrazia Cristiana in testa? Gli enti locali governati dalla sinistra erano un modello che si esportava. Qualche volta persino dagli Stati Uniti giungevano delegazioni che volevano capire perché gli asili “rossi” di Modena o di Parma, citando a caso, funzionavano meglio di tutti, perché a Ferrara o a Pesaro, come a Siena o a Perugina –sempre citando a caso- si poteva benissimo andare in bicicletta senza la paura di essere travolti da pirati della strada. Senza dimenticare la salute e tutto il resto, dalla cultura al verde pubblico, ai centri storici al tempo libero. Noi nel Sud quegli standard di vivibilità ce li sogniamo tuttora! Come è stato possibile disperdere quel patrimonio? E si è poi veramente disperso?
Le risposte sono tante e richiederebbero forse analisi che neanche centinaia di fogli di giornali ce la farebbero a contenerle. Diciamo che essendo cambiata la società, abbattuti gli steccati ideologici, ridotti i partiti a semplici contenitori elettorali e non più ad espressione di valori, ridimensionata drasticamente, soprattutto a sinistra, la presenza nelle istituzioni dei professionisti della politica (i vecchi funzionari di partito “addestrati” per essere i “migliori”), cambiati i codici di costruzione del consenso, tutto è diventato una sorta di marmellata, dove valori e mercato (anzi bottega) si sono confusi.
Un vecchio giurista della scuola barese, che fu anche sindaco della città, sicuramente democristiano ma evidentemente con venature marxiane, sosteneva che in politica “non solo si deve essere trasparenti, ma si deve anche sembrarlo”. Si disse che quei principi erano vecchi e superati. Forse è vero, ma nessuno ci venga a dire, e la nostalgia non c’entra, che quelli di oggi sono migliori.


Due incubi nell’inverno caldo di Veltroni

di Giuseppe De Tomaso

Nessuno vorrebbe ritrovarsi oggi nei panni di Walter Veltroni. Primo, perché le inchieste giudiziarie stanno toccando il suo partito, in Abruzzo e in Basilicata. Secondo, perché la coalizione berlusconiana non dà segni di cedimento. Terzo, perché l’ultimo test elettorale ha duramente penalizzato il Pd. Quarto, perché il ciclone Di Pietro si sta rivelando, assai più del Cavaliere, l’insidia numero uno per le fortune politico-elettorali del Pd. Quinto, perché l’exploit dipietrista in Abruzzo potrebbe, indirettamente, spingere molte procure a calcare la mano a 360 gradi nelle indagini su politica e affari, sia per lanciare un segnale contro i propositi di riforma della giustizia, sia per cavalcare l’eventuale rinascita dell’onda popolare - come accadde nel 1992 - contro la cosiddetta questione immorale.
Non è facile la posizione di Veltroni, anche perché il leader di un partito è la figura che più somiglia all’allenatore di una squadra di calcio: se i risultati latitano o, peggio, si rivelano deludenti, il primo a pagare è il responsabile del team. A nulla servono le attenuanti, né valgono le considerazioni sulle magagne, sulle colpe dei calciatori. Al tecnico viene, stalinisticamente, rinfacciata la (micidiale) responsabilità oggettiva, un mostro giuridico rimasto in vita solo nel mondo del pallone.
L’ultima spiaggia di Veltroni sarà il voto europeo del 2009: se il Pd risalirà la china, il suo capo potrà rifiatare come Claudio Ranieri e Luciano Spalletti, i trainer di Juve e Roma dati per spacciati poche settimane addietro e risorti come Lazzaro all’indomani di due splendide vittorie in Champions League.
Ma anche l’intervallo tra il Natale 2008 e le Europee 2009 non sarà una passeggiata per Veltroni, visto che giornali tutt’altro che ostili al Pd hanno titolato «Walterloo» la batosta elettorale in Abruzzo.
Sono due oggi gli incubi di Veltroni: le procure e Di Pietro. Se le inchieste che in alcune regioni hanno coinvolto dirigenti del Pd assesteranno un duro colpo al principio della «superiorità morale» della sinistra, concetto che stava a cuore a un padre storico come Enrico Berlinguer (1922-1984), per l’ex sindaco di Roma verrà meno uno degli argomenti-chiave su cui verte il confronto-scontro con Berlusconi: la migliore qualità morale del personale politico del centrosinistra, e l’assenza nel Pd di ogni problema vagamente associabile al «conflitto di interessi». Non a caso, per la prima volta nei giorni scorsi il Cavaliere ha brandito come una clava, contro l’opposizione, l’arma della questione morale. Della serie: non potete rivendicare alcun primato di trasparenza, non siete diversi dagli altri. Veltroni e il Pd hanno reagito duramente («Parla proprio lui che è il simbolo dei conflitti di interessi»), ma i casi Campania, Abruzzo e Basilicata, oggi rendono obiettivamente più debole la posizione del numero uno «democratico».
L’altro incubo si chiama Di Pietro. Di Pietro ha trionfato in Abruzzo. Ma ha trionfato da solo. Avrebbe fatto bingo se il suo candidato presidente avesse ottenuto più voti della coalizione (invece si è verificato il contrario); e se avesse dato l’ok all’ingresso dell’Udc di Casini nella coalizione abruzzese di centrosinistra. In tal caso, Di Pietro non solo avrebbe complicato il cammino del Popolo della Libertà in Abruzzo, ma avrebbe creato le premesse per l’approdo dell’Udc, anche a livello nazionale, nell’alleanza con il Pd. Come avrebbe potuto Casini sostenere che il «laboratorio abruzzese» restava un «mondo a parte», dal momento che la regione guidata fino all’altro ieri da Ottaviano Del Turco non può essere certo declassata a una frazione di un paesino di montagna? L’Abruzzo non è la Lombardia, ma resta pur sempre una tra le venti comunità nazionali che contano.
Di Pietro, invece, ha preferito vincere da solo, ha voluto dimostrare di avere il vento in poppa. Operazione più riuscita di un «cucchiaio» di Francesco Totti. Ma la politica è una brutta bestia: spesso è più difficile gestire una vittoria che una sconfitta. Che farà adesso Di Pietro? Se si monta la testa, ritenendo che chi fa da sé fa per tre, si ritroverà con un pugno di mosche in mano. Se, invece, non si lascerà prendere dall’euforia del boom elettorale, potrà incidere su equilibri e sviluppi politici nel centrosinistra. Certo, l’antiberlusconismo rende, è una bella rendita di posizione. Ma l’elettorato è più volubile di una vamp di Beverly Hills: le sue cotte vanno e vengono come un treno ad alta velocità. Lo testimonia la storia delle elezioni.
Un fatto è certo. Veltroni sta sui carboni ardenti. Se molla Di Pietro rischia di regalargli tutta l’area dell’antagonismo antiberlusconiano. Se non lo molla, rischia di essere oscurato dal tracimante temperamento di Mister Mani Pulite. Quando poi le procure accendono un faro su alcune amministrazioni dell’opposizione, il condottiero dell’Italia dei valori non resiste alla tentazione di fregarsi le mani. Ma un Paese normale, oltre che di un governo efficiente, ha bisogno anche o soprattutto di un’opposizione in buona salute.


17 dicembre 2008
La Gazzetta del Mezzogiorno


L'autoconservazione corporativa degli italiani

di Praox, da http://ratiozone.blogspot.com/

E’ un caso unico nel mondo e lo definirei un malanno diffuso tra la popolazione italiana.
Si tratta della sindrome da ‘autoconservazione corporativa’.
Questo è il male che sta flagellando il nostro paese e forse in molti non se ne stanno accorgendo.
Siamo vittime e nello stesso tempo malati cronici, di un male a cui ci rifiutiamo di porre rimedio negandoci cure appropriate.

I presupposti che possono definirci malati cronici, sono relativi al nostro essere sottoposti al vivere in un sistema, dove iniquità e corruzione proliferano e da cui non facciamo nulla per cambiare le cose, spesso ci adattiamo allo status.

Ci lamentiamo con l’amico, ci arrabbiamo quando siamo dal barbiere, alziamo la voce magari in pubblico al bar per dimostrare il nostro dissenso, ci alteriamo davanti alla televisione alla presenza dei familiari quando sentiamo parlare di corruzione, tangenti, denaro pubblico dissolto dalla politica e dalle istituzioni, decurtazione di risorse dalla ricerca o dalla università.

Siamo bravissimi oratori, sappiamo convincere chiunque nei nostri discorsi.

Siamo tenaci ed oltranzisti con le parole, ma quando si tratta di passare ai fatti ci tiriamo indietro.

Siamo incapaci di mettere in pratica quanto riteniamo giusto.

Non sappiamo affezionarci al bene della collettività e quando qualcuno ne abusa, lo deturpa, o addirittura se ne appropria, esterniamo qualche improperio ma nulla più.

Inoltre è importante, anzi direi fondamentale che queste faccende non tocchino il nostro ‘privato’.

Possono rovesciare fuori dal nostro giardino abusivamente del materiale di risulta o dei rifiuti, possono costruire a 20mt da casa nostra una costruzione abusiva, possono investire il figlio di un immigrato davanti al nostro cancello, ma l’importante è che ciò avvenga fuori e non danneggi la nostra proprietà, la nostra famiglia, e non ci crei troppi problemi.

A dimostrazione di ciò vi porto un esempio che può sembrare estremizzato ma è il fondamento del concetto che vorrei esprimere.

Quando avviene un incidente dove una persona perde la vita (sul lavoro, per strada, durante un intervento chirurgico) dopo qualche tempo la famiglia del deceduto in molti casi decide di fondare un’associazione a nome del familiare deceduto a difesa dei diritti del cittadino, perché quanto accaduto venga combattuto e possa non ripetersi, e questo è moralmente corretto ed auspicabile.
Occorre l’evento catastrofico per scuoterci e farci cambiare rotta, prendere coraggio e farci portavoce per la comunità.

Purtroppo questo è disarmante che avvenga solo in questi casi, in quanto non è indispensabile aspettare che qualcuno ci lasci la vita per avviare un movimento per la giustizia, per farci portavoce di una pubblica denuncia, per il riconoscimento dei diritti di qualche categoria, comunque creare un movimento per la salvaguardia della nostra comunità.

Se qualcosa nella nostra società non va, se viviamo un sopruso od una ingiustizia, se assistiamo ad un politico che si comporta nella negazione dell’etica o del diritto, o assistiamo ad un cittadino che commette un delitto verso un altro cittadino è nostro dovere etico combatterlo, ciò è dovuto a noi ed alla collettività e qualora sia necessario, occorre farne pubblica denuncia alle istituzioni competenti ed alla comunità dell’informazione.

Abbandonare la sponda della denuncia è come lasciarsi affogare e cedere ai flutti della corrente del fiume della iniquità e del non diritto, facendo morire una parte della democrazia che è alimento quotidiamo della comunità. Questi atteggiamenti sono collimanti con la civiltà dell’omertà e della rassegnazione caratteristica dei regimi autoritari e totalitari.

Purtroppo questo discorso in molte realtà difficili (realtà governate dal potere mafioso/camorristico) ritrova quotidianamente riscontro e percorrere la via della denuncia come fatto da molti onorevoli cittadini può portare a ripercussioni pesantissime che spesso fanno propendere per un atteggiamento omertoso e rinunciatario.

Se questo ultimo caso è chiaramente comprensibile ma forse non giustificabile, in tutte le altre situazioni il cittadino italiano spesso pur sentendosi parte lesa non si fa’ padrone di una causa che possa dar vantaggio alla collettività o alla comunità di appartenenza oltre che a se stesso.

A soffiar vento sulla vela dell’indifferenza e dell’omertà, c’è da dire che troppo spesso ci si trova soli a portare avanti lotte o denunce pubbliche, ed in alcuni casi non si ha il supporto della giustizia o del riconoscimento popolare pur di fronte a dati tangibili, vedasi l’estremo caso del prof. Parmaliana.

Da qui l’eterno dubbio del denunciare con il rischio di rimanere incastrato nella macchina della giustizia o lasciare tutto ingiudicato e nell’oblio per il puro senso di ‘autoconservazione’.

Allora lascio ad ognuno sviluppare nel proprio vissuto questo dibattito che nel nostro paese da’ poco valore agli interessi ed ai valori caratteristici della collettività che con i continui attacchi a cui viene giornalmente sottoposta, sta perdendo consistenza costantemente.

Riflettiamoci non è mai tardi per cambiare!


La rivoluzione possibile (se solo si volesse)

di Luigi Ferrara Mirenzi


Basterebbe davvero poco. Un bagno di umiltà e tanta buona volontà per un’operazione con notevoli effetti economici che non richiede neanche un euro. Le immagini e le parole della televisione impressionano immediatamente. Per igiene mentale, sbiadiscono anche se, quasi ogni sera, lo spettacolo si ripete. Chi lo guarda attende invano qualcosa di nuovo. Se nelle piazze degli oltre ottomila Comuni italiani si esponessero, invece, i quotidiani degli ultimi venti anni si proverebbero sensi di smarrimento e allucinazione. Stessi problemi, parole, critiche da destra e da sinistra, dall’alto e dal basso, dall’interno e dall’esterno. Eppure basterebbe davvero poco senza alcuna spesa. Un sorriso di gioia, un filo di speranza, un raggio di fiducia sul positivo esito degli sforzi da compiere, che potrebbe crescere e mettere salde radici, se solo lo volesse un numero limitato di persone.
La serenità ed un nuovo e migliore corso della vita di circa sessanta milioni di italiani dipendono dalla buona volontà e dall’impegno, per poco più di un anno, di duemila legislatori nazionali e regionali. Nel controllare l’emergenza delle crisi congiunturali con terapie d’urto condivise, andrebbero sottoposti a revisione la parte seconda della Costituzione e gli statuti regionali. Decisioni condivise, inoltre, non dovrebbero tardare per migliorare le leggi sui processi delle diverse magistrature e per eliminare le cause di tante lacerazioni e situazioni aberranti. Definite con chiarezza e puntualità le funzioni dei diversi soggetti dell’ordinamento, senza le confusioni prodotte dalle parziali modifiche apportate nel 2001, in uno Stato federale basterebbe una sola delle attuali due Camere con non più di 150 parlamentari per l’ attività legislativa e la disciplina dell’esercizio di quelle statali ridotte all’essenziale. L’altra Camera andrebbe destinata alle Regioni ed alle relative materie di competenza con un numero di componenti pari alla prima. Se si hanno dubbi, è sufficiente pensare al numero dei parlamentari degli Stati Uniti d’America. Pochi ministeri, inoltre, anche per il coordinamento della finanza pubblica con riferimento soprattutto all’obiettivo della coesione economica e sociale nell’intero paese, sancito dal Trattato dell’Unione europea. Nessun rapporto gerarchico. Solo una sovraordinazione funzionale dello Stato federale sia per interventi secondo il principio di sussidiarietà sia per dirimere eventuali conflitti di interessi e competenza. Con tali riforme, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro ( CNEL ) non avrebbe più senso, come non lo avrebbero le Province i cui compiti, programmati dalle Regioni, d’intesa con i rispettivi Consigli delle autonomie, verrebbero svolti da Uffici tecnici distribuiti razionalmente sul territorio. Nessun danno, quindi, al personale la cui azione, da sottoporre ovviamente a seri controlli, sarebbe rapida, efficace ed efficiente. A loro volta, le Regioni dovrebbero rivedere i propri Statuti con una modifica immediata del numero dei componenti i rispetti Consigli e dei relativi Regolamenti al fine di rendere snelli i lavori e sopprimere spese che non hanno giustificazioni valide. Ulteriori e successive modifiche per l’adeguamento alle innovazioni apportate alla Carta Costituzionale.
Non si può provare gioia e mostrare serenità se non ci sono segni evidenti che è in corso un processo di rinnovamento serio e credibile di istituzioni, norme e procedure che tanto condizionano la vita civile e le stesse attività economiche. I sacrifici si accettano e non si subiscono quando rientrano in un impegno generale visibile. Senza dire che un grande sforzo nella direzione appena accennata può stimolare e diffondere un altro non meno importante in tutte le cosiddette autonomie funzionali. Per questo ed in vista di tale doveroso impegno, si penserebbe solo a lavorare, a produrre idee, a formulare proposte e a confrontarle per scelte condivise oggettivamente utili all’intero paese e non a Tizio o a Caio, a questa o a quell’altra parte. Con un nuovo e diverso assetto non si sfiorerebbe nemmeno l’amara esperienza dell’Argentina, si farebbe una lotta più serrata alla criminalità e si avvierebbe finalmente il miglioramento dei conti pubblici con il governo affidato a forze politiche che si alternano secondo la volontà del corpo elettorale. Se solo si volesse.


Specchia, storia di un sindaco "ostaggio dei dipendenti"

di Luisa Amenduni

«Sono prigioniero dei dipendenti comunali, che fanno morire negli uffici delibere approvate, che non controllano quello che devono controllare, che provocano debiti fuori bilancio a non finire». Il sindaco di Specchia, Antonio Lia (alla guida di una maggioranza di centrosinistra), dopo aver presentato il 13 novembre scorso la lettera di dimissioni irrevocabili dall’incarico, oggi passa la patata bollente nelle mani del commissario nominato dal prefetto di Lecce.

Lia sindaco del Comune di Specchia da 30 anni (con una interruzione dal 1995 al 1999 e poi rieletto per altri due mandati), cittadina nominata nel 2007 dalla Commissione Europea miglior paese d’Italia per qualità della vita, ha deciso di dimettersi a causa «dell’inerzia degli uffici comunali che, seppur sollecitati, non rispondono più a un sindaco ormai quasi delegittimato» perchè alla fine di un doppio mandato.

L'amministrazione Lia sarebbe dovuta decadere la prossima primavera. Lia critica la Bassanini e fa quindi riferimento al «limite del doppio mandato» e alla «struttura, unica competente per legge a compiere gli atti di gestione», che non risponde «più ad un sindaco alla fine del suo secondo mandato e che, quindi, non può candidarsi per un terzo».
«Ciò – sottolinea – si traduce in un lassismo nella gestione della cosa pubblica, dei beni dell’ente, dei rapporti con i privati affidatari dei nostri beni, che non possono più tollerare proprio nell’interesse del paese, che è e resta al centro del mio impegno politico». Specchia, paese all’avanguardia per quanto riguarda le energie alternative – afferma Lia – «è l’unico paese al mondo che ha pale eoliche di proprietà del Comune». «In alcune località del Comune – denuncia Lia – sono stati rubati pannelli fotovoltaici ma l’ufficio tecnico comunale preposto ai controlli, benchè sollecitato, non è andato a verificare la situazione nè ha denunciato l’accaduto alla magistratura, così come ci sono pale eoliche ferme solo perchè i dipendenti comunali non le mettono in funzione».

«Non posso vedere distrutto – si lamenta Lia – un paese a cui ho dato 33 anni della mia vita». Lia ha denunciato quanto sta accadendo alla Prefettura, al ministero della Funzione Pubblica e alla Procura della Repubblica. «Per l’inerzia e il lassismo degli uffici comunali – afferma – stiamo perdendo finanziamenti pubblici e dal 2005, solo per fare un esempio, non si dà attuazione a delibere importanti riguardanti il piano regolatore generale. Una situazione assurda: mi rifiuto di vedere massacrato il mio paese dai dipendenti comunali».


da La Gazzetta del Mezzogiorno


La regione chiusa con un fax.

di Giampaolo Visetti- La Repubblica

Ferrandina. La remota Baviera pubblica del Sud chiude con un fax. I manager delle multinazionali, in Valbasento, da mesi non vengono più. Comunicano. Poche righe, inviate da qualche ufficio lontano, per spiegare che la crisi del mercato Usa, che il crollo delle Borse, che il calo dei fondi pensione. Che la Cina e che l' India, eccetera. Pochi minuti, insomma, per abbassare i basculanti e appiccicare sul cancello l' avviso agli operai: "Da oggi a casa". Il cuore della nuova recessione italiana, che silenziosamente respinge il Meridione nella povertà del dopoguerra, è sepolto in Basilicata, da qualche parte, tra Ferrandina e Pisticci. Il "polo della chimica", voluto da Mattei e liquidato da Fanfani, è un deserto di capannoni pericolanti. Sconfinati parcheggi vuoti. Piazzali invasi da erbe seccate. Campi da tennis coperti da muschi e con la rete sfasciata tra i gelsi. Ciminiere spente. I vetri rotti rivelano stabilimenti fermi. Pochi custodi del nulla, abbandonati qui come cani, rossi e rabbiosi per il dolore e per la nostalgia dei loro olivi soffocati, minacciano chiunque si avvicini. Sulle colline di terra smossa sono appoggiati, quasi fossero concime, sacchi bianchi di amianto. Tra le fabbriche, riconvertite nel tempo alla meccanica, o a qualsiasi lavorazione avvelenata, si nascondono le case incompiute per i dirigenti mai trasferiti. Le occupano famiglie operaie, cassintegrati decennali, neo disoccupati, giovani sposi precari. Si vergognano di vivere su al paese antico. Con "ottocento euri" al mese abitano le stanze di un fallimento, giù nel villaggio nuovo. Sotto le finestre, rivoli aromatici di trielina confluiscono nel letto prosciugato del Basento. I maschi, troppo vecchi per rifare la valigia, sperano che sotto il cimitero dell' industria assistita si celi la necropoli di una bonifica eterna. Si consegnano all' inquinamento, condanna e salvezza estreme, ostili ai comitati che dopo anni denunciano la morte di centinaia di colleghi intossicati. Tagliati, in pochi mesi, altri 1300 posti di lavoro. Nessuno si incatena ai macchinari, come un tempo, occupa strade dove non passa che qualche trattore, o fa lo sciopero della fame. Contro chi, se un padrone ignoto si fa chiamare globalizzazione? Michele Sirago, appena licenziato, mostra un passo di Carlo Levi, confinato da Mussolini pochi calanchi più in là: «Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria». L' indicazione però, mezzo secolo dopo, è chiara. L' industria politica fondata sullo Stato, o aggrappata ai favori di Colombo, crolla. La delocalizzazione straniera in Italia, chiude. La linea dell' economia e della ricerca abbandona i meridioni e si concentra nei nord dell' Occidente. Il lavoro operaio si trasferisce negli Orienti dell' Europa e dell' Asia. La Basilicata, simbolo della parodia clientelare dello sviluppo affidato a catastrofi e ricostruzioni, precipita nel vuoto della rinuncia alla propria vocazione. «Ci vorrebbe un terremoto ogni dieci anni - dice lo storico Raffaele Giuralongo - perché il sud ormai produce solo il cemento delle opere pubbliche. La recessione, qui, è una sentenza senza appello: essere l' impresentabile e irraggiungibile retrovia tossica della riconversione verde del Nord». Non se ne parla, nell' ottimista tivù padanizzata. Ma nel Paese che inizia a fare i conti con la spietatezza dei propri errori, c' è una terra dispersa già in caduta libera. La Basilicata, venduta come modello della modernizzazione meridionale, è la regione italiana dove negli ultimi due anni ha chiuso il maggior numero di imprese. Detiene, in percentuale, il record dei posti di lavoro perduti. Segna l' esodo più massiccio di emigrati negli ultimi tre anni e il più drammatico crollo demografico del sud. È l' unica regione dove sono negativi sia il saldo naturale sia quello migratorio. In pochi mesi hanno perduto il lavoro oltre 7 mila persone, strappando al Piemonte il primato dei giorni in cassa integrazione. In tre anni si è passati da un crescita del 3% ad un recessione dell' 1%. In nessun luogo l' indebitamento delle famiglie è esploso del 50%. Le imprese in crisi, da gennaio, sono 152, seimila i lavoratori in mobilità, ottomila i posti a rischio entro la primavera. La Fiat di Melfi, campione europeo di produttività, ventila per il prossimo anno sei mesi di stop: novemila, con l' indotto, gli operai che intravedono lo spettro dell' impossibilità di pagare il mutuo. Eppure, questa, è la regione più industrializzata del Meridione, quella che ospita lo stabilimento automobilistico più importante, quella dove lo Stato ha effettuato il più grande investimento degli ultimi trent' anni. Naviga sul giacimento petrolifero di terra più ricco d' Europa, vanta il bacino idrico più generoso del continente, la diga più imponente. Sette distretti industriali, grazie al sisma del 1980, ospitano i gioielli dell' imprenditoria nazionale e straniera. Un tesoro di carburante, gas, acqua e motori, sfumato tra le mani di seicentomila abitanti rimasti poveri. «La Basilicata - dice il sociologo Davide Bubbico - ospita solo filiali, terminal produttivi, catene di montaggio. Come il resto del sud, non ha generato imprenditoria, un progetto economico interno. Si fabbricano voti per la politica, non beni per il mercato. Non ci sono teste. Per questo la somma esplosiva delle crisi spazza via le aziende con una velocità impressionante. Resta una massa di ricattabili depressi: vittime di un sistema incompatibile con il mondo ridisegnato dal tramonto di un' epoca». In nessun altro luogo, come in questo follemente sacrificato territorio contadino, si avverte oggi il senso di abbandono disperato che rioccupa le periferie del Paese. I quotidiani locali aprono ogni giorno con il bollettino dei fallimenti e dei processi contro i truffatori di contributi. Da quattro mesi, per un viadotto pericolante, l' autostrada è interrotta prima di Potenza. L' interporto, dopo vent' anni di progetti, non si farà. Tramontato, dopo cinquant' anni di dibattiti, anche l' aeroporto. Trenitalia ha appena annunciato i tagli dei principali collegamento ferroviari. In molti paesi, nonostante la distribuzione pubblica di computer, non arrivano Adsl, segnale telefonico, metano. I negozi, il pomeriggio, aprono dopo le 17. Le case non si vendono più e nel capoluogo è scoppiata la "guerra del pane" contro i gruppi di acquisto popolare che lo distribuiscono per un euro al chilo. «Se non fosse per oleodotti, acquedotti e vagoni di rifiuti - dice l' economista Nino D' Agostino - saremmo già isolati. Ci stiamo trasformando in una discarica-serbatoio, popolata da cassintegrati, vecchi, badanti rumene ed emigranti». Il "distretto del salotto", fuori Matera, è lo specchio dell' ignorato choc dell' economia meridionale. Tre aziende di divani imbottiti, fino a tre anni fa, offrivano lavoro a 14 mila persone ed esportavano in tutto il mondo. Una è fallita, due oscillano tra contributi, ammortizzatori sociali e delocalizzazioni. Restano 3 mila occupati, a casa per settimane. Stabilimenti e magazzini sono sbarrati. «All' inizio - dice Corrado Asquino, ex dipendente di un' agenzia interinale - lottavamo con il sindacato per avere subito la liquidazione, invece della cassa integrazione. Uscivi dalla fabbrica e ti assumeva il laboratorio a fianco. In sei mesi sono spariti tutti». L' abisso della smobilitazione affiora però nella zona industriale di Potenza. A Tito Scalo, da settembre, hanno chiuso le multinazionali più importanti. Tre nelle ultime quattro settimane. Americani e tedeschi se ne vanno: riportano il lavoro in patria, o nei Paesi dove la mano d' opera costa meno e i sindacati non esistono. Centinaia di famiglie non arrivano più nemmeno alla seconda settimana. Le donne, fuori dai supermercati, vengono fermate con la bistecca sfilata dal vassoio e nascosta nel fazzoletto dentro la borsetta. Rimane il veleno nei terreni, su cui tornano greggi a pascolare, il business miserabile delle bonifiche a pagamento. Il Comune ha vietato l' uso dell' acqua per dissetare bestie e campi. Sul cancello di un' industria abbandonata, un cartello dice "se il destino è contro di noi, peggio per lui". Anche nella "Sinoro", metafora della rapace industrializzazione lucana, rimangono solo i custodi asserragliati. È il più grande stabilimento cinese in Italia. Doveva trasformare l' oro in gioielli. Vent' anni di vita, venti milioni di euro pubblici scomparsi, tre fallimenti, tre nomi cambiati. Mai prodotto un orecchino, solo due corsi di formazione finanziati con 400 mila euro. Sei giorni fa, la grottesca richiesta italiana di risarcimento alla Cina. «Dobbiamo riconoscere - dice Antonio Mario Tamburro, rettore dell' Università della Basilicata - che abbiamo sbagliato tutto. Non è un caso se questa regione e il Meridione si risolvono in un elenco di occasioni perdute. La recessione mondiale travolge prima i territori più fragili, dove l' economia è una finzione. Invece di lamentarci dobbiamo riconoscere che il drenaggio del denaro pubblico non funziona più. E che la società del sud. implode per cinque ragioni: classe dirigente impreparata, industria nata vecchia, prodotti privi di innovazione, infrastrutture inesistenti, vocazione territoriale tradita». Le conseguenze, con la frenata occidentale, sono drammatiche. Nove giovani laureati su dieci lasciano la Basilicata entro sei mesi. Quattro maschi attivi su dieci, negli ultimi tre anni, sono emigrati. Otto immigrati extracomunitari su dieci, spina dorsale di ciò che resta dell' agricoltura, cambiano regione entro un anno. Una fuga senza precedenti, da una terra meravigliosa che si svuota nella distrazione assoluta del Paese. Nel Novecento se ne andavano poveri e analfabeti. Nel Duemila partono ricchi e laureati. Gli emigrati però, per la prima volta, trovano negli immigrati concorrenti più convenienti di loro. Il fallimento si nasconde lontano dalla culla. La stessa corsa all' energia, in Val d' Agri, tradisce più il profilo di uno scippo, che l' opportunità di un riscatto. Tra Viggiano e Sant' Arcangelo scorre l' 80% del petrolio italiano, oltre il 10% del fabbisogno nazionale. Le compagnie pagano localmente le royalties più basse del pianeta: 7%, contro il 50% di Paesi arabi e America del Sud. Poche centinaia i posti di lavoro, legati alla manutenzione delle condotte verso Taranto. Quantità di combustibile estratto e tassi di inquinamento sono affidati al monitoraggio degli stessi produttori. Regione e Comuni impiegano i proventi delle trivellazioni per tappare buchi e comperare consenso. La cassaforte delle risorse naturali italiane, che i paesani chiamano amaramente "Lucania saudita", consumata per riprodurre il sistema del ricatto ai miserabili. «Milioni di euro - dice l' economista Pietro Simonetti - per sagre, lampioni, convegni e centri per il recupero dell' arpa. Potremmo finanziare lo sviluppo, tagliare i costi locali dell' energia, abbattere i tassi dei mutui, riconvertire le imprese, rifondare un modello economico capace di unire il Meridione attorno alle sue risorse secolari. La politica non ha ancora compreso la dimensione della crisi reale che ci investe: salva l' Alitalia, si rianima sulla Rai, e non vede che il Sud è sull' orlo di una rabbiosa mobilitazione di massa». Anche Melfi, epicentro industriale tra Bari e Napoli, per la prima volta trema. Dieci settimane di cassa integrazione, nella Sata - Fiat di Lavello, tra luglio e Natale. I parcheggi riservati ai 5480 operai sono vuoti. Deserti i capannoni delle venti aziende dell' indotto. I piazzali interni traboccano di auto da consegnare. I dipendenti, anche questa settimana, raccolgono olive e castagne, o pigiano l' uva. Nel bar del distributore di benzina si cerca di capire perché, se oggi fallisce una banca a New York, domani saltano gli stipendi a Venosa. «Eravamo i giapponesi d' Europa - dice Libera Russo, impiegata - un esempio di qualità. Ma se fatica il Nord, alle prese con i tagli europei, difficile che qualcuno salvi questo Sud». Un annunciato effetto a catena. Le imprese lucane, aperte per consumare i fondi pubblici, impiegano solo braccia. Sono qui perché anno ricevuto soldi, terra, uomini, sicurezza e assenza di diritti. La responsabilità, pur promessa, non è mai arrivata, come la ricerca e il portafoglio. «Il lavoro - dice Antonio Pepe, segretario regionale della Cgil - non si è trasformato in economia, l' industria non è diventata progetto. Per questo, ora che alla politica mancano i soldi per l' assistenza, l' occupazione si estingue». La gente si era illusa di aver compiuto il salto nel consumo. A garantirlo, marchi come Fiat, Barilla, Ferrero, Parmalat, Coca Cola, Panasonic, Natuzzi, Eni, Total, Shell, più le multinazionali della chimica e della meccanica mondiale. Un caso unico, a sud di Bologna. Invece, all' improvviso, il crollo secco che ridona al "Texas italiano" la sua identità di mediterraneo Meridione. «Il rischio - dice il vescovo di Potenza Agostino Superbo in un' assemblea di operai licenziati - è che una generazione senta perduta anche la propria dignità». Un appello estremo, subito ottimizzato in locale rissosità di partito. «Intanto - dice Anna Maria Dubla, presidente di "Ambiente e legalità" - i russi sono pronti a stoccare il gas nei pozzi esauriti della Valbasento e il governo federalista sfila alla Regione anche la competenza sulle concessioni petrolifere. La Basilicata, presa per fame, non può più dire di no. Confonde il futuro, vende anche l' ultima terra, chiude le fabbriche e si prepara ad essere discarica e ciminiera. Solo i disperati possono morire silenziosamente tra i rifiuti, o intossicati: il destino del Sud, che il Paese prontamente riconsegna, svuotato, a se stesso». Pochi, si salvano. Qualche grande contadino, un pugno di magnifici artigiani, alcuni ineguagliabili pastori, non più di dieci vignaioli d' eccezione, un gruppo di ragazzi e di donne, come la scrittrice Mariolina Venezia, che si ostinano a credere nella cultura e nella natura. Fedele Agata, a 70 anni, a Ferrandina sta costruendo una sella di cuoio "per non perdere una capacità". Il figlio spreme la "maiatica nera" nell' oleificio stretto tra le fabbriche fallite. Rino Botte, rientrato a Barile dopo una vita di gloria a Cremona, è ridisceso nelle cantine dell' Aglianico. Non c' è altro, oltre la "retorica dell' impossibile", di mondiale. Botte invece fa, e se ci pensa si commuove, fino a piangere in pubblico. Pochi esempi, pigri ed eterni, soli. E nessuno che accetti di ascoltare la drammatica lezione dei maestri semplici.


L'insostenibile leggerezza del non essere

di Mariapaola Vergallito

Quando capita ad estranei è cronaca.
Quando capita a persone che ti sono vicine è un’altra cosa. Diventa disperazione, dubbio, indignazione. E poi capita di ripercorrere tutti i fatti già accaduti, tutte le lettere aperte, tutte le proteste, i comunicati stampa letti, le richieste che passano necessariamente attraverso il megafono degli organi di stampa prima di arrivare ai politici. Tutte le vicende che, come tasselli prima isolati, diventano interi mosaici che ricompongono il quadro un po’ storto, ma chiaro, della sanità lucana.
E’ il caso della straziante lettera della signora Franca Muto di Corleto Perticara, che denuncia tra penna e foglio una programmazione sanitaria che nega il 118 a molti paesi di montagna e che, un giorno, è complice se non mano del decesso del marito morto per un ritardo. Per fortuna a Corleto il 118 poi è arrivato.
Un sistema che, come dicono anche alcuni medici, cito testualmente, “rallenta il soccorso invece di accelerarlo”.
Perché non è possibile che se all’alba di un sabato di novembre chiamo l’ambulanza e l’ambulanza arriva, la destinazione debba essere Lagonegro. Perché non è possibile che se su quella stessa ambulanza ci salgo con le mie stesse gambe, dopo nemmeno dieci chilometri di Statale Sinnica il mezzo devia verso il presidio di Chiaromonte perché ci sono state complicazioni durante il breve viaggio e non c’è più nulla da fare. Molte sono le domande.
Se il paziente è considerato un malato grave perché mandarlo a Lagonegro, che da Senise dista quasi un’ora?
Se il paziente è considerato un malato non grave perché mandarlo a Lagonegro, che da Senise dista quasi un’ora?
Perché se ho un infarto in atto ed ho a disposizione relativamente poco tempo per essere salvato non pensano a portarmi al Pronto Soccorso più vicino per stabilizzarmi e, in seguito, trasferirmi in un presidio più attrezzato?
Si è pensato o no ad un principio di infarto (visto che il paziente aveva seri problemi respiratori e, tra le altre cose, aveva in programma una visita specialistica per il 13 novembre)?
E soprattutto: perché sulle ambulanze ordinarie non c’è mai il medico a bordo, ma soltanto numero 1 autista e numero 1 infermiere?
Spero che continui e che venga vinta la battaglia di un rafforzamento del reparto di ginecologia e ostetricia all’ospedale di Chiaromonte. Soprattutto per cercare di mantenere almeno invariato il numero della popolazione di passaggio nelle stanze della sanità locale.

Di seguito un articolo tratto da L’Espresso del 5 febbraio 2008. Siamo in Toscana.

“L’ambulanza, partita da Cenaia dov’era intervenuta su una emergenza, era quasi arrivata all’ospedale Lotti a Pontedera quando dalla centrale del 118 (che ha sede proprio al Lotti) qualcuno ha chiesto all’equipaggio e al medico di cambiare direzione: dovevano trasportare il paziente, 79 anni, colpito da infarto, all’ospedale di Pisa. Una decisione che potrebbe essere stata fatale per il pensionato: è morto durante il tragitto verso il Santa Chiara. Inutili i soccorsi dei medici dell’ospedale pisano.
Una notte che i familiari del pensionato non potranno dimenticare e una morte che lascia aperti molti interrogativi sul soccorso che è stato prestato all’uomo, il quale aveva già avuto un infarto in passato. Il lungo intervento di emergenza, iniziato alle 3.30 della notte tra lunedì e martedì scorsi, è ora al centro delle indagini della Procura di Pisa e di una inchiesta interna, aperta dall’Azienda sanitaria, per valutare la dinamica dei fatti.
Il pensionato (del quale non indichiamo il nome su richiesta della vedova) si è sentito improvvisamente male. Quella notte l’uomo si è vegliato, sentiva che non riusciva a respirare bene. Ha chiesto aiuto ai familiari che immediatamente hanno telefonato al 118.
Sul posto è stata inviata un’ambulanza di tipo B, cioè un’ordinaria senza medico per valutare le condizioni del pensionato, colto dall’improvviso malore. Viste le condizioni del paziente, la centrale del 118 aveva attivato anche un’altra ambulanza, arrivata da Cascina da un’associazione che era di turno con il medico. È stato quindi predisposto - si tratta di un procedimento previsto dai protocolli del servizio - un rendez-vous tra le due ambulanze, che si è svolto nei pressi del cimitero di Cenaia, una zona da cui è facile raggiungere sia Pisa che Pontedera, anche se l’ospedale Lotti è certamente quello che dista un minor numero di chilometri.
Quando il pensionato ha lasciato casa sulla barella, era cosciente, ha salutato i familiari che lo hanno tranquillizzato: «Veniamo dietro l’ambulanza, non preoccuparti», questo il senso delle ultime parole scambiate con l’uomo.
Nessuno, dunque, poteva immaginare che la situazione sarebbe presto precipitata nella tragedia. Dopo il rendez-vous, durato alcuni minuti con il medico del 118 che valutava la situazione del paziente, l’ambulanza si è diretta a Pontedera ed è arrivata fino alla rotatoria. All’ingresso della città, a poche centinaia di metri di distanza dall’ospedale Lotti. Poi l’improvviso cambiamento di destinazione. Qualcosa potrebbe non avere funzionato nelle comunicazioni tra la centrale e il medico che era sull’ambulanza. Sta di fatto che il pensionato non è stato soccorso al Lotti, dove il personale del pronto soccorso era pronto ad accoglierlo. Una manovra inaspettata anche per i familiari che seguivano il pensionato con la propria auto: l’ambulanza ha imboccato di nuovo la superstrada ed è tornata indietro verso l’ospedale Santa Chiara. Intanto all’interno del mezzo di soccorso il 79enne stava sempre peggio, non respirava, la situazione si faceva disperata. Una vita se ne andava per sempre sotto gli occhi disperati degli stessi soccorritori. È probabile infatti che gli stessi membri dell’equipaggio si siano chiesti per quale ragione non dovevano portare l’uomo al Lotti quando ormai erano quasi arrivati a destinazione. Sembra che per prassi i soccorsi su Cenaia vengano dirottati all’ospedale di Pisa ma visto che in questo caso il medico dell’ambulanza aveva pensato di trasportare il paziente a Pontedera nessuno, al momento, sa spiegarsi le modalità del soccorso.
Al Santa Chiara la morte del pensionato non è passata inosservata. La salma è stata trasportata a medicina legale, il caso segnalato all’autorità giudiziaria. Il dubbio è che al pensionato potesse essere salvata la vita, anche se si trattava di un caso molto complesso.
Nei giorni successivi al decesso la polizia giudiziaria è stata alla centrale operativa del 118 e ha acquisito la scheda sanitaria del paziente. È stata aperta un’inchiesta della magistratura, come conferma anche la direzione sanitaria dell’Asl 5. Ed è stata aperta un’indagine interna da parte dell’Asl per capire l’eventuale catena delle responsabilità di un intervento di soccorso che chi conosce il servizio considera anomalo. L’indagine dovrà accertare se è stato fatto il possibile per salvare una vita.”


4-11-2008

di Mariapaola Vergallito

Oggi vorrei essere americana.
Vorrei esserlo perchè mi piacerebbe sentire dentro di me il dovere morale e civile di uscire di casa e di recarmi alle urne.
Perchè vorrei credere fermamente che uscire di casa e recarmi alle urne sia un'azione complice di un dovere morale e civile.
Vorrei essere americana perchè vorrei aver potuto pertecipare da spettatrice alla campagna elettorale per il mio Paese e magari sognare sulle parole nei comizi e nelle convention.
Vorrei essere americana per poter percepire sul serio che qualcosa sta cambiando.
Vorrei essere americana per poter percepire sul serio che qualcosa può cambiare.
Vorrei essere americana perchè in America, nonostante tutto, la partecipazione popolare è ancora vicina di casa della politica dei grandi partiti.
Vorrei essere americana per non votare il meno peggio.
Infine vorrei essere americana per avere, oggi, ancora la certezza di essere protagonista in quel gesto, piccolo e grande, sacro e dissacrato, unico e ripetibile, che porta la matita a toccare il foglio e a tracciare una crocetta.


E Tremonti disse vai avanti tu Gelmini

di Giuseppe Giacovazzo

Non parlo della riforma Gelmini. Sono come la maggioranza degli italiani: incompetente. Cerco solo di capire la gioventù che scende in piazza. Credo non si tratti di un nuovo Sessantotto. Quando la storia si ripete è solo farsa. Questa no. Allora fu un cambiamento epocale. Cominciò in America, continuò in Europa. Adesso è solo Italia. È qui che i problemi marciscono. Le università francesi e tedesche non hanno i nostri mali antichi. E nemmeno la secondaria.
Il Sessantotto usò la scuola, ma era disagio sociale profondo dopo una guerra planetaria, e reclamava non solo riforme settoriali. Era un processo culturale complesso alle radici della società democratica. Oggi gli studenti vivono la scuola come un tempo inservibile al dopo che li aspetta. Non attaccano lo Stato ma la politica, questa politica. Contestano la Gelmini perché vedono riflesse nella riforma le insufficienza e le sordità di una classe politica di fronte ai problemi concreti della loro prospettiva di vita. Ma non sono politicamente schierati, pregiudizialmente contro. Molti sono militanti nei partiti di destra. Uno di loro ha detto: “Non faremo l’errore che fece Almirante nel Sessantotto, che regalò alla sinistra la protesta studentesca”. A Valle Giulia, Pier Paolo Pasolini si schierò dalla parte dei poliziotti figli di contadini contro gli studenti borghesi figli di papà, marxisti involontari. Oggi gli studenti non citano ideologie, non sognano palingenesi. L’unica espressione ideologica l’ho colta nel discorso letto al Senato dalla Gelmini: “Cerco di sproletarizzare la scuola italiana”. Non sarà la riformetta dei tagli a sollevarci da una condizione che attraversa l’intera società italiana. Proletario sta diventando il ceto medio, pilastro della democrazia.
La Gelmini è vittima di un grosso equivoco. Crede che questa sia la sua riforma. Invece è la riforma Tremonti: un derivato della sua Finanziaria. Se fosse una riforma della scuola avrebbe almeno previsto una qualche spesa. Invece è fatta solo di tagli. E Tremonti se la ride acquattato: “Vai avanti tu, Mariastella Gelmini”.
Gli studenti non sono contro i professori come nel Sessantotto. Anzi sono i loro migliori alleati. Scioperano a braccetto perché insieme avvertono il disagio e l’inadeguatezza del sistema scuola e l’incompetenza dei governanti di ieri e di oggi. E non gliene importa un fico secco se la rivolta porta acqua al mulino di una grande parata politica, indetta con un anticipo che sa di tempi storici a confronto con la cronaca bollente di queste giornate. Gli studenti non s’accodano ai politici. L’opposizione farebbe bene a non accodarsi agli studenti.
Il ministro Gelmini paga col suo decreto tutta una serie di lesioni al metodo democratico perpetrate con una decretazione a raffica che altera il dibattito parlamentare e impoverisce il confronto dialettico tra le forze politiche. Paga un conto non solo suo. E sconta anche un suo ruggente incauto noviziato. Non l’aiuta certamente quella sua algida maschera che dice involontariamente tutto il suo igienico distacco ex cathedra dalla “volgarità” del dialogo. Ahi, quanto somiglia a quella mia professoressa di matematica, tormento di generazioni! Freddo sorriso e labbro sottile, occhi a mandorla sempre socchiusi, come nei film polizieschi.
Dettagli? Ma è lì che si annida sempre il diavoletto. Diabolica tentatrice questa giovane ministra: è riuscita a conquistarsi totale sostegno del premier contro molti suoi colleghi di governo che non volevano saperne di mettere sul fuoco altra legna, in mezzo alle macerie della crisi economica che galoppa.
Ora la Gelmini si offre al confronto, ma impugnando il suo decreto come una clava. Non è mai troppo tardi, tuttavia, per uscire dal vicolo cieco della prova muscolare e imboccare la strada maestra della ragione. Che è la forza di ogni democrazia.


Un movimento facebook

di Paride Laporace

Silvio Berlusconi è riuscito con una dichiarazione televisiva ad accendere la prateria della rivolta studentesca in tutt'Italia. Al Cavaliere è bastato evocare la forza poliziesca del manganello per convincere il popolo degli studenti, dalle Alpi alla Sicilia, a scendere in piazza contro la riforma Gelmini. Il “non tollereremo occupazioni” ci aveva fatto sperare in un assestamento di posizioni golliste e conservatrici del premier che meglio avrebbe chiarito alcune confusioni politiche italiane. Purtroppo l'illusione è durata meno di ventiquattr'ore, considerato che da Pechino, appreso quello che aveva innescato, secondo un rodato copione, Berlusconi nega l'evidenza e cambia posizione affermando: “Mai detto polizia nelle scuole, penso ad altri mezzi di convincimento”. Ha fatto il paio con il ministro Gelmini che si è subito mostrata pronta ad incontrare le rappresentanze studentesche. Berlusconi: dalla pulizia Credo che avremo un novembre di passione tra le aule delle scuole superiori e nelle università. In Italia il Sessantotto è durato dieci anni, nel resto del mondo pochi mesi. Per varie ragioni. Il Paese si è modernizzato da un punto di vista sociale e culturale grazie all'incontro tra studenti e operai determinando uno scontro di classe di lunga durata che ha prodotto un antagonismo serrato nei confronti del sapere e del potere. Da allora si è creata una tradizione ciclica di stagione. Con il cadere delle foglie d'autunno e spesso con un decreto di un ministro che difficilmente resta negli annali (ricordate Malfatti, Pedini, Falcucci?) in Italia c'è una tradizione movimentista di giovani che vanno incontro al mondo occupando le scuole, scendendo in piazza, protestando. Diventano adulti. L'occupante è il protagonista di un racconto di formazione. Che cambia vestiti, idee, simboli, comportamenti a seconda dell'epoca che lo accoglie. Non ho elementi a sufficienza per comprendere se questo è un movimento che abolisce lo stato reale delle cose per imporne uno nuovo. Qualcosa la intuisco. La prima è una sorta di ipocrisia paternalistica di certa sinistra che coccola chi probabilmente presto la contesterà. Una rivolta condivisa non ha ragione di esistere. Il ribelle che contesta va incontro a dei rischi. C'è stato qualche piagnisteo per la manifestazione di Milano dove la polizia con qualche scappellotto ha impedito l'occupazione di una stazione. Il questore ha fatto il suo dovere. Non si può pretendere di essere movimento bloccando i trasporti pubblici senza correre nessun rischio e chiedendo l'applauso generalizzato. Per questo motivo un Berlusconi gollista avrebbe verificato l'autentica forza della protesta. Una protesta che è pacifica e di massa. Gli studenti della Basilicata hanno risposto in massa al tam tam della contestazione e ai segnali di fumo della mobilitazione. E' un dato positivo. In una regione non sempre pronta a recepire il dinamismo, le giovani generazioni mostrano di essere protagoniste e di voler prendere il futuro nelle loro mani. Di saper e voler stare al passo con i tempi. Dai movimenti sono nate le migliori classi dirigenti, gli intellettuali più forbiti, sono giunti scardinamenti sociali straordinari. Ho letto il documento di un leader nazionale che chiede ai media: date spazio alle nostre idee non raccontate che acconciature portiamo e che jeans indossiamo. Penso che a volte una camicia racconti più di uno slogan. Ma le idee di questi studenti mi sembrano abbastanza identificabili. Credo di poter dire che abbiamo davanti un movimento che definirei “face - book”. Mi riferisco alla comunità virtuale che prende sempre più piede nella società della comunicazione. La vecchia comitiva del muretto o del bar oggi s'incontra attraverso questo luogo comune informatico ridisegnando la sua vita sociale a qualunque distanza geografica. Non mi sembra casuale che Facebook sia nato dalla creatività di uno studente di Harvard. Diventando in seguito una gigantesca catena di sant'Antonio delle università e dei licei di tutto il mondo. Oggi è un social forum con pieghe minimaliste. I movimenti hanno la capacità di essere imprevedibili. I giovani dipinti spessi come bamboccioni, bulli, alcolizzati, depressi, anoressici, trovano nuovi spazi di vitalità attraverso la rete. Io credo che questo movimento, attraverso quelle che un tempo si definivano avanguardie, possa esercitare una seria contestazione alla mediocrità dilagante. In questi giorni è uscito un libro di Antonello Caporale (Mediocri. I potenti dell'Italia immobile). Il giornalista si avvale della collaborazione di sette studenti che hanno in tasca un centodieci e lode. Dei talenti di carta che non hanno opportunità da un Paese che non ama la meritocrazia. In Italia, e purtroppo anche in Basilicata, c'è spazio solo per i mediocri, quelli che sanno vestire l'abito del potente di turno. Sono loro che comandano. Vincono gli appalti, i figli dei docenti universitari prendono il posto dei padri, la televisione cerca veline e tronisti, le amanti diventano ministre. I migliori vanno via, esprimono il loro talento altrove. Trovano porte chiuse da lucchetti enormi. Giovani costretti ad essere precari a vita. Nuovi servi della gleba. Il movimento che scende in strada è animato da ragazze e ragazzi che chiedono un futuro in nome di quello che hanno imparato. Conoscono le lingue, le tecnologie e sanno che un coetaneo di Seattle o di Copenaghen ha più opportunità di loro in un'Italia mediocre e gerontocratica. Rappresentano quella svolta che i Veltroni e i Di Pietro non hanno saputo creare. Che la loro protesta sia condivisa da rettori e docenti mi sembra positivo. L'intellettualità di massa italiana può portare ragione ad un sistema malato che ha difficoltà ad affrontare la crisi globale. La Basilicata riformista saprà comprendere queste istanze dal basso che i giovani lucani in queste ore esprimono con forte protagonismo?


Sud, buttati a mare e impara a nuotare

di Lino Patruno

Non si sa se sorridere o arrabbiarsi. Ma anche sul federalismo fiscale il Sud è restato eternamente Sud. Il progetto targato Lega Nord è andato avanti come un treno (quelli loro ad alta velocità, non i nostri) e politici e intellettuali meridionali si sono limitati a inseguire come sempre. Non che si dovessero sbracare con gli «evviva evviva». Né rinunciare a ottenere le condizioni migliori. Ma di chi la colpa se hanno dovuto ancora una volta giocare di rimessa come tocca alle squadre più scarse? O barricarsi con un colossale catenaccio a difesa di niente più che una sacra dignità? Quale idea dell'universo, del globo terracqueo, dell'Italia, del Mezzogiorno hanno opposto al pervicace disegno di Bossi e compagni che ne hanno fatto un partito, sono andati al governo, lo hanno imposto e fatto passare come una necessità che, guarda guarda, conviene anzitutto al Sud? E cosa ha fatto l'attuale opposizione che battaglia tanto, anzi non battaglia affatto, se non avere sulla coscienza quella modifica in senso federale della Costituzione sulla quale la Lega ha fondato la sua missione quasi mistica, federalismo fiscale o morte? Fatto mezzo pasticcio, non poteva non essere completato. Fino al punto che anche il capo dello Stato, che della Costituzione è garante, ha detto che le riforme non si lasciano appese.

Dire che il Sud non è riuscito ad avere voce è come dire che una sfera è rotonda: e mica può essere quadrata. Insomma non si sarebbe Sud se si avesse voce. Il boicottaggio della grande stampa nazionale. La sparizione del tema da ogni dibattito, da ogni programma tv, da ogni comizio: finanche dai convegni della Fiera del Levante, via, non dovesse venirci nessuno. Il senso di fastidio del Nord al solo sentir Sud: chi, quello dell'immondizia di Napoli? O quello di Gomorra? Sud uguale Napoli. E sprechi, ruberie, criminalità. Ma che immagine siamo riusciti a dare di noi? Soprattutto di quella Campania in cui Bassolino sembrava il manager supertosto?


E meno male che c'è la Puglia a far sapere che c'è un altro Sud, da Fitto a Vendola. Ma non conta nulla, quando arriva l'ondata. E quando, diciamoci la verità, dalla Cassa a tutti gli incentivi dello sviluppo, hanno partorito il topolino di un divario che invece di diminuire, è aumentato. E cosa gli andiamo a raccontare al mondo di fronte alla inossidabile incapacità del nostro Sud di fare passi in avanti?

È vero, c'è Sud e Sud. Ci sono le eccellenze che andrebbero esaltate. E poi, mica si può mandare tutto a quarantotto. Non bisogna mollare. Puntare su ciò che funziona, con pazienza, tenacia, umiltà. C’è chi dice che il Sud avrebbe dovuto avere un suo partito, quando i meridionali tradizionalmente votano per il probabile vincitore perché forse calcolano, da quello possiamo ottenere. Con la scomparsa delle ideologie sommata a Tangentopoli, e la crisi dei grandi partiti nazionali, dalla Dc al Pci, si è persa anche la visione nazionale dei problemi. Quella visione che tanto sarebbe servita al Sud per imporsi appunto come problema nazionale, non soltanto nostro e si arrangino. Così è nata la Lega come partito territoriale, la Padania delle piccole valli strette nella difesa egoistica della loro ricchezza. E siccome vince le elezioni chi vince al Nord, che ti fa il Partito Democratico dopo averle perse? Pensa a dividersi fra Nord e Sud, a federarsi, rischiando di perdere appunto anche la visione nazionale. E facendo il gioco della Lega: avrebbe potuto pensare al Sud un Pd del Nord?

Il Sud ha sprecato l’occasione di dire la sua quando le sue regioni erano addirittura tutte di un colore politico: che fine ha fatto quel «coordinamento» fra loro? Poi è stato un giochino scaricare il prezzo più alto sulle sue deboli spalle. Visto che non sa usare i soldi, glieli togliamo. Così resta solo la speranza che il boccone del federalismo sia il meno amaro. Che poi federalismo non è, ma maggiore autonomia locale nel tassare e spendere, con lo Stato che si limita a garantire uno stesso livello dei servizi essenziali dalle Alpi a Lampedusa. Quindi maggiore responsabilità, e giudizio immediato dei cittadini. Un oggetto ancora misterioso che potrebbe accentuare il divario fra regioni ricche e povere, ma anche far funzionare meglio un Sud che riuscisse a diventare di colpo virtuoso.

Già si è passati dal «ciascuno si tiene il suo» e «basta col Sud che vive a spese nostre», a una legge che promette (troppo) di non lasciare con le pezze al sedere. Occorre continuare. Ma cari Pentiti del ciò che potevamo fare e non abbiamo fatto, cari Perenni inseguitori di chi fa la storia, cari Noi Meridionali tutti, les jeux sont faits, i giochi son fatti come sempre. Visto che stavolta sarà quasi tutto nelle nostre mani, il massimo che possiamo fare è dimostrare che non sono peggiori delle loro. Ci buttano a mare e dicono, imparate a nuotare. Pochi scommetterrebbero su di noi. Ma se non lo facciamo neanche noi, addio.


I 400.000 del nostro piccolo, grande miracolo

di Mariapaola Vergallito

“La comunicazione è l’anima della crescita culturale della Basilicata. Essa contribuisce a formare le coscienze e permette all’opinione pubblica di confrontarsi con l’amministrazione e di segnalare problemi e difficoltà, per consentire alla politica di operare meglio nell’interesse dei cittadini”. Lo ha detto il presidente del Consiglio regionale della Basilicata, Prospero De Franchi. E' scritto in un comunicato stampa di presentazione di una due giorni dedicata alla comunicazione.
Quale miglior aggancio per parlare del nostro piccolo miracolo. Già, perchè La Siritide è un piccolo miracolo possibile, che si nutre quotidianamente delle risorse apparentemente nascoste, celate dalla noia o dalla inerzia nei confronti di un territorio che vuole, pretende di essere scoperto giorno dopo giorno. E che, a volte, dimentichiamo anche solo di guardare con occhi attenti e curiosi.
Quando abbiamo cominciato, più o meno due anni fa, era difficile pensare di poter arrivare a questo punto. A dire la verità è stato grazie all'instancabile e sempre viva lungimiranza di Giuseppe se un'idea che all'inizio non era neanche un hobby è ormai diventata per noi un pensiero fisso. E, per molti di voi, un appuntamento giornaliero.
Quando ci siamo resi conto del potenziale di questo mezzo di comunicazione abbiamo deciso di assumere come morale l’impegno di seguire, per quanto fattibile in base alle nostre reali possibilità, gli eventi, le tendenze, le opinioni, le problematiche legate al territorio.
Un territorio nel quale spesso, purtroppo, le azioni concrete appaiono atomi impercettibili contro i titani delle intenzioni perfette e nel quale, ci siamo accorti, ognuno di noi sente impellente il bisogno di conoscere e farsi conoscere, discutere e, magari, mettersi in discussione.
Questo, per anni, non è stato fatto.
Per anni si è preferito spettegolare seguendo la scia della chiacchiera da bar, piuttosto che ragionare seguendo la logica della conoscenza dei fatti.
Per anni gli abitanti di questo nostro territorio si sono spogliati (o sono stati spogliati) delle vesti da cittadini e sono stati relegati lontani rispetto alla partecipazione attiva alle dinamiche della vita pubblica dei loro paesi.
Oggi viviamo nell’era della comunicazione veloce. Viviamo in un’epoca in cui le notizie arrivano ininterrottamente da ogni parte del mondo. Eppure, riusciamo a sapere in tempo reale il nome del nuovo parrucchiere di Hillary Clinton, ma non sappiamo cosa è stato deliberato nei Consigli Comunali dei nostri paesi. Tantomeno sappiamo cosa accade nei paesi limitrofi.
La mancanza di comunicazione è causa di indifferenza e di ignoranza, che a loro volta degenerano in mancanza di partecipazione e isolamento rispetto al grande e spesso inflazionato concetto di comunità.
Se c’è una cosa che La Siritide contribuisce a fare è quello di cercare, inquadrare, ricomporre le nostre comunità.
In tutti questi mesi abbiamo girato molto nel nostro territorio e conosciuto realtà che mai avremmo pensato di poter incontrare. Qui. Abbiamo conosciuto giovani creativi che, nonostante tutto, si rimboccano le maniche per tenere accesa la fiamma viva dei loro piccoli centri; abbiamo conosciuto professionisti che hanno deciso consapevolmente di restare e provare a cambiare le cose in meglio; abbiamo incontrato giovani amministratori che ci hanno aiutato a sfatare il falso mito del governo di un paese menefreghista e facile. Queste persone, come tutti, si sfogano, si incazzano e continuano a ripetere che vivere qui è difficile, che domani prenderanno una valigia e andranno via. Ma non lo faranno, perché domani proveranno di nuovo e con più testardaggine a cambiare qualcosa. Perché chi crede in quello che fa non deve aspettare che il territorio in cui vive legittimi il suo operato; deve preoccuparsi di cogliere le istanze positive di quel territorio, incastrando necessità e potenzialità.
E poi, grazie a voi, che siete questo “primo esercito dei quattrocentomila” abbiamo capito quanto sia importante fare quello che stiamo facendo. Perché La Siritide è un grande contenitore, che racconta i grandi contenuti che tutti Voi contribuite a realizzare.
“Se vuoi costruire una nave non chiamare la gente che procura il legno, che prepara gli attrezzi necessari, non distribuire compiti, non organizzare il lavoro. Prima invece sveglia negli uomini la nostalgia del mare lontano e sconfinato. Appena si sarà svegliata in loro questa sete, gli uomini si metteranno subito al lavoro per costruire la nave".
Antoine de Saint-Exupéry


Bankitalia: in troppi lasciano scuola al Sud

di GdM

Troppi insegnanti a tempo determinato, scuole fatiscenti, scarsi stimoli culturali dall’ambiente familiare: per questo al Sud un giovane su quattro lascia la scuola dopo la licenza media, con punte di oltre il 25% in Campania, Sicilia e Puglia. Un dato nettamente superiore alla media nazionale che si ferma poco sotto il 20%, con il Nord-Ovest più o meno al 18%, il Nord-Est al 15% e il centro Italia a circa il 13%.

L'allarme viene lanciato da uno studio della Banca d’Italia su «La dispersione scolastica e le competenze degli studenti» che sottolinea come mentre al Centro e al Nord la percentuale degli abbandoni precoci è in linea con la media europea, il Mezzogiorno «si caratterizza per una maggiore dispersione scolastica e una più elevata incidenza di giovani con scarse competenze». Ed è proprio il Sud ad allontanare l’Italia dai parametri concordati nell’ambito della strategia di Lisbona. Secondo via Nazionale, infatti, mentre il Centro e il Nord-Est hanno concrete possibilità di centrare l’obiettivo di una dispersione scolastica vicina al 10% entro i prossimi tre anni, il Sud continuerebbe comunque a registrare una media superiore al 20%.

E per spiegare il ritardo del Mezzogiorno Bankitalia punta il dito su due motivi principali: i «divari del grado di alfabetizzazione della popolazione adulta» e la «dotazione scolastica locale». Secondo lo studio, avere i genitori laureati piuttosto che con la sola licenza media «allontanerebbe di circa 10 volte la probabilità di essere in ritardo o di abbandonare gli studi». Ma nel Mezzogiorno la situazione è critica: il 57% della popolazione tra i 35 e i 55 anni, verosimilmente i genitori dei quindicenni attuali, ha al massimo il titolo di licenza media. Ben il 13% in più rispetto al Centro-Nord.

Ma anche sul fronte dell’edilizia scolastica il Sud è molto indietro rispetto al resto del Paese. «Nelle regioni meridionali – si legge nel documento – le percentuali di edifici impropriamente adattati a uso scolastico e di scuole con infrastrutture e impianti igienico-sanitari scadenti sono superiori a quelle del Centro Nord». E le peggiori infrastrutture, spiega Bankitalia, «possono sia influenzare negativamente gli apprendimenti degli studenti sia segnalare una minore attenzione degli enti locali nei confronti del mondo della scuola».
Per quanto riguarda gli insegnanti, infine, afferma Bankitalia, «l'efficacia del sistema scolastico non dipenderebbe dal numero dei docenti impiegati ma dalla loro composizione». In particolare, conclude lo studio «una minore percentuale di docenti a tempo determinato contribuirebbe a ridurre il rischio» di dispersione, così come alla presenza del tempo prolungato nella media inferiore» e scuole più adeguate alla loro funzione formativa.


Stavolta è il caso di dire che il problema è un altro

di Giuseppe De Tomaso

Diamo atto al ministro Mariastella Gelmini di non aver bocciato gli insegnanti del Sud e di non aver mai proposto un gigantesco maxi-esame di riparazione o di riqualificazione professionale per tutti i docenti al di sotto della Capitale. La responsabile dell’Istruzione, infatti, ieri ha escluso senza se e senza ma di considerare di serie B i professori del Mezzogiorno. Che, secondo le parole precedentente attribuitele, abbasserebbero la qualità della scuola italiana. La Gelmini ha spiegato che esistono bravi professori sia al Nord che al Sud, ma che «il Sud ha oggi un deficit strutturale e di progettualità che non è certo imputabile al corpo docente».
Il ministro ha fatto bene a chiarire. Ma la storia che i professori del Sud sarebbero meno capaci di quelli del Nord gira da troppo tempo, in Alta Italia, per poter essere archiviata con un lancio di agenzia per sconfessare affermazioni non veritiere.
Un giorno si dice che il Nord non ne può più degli insegnanti meridionali che affollano i suoi stabilimenti scolastici, un giorno si dice che i docenti «terroni» sono più scarsi dei «polentoni» e che, pertanto, dovrebbero ritornare a scuola. Abbiamo capito bene? Se il prof del Sud si trova ad insegnare in Padania è bravo, se invece si trova a fare lezioni nel Meridione è un fessacchiotto.
Ma il 90 per cento dei professori proviene dall’Italia più povera. Come si fa a stilare una classifica tra nordisti e sudisti della cattedra se quasi tutti sono nati nella parte bassa dello Stivale? Forse è colpa, scusate il bisticcio, del colpo di sole estivo. Chissà.
Non scherziamo. Dovremmo fare un monumento ai volontari del Sud che si accollano il peso di insegnare l’abc del sapere alle nuove generazioni anche del Nord, visto che nella scala del reddito, la retribuzione degli insegnanti occupa gli ultimi gradini. Che poi la produttività del sistema scolastico italiano faccia più acqua di una pentola bucata, è un altro paio di maniche.
Le cause sono parecchie. Compreso il disinteresse di buona parte del Nord industriale per i danni prodotti da un sistema del sapere fondato ancora sulla procedura più che sul risultato, sui timbri più che sulla conoscenza. Ovvio. Ci sono le eccezioni e le eccellenze. Ma le differenze tra le due Italie della scuola sono meno profonde del dislivello tra i portafogli delle rispettive popolazioni.
Il sistema scolastico può ripartire a Torino come a Bari solo a poche (rivoluzionarie) condizioni: riportando serietà, disciplina e selezione nella scuola, a cominciare dalla reintroduzione del voto in pagella, che non è affatto un criterio classista di valutazione, anzi; riscoprendo il ruolo dell’insegnante, finora vilipeso dalla logica del diritto al diploma e alla promozione per tutti; bloccando la corsa a produrre carte su carte, una degenerazione che ha trasformato l’insegnante in un incrocio tra il burocrate scribacchino o lo psicologo di complemento (i giudizi sulle scolaresche nelle scuole dell’obbligo sono l’esaltazione del copia-e-incolla e delle formula standard adatte a qualunque caso); abolendo il valore legale del titolo di studio.
Ecco. Forse l’ultimo punto (l’abolizione del valore legale) andrebbe collocato all’inizio. O il sistema scolastico è di tipo napoleonico, centralistico e statalistico, come in Francia e come lo era in Italia fino a qualche lustro addietro. O è di tipo anglosassone, basato sulla concorrenza degli atenei. Ma la concorrenza tra le università si traduce verso il peggio, cioè verso il laureificio per asini e no, se resta in piedi il valore legale del titolo, che di fatto viene venduto allo studente-cliente. La concorrenza sfocia, invece, verso il meglio se sparisce il valore legale: senza valore legale, infatti, gli atenei farebbero a gara per accaparrarsi i docenti e, quindi, i discenti migliori, perché in tal modo le loro lauree varrebbero di più sul mercato del lavoro.
Lasciamo perdere le pagelle sugli insegnanti. Stavolta è il caso di dire che il problema è un altro. Bisogna decidersi: o seguire la Francia o l’America del Nord. Il resto è noia, agostana.


Il mestiere di dimenticare

di Mariapaola Vergallito

La memoria. Il ricordo rivolto soprattutto alle nuove generazioni. La commemorazione di un lutto, di una tragedia collettiva da cui trarre insegnamento. Il sentimento semplice e spontaneo di un intero popolo di fronte ad un dramma, ma anche di fronte ad una conquista, ad un avvenimento positivo e lieto. A questo dovrebbero servire gli anniversari. Non so perché, ma per i senisesi questo forse non è importante. Si è visto in tutti questi anni e si è visto anche pochi giorni fa, in occasione dell’anniversario della frana della collina Timpone del 26 luglio 1986. Ventidue anni che sembrano secoli, che però sono solo secondi per chi quella tragedia l’ha vissuta davvero sulla propria pelle. Per i figli, i genitori, i familiari delle 8 vittime. Due uomini, due donne, tre bambini, una neonata.
Eppure non un fiore, non una cerimonia, non un minuto di silenzio in ricordo della tragedia. Non un pretesto per far domandare ai più piccoli “perché, cosa è successo nell’86?”. Solo il penultimo banco in fondo alla chiesa per i parenti delle vittime durante la celebrazione religiosa del sabato pomeriggio. Mi chiedo: è giusto ricordare? E’ esagerato immaginare che una comunità che col passare degli anni ha smesso di commemorare i suoi figli morti in modo così tragico abbia sbagliato? Mi rispondo riflettendo sul fatto che il 2 agosto di ogni anno non riuscirei ad immaginare una Bologna diversa da quella che ricorda le vittime della strage alla stazione. O di una Roma che ricorda l’eccidio alle fosse Ardeatine, o di certi paesi che ricordano le vittime causate da forti terremoti. Nei giorni scorsi, sfogliando la rassegna stampa dei giorni della frana, mi è capitata davanti agli occhi una frase del vescovo che qualche giorno dopo la tragedia celebrò i funerali delle vittime: “Speriamo che il dolore e l’emozione di questi momenti non svaniscano e non facciano dimenticare a molti questa tragedia”. Premonizione.
Forse, ma questa è una opinione personale, le vittime della frana rappresentino l’esempio e il ricordo perenne di uno sbaglio e di una negligenza che poteva essere evitata. E quando questo accade le colpe non sono dei singoli ma di un sistema che consente o non consente certe cose; un sistema che funziona o non funziona. Forse Senise ha bisogno di dimenticare per questo. E ancora non lo sa.


Il sito unico? Ospiterà vecchie e nuove scorie

di Pasquale Doria

Porta male rompere gli specchi. Secondo la tradizione causa 7 anni di guai. Ed è da almeno 7 anni, secondo l’ultimo rapporto Svimez, che il Sud si sta allontanando sempre più dal resto del Paese. Chi è che vuol sfuggire la sua immagine riflessa? Superstizioni a parte, molto brutalmente, qui ci siamo rotti soprattutto le scatole. Altro che specchi! È per via della storia dell’Italia a due velocità, una triste narrazione che procede sempre a senso unico e spiega ampiamente le tiepide reazioni ai discorsi, anche più illuminati, su certo federalismo. Noi siamo già molto più federalisti di quanto normalmente lo sono, o dicono di esserlo, altri. Si pensi al petrolio. Non è forse vero che l’oro nero lucano si avvia a soddisfare il 20 per cento del fabbisogno nazionale? E le risorse idriche, mica lasciamo a secco i cari vicini di casa pugliesi? Se da noi localismo c’è - nessuno è perfetto - è davvero mite. Meno temperate sembrano le intenzioni dei fautori del federalismo che verrà (?). Basterebbe prendere in considerazione la spinosa vicenda delle scorie nucleari per tirare qualche conclusione. Ciò che abbiamo di buono lo condividiamo volentieri e a differenza di altre regioni non esportiamo neanche manovalanza criminale a buon mercato. Di contro, il pattume radioattivo che altri non vogliono abbiamo rischiato di cuccarlo, chissà perchè, tutto a casa nostra. È vero, dopo il decreto del 2003 emanato dal governo Berlusconi, che ci condannava per l’eternità a diventare deposito unico della stagione dell’atomo made in Italy, il nervo è rimasto scoperto. Risultato? Ora, basta anche poco a scatenare riflessi condizionati. Ma qui, archiviando l’esito di un referendum abrogativo del 1987, si sta dicendo che il Paese deve riprendere con decisione la strada dell’energia nucleare: questo significa che lì dove verrà individuato il sito unico non saranno stoccate solo le scomode eredità che vengono dal passato, presumibilmente, saranno trasferite anche tutte le altre code avvelenate di un processo che, per quanto venga definito sicuro, come indicano gli ultimi episodi registrati nelle centrali francesi, continua a suscitare più di qualche ragionevole dubbio. Tutto questo, pacatamente, senza essere per forza sfegatati ambientalisti, non può lasciarci indifferenti.


Non c'è più tempo per gli sprechi

di Mimmo Sammartino

Lo spreco di ciò che si possiede è un lusso che nessuno può più consentirsi. A maggior ragione se si dissipa in tempi poco generosi e in realtà nelle quali le risorse, tutte assai preziose, impongono la loro messa a valore per portare benefici e alleviare gli effetti di una crisi pesante. Contro sprechi e dissipazioni però non bastano le norme. Serve una presa di coscienza diffusa. Urge affermare una cultura dalla quale conseguano comportamenti coerenti. È estranea a quella cultura la pratica criminale di chi ferisce, offende, oltraggia, violenta il territorio, riducendolo a un immondezzaio per sistemare i propri veleni e per far soldi. La vicenda (mai chiarita) dei 127 fusti di rifiuti tossici (ora, si assicura, industriali) di Fosso Lavandaio, a Pisticci, ripropone appunto questo scandalo. Ed è un esempio emblematico di cultura della illegalità, indice prepotente disprezzo del territorio e sicurezza di impunità. Oltre che di ignoranza e ottusità, caratteristiche che normalmente marciano di pari passo. Ma la battaglia contro gli sprechi si lega anche a funzionamento ed efficienza di burocrazie, pubblica amministrazione e apparati tecnici. Degli strateghi della politica e della programmazione. In tempi nei quali l’acqua è un bene più prezioso dell’oro, non ci si può consentire ritardi trentennali di opere che consentirebbero di non disperdere una quantità di riserve idriche capace di riempire una grande diga. Nel momento in cui il più grande invaso d’Europa in terra battuta, quello di Montecotugno, va piano piano prosciugandosi, non si possono buttare a mare (stavolta nel senso letterale) 80 milioni di metri cubi d’acqua perchè non ci si decide a completare la galleria-condotta fra Sarmento e Sinni. L’a n nu n c i o che, dopo il tempo perso, l’opera sarà conclusa in un anno, è certamente una buona notizia. Auspicando, dopo tanta attesa, il rispetto dei tempi promessi. Nessuno può permettersi di sprecare nulla. Anche perché, tra progetti di federalismi fiscali in «salsa lombarda» e Robin tax (con cui si toglie alla piccola regione per dare di più alle borse dello Stato), la Basilicata deve battersi con determinazione per difendere se stessa, il proprio diritto a esistere e la capacità di assicurare i servizi essenziali alla propria gente.


La Gazzetta del Mezzogiorno


Il castello di carte

di dal blog di Beppe Grillo

Il castello di carte Italia sta per cadere. Potrebbe avvenire in autunno. Insieme alle foglie cadranno le carte, le imprese, i posti di lavoro. Il castello è stato costruito, una tessera alla volta, in più di vent’anni. L’Italia è stata spolpata dall’interno. Al suo posto ci sono le carte da gioco. Ora non sta più in piedi. I venti della recessione americana, delle truffe finanziarie, dai future ai subprime, del costo del denaro, dell’aumento del petrolio e delle materie prime stanno soffiando. Chi è in salute potrà guarire, chi ha già la broncopolmonite, come l’Italia, finirà in ospedale o dal becchino.
Le imprese italiane stanno scomparendo, sono una specie in via di estinzione. Il sistema produttivo si sta desertificando sotto l’effetto serra dei partiti e delle lobby. 245.843 aziende hanno chiuso nel 2007. Il 22,5% delle piccole e medie aziende, che sono sempre più a rischio per il caro greggio. Le grandi aziende stanno anche peggio. Telecom Italia potrebbe licenziare 20.000 persone, Alitalia 8.000, la Fiat un numero a piacere. I posti a rischio sono 300.000. Le imprese che resistono sono sempre più indebitate. Sopravvivono grazie ai debiti con le banche, a fine 2007 sono arrivati a 780 miliardi di euro, in sette anni sono aumentati del 72,4%.
La situazione è grave, ma non è seria. Gli italiani hanno gli stipendi più bassi d’Europa, i costi per i servizi, dalla telefonia alle autostrade, mediamente più alti d’Europa. I precari sono ormai la normalità, stimati in circa sei milioni. I parlamentari hanno emolumenti più alti dei loro colleghi europei e si eleggono tra di loro. Gli industriali hanno privatizzato lo Stato insieme ai partiti e si spartiscono i dividendi sui bisogni primari dei cittadini, dall’acqua, all’elettricità, ai rifiuti.
L’Italia è già in un’economia di guerra. In futuro i militari presidieranno le banche al posto delle discariche. Lo psiconano pensa ai suoi processi. Ma l’emergenza è l’economia. Lo stipendio alla fine del mese. L’Italia è come una mongolfiera che sta precipitando. Bisogna liberarsi di ogni peso, di ogni costo inutile. I dipendenti pubblici sono quattro milioni, più della popolazione dell’Irlanda. Le imprese vanno liberate da uno stillicidio di tasse e di anticipi. La legge 30 va abolita. Le regioni autonome lo siano con i loro redditi, altrimenti dichiarino la secessione dall’Italia che le mantiene.
I politici discutono del nulla, ma il castello di carte cadrà e gli italiani cercheranno, come hanno sempre fatto nella Storia, i capri espiatori.


La bellezza del deserto è che nasconde un pozzo in qualche luogo

di Mariapaola Vergallito

Quella appena trascorsa potrebbe essere ricordata nella storia locale come la settimana del sit-in a Senise. Un sit-in che ha riproposto più attuali che mai le emergenze di cui si discuteva quasi 30 anni fa, fin dai primi, timidi bagliori della vertenza Senisese. Erano anni di incertezze, ma anche di speranza con lo sguardo rivolto ad un futuro che, a diga realizzata, avrebbe dovuto portare uno sviluppo diverso, forse, nelle aspettative dell’epoca, lo sviluppo vero della chimera dell’industrializzazione. Gli anni ottanta arrivarono e arrivò anche la guerra del tappo, che riempì le piazze senisesi con l’orgoglio misto alla lotta mista all’inconsapevolezza mista agli interrogativi di chi sa cosa regala e non sa cosa ottiene. Poi arrivò l’estate nera dell’alba tragica di collina Timpone. La frana, gli 8 morti, la collina scomparsa. Il nulla inghiottì l’ottimismo di un territorio che quando forse aveva imparato a scommettere sul proprio futuro, fu costretto a fermarsi per piangere i suoi figli. Oltre che a piangere per una tragedia che doveva e poteva essere evitata.
Per questo riparlare oggi di vertenza Senisese fa venire alla mente prospettive lontane da ripercorrere a ritroso, in un percorso di un territorio che non ha mai imparato ad ottenere. Perché, parliamoci chiaro: nessuno ce l’ha con il Senisese. E il Senisese non deve mai piegare la testa e imporsi come vittima “al cospetto di padroni cattivi e indifferenti”. Il Senisese non deve chiedere. Deve proporre. Il Senisese non deve logorarsi dal di dentro con le frustrazioni di chi si sente abbandonato. Il Senisese deve discutere. Il Senisese, negli ultimi anni, sembra aver perduto la voglia di parlare con se stesso di se stesso. Come le famiglie disgregate che pranzano insieme senza parlare, e lasciano che sia la televisione a parlare per loro, il Senisese ha dimenticato che ogni voglia di cambiare parte da un preciso principio di semplicità. La semplicità oltre la politica dei partiti; la semplicità oltre le divisioni di strategie partitiche che, consentitemelo, fanno soltanto ridere in riferimento alle tematiche vere e urgenti del lavoro, dell’ambiente, della sostenibilità, della scuola. Perché, a volerlo cogliere, c’è sempre un barlume di positività da salvare e da coltivare anche nelle situazioni che appaiono incontrovertibili. Un barlume di speranza da lasciare ai giovani che in queste notti hanno dormito nella tenda dell’aria industriale, perché la vera rivoluzione è il dialogo costante e costruttivo di un territorio consapevole delle potenzialità e dei limiti, delle risorse e delle problematiche. Per anni, dopo la prima vertenza Senisese, una nube di anonimato ha raccolto l’eredità di chi nelle battaglie per Monte Cotugno ci aveva creduto davvero. Adesso, come un ricorso della storia, i tempi sono maturi per riproporre il fermento propositivo di allora e meglio di allora. A patto che la concretezza accompagni ogni virgola e che la passione e la caparbietà sconfiggano la rassegnazione, presente dietro l’angolo di ogni percorso verso il cambiamento.


Federalismo fiscale, quanto perde la Basilicata

di Mimmo Sammartino

Federalismo fiscale fra dibattito politico e simulazioni a tavolino. Il Sud è preoccupato per i progetti applicativi in «salsa lombarda» perché, col venir meno di un efficace meccanismo perequativo, si perderebbe anche la possibilità di assicurare servizi analoghi a quelli garantiti ai cittadini italiani del Nord su settori essenziali come la sanità o i trasporti. Il problema comincia con la minore capacità di raccolta fiscale fra regioni d’Italia: in Basilicata, nel 2007, essa (quantificabile in circa un miliardo e 200 milioni) ha coperto il 63 per cento delle entrate complessive; in Lombardia (20 miliardi di euro all’incirca), nello stesso anno, ha coperto l’80 per cento. Lo squilibrio è evidente. La Cgia di Mestre ha elaborato una tabella con due ipotesi, entrambe finalizzate a sostituire gli attuali trasferimenti erariali che i Comuni italiani ricevono dallo Stato con la compartecipazione dell’I re (l’ex Irpef) all’8,3 per cento, oppure con la compartecipazione dell’Iva al 9,8 per cento. Il vantaggio dell’operazione sarebbe quello di essere a costo zero per lo Stato. Che cosa accadrebbe? Nell’ipotesi che tutti i sindaci d’Italia trattenessero l’8,3 per cento di Ire dei cittadini residenti sul proprio territorio, il Nord ne trarrebbe vantaggio (i lombardi avrebbero a disposizione 94 euro pro-capite in più, gli emiliano-romagnoli 84 euro, 53 i veneti e 42 i piemontesi), mentre il Mezzogiorno verrebbe messo alla frusta. La Basilicata figurerebbe fra le realtà più danneggiate: i lucani perderebbero mediamente 155 euro pro-capite (163 i campani, 153 i calabresi, 74 i pugliesi, 72 i molisani, 30 gli abruzzesi). Perderebbero anche gli umbri (meno 21 euro pro-capite) e i laziali (meno 15). Situazione analoga (anche se forse appena un po’ meno marcata) quella che ipotizza la compartecipazione dell’Iva al 9,8 per cento: gli emiliano-romagnoli potrebbero contare su 74 euro pro-capite in più, 56 i veneti, 46 i lombardi. I lucani invece perderebbero 125 euro pro-capite, 128 i campani, 101 i calabresi, 40 i molisani, 36 i pugliesi, 34 i laziali, 11 gli umbri, 7 gli abruzzesi.


Comunità Montane subito tagliate, ma la Regione vuole cancellarle

di Mimmo Sammartino

La casta costa, enti e burocrazie sono sovente ridondanti, ma le Comunità montane rischiano di pagare il prezzo più alto di questa revisione. Rischiano di pagarlo, in Basilicata, con la propria estinzione. Caso unico in Italia dove un percorso simile lo ha tentato la sola Regione Sardegna ma, dopo qualche tempo, è tornata sui suoi passi ripristinando gli enti comunitari. Cm a rischio estinzione, dunque. Come le lucciole di Pasolini, i panda dell’Himalaia, le api e i calabroni. Ieri, a Potenza, è cominciato il confronto fra Autonomie locali (Uncem, Anci, Upi) e Regione Basilicata su due questioni: rispondere a quanto la legge finanziaria impone di fare entro il prossimo 30 giugno, cioé la riduzione di un terzo delle spese per gli enti comunitari; definire la legge di riordino degli enti locali in Basilicata. Michele Petruzzi, presidente dell’Uncem (l’Unione delle Comunità montane), ha ribadito alla Regione, insieme agli altri rappresentanti del sistema delle Autonomie, che «non si deve forzare». Cioé che va affrontatasubito la questione posta dalla finanziaria, mentre sul nodo della riforma è meglio prendersi un po’ di tempo in più. La Regione scalpita: sembra orientata a decidere entrambe le cose insieme e in tempi brevissimi. Petruzzi, riuscirete a intendervi? «Mi auguro di sì. Comunque il tavolo tecnico-politico si apre oggi». Perché puntate sui due tempi? «Perché una cosa è affrontare il taglio delle spese, con l’urgenza imposta dalla finanziaria. Un’altra il ridisegno condiviso della nuova mappa degli enti in Basilicata » . Non è vero allora che il vostro è solo un tentativo di prendere tempo... «Assolutamente no. Non è un atteggiamento dilatorio il nostro. Riteniamo solo giusto tenere separate le due fasi che affrontano questioni non sovrapponibili». Le Comunità montane, comunque, sono destinate al taglio. Le attuali 14 diventeranno 8 o 6. E l’Uncem cosa dice? «Credo che alla fine si arriverà a otto enti, che coincideranno all’incirca con le aree Pit (piani integrati territoriali). Con una precisazione non secondaria di cui va tenuto conto». Quale? «Il taglio della spesa sulle Comunità montane già è stato effettuato. Dal primo gennaio 2008, i trasferimenti statali per le Cm lucane sono passati infatti da undici milioni l’anno, a nove milioni. E nel 2009 scenderanno a sei». Ma nel futuro vede ancora le Comunità montane o, come pensa la Regione, solo Comunità locali? « L’ampliamento di funzioni, del futuro ente, è un fatto che riteniamo positivo. Però pensiamo che il ruolo delle Comunità montane, specie in una regione di montagne qual è la Basilicata, non possa essere cancellato a tutela di una storia e di una identità culturale».


Il governo dell’acqua e il federalismo solidale

di Mimmo Sammartino

L’acqua ha sempre fatto discutere. Sin dal 1999 quando si avviò il percorso fra Basilicata e Puglia. Nel nome di un federalismo solidale che, dalle dichiarazioni di principio, diventava progetto concreto. Cominciarono a discutere i leader di due regioni confinanti con molti interessi comuni, ma divise dal segno politico che al tempo contraddistingueva le due giunte. Negli anni successivi non mancarono momenti anche difficili. Ma la volontà di risolvere i problemi concreti e di salvaguardare le cose che contano spinse a superare differenze, diffidenze e pregiudizi. E a programmare il nuovo governo dell’acqua. Nel tempo in cui non è più concepibile, come si immaginava una volta, Pantalone che paga per tutti (anche per le amministrazioni che vanno a scatafascio), non si poteva prescindere da u n’idea di gestione che fosse improntata all’efficienza, che garantisse i servizi, che si dimostrasse capace di andare avanti con le proprie gambe. Da qui partiva la strategia per mettere a valore un bene prezioso qual è l’acqua. Di accumularlo e distribuirlo con sapienza e attenzione. Di difenderlo, evitando gli sprechi. La tariffa all’ingrosso per la fornitura della risorsa idrica - diversa a seconda della destinazione d’uso - intende affermare questi concetti. Quanto al nodo politico, anche ieri c’è stata la conferma delle obiezioni poste dal centrodestra della Basilicata che, nella sostanza, aveva chiesto alle due Regioni di soprassedere alla firma per ridiscutere della questione con il nuovo Governo nazionale. La divisione pare riguardare, in particolare, il futuro dell’Ente Irrigazione. C’è da auspicare che, davanti a un bene essenziale qual è l’acqua, la politica sappia mettere da parte gli interessi contingenti e di parte per operare scelte - meglio se condivise - che puntino a risolvere i problemi. Tutelando e custodendo gelosamente questa risorsa preziosa, con senso di responsabilità. Tenendola al riparo dalle piccole beghe.


C'era una volta lo zio Pietro su quel treno fantasma

di Massimo Brancati

C’era una volta lo zio Pietro di Trenitalia che in uno spot radiofonico raggiungeva in treno la città dei Sassi. Ignorando che da queste parti la ferrovia non c'è mai stata. Per i materani la beffa non viaggia più via etere, ma continua a farlo sui binari «fantasma»: la tratta Ferrandina-La Martella, più volte annunciata negli ultimi due anni con un investimento previsto di 118 milioni di euro, teatro di sopralluoghi della Rfi (Rete Ferroviaria Italiana), rischia di restare nel libro dei sogni. Proprio quando si rincorrevano voci sulla possibile ultimazione dell'opera entro il 2008 ecco la doccia fredda con la rivelazione dell’ormai ex ministro Di Pietro: abbiamo finito i soldi. Punto e a capo. Non sono stati sufficienti oltre cento anni per assicurare a Matera quel treno che riuscirebbe a toglierla da un anacronistico isolamento. E così la città dei Sassi - nonostante promesse, impegni, ordini del giorno e convegni - continua ad essere l’unica realtà capoluogo di provincia del Paese a non essere attraversata dalla ferrovia, un gap infrastrutturale che non consente a tutto il comprensorio di inserirsi, con le sue emergenze storiche e culturali, nel sistema turistico nazionale. Alle illusioni non c'è mai fine. Senza soldi, diceva un antico proverbio lucano, non si cantano messe, ma Rfi insiste ad alimentare la speranza, ormai ridotta al lumicino, dei materani: «Dobbiamo riprogrammare, insieme ad altri interventi localizzati in realtà diverse dalla Basilicata, anche il completamento della Ferrandina- La Martella, in relazione a quelle che saranno le indicazioni del ministero delle Infrastrutture». Cioè, niente paura, quella tratta ferroviaria resta pur sempre tra le opere da realizzare. Ma quel che Rfi aggiunge, in un rigurgito di sano realismo, richiama Matera alla dura realtà del momento: «Ad oggi i tempi della riprogrammazione sono indefinibili». Risultato? Dopo un ventennio e oltre 500 miliardi delle vecchie lire già spesi, la tratta continua a restare u n’incompiuta, una delle più costose dell’intero Paese. Gli ultimi anni della Ferrandina-La Martella, con i cantieri malinconicamente chiusi, sono trascorsi nell’indifferenza generale, frutto dell'assuefazione all'immobilismo e agli annunci puntualmente smentiti dai fatti. I lavori dell'opera cominciarono nel 1986: il progetto prevedeva la realizzazione di un binario unico, una galleria da sei chilometri, viadotti e ponti. Opere visibili solo in un plastico ingiallito dal tempo.


La ricchezza e la forza innovativa dei volontari

di Mimmo Sammartino

Volontari per passione, per slancio etico, per necessità. In Basilicata cresce il peso dell’associazionismo, segno di una cultura che si diffonde. Nel mondo giovanile, in primo luogo. Ma non solo. Una ricerca del Centro servizi per il volontariato (Csv), sintetizzata in una guida che è stata presentata nella mattinata di ieri, a Potenza, riporta alcune cifre che danno la dimensione del fenomeno nella regione: la guida censisce un migliaio di associazioni lucane (ma, secondo il Csv, il numero reale è di circa 1800 associazioni: diverse non hanno restituito la scheda compilata con i propri dati), per circa quindicimila persone iscritte. Significa che c’è un volontario ogni quaranta lucani. Molte di queste persone sono impegnate nel settore sociale. Ma non sono poche quelle che si occupano di cultura e altre attività. Fanno parte di questo piccolo esercito di generosi anche gli appartenenti a bande musicali amatoriali, a gruppi folkloristici, cori, associazioni culturali e Pro loco. L’esistenza di questa umanità che immagina di poter dare un senso al proprio tempo declinando non soltanto la vita attraverso l’«io», ma anche con il «noi», segna una delle possibili trincee allo sfarinamento delle ragioni comuni, degli orizzonti condivisi, della possibilità di riconoscersi come appartenenti a una qualche comunità. Cosa che non è solo un antidoto alle solitudini. Non è soltanto la costruzione di percorsi collettivi che aiutano a evitare gli smarrimenti. Ma rappresenta anche un importante indirizzo - se chi decide ha voglia di non chiudersi nei Palazzi tappandosi gli occhi e gli orecchi - perché le strategie del futuro possano essere suggerite da vite vissute ed esperienze concrete. Possano - come si diceva un tempo - venire dal «basso». Cioé dalla gente, dai suoi bisogni, dalle sue aspettative. È lo slancio etico del volontariato la sua vera forza. I poteri faranno bene a riconoscere questi fermenti, a coglierne le caratteristiche innovative, a interpretare i bisogni sociali che essi rappresentano, a sostenerli ma rispettandone le autonomie (guai a distinguere i volontari in «amici » e non). Altrimenti quelle esperienze finirebbero col perdere freschezza e motivazione. E diventerebbero, come si è già visto tante volte, un’altra cosa.


La deficienza di chi resta

di Nicla Ponzio

1870-1929. Domenico corre verso l’ignoto al nauseante incedere del transatlantico che dalle coste italiane lo sputa nel mondo nuovo: "La Merica". Fa fortuna, riattraversa l’oceano e porta la sua famiglia a NewYork. Una malattia lo rimanda in Basilicata: non esiste cura, l’unico sollievo è l’aria di casa. I viaggi costano. Il crollo finanziario del 29, svaluta la sua fortuna mericana in una casetta col balcone sulla piazza del paese e una tomba per se e i suoi figli all’ingresso soleggiato del campo santo.

1956-1973. Pasquale si disfa della valigia di cartone del padre e ne acquista una di vilpelle, parte. I paesani amici sono già in Germania, Svizzera, Francia, Norvegia, Lussemburgo, Gran Bretagna. Dove andrà lui si parla il taliano: Laltitalia è così. Rientrato al paese, ritrova altri emigranti e durante i caroselli della RAI parla una specie d’italiano con gli amici che azzardano una specie di tedesco: tra emigranti ci si capisce comunque. Sulla terra che il suocero ha dato in dote alla moglie costruisce una casa, stretta stretta, ma con tanti piani quanti sono i figli.

2007-____ Aurora è iscritta ad ingegneria civile, ma non all’università degli studi di Basilicata, a Perugia. Ha già previsto che per la specialistica si trasferirà a Torino o a Roma. Attualmente è troppo presa dai preparativi per l’anno di Erasmus a Parigi. Deciderà in seguito… senza fretta… non ha premura di rientrare al paese.

”…Andare via lontano a cercare un altro mondo dire addio al cortile, andarsene sognando…” (SanRemo 1967)
Quaranta anni fa, un emigrante cantava queste sofferte parole agli italiani. Oggi la mobilità della globalizzazione accentua il disperato bisogno di sognare, ma sembra non cambiare l’orizzonte problematico dell’emigrazione lucana. Dal consiglio regionale emergono dati allarmanti: forse tremila i lucani emigrati nell’ultima annualità. Ancora più preoccupante è il fatto che molti paesi della Basilicata hanno meno di mille abitanti; è come dire che ogni anno più di un paese si azzera, scompare. La migrazione studentesca è oggi il più grave trampolino di lancio per chi in buona parte a casa non tornerà mai più definitivamente. Se i Domenico e i Pasquale, emigranti lucani di fine ottocento e del secondo dopoguerra, lavoravano fuori mantenendo un piede nella loro città di origine, tutte le Aurora dei giorni nostri svuotano gli inverni dei solitari borghi lucani, riempiono le strade e i quartieri dei paesi fantasma con sgargianti cartelli VENDESI e per successo o per pane vanno per il mondo.
In Basilicata quanto più piccolo è l’insediamento municipale, tanto più è palese la mancanza della generazione dai venti ai quarantacinque anni. E’ la parte dei cittadini della regione che in un altro posto studia, ricerca, lavora, produce, dona il sangue… in un altro posto.
L’avvincente romanzo storico Mille anni che sto qui di Mariolina Venezia, la felliniana raccolta di racconti La luna tunna di Leonardo Chiorazzi, il diario dei Lucani altrove di Renato Cantore. Pubblicazioni recentissime e di notevole impatto; testimoniano quanto l’emigrazione influisce sulla cultura lucana.
Secondo l’ITENETs, l’osservatorio istituzionale dell’emigrazione della regione Basilicata, sarebbero oltre 650mila i lucani sparsi per il mondo.
La Basilicata per l’emigrante è bella. A volte c’è addirittura più lucanità in chi non ci vive più: folklore tradizioni e ricette tipiche che in loco vanno sempre più contaminandosi. Ma questo non basta. Si ripetono ogni anno manifestazioni per gli emigranti, per i lucani nel mondo. La beffa è che i destinatari delle dediche e dei lacrimevoli messaggi di nostalgia non ci sono mai ad ascoltare. I lucani non vogliono tornare in Basilicata.
La Basilicata è: parchi naturalistici, mare, laghi, arte, mangiar sano, quiete ma senza l’uomo sul territorio come si finirà? Perché lasciarla svuotare della gente che vi è nata? E’ davvero impossibile arginare l’emigrazione? Forse la soluzione della Basilicata è attrarre altri affinché decidano di viverci per farla vivere ancora? Fondamentale è il recupero del clima di fiducia reale verso le istituzioni. Il grandioso apparato pseudomafioso delle clientele non può bruciare altri sul rogo della disoccupazione. Il metodo politico sociale deve uscire dal circolo vizioso del sistema tribale ereditario. Deve riconfermare il merito come principio unico di selezione. Se non si vincerà questa scommessa, saranno sempre più ad andarsene sognando, nell’aria si respirerà ancora la deficienza di chi resta e chi non tornerà avrà un ottimo motivo per non tornare.


Ricomincio da capo

di dal blog di Beppe Grillo

Un italo australiano di Agrigento è tornato in Italia dopo quarant’anni. Gli è venuta la nostalgia canaglia. Aveva lasciato il suo Paese nel 1968 con Mike Bongiorno e Pippo Baudo in televisione. Andreotti in Parlamento. L’Alitalia in sciopero (era dovuto partire in nave). I treni dei pendolari pieni, sudici e in ritardo. Si ricordava dei lavori stradali di allora, dei cantieri aperti dappertutto. Della Salerno-Reggio Calabria in via di completamento. Ai suoi tempi c’erano la crisi del Mezzogiorno, il problema della mafia e i neo fascisti. Ha trovato tutto uguale, preciso.
In un programma televisivo c’erano persino Mino Reitano, Peppino di Capri e Gianni Pettenati che cantava “Bandiera gialla”. “E Pannella?”, mi ha chiesto. “C’è ancora?” L'ho rassicurato che è sempre lì e fa lo sciopero della sete che è una bellezza. “E Albertazzi e Raimondo Vianello? Stanno bene?” L’ho informato che sono spesso in prima serata. “E Fede e Vespa” ha incalzato “quelli dei telegiornali?” “Hanno cambiato padrone, ma disinformano più di prima, hanno esperienza da vendere”, ho risposto. In quel momento alla radio Tony Dallara cantava “Come prima più di prima” e Mina era in vetta alle classifiche di vendita.
L’emigrante ha pensato che volessi prenderlo per i fondelli e ha fatto zapping sui canali televisivi per cercare conferme. C’erano un dibattito sulla modernità dell’opera del Manzoni con letture scelte dei Promessi Sposi, Benigni che declamava la Divina Commedia e il Papa che parlava dal balcone. L’ultima auto dell’emigrante era stata una Fiat Cinquecento, color grigio topo, con la capote. “E la Fiat come va? I suoi modelli di oggi?” Ho preso tempo, per paura della sua reazione, e gli ho mostrato una pubblicità della nuova Cinquecento Fiat, la macchina dell’anno. “Mago Zurlì?” ha sibilato. Volevo mentire, ma non ci sono riuscito. “Presenta anche quest’anno lo Zecchino d’oro, ma non c’è più Topo Gigio, adesso si è messo in politica”.
Mi ha scritto una cartolina da Sidney, dove è subito ritornato. Una vecchia cartolina con le macerie del Belice in Sicilia, dopo il terremoto del 1968, uguali ad oggi.


Principi non negoziabili

di Vincenzo M.R. diac. Terracina

La storia del nostro tempo è segnata da valori di totale sensibilità.
Col passare del tempo si avverte una crescita del senso di responsabilità morale nei confronti della natura – si percepisce una grande sensibilità per la solidarietà verso le nuove povertà; nello stesso tempo, però, viviamo in una società dove prolifera la cultura della minaccia alla vita, la violenza, gli omicidi ecc…Giovanni Paolo II nella sua “ Evangelium vitae” stigmatizzò tale processo affermando che: “ ci troviamo di fronte ad una lotta tra “ la cultura della vita” e “ la cultura della morte”, le cui radici vanno ricercate nell’eclissi del senso di Dio e dell’uomo. Giovanni Paolo II pone l’accento sul concetto che senza Dio la cultura della morte prevale sulla cultura della vita e il tutto si consuma nell’intimo della coscienza di ogni uomo. E’, dunque, questione di ogni singolo individuo che forma la società e che tollera o favorisce comportamenti contrari alla vita ma, anche, alimenta la cultura della morte creando strutture di peccato contro la vita. Oggi, la coscienza morale, è continuamente sottoposta, da parte della comunicazione sociale, ad una pericolosa confusione tra il bene e il male. Per capire meglio questo concetto e opportuno accostare una frase di una lettera di S.Paolo quando afferma: “ …. formata da uomini che avendo rinnegato Dio e credendo di poter costruire la città terrena senza di Lui hanno vaneggiato nei loro ragionamenti…. Sono diventati autori di opere di morte e non solo continuano a farle, ma approvano anche chi le fa”. Di fronte a questo scenario è necessario che si cominci ad educare le nuove generazioni al rispetto della vita formando le coscienze in modo da aiutare l’uomo ad essere più uomo, indirizzandolo verso un crescente rispetto della vita e formarlo per fargli acquisire le giuste relazioni tra le persone. E’ importante, quindi, che si aiutino i giovani a cogliere e a vivere ad esempio la sessualità, l’amore e l’intera loro esistenza secondo il vero significato del valore della vita. Di fronte a questa corsa della nostra società verso l’autodistruzione non può, dunque, non opporsi la Chiesa con interventi nei dibattiti pubblici per sostenere alcuni principi accettati da tutti. E’ doveroso sottolineare che su tre principi, in particolare, la Chiesa ritiene di non poter tacere e non deve tacere: Rispetto della vita – protezione della famiglia – diritto dei genitori di educare liberamente i figli. Lo stesso pontefice Benedetto XVI ha sempre sostenuto che si tratta di “ principi che non sono negoziabili” in quanto riguardano la dignità dell’uomo e iscritti nella natura umana stessa e, quindi, sono comuni a tutta l’umanità. Le voci fuori del coro, in contrapposizione, ritengono che la Chiesa non deve insegnare nulla di ciò che non è indicato nella parola di Dio affermando che lo Stato essendo “ laico” non può tollerare espressioni pubbliche confessionali. Ritengo che è improprio parlare di Stato laico soprattutto se per “ laicità” si vuole intendere un cammino come se Dio non esistesse. Semmai, si potrebbe parlare, di Stato “secolare” e cioè non legato ad una particolare fede o convinzione religiosa e che per questo lascia che i propri cittadini possono esprimere le proprie convinzioni religiose e morali. Sul concetto della secolarizzazione, in un articolo del quotidiano Avvenire, è tornato a parlare il Sommo Pontefice Benedetto XVI, alcuni giorni fa, evidenziando come la secolarizzazione, che spesso si muta in secolarismo abbandonando l’accezione positiva di secolarità, mette a dura prova la vita cristiana dei fedeli e dei pastori. Contro questi rischi – continua il Santo Padre – è urgente il “ richiamo dei valori alti dell’esistenza: la dignità della persona umana e la sua libertà, l’uguaglianza tra tutti gli uomini, il senso della vita e della morte e di ciò che ci attende dopo l’esistenza terrena”.
Forse non tutti sono a conoscenza che ci sono voluti cinque anni per elaborare un testo senza precedenti nella storia della Chiesa, che è una sintesi di oltre un secolo d’insegnamento sociale, dalla “ Rerum Novarum” di Leone XIII nel 1891 agl’interventi di Giovanni Paolo II. Tutto questo ci deve dare la consapevolezza che la Chiesa ha il pieno diritto di dire la parola che le spetta sulle questioni della vita sociale, perché la fede non è un fatto privato, privo di rilevanza sociale. Volendo ritornare sui tre principi non negoziabili elencati, appare chiaro che l’emergenza principale ricade sulla tutela del matrimonio, tra uomo e donna, senza equiparazione legislativa con le unioni di fatto e al riconoscimento giuridico di quelle omosessuali. Il diritto alla vita, inoltre, condiziona l’esercizio di ogni altro diritto. In conclusione è opportuno porre l’attenzione sul concetto che il cittadino non è obbligato, in coscienza, a seguire le prescrizioni delle autorità civili se sono contrarie alle esigenze dell’ordine morale, ai diritti fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo, perché le leggi ingiuste pongono gli uomini, moralmente retti, di fronte a drammatici problemi di coscienza. Pertanto, se l’uomo è chiamato ad azioni moralmente cattive, ha l’obbligo di rifiutarsi. Fra pochi giorni celebreremo la Resurrezione di Nostro Signor Gesù Cristo – spero che porti a tutti la speranza di un mondo migliore ricco di serenità e gioia. Auguri di Buona Pasqua a tutti.





Perchè il taglio delle scuole ucciderà la piccola Italia

di Mimmo Sammartino

La legge dei numeri decapita l’istruzione in Basilicata. E il taglio delle cattedre si traduce, soprattutto nei piccoli centri, nella chiusura di fatto di alcune scuole. Ma un paese senza scuole è un paese che rinuncia al proprio futuro. È un paese che perde l’anima. È un luogo dal quale si può solo fuggire. È questa la sfida che, davanti al programma di razionalizzazione scolastica, attende la Basilicata intera, a cominciare dalla sua classe dirigente. A cominciare dai responsabili politici della Regione e delle altre istituzioni. A cominciare da coloro che si apprestano a farsi eleggere in parlamento. Non si tratta dunque di una rivendicazione localistica, di un altro piagnisteo del solito Mezzogiorno per elemosinare un piccolo privilegio. È piuttosto la consapevolezza che un Paese complesso non può essere amministrato da norme rigide che si applicano in modo indistinto a contesti del tutto differenti. Sottoporre la scuola pubblica alla prova della ghigliottina costituisce già, di per sé, una grave responsabilità. Il che non significa ignorare la necessità di eliminare sacche malfunzionanti, ridondanze e costi immotivati. Però occorre riconoscere, in una scuola rinnovata, uno degli assi portanti per aiutare l’Italia, il Mezzogiorno, la Basilicata a risalire la china. Perciò tagliare alcune centinaia di cattedre, senza peraltro operare programmi concreti di rilancio, vuol dire costringere la scuola a languire dentro canoni valutativi di carattere semplicemente ragionieristico. È una logica suicida sul medio- lungo termine. E, nel termine più breve, è un piano che porta alla morte civile del Paese plurale, dell’Italia delle differenze, delle realtà dell’interno, della montagna, dei territori extra-metropolitani. Insomma di quell’Italia che costituisce la risorsa-diversità ma che quotidianamente deve fronteggiare molte avversità per garantirsi il diritto a esistere. Cosa è disposta a fare la Basilicata per respingere questa minaccia?


La responsabilità dei grandi, la pazienza dei bambini

di Mariapaola Vergallito

Elisa ha quattro anni e frequenta la scuola materna. Abita in una zona rurale e come ogni mattina aspetta lo scuolabus per andare all'asilo. Una mattina, zainetto in spalla, è salita con gli altri bambini sul bus ma, a differenza degli altri bambini, Elisa quella mattina all’asilo non c’è andata. Qualcuno si è dimenticato di lei. Elisa è rimasta per ore in completa solitudine dentro lo scuolabus parcheggiato nei pressi dell’ospedale del paese. La ragazza che accompagna i bambini e dei quali ha la responsabilità durante il tragitto nel bus non si è accorta di lei; ha fatto scendere tutti gli altri ed Elisa è rimasta inspiegabilmente da sola. Questa storia non ha come ambientazione una caotica metropoli, dove i ritmi frenetici di una vita che sfugge al controllo di molti rende più facilmente le cose importanti di secondaria rilevanza. Questa storia ha come contesto Chiaromonte e a raccontarla a La Siritide è stato un familiare di Elisa, che ha avvertito come forte il bisogno di divulgare questa storia per mettere i puntini sulle "I" nella parola "responsabilità". Lo ha raccontato avendo ancora i brividi al solo pensiero di quello che sarebbe potuto accadere. Ma fortunatamente, ha detto,, Elisa è una bambina tranquilla, che invece di piangere o cercare di uscire (la strada che scorre accanto all'ospedale è molto trafficata e pericolosa) è rimasta lì ad aspettare e poi, forse stanca e annoiata, si è addormentata sul sedile. Ad accorgersi di lei è stata una passante che, ha raccontato alla famiglia, quando si è accorta che la bambina era addormentata e sola nell’autobus ha avvertito l’autista, che abita poco distante dal luogo nel quale il mezzo era stato parcheggiato. La lista dei “poteva accadere” è lunga. Per fortuna non è successo nulla che non si possa raccontare con un sospiro di sollievo. Adesso però tocca a chi di competenza fare i dovuti accertamenti per attribuire ad ognuno le dovute responsabilità. Per dare un esempio affinchè questa spiacevole vicenda non si ripeta. E perché i bambini non si dimenticano mai.


Lettera dal Sud a una bimba di Napoli

di Lino Patruno

Prima o poi dovremo eliminare la rubrica «Dicono del Sud» curata da Valentino Losito. O titolarla «Non dicono del Sud». Perché ormai, tranne qualche sparuto giornale meridionale come il nostro e vostro, del Sud non parla più nessuno. E se ne parlano, un tiro a segno. Napoli e la Campania sommerse dai rifiuti. Gli arresti in Calabria per i rapporti fra politica e malavita. Il verminaio di intrighi e corruzione sotto le mille inchieste giudiziarie di Basilicata. L’arresto della moglie del ministro Mastella in Campania. La condanna del presidente della Regione Siciliana, Cuffaro. Le continue truffe nell’utilizzo dei fondi nazionali per le aree depresse. Le non meno continue truffe all’Unione europea per i contributi agricoli. Fra poco, chissà, parleranno dell’acqua che manca in Puglia, magari sotto la stagione turistica che fa più presa giornalistica. E, visto che ci siamo, può dirottare un po’ di vacanze da qualche altra parte.
Sembra tornato il libro «L’inferno» di Giorgio Bocca (1992). Una serie di luoghi comuni ma tutti maledettamente verosimili se non veri. Sedici anni passati invano, anzi nient’affatto invano. È vero che siamo al punto più basso per l’immagine di tutta l’Italia nel mondo. Ci voleva anche una crisi di governo che i giornali stranieri stentano a raccontare perché lontanissima della loro normale capacità di comprensione. C’è chi per fortuna dice che siamo meglio della nostra immagine, grandi creatori di eccellenza nonostante il caos permanente e la depressione che ci attribuiscono. E c’è, bontà sua, il console americano a Napoli, che pur con l’immondizia anch’egli sotto casa, scommette ancora sulle possibilità del Sud, chissà con quanta diplomazia.
Ovvio che con l’aria che tira il Sud sia trattato ancora da inferno. L’orticaria solo a sentirlo nominare. Non ne parlano i giornali e tanto meno i politici, come se facesse perdere consensi: vedremo nella prossima campagna elettorale. Non esiste più come problema, anzi non esiste e basta. Inevitabile che il danno più devastante siano uomini e topi fra la monnezza di Napoli. Nell’era dell’immagine, e delle immagini che si ripetono all’infinito, ci vorranno decenni perché questi giorni della vergogna siano digeriti. E pare riemergere dai sacchetti lacerati e fetidi di Napoli la sagoma grande e tragica di Maradona, col presidente della squadra che acquista giocatori su giocatori per distogliere l’attenzione, il calcio nuovo oppio dei popoli.
Ma non è tutto. In alcune interviste abbiamo chiesto agli addetti ai lavori come il Sud potrà uscire dalla Questione Meridionale. Tanti se e tanti ma. La risposta più inquietante dal professor Guido Tabellini, docente di politica economica alla Bocconi di Milano: il problema non è il divario col Nord che aumenta, ma le imprese che non sono interessate a investire al Sud. E non solo per il malgoverno delle amministrazioni locali, ma anche per il clima che si respira, il vivere alla giornata, i palliativi, l’illegalità diffusa, dalla criminalità organizzata fino «alle piccole violazioni dei principi di convivenza civile». E sempre pochi giorni fa la inconsapevole conferma nella lettera di una giovane madre di Napoli che diceva di voler continuare a vivere nella sua città come piccolo eroismo. E di volerlo spiegare alla figlia quando fosse cresciuta, una dannazione in tutto, tanto che anche un semaforo rosso rispettato è una battaglia vinta.
Ora, per non smentirci, ecco pronti fino al 2013 centouno miliardi di euro, somma mai vista dal Sud neanche negli anni d’oro della Cassa per il Mezzogiorno. Con tutti gli interrogativi se sia una questione di soldi o di come li si spende. Centouno mliardi da spendere non male e senza effetti come quelli precedenti, mille rivoli più a beneficio delle clientele che dello sviluppo. E con l’incombente sentenza che la debolezza del Sud sia più sociale che economica, scelte sbagliate, decisioni non prese, sprechi, malaffare, ignavia, pigrizia, compromissioni, parassitismo più che scarsi mezzi a disposizione. E col grande gelo generale. E la plateale aperta rancorosa ostilità di chi si chiede che fine abbiano fatto gli aiuti stratosferici finora arrivati. E la fuga dei migliori perché non si può chiedere a nessuno di fare come la madre della lettera. E senza alternativa a governarsi da sé, per non uscire per sempre dalla storia.
Su questo nostro e vostro giornale del Sud, il sociologo Franco Cassano ha detto che il Sud da solo non può farcela, meno che mai se non si muove tutto insieme. E l’economista Gianfranco Viesti che occorre ad ogni costo evitare la sfiducia, non smettere di indicare ai più giovani strade possibili per futuri possibili. Rimanere e fare sempre del nostro meglio è già metà cammino, questo dovremmo dire anche noi alla figlia piccola della madre di Napoli.


Io sono un italiano, un italiano nero!

di Mariapaola Vergallito

Nero di rabbia naturalmente. Perché la rabbia, l’indignazione e anche lo sconcerto dovrebbero riassumere lo stato d’animo degli italiani in questo triste periodo storico di inizio secolo. Se qualcuno mi chiedesse la prima cosa che mi viene in mente che mi faccia essere fiera di essere italiana in questo periodo il pensiero va automaticamente ai mondiali di calcio. Sport. Due anni fa. Un po’ poco….Ulderico Pesce, in “FIATo sul collo” descrive così la Basilicata: è quella Regione che si trova nella parte dello stivale che se prendi una merda per terra č la parte dove resta di più”. Ma mi sa tanto che la cacca si sta espandendo un po’ in tutta Italia. Dal tribunale di Potenza arriva in Parlamento: intercettazioni dappertutto, i fascicoli di indagini sono più coloriti dei giornali di gossip. E di gossip si parla pure quando in mezzo ci sono vittime innocenti: dal caso Perugia, a quello di Garlasco; da Erba e Cogne. I presunti carnefici diventano star griffate e gli pseudo giornalisti descrivono le scene del delitto con la morbosità che neanche Annibal Lechter ne “Il Silenzio degli Innocenti”. E quel che è peggio, tutto si lascia passare come fosse normale, come fosse giusto, come fosse informazione. Giustificazioni dell’ingiustificabile. E in tutto questo le indagini sembrano una barzelletta, con i Ris di Parma che (con tutto il rispetto) ormai se l’assassino non confessa spontaneamente non riescono a capire neanche chi tra Qui, Quo e Qua ruba la torta a Nonna Papera. Poi c’č la vergogna di moda: i rifiuti in Campania. Vintage, si potrebbe dire, visto che č una moda che ritorna dopo vent’anni. O meglio la vergogna esiste da decenni ormai, ma naturalmente si aspetta sempre che la goccia faccia traboccare il vaso per parlarne. E intanto ci stupiamo se la stampa estera sbatte i nostri rifiuti in prima pagina e magari partecipiamo pure al sondaggio di StudioAperto con la domanda: “Secondo voi i rifiuti provocano una perdita di immagine per l’Italia?”. Mah…..Mastella: da pseudo boss, “traghettino”, “zì-cumpà” a Romeo dei giorni nostri. Si sacrifica per l’Amore della moglie, attacca il soggetto del suo stesso ex-ministero, e si sente dire da Padre Prodi da Bologna “Resta con noooiiiii, non ci lasciaaaar, la notte mai pił scenderààà!”. La solidarietą non č mancata, anche tra chi due secondi prima lo accusava. Allora? Solidarietà o paura di fare la stessa fine? ..Mah... Nel frattempo tra gli organi di informazione italiani la notizia degli arresti domiciliari a Giulietta č rimbalzata come fosse un gavettone da evitare: arresti, non arresti, presunti arresti, nulla…” Roba da far intimidire perfino le televisioni della libera, democratica Cina. E poi c’è Benedetto XVI. Non č andato a Roma (già perché lui in effetti sta nel Vaticano mica a Roma) alla Sapienza per evitare scontri. Tirava una brutta aria…Cento studenti e una sessantina di docenti non lo volevano in quell’occasione. Sbagliato, perché il confronto nasce dal dialogo e non dalla censura. Ora domenica Benedetto XVI ha richiamato tutti in piazza San Pietro. “Lasciate che i fanciulli vengano a me. Nel mio territorio”. Papa Giovanni Paolo II alle proteste e alle contestazioni ha risposto faccia a faccia, con il sorriso. Ma questo č un altro Papa. Sullo sfondo la politica che fa carriera, le primarie, le secondarie, gli attacchi e le spallate. I problemi dei cittadini che diventano slogan. Il Partito Democratico più importante della Democrazia, la Casa delle Libertà più necessaria della Libertà stessa. Ma non è che per caso tutto quello che sta succedendo serve volontariamente a nascondere qualcosa di più grosso, come avvenne anni addietro con la vicenda americana Clinton-stagista? No, forse no, perché almeno in quel caso c’era qualcuno che si divertiva.

“Mi scusi Presidente /ma questo nostro Stato /che voi rappresentate /mi sembra un po' sfasciato. /E' anche troppo chiaro /agli occhi della gente /che tutto č calcolato /e non funziona niente. /Sarà che gli italiani /per lunga tradizione /son troppo appassionati di ogni discussione. /Persino in parlamento /c'è un'aria incandescente /si scannano su tutto /e poi non cambia niente”. Giorgio Gaber


Meno male che c'è la squola...

di Angelomauro Calza

Cara Siritide,
a scrivere stavolta non è un giornalista che vuole “sfruttare” le sue conoscenze per rubare spazio “cicero pro domo sua”, quanto piuttosto il padre di una scolara che frequenta la quinta elementare presso l’Istituto di via Lazio a Potenza. Nelle scorse settimane gli organi di informazione nazionali si sono occupati di una indagine che metteva in evidenza l’arretratezza degli studenti italiani rispetto ai pari età del resto d’Europa e del mondo per quel che riguarda il grado di preparazione scolastica. I toni usati gridavano quasi allo scandalo, “rimproveravano” i nostri figli-studenti di non applicarsi abbastanza negli studi e negli approfondimenti. Avendo io due figli-studenti, tutto sommato concordavo, in quanto da padre-giornalista ho sempre ritenuto che non studiassero abbastanza. Però…però… però. Una mattina ho voluto controllare i compiti che mia figlia ha avuto da svolgere durante le Festività. Geografia: doveva imparare il capitolo riguardante la Basilicata. Le ho detto di iniziare. Lei pretendeva che la seguissi con il libro ben aperto davanti agli occhi. Io le ho detto che non ne avevo bisogno. E così ha iniziato a parlarmi della nostra regione. Ad un certo punto lei non capiva perché mi arrabbiassi quando ha detto che “la costa jonica si estende per circa 40 chilometri e non vi sono centri abitati veri e propri, ma solo poderi sparsi”, quando ha detto che “lo scarso popolamento è dovuto alle difficoltà delle comunicazioni e alla malaria che imperversava nel passato nelle pianure” e che “lo sviluppo industriale è modesto”. Io le ho spiegato che erano cose assolutamente non vere, in quanto sulla costa jonica esistono vere e proprie cittadine, come Policoro e Scanzano Jonico, Nova Siri e Metaponto, che probabilmente è tra le più estese frazioni in Italia. Le ho anche detto che ben altre sono le cause dello scarso popolamento della Basilicata, che la malaria è cosa che non esiste da oltre 50 anni e che lo sviluppo industriale ha avuto una notevole impennata sin dagli anni ‘80. Mi ha risposto che io non capivo niente perché non avevo studiato il suo libro “scritto da chi ne sa sicuramente più di te”. A quel punto ho deciso di aprire il libro: mia figlia aveva ragione! No, non nei contenuti, perché quelle da lei dette erano castronerie belle e buone. Aveva ragione del fatto che tutto quanto era scritto nel suo libro di scuola: Focus. Nello stesso libro però nessun cenno alla diga di Montecotugno, non foss’altro per dire che è la più grande d’Europa in terra battuta, né tantomeno alle estrazioni petrolifere in Val d’Agri (che soddisfano il 10 per cento del fabbisogno regionale). –Accidenti!-, ho pensato. Ma allora vuoi vedere che sotto sotto la colpa di tutto quanto rilevato dall’indagine di cui in apertura non è tanto degli studenti che non studiano, ma di quei “professori” che scrivono simili corbellerie sui testi di scuola? E se si inizia dalle classi elementari, cosa mai potrebbe esserci scritto sui testi delle scuole superiori? Mi sono però consolato quando ho letto sulla copertina del libro in questione che si tratta di un “Nuovo atlante per approfondire la storia e la geografia”: quando si va troppo a fondo nella ricerca e negli approfondimenti può anche capitare di sbagliare… pazienza. Comunque sia, però, per il futuro, si eviti di adottare testi di pseudo pedagoghi probabilmente scopiazzati qua e là da altri testi scritti forse tra il ventennio fascista e il giorno in cui l’uomo ha messo il piede sulla Luna, anche se - quelli sì - erano realmente aggiornati.
Fatto sta che mia figlia, insieme a non so quante altre decine di studenti suoi coetanei che stanno studiando sullo stesso testo, ha speso-perso tempo a studiare la Basilicata, per riuscire finalmente ad essere classificata tra gli ignoranti almeno sulla materia specifica. Viva la “squola”!

p.s.: della cosa si è occupata Striscia la Notizia che ha realizzato un servizio con Fabio e Mingo (è possibile vedere il filmato sul sito www.striscialanotizia.it nella sezione dedicata ai video. È andato in onda il 12 gennaio 2008)


La spazzatura come ai tempi del Regno di Napoli

di Mimmo Sammartino

Senza voler cedere agli spiriti animali fatto di campanili e localismi, bisogna dirselo senza giri di parole: Campania e Provincia di Salerno vogliono scaricare i propri problemi su Vallo di Diano e aree limitrofe lucane. A cominciare da Vietri di Potenza. In sostanza, si trascinano da decenni l’emer - genza spazzatura, «salvano» il grosso dei loro territori (ambientalmente tutelati: e i nostri no?) e accollano agli altri le loro deficienze, le contraddizioni e soprattutto la loro spazzatura. Non solo. Ma quando un assessore della Provincia di Salerno afferma che, piaccia o non piaccia, questo è, quando sostiene che, per fare la discarica, non è tenuto a chiedere alcun permesso alla Basilicata, compie non solo un atto di arroganza (nei toni e nel merito), ma contraddice ciò che - secondo quanto sostenuto da Regione Basilicata, amministrazioni interessate e numerose forze politiche - contempla la legislazione in materia. E cioé che le aree limitrofe coinvolte negli effetti delle scelte (ad esempio, la realizzazione di una discarica) hanno voce in capitolo e devono concedere il loro benestare. È singolare, in questa storia relativa al sito di Caggiano, anche la «guerra» dei tecnici. A conferma che scienza, conoscenza e tecnica hanno davvero poco di oggettivo e di neutrale. Si fronteggiano infatti due studi di fattibilità per la discarica. L’uno che afferma il contrario dell’al - tro. La Provincia di Salerno sventola come un vessillo la valutazione del professor Belgiorno dell’Università di Salerno, secondo il quale - assicura l’a s s e s s o re provinciale salernitano, Palladino - la scelta di Caggiano è ineccepibile. Ma c’è un altro studio, firmato dal professor Ortolani, dell’Università di Napoli, che elenca tutti i punti di debolezza di quel progetto fino a ritenere quella scelta assolutamente inidonea e persino pericolosa. Chi ha torto e chi ha ragione? A Vietri di Potenza e in Basilicata non ci si appassiona tanto alla disputa accademica. Si afferma solo che abbiamo abbastanza guai in casa nostra per poterci accollare anche le deficienze altrui. Specie se si usano anche atteggiamenti prepotenti. Ma qualcuno ha avvisato Palladino e soci che, da quasi un secolo e mezzo, non c’è più il Regno di Napoli?


Riflessione ad alta voce

di Vincenzo M.R. diac. Terracina

Premesso che chiunque voglia argomentare sui problemi che affliggono, oggi, i nostri giovani, si trova a discutere di un tema di notevole spessore e, spesso, non ci riesce - la mia vuole essere una riflessione fatta ad alta voce scaturita dallo scenario apocalittico che ci presentano i media. Sembra che sia tornato di moda additare i giovani come persone violente, anzi troppo violente, di costituirsi in veri e propri branchi, di imporre perfino nelle scuole la loro superiorità chiamata “ bullismo”. E’ scattato un vero e proprio allarme che si espande in Italia e nei paesi benestanti come la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e la Spagna stigmatizzando la violenza delle loro gesta. – Nuovi mostri, dunque, che mettono a rischio la vita sociale. Non si capisce bene se, in questi altalenanti periodi, siano i media a voler creare un simile polverone oppure essi si ergono a paladini di coloro che vivono un disagio verso il mondo dei giovani. Sorge spontanea una domanda: – Ma i giovani sono amati o invece sono tollerati e usati dalla società? A questo punto dovrei aprire una lunga parentesi e parlare dell’Amore ( quello con la A maiuscola) però, lo spazio, non mi consente tale approfondimento e mi limito solo a constatare che i giovani non sono in cima ai pensieri della nostra società; anzi, volendo essere più esplicito, dico che ai giovani non additiamo alti traguardi dal momento che noi stessi, adulti, navighiamo a vista. Non so se ci avete fatto caso. Quando ci si trova davanti a bravi ragazzi la notizia è quasi velata e in alcuni casi ignorata del tutto. Quando, invece, accadono episodi di violenza che riguardano una piccola frangia di teppisti, si alimenta la paura sociale facendo scorrere fiumi di parole senza andare a capire e risolvere il problema che ha fatto sorgere tale violenza. Che cosa si pretende? – Una società violenta non può che rispondere con una violenza maggiore alle sfide dei suoi ragazzi che vivono il mondo degli adulti come un mondo violento. La nostra società si dimentica, facilmente, degli abusi sessuali, del lavoro nero, della povertà e del degrado; le famiglie e le Istituzioni si dicono preoccupate dei giovani e, allo stesso tempo, sono scontente dei giovani ma non fanno abbastanza perché, sempre più di rado, esse sono modelli di vita accettabili. Lancio un grido di speranza: occupiamoci seriamente dei giovani perchè, così facendo, ci occupiamo della qualità della nostra stessa vita rivalutando la credibilità della nostra società e i valori che la sostengono. Se la società si ostina a “proteggere” i più furbi e i più violenti; se il mondo intero cerca la sopraffazione invece di privilegiare la condivisione perché dobbiamo meravigliarci se i giovani ( per fortuna pochi) seguono questi esempi? – Riflessione! – Ritornare a gareggiare seguendo un’etica sociale è dovere di tutti. – Continuare ad elevare i giovani a “ capri espiatori” del nostro scontento di vivere servirà ad affrettare la degenerazione sociale. Tra qualche settimana è Natale vale a dire l’annunzio al mondo intero della nascita di Gesù e, in quest’occasione, mi rivolgo ai giovani che si accingono a festeggiare questo Santo Natale. E’ chiaro a tutti che, la vita umana, è immersa in un mondo sempre più caratterizzato da indifferenza e apatia e i giovani fanno fatica ad inserirsi nelle varie realtà della vita sociale. - Se poi si aggiunge la mancanza di lavoro o una sicura occupazione per costruire un futuro dignitoso, subentra in loro lo scoraggiamento e il pessimismo che li porta a pensare ad una società composta di persone che pensano solo al proprio interesse. Il Natale è un invito alla gioia, alla speranza e all’abbandono completo al progetto di Dio. E’ un Natale di speranza che ci viene donata dal Bambinello Gesù che c’invita a credere in Lui e si fa nostro compagno di viaggio. Affidiamoci, dunque, a Lui, cercando di creare le condizioni per far nascere Gesù nel nostro cuore e in quello di tanti altri che incontriamo quotidianamente; immergiamoci nello Spirito della Santa Notte e dal profondo del nostro cuore costruiamo il proponimento di glorificare sempre il Signore con la nostra vita. Buon Natale a tutti voi e alle vostre famiglie.


Quello che non siamo

di Mariapaola Vergallito

Il dibattito organizzato da Agoraut il 10 novembre scorso ha rappresentato una grande prova per i cittadini di Senise. Primo: si è parlato di un tema che, dopo 25 anni, riscopre più attuali che mai le problematiche intorno alle quali ruotavano le rivendicazioni, le ansie e le aspettative delle manifestazioni di allora. Secondo: è stato un modo per partire dal sociale prima che dalla politica dei partiti, un modo per far sedere le istituzioni del territorio che hanno il compito di amministrare dando la possibilità agli operatori locali e alla gente comune di esprimere le loro incertezze, anche e soprattutto attraverso le interviste realizzate nei filmati. Molti, all’indomani del dibattito, ci hanno chiamato per complimentarsi. Ma ci sono molte cose che non sono andate come dovevano andare. La modalità scelta per gestire il dibattito è stata per tutti una novità che ha precluso, da parte nostra, il pieno controllo della situazione nei momenti più delicati dell’incontro. Abbiamo sicuramente curato alcuni aspetti trascurandone altri e l’operatività tanto ricercata alla fine non si è avuta. Ma, su tutto, campeggia un’amara considerazione. E’ stato vergognoso, direi tragico, vedere la platea svuotarsi e allontanarsi assieme al Presidente De Filippo (che dopo due ore di dibattito ha dovuto lasciare la sala per impegni già presi). Tutto come se l’argomento trattato fosse fumo e come se nell’ordine: Nicola Trupa (presidente CM Alto Sinni), Giuseppe Castronuovo (sindaco di Senise), Piero Scutari (Apt Basilicata) e Luigi Amarena (Ente Irrigazione) fossero fantasmi sopra poltrone vuote. E’ stato vergognoso notare come la presenza del presidente regionale fosse da molti (a voi la sensazione di appartenere o meno alla categoria) più attesa e sentita rispetto ad una serie di problematiche forti, serie, che i politicanti locali che tanto si sono affannati a rincorrere una stretta di mano anonima, non hanno messo in conto nella loro improvvisa vocazione politica. De Filippo lo aveva ripetuto più volte proprio pochi minuti prima: “Il vostro problema è che non siete una comunità. Non siete uniti, non parlate e non vi organizzate dal basso”. Probabilmente per molti organizzarsi dal basso vuol dire riuscire a toccare per primi il pavimento. Ho riflettuto a lungo prima di scrivere queste riflessioni, che molti hanno fatto, anche sul forum, ma che scritte in questo spazio so che destano più scalpore. Ho deciso di scriverle perché penso che non bisogna mai vergognarsi di tentare di cambiare le cose; perché se si è sicuri di agire, non in modo impeccabile ma in modo leale, avendo in mente obbiettivi importanti, allora non bisogna aver paura di esprimere con chiarezza ciò che non va; e perché non bisogna avere neanche paura di essere criticati per la durezza delle parole, come è già accaduto altre volte. E perché quando qualcuno mi viene a parlare dei problemi reali rapportandoli sempre e comunque alla politica becera dei favori e delle strette di mano, io comincio ad alzare la voce e mi si rivoltano le viscere dal disgusto. Perché esistono competenze, non ruoli. Esistono diritti e non favori. Esistono doveri e non posti di lavoro o poltrone. “..e muto il canto, che è molti e pare uno, canta: sii solo e non sarai nessuno”.


Da testimoni a testimonial

di Enzo Biagi

Tranquilli: quello che segue non è il discorso di un epurato, tanto meno una rivendicazione, un lamento, un rimpianto. Vero, l'editto bulgaro annunciò il mio allontanamento dalla Rai (ma anche quelli di Michele Santoro e di Daniele Luttazzi), devotamente eseguito poi da Agostino Saccà, un uomo così fedele da dichiarare pubblicamente che non solo lui, ma tutta la famiglia, davano il voto a Forza Italia.

Il problema, oggi, non riguarda me, un signore di 85 anni che, grazie a Dio, non ha bisogno dello stipendio perché comunque percepisce già la pensione, non ha bimbi da crescere e nemmeno il mutuo da pagare. E tralasciamo, in ogni modo, che cosa significa per un uomo (ma anche per una donna), essere privato di quel lavoro che ha fatto per tutta la vita. No, oggi, il problema è assolutamente più grave perché, se così forte è nel Paese il dibattito sulla libertà di stampa, vuol dire che qualcosa non funziona. E quando i giornalisti non sono liberi, nel rispetto delle leggi dello Stato e di quelle morali, di dire come la pensano, non è un fatto che riguarda l'editoria, ma la democrazia.

Non credo sia un caso se il presidente Carlo Azeglio Ciampi, la settimana scorsa, in occasione della consegna dei premi St. Vincent, ha sentito il bisogno di tornare sull'argomento. "È sbagliato guardare soltanto al cortile di casa", ha detto Ciampi: "C'è bisogno, molto più che in passato, di un'apertura internazionale, di un'informazione attenta a ciò che accade nei Paesi lontani". E ancora: "L'ampliamento dell'orizzonte della comunicazione è una necessità vitale per aiutare le imprese e gli individui a orientarsi a competere... la qualità e la tempestività dell'informazione sono fattori determinanti di competitività del sistema".

Tutto questo mentre il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Lorenzo Del Boca, e quello della Federazione nazionale della stampa, Franco Siddi, denunciano il "difficile contesto di forti pressioni, dei poteri, delle fazioni, delle piazze". E aggiungono che si ha la pretesa di trasformare i cronisti da "testimoni in testimonial, anzi militanti" e che i "telegiornali assomigliano sempre più alle fiction".


D'altronde, ammesso che ce ne fosse bisogno, esempi li abbiamo avuti nei giorni che hanno preceduto il referendum sulla procreazione assistita. Il sabato sera i due tg principali, Tg5, proprietà del Cavaliere, e Tg1, più o meno, hanno fatto muro di gomma, dedicando solo poche parole alla convocazione elettorale del giorno dopo. E meno male che c'è stato 'Ballarò', perché è stato assordante il silenzio delle tv più importanti sull'appuntamento del 12 e del 13 giugno.

Sono ormai uno dei pochi iscritti all'Ordine a ricordare com'era la situazione nei giornali durante il fascismo e non sono memorie che mi fanno piacere.
Quando lavoravo al 'Resto del Carlino', avevo vent'anni, puntualmente ogni sera, arrivava il foglio delle disposizioni e Mussolini ordinava. Un esempio: quando la Wehrmacht invase la Polonia, e noi eravamo fermi, il Duce ci impose di non parlare di neutralità ma di non belligeranza. Un altro ordine, il primo settembre, da Palazzo Venezia: "Il comunicato del Consiglio dei Ministri va pubblicato in 'palchetto' (cioè incorniciato). Non abboccare a notizie tendenziose di fonte straniera. Infine, astenersi da qualsiasi commento".

Poi c'erano le istruzioni d'uso. Tutto maiuscolo, il Prefetto, il Maresciallo, il Monsignore e le abbuffate delle autorità, in occasione delle ricorrenze, dovevano essere definite 'ranci camerateschi'.
Certo, è curioso che per chi fa questo mestiere sia un dovere informare, mentre per certe autorità talvolta diventa un crimine. Tu la consideri un'informazione, loro un segreto. Insomma, devi seguire la giostra degli avvenimenti ma non permetterti di salirci sopra.

Dunque, ben venga il messaggio dell'inquilino del Colle che ha voluto sottolineare il suo solenne intervento alle Camere il 23 luglio 2002 dedicato al pluralismo e alla libertà di informazione radiotelevisiva e della carta stampata, commentandolo così: "Credo che rimarrà l'unico vero messaggio del mio settennato".Grazie, signor presidente, e come ci ha invitati a fare, "schiena diritta".
23 giugno 2005


In 120 anni cresciuti a pane e Gazzetta

di Lino Patruno*

Gli anni tumultuosi dopo l'Unità d'Italia quando si fece l'Italia ma non si fece il Sud. Le avventure coloniali. La grande emigrazione. La prima guerra mondiale. La rivoluzione russa. Hitler, Stalin, Mussolini. Padre Pio. La seconda guerra mondiale. La bomba atomica. La guerra fredda. Il miracolo economico italiano. Il '68. I Beatles. Il terrorismo. Il Vietnam. Le guerre fra Israele e gli arabi. Tangentopoli. Le grandi trasformazioni sociali, femminismo anzitutto. La televisione, il computer, il cinema, i viaggi, internet, la globalizzazione, l'ingegneria genetica. Centoventi anni di storia oggi 1° novembre, con la Gazzetta sempre presente. Da Minervino ad Alessano, da Roseto Valfortore a Francavilla, da Manduria a Palazzo San Gervasio è entrata nelle nostre case con i nostri trisnonni e ci è rimasta, testimone di generazioni che si succedevano. E delle quali è stata il filo conduttore, delle quali ha raccontato la grande avventura umana, il come eravamo e il come siamo. Restando nel sangue e nella terra di Puglia e Basilicata come quei profumi, quei colori, quei sapori di cui continuiamo ad esser fatti ovunque le sorti della vita ci portino. Cresciuti a pane e Gazzetta.

Questo il radicamento sul territorio, queste le radici grazie alle quali anche l'esistenza più nomade, lo spirito più errabondo non si perde. Anche la Gazzetta è parte del genius loci, lo spirito del luogo. Ne sanno qualcosa co loro i quali un giorno dovettero partire per terre assai lontane, e lo sanno i loro figli, allevati nel richiamo del sangue. E per i quali la Gazzetta, sia pure nella moderna versione on line, è il filo da non perdere, come quel filo che i cafoni saliti sui bastimenti per l'America lasciavano in mano ai loro parenti sulla banchina. E quando il bastimento partiva tra fumi e lacrime, e quel filo si spezzava, non si era spezzato solo un filo.
Un giornale è poi un po' come la lampada di Aladino: esaudisce i desideri. E il primo difensore civico anche in tempi in cui ne abbondano: l'ultima possibilità per chi non sa a che santo votarsi è «Lo dico alla Gazzetta». E l'amorevole fiato che dà certezze: vediamo domani cosa dice la Gazzetta. E la consolatrice dalla quale ci si aspetta sempre unguento anche quando non è il caso: come, proprio la Gazzetta. E il bersaglio delle frustrazioni: ma cosa scrivete, voi della Gazzetta. E l'orgoglio sciovinistico per chi difende ciò che siamo, il parafulmine per chi vagheggia ciò che vorremmo essere. Un destino quando era sola sul mercato, una scelta confermata ora che il mercato pullula di stampa. In ogni caso la Gazzetta c'è.

I lettori ci scrivono e dicono «il nostro giornale». Onere e onore di essere il giornale dei pugliesi e dei lucani più che un giornale pugliese o lucano. E una gazzetta del Mezzogiorno, cimento ancora maggiore. Perché, parliamoci chiaro, non è la stessa cosa stare a Sud. Sud il cui occhio sulle cose è sempre diverso: per fortuna e purtroppo. Fortuna in occhi ancora capaci di non perdere umanità nei marosi del mondo senza più frontiere, flagellato da drammi e da in differenza. Purtroppo per un Sud ancora dall'incompleto sviluppo, che senza un suo giornale non avrebbe voce: sia quando questa voce è incrinata dal lamento molesto dei piagnoni, sia quando è squillante di progressi e di successi, del ronzio del motore nonostante tutto sempre acceso.

Molto prima che inventassero i blog, le comunità che si narrano attraverso una tastiera elettronica, la Gazzetta è diventata una bandiera per la sua gente, un patto quotidiano con i suoi lettori, non soltanto ogni giorno un buon giorno. Un piccolo miracolo che si è protratto per 120 anni, che si è trasmesso per tacito consenso attraverso le più grandi trasformazioni che l'umanità abbia mai sperimentato nella sua storia. Una luce lontana nel «tre molar della marina» dell'intelligenza mediterranea, spostare sempre più in là la frontiera della conoscenza. E un punto fermo fra i muretti a secco e i sacri ulivi, l'altra faccia di una civiltà che nel suo giornale ha cercato ancoraggi e slanci. Cui il giornale ha risposto non schierandosi ma prendendo sempre posizione, non potere né contropotere ma guardiano contro il prepotere verso chi non ha potere. E un giornale del quale gli editori meridionali preservano dna e indi pendenza nella convulsa giostra dei comprati e venduti e di interessi che col Sud nulla hanno a che spartire.

E ora, vivaddio, avanti tutta. I nuovi orizzonti dei secondi 120 anni sono gli strumenti dell'informazione del futuro, forse meno carta e più sms telefonici, più email, ovviamente più internet. Sorti umane e progressive cui arriveremo passando a brevissimo per il giornale tutto colore, un formato ancora più maneggevole, un ancora più moderno piglio dal cuore antico. Avviso ai naviganti: ci siamo e resteremo insieme, ai lettori piacendo. Possibilmente tutti sempre più ubriachi di vita.


*direttore de "La Gazzetta del Mezzogiorno"


A proposito del fattore "P"

di Lucio Vitale

Leggevo un giorno, in un editoriale di Mariapaola, che gli avvenimenti che succedono nelle nostre zone, non sono inferiori a quelli che succedono in qualsiasi parte del mondo. Niente di più vero. Anche io sono del parere che la ricetta sia nella ricerca e nella divulgazione, senza dimenticarsi di metterci un po’ di quel fattore “P” di cui si accennava, sempre nell'editoriale tempo fa. Perché chi come noi ha deciso di vivere in questa nostra amata terra, non può proprio farne a meno. Già la passione…. Come amava dire Hegel, “Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”. Consiglio di notevole valore, certo, ma a volte sono convinto che siamo pochissimi “eletti” ad interpretare questo grande sentimento che ci lega in modo indelebile alla nostra terra. E’ troppo facile, quando le cose vanno male, abbandonare la nave che affonda. Tutti lo possiamo fare, nessuno ce lo impedisce. Ma non penso che sia questa la soluzione. Da anni da buon samaritano, predico, quando capita, parole di incoraggiamento a chi premedita di traslocare verso qualche città del Nord Italia. Come si può ben immaginare i risultati non sono certo lusinghieri. Il nord da tantissimi anni purtroppo, gioca un ruolo determinante sulla disperazione della povera gente, mostrando tutto il suo strapotere psicologico, capace di annebbiare il ragionamento in qualsiasi individuo. Peccato. Ma io sono ancora convinto che non tutto è perduto. Si è vero, mai abbandonare il fattore “P, ma non dimentichiamo che il nostro territorio parla da solo. La nostra terra è impregnata di storia, usi, costumi, tradizioni, in qualsiasi direzione ognuno di noi si giri. Serve solo qualcuno che raccolga queste informazioni, per offrirle a chiunque avrebbe voluto approfondire. E’ qui che comincia la vostra sfida. Il vostro sito, che dispensa notizie, curiosità di qualsiasi genere, apre agli appassionati di questa “sconosciuta terra chiamata Lucania” un modo di informarsi tutto nuovo, che servirà sicuramente alla riscoperta del proprio territorio. Purtroppo tra i giovani l’uso dell’acquisto di un quotidiano locale, è cosa rarissima, i pochissimi che lo fanno investono in qualche quotidiano nazionale come la gazzetta dello sport, la repubblica, il corriere della sera ecc ecc. Ottimi quotidiani, ci mancherebbe altro, ma sono del parere che la notizia fresca che interessa la zona, muore tra le scansie di qualche edicola, prima ancora di essere stata letta. E difficilmente faranno qualcosa per acquisirla successivamente. Viva internet, se questo serve a far conoscere qualche informazione utile che riguardi il territorio. Credo di essermi divulgato anche troppo. I problemi sono tantissimi, parlarne qui non basterebbe purtroppo a racchiuderli tutti. Mi farebbe piacere parlarne un giorno, per approfondire insieme con tutti voi de La Siritide una situazione che credo stia a cuore a tutti noi. Sono fermamente convinto, come voi, che tanto può essere ancora fatto, ci vuole solo la costanza, e la fantasia. Chiudo la presente non potendo fare a meno di citare quello che disse Marcel Proust, poco più di un secolo fa: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma di vedere quella che abbiamo con occhi diversi”. E con questi occhi, che sto cercando di far guardare la terra ereditata dai nostri avi, perché altrimenti non basterà semplicemente dire: “Fermate il mondo voglio scendere”. Se stanno male qui, staranno male dappertutto.

Lucio.


Chiaromonte, lì 30/09/2007


Sodoma, Gomorra e Senise

di Mariapaola Vergallito

Senise è morta. È morta come comunità. È morta perché non conosce più il significato della parola solidarietà. È morta perché sono morti tutti i cittadini degni di questo nome; perché se un problema non è mio ed è degli altri, perché devo cercare una soluzione? Perché devo manifestare? Tanto oggi se ho un problema prima di chiedere a me stessa come risolverlo, mi domando se ho le conoscenze politiche giuste per risolverlo. Degli altri, che queste conoscenze non ce l’hanno, chi se ne frega? Erano troppo pochi i senisesi che si sono ritrovati davanti al Municipio di Senise per rivendicare l’acqua. Acqua per bere, acqua per irrigare i campi di un’agricoltura tranciata in due dal dopo Montecotugno. Una spicciolata gli agricoltori, le famiglie che abitano in contrada Fossi dove l’acqua non c’è neanche per lavarsi la faccia, qualche curioso, gli organi di stampa (il Comitato promotore era riuscito ad avere anche la diretta di rai tre); non c’erano le masse delle associazioni di categoria e nemmeno quelle che fanno da coda al politico di turno nelle parate delle sempre più numerose campagne elettorali. Non c’era nemmeno l’opposizione di Senise, che pure avrebbe potuto cavalcare l’onda mediatica del contraddittorio. Alcuni hanno detto che la manifestazione non è stata pubblicizzata. Non è vero. È stato scritto sui giornali, sono stati appesi i manifesti, sono pure state fatte le telefonate, è stato urlato con i megafoni e anche in questo portale è stato scritto più e più volte. La verità è, diciamocelo, che non ce ne frega più niente del nostro paese. La verità è che chi ha, risolve da solo e chi non ha, molla e va via. La verità è che noi senisesi ci lamentiamo nei bar e quando usciamo pieghiamo la testa come pecoroni che non credono più a niente. La verità è che lo stato dell’arte del quale tanto ci lamentiamo, in realtà ci piace perché è un fango nel quale possiamo sguazzare liberamente, senza regole e senza serietà. Allora, fate pure cari “Vertici Istituzionali”. Venite da Potenza e anche da Roma a prendervi quello che volete e come volete, tanto qui non troverete nessuno che si oppone alla fatalità delle giustificazioni sommarie. E scriviamo un cartello, all’entrata del paese: “Benvenuti a Senise, paese alla mercè di tutti, ex comunità e ora meretrice di Basilicata”.


Una storia importante

di la siritide

Raccontare storie. Uno dei mestieri più belli del mondo. Le storie ci accompagnano da quando siamo bambini.Storie fantastiche, poi storie di cronache lette sui giornali. Ora storie di vite conosciute, di vite vicine al tuo mondo. Non esistono storie che non valga la pena raccontare, ha scritto qualcuno. Ma esistono storie che hanno più valore di altre. Perchè sono storie di uomini e di donne che hanno fatto grande la terra che ti è cara. Per questo La Siritide ha deciso di raccontarle nei documentari. Per far riaccendere in tutti un grande e necessario spirito di appartenenza. Grande perchè ci fa sentire come siamo, speciali. Necessario perchè garantisce l'unità sociale perduta. E così, raccontare la favolosa storia di Radio Senise Centrale è importante come raccontare quella di Radio Londra. Raccontare la storia dell'Fc Francavilla è necessario come raccontare quella della Nazionale Italiana. Non siamo inferiori a nessuno e non dobbiamo mai dubitare che i nostri sogni e le nostre esperienze valgano meno di quelle fatte in territori più appariscenti dello sperduto angolo di lucania del sud nel quale viviamo. Perchè le storie importanti esistono già come esistevano le sculture nel marmo per Michelangelo. Bisogna solo che qualcuno le racconti per far aprire gli occhi a tutti quanti.


L'anima della festa

di Primiana Roseti

Manca poco ormai a U Strittul ru Zafaran, la festa attesa da tutti che
pian piano sta entrando nelle più antiche tradizioni del senisese. Ma pur essendo un’ antica tradizione ha un cuore giovane.
Il nostro cuore, pulsa veloce ed è alimentato dallo stretto legame,dal sentimento di appartenenza al nostro paese, Senise, e stiamo cercando di trasmetterlo con un “virus” positivo, quale l’allegria.
Pulsa ancora più veloce perché si sente nell’aria, tra noi organizzatori,
il sentimento della solidarietà , i nostri sorrisi sono gli anelli della catena umana pronta a legarsi intorno al paese.
Tra noi donne,durante le giornate di preparazione dei piatti con il "Zafarano" per la sagra, risorge quel sentimento di solidarietà , di armonia delle contadine di un tempo, la chiacchierata allevia la fatica , il piacere di cucinare tutte insieme è un rito sacro che è parte di noi.
Tra gli ingredienti (che resteranno segreti ovviamente), c’è n ‘é uno di base per tutti i piatti e può essere svelato, è rosso come il Zafarano Crusco, gratis :la nostra passione è pronta a saziarvi.


Paese

Noi percorremmo tutto il paese nell’ora
che tornano gli asini col carico di legna
dalle cime profumate della Serra.
Raspavano le orecchie pelose contro le grezze
muraglie delle case ,e tinniva,attaccata al collo,
la campanella della capretta che il vecchio
trascina al buio come un cane.Qualcuno
ci disse buonanotte seduto davanti alla porta.
Le strade sono così strette e gli arredi
stanno così addossati alle soglie che noi
sentimmo friggere,al nascere della luna,
i peperoni calati nell’olio.
(.....)
Leonardo Sinisgalli


26 Luglio

di Mariapaola Vergallito

Il suono di un clacson prolungato e insistente: l’allarme in paese venne dato in questo modo, affinchè la gente dei quartieri vicini, destata dal sonno, uscisse di casa e riuscisse a salvarsi da quello che, da subito, molti pensavano fosse un terremoto. Qualcuno spaventato e intontito dal sonno interrotto, una volta uscito di casa, posato lo sguardo verso l’alto, si trovò spettatore di una scena apocalittica. “La collina! Viene giù la collina!” dicevano, mentre da lontano voci di donne urlavano “I bambini! Prendete i bambini!”. Chi invece su quella collina c’era raccontò di come tutto accadde in pochi minuti e di come si notasse che “il palazzo accanto era completamente crollato, mentre di un altro edificio il primo piano non esisteva più e il piano terra si sgretolava sotto gli occhi increduli e spaventati”. Sono trascorsi ventuno anni dall’alba tragica di collina Timpone. Un’alba nera per l’intera comunità di Senise, che in pochi istanti vide svanire per sempre una decina di palazzine e, su tutto, la vita di otto persone, tra le quali quelle di quattro bambini, nonché il dolore perenne e senza più lacrime, di chi all’improvviso rimase senza un padre, senza una madre, senza figli. È un anniversario imperniato dell’atmosfera luttuosa di quei giorni di due decenni fa, come se oggi il tempo si fosse fermato sulla “timpa nivura”, come le schiette litanie dialettali definiscono con disprezzo la collina. Alle 4 e 10 di venti anni fa, la cima del Timpone fu ingoiata letteralmente da una voragine profonda oltre 30 metri. Chi ha vissuto quei terribili momenti racconta di aver sentito un rumore “simile a quelli che emana il mare in tempesta quando si infrange sugli scogli” oppure “sordi boati simili al galoppio di cavalli”. Poi lo schianto dei calcinacci contro la terra, poi il polverone, poi la fuga lontano dalle abitazioni e il timore per il terremoto. E quando, pochi istanti dopo, fu chiaro a tutti che non si fosse trattato di terremoto, la collina entrò nell’immaginario collettivo come il simbolo oscuro dell’evento più tragico nella storia del paese. Un evento che, fin da subito mobilitò istituzioni, vigili del fuoco e volontari; molti scavarono a mani nude per cercare di estrarre dalle macerie i corpi dei dispersi, sepolti da oltre dieci metri di sabbia. Alla fine, il bilancio fu pesantissimo: due coppie di coniugi, la figlioletta di una di loro dell’età di appena un mese e gli sfortunati fratellini Durante, di 15, 12 e 8 anni. Due giorni dopo fu il silenzio di oltre 5mila persone raccolte nella piazza principale di Senise ad accompagnare le otto bare, durante i funerali. “Dolore e rabbia” scrissero i giornali, perché la tragedia lasciò lo strascico di pesanti punti interrogativi, primo fra tutti “il disastro poteva essere evitato?”. La collina franata a Senise era da tempo conosciuta come una zona ad alto rischio idrogeologico. Un anno prima del forte smottamento, nella stessa zona se ne era verificato un altro, anche se più leggero, tanto che il Genio Civile di Potenza aveva consigliato di bloccare qualsiasi opera di edificazione. Lo sbancamento della collina in più parti per realizzare opere di edilizia popolare (“tutte con regolare licenza edilizia”come precisarono all’epoca dal Comune) avvenne senza preliminari opere di consolidamento per la messa in sicurezza del territorio. “Sarebbero bastati 4 miliardi- dichiarò Mario Del Prete, allora docente all’università di Viterbo, al quale fu commissionato uno studio della zona- e forse adesso sarebbero tutti vivi”.


Riflessioni della notte dopo gli esami...

di Biagina Chiappetta*

Quest'anno, contrariamente al solito, pare essersi abbattuta, sul Liceo Classico di Senise una moria di centocentesimi. Tale evento, pone una questione di nuovo interesse: o la preparazione degli alunni è stata particolarmente carente durante il corso dell'anno scolastico oppure, per la prima volta, la commissione d'esame ha trovato sulla propria strada un presidente preparato e poco propenso all'inciucio. Delle due l'una. Noi sicuramente propendiamo per la prima ipotesi dal momento che consideriamo i presidenti delle commissioni sempre preparati e sopra le parti. Però se di preparazione inadeguata si deve parlare occorrerà pure spezzare una lancia in favore del corpo docente del liceo perché, viste le annate precedenti, non può che essersi trattato di un incidente di percorso. Viceversa, a voler malignare, si dovrebbe pensare che la preparazione mediocre, unitamente ad un'eccessiva valutazione dei maturandi alla fine dello scrutinio, si sia scontrata con la preparazione e lo zelo propri di ogni presidente di commissione d'esame. Questa evenienza può aver provocato questa incredibile e non prevedibile moria. Chiaramente noi non vogliamo credere che un intero corpo docente, per i motivi più svariati, possa incorrere nell'errore di illudere gli allievi con spropositate valutazioni durante il corso dell'anno scolastico per avere l'approvazione e il compiacimento di genitori spocchiosi e superficiali. Altresì non vogliamo credere che tale errore possa trasformarsi in impudenza che cerca la complicità di una commissione d'esame. In conclusione non vorremmo che la scuola diventasse la palestra dell'arrivismo e della presunzione mediante una preparazione arruffona e cialtrona con cui i nostri giovani dovranno, fortuna volendo, affrontare l'impegno universitario e successivamente il mondo del lavoro. A noi piacerebbe invece che ai giovani si insegnasse in l)l'imo luogo l'umiltà e la capacità di crescere attraverso il confronto di idee, ci piacerebbe anche vedere genitori che si appassionino al percorso formativo dei loro figli non soffermandosi soltanto sull'esito numerico del voto. Infine crediamo che la scuola non deve ridursi a semplice nozionificio da cui far uscire ragazzi incapaci di reggere il confronto con la vita quotidiana perché abituati ad avere oltre i loro meriti. Ci piacerebbe leggere, sul Suo quotidiano i nomi di chi, pur non distinguendosi con voti elevati abbia ottenuto il risultato con spirito di sacrificio c impegno verace. Sarebbe un importante segnale di quel cambiamento di cui abbisogna la scuola italiana e il nostro Paese.

*insegnante scuola primaria


Dai familiari di Letizia

di redazione

Inseriamo qui questo messaggio con la speranza che venga letto da più persone possibili. Ce lo ha chiesto il padre di Letizia per ringrazier tutti coloro i quali si sono stretti al dolore della sua famiglia. E' un messaggio che abbiamo inserito e che, se necessario, rinseriremo più volte nel forum, in modo da dare a tutti la possibilità di leggerlo.

I familiari di Letizia De Donato vogliono ringraziare tutti coloro i quali hanno partecipato al loro dolore, dedicandole i loro pensieri e le loro riflessioni. In particolare, visto che non ne hanno avuto la possibilità, vogliono dare un abbraccio simbolico e sentito agli amici e ai parenti, che hanno partecipato ai funerali e che non hanno potuto salutare di persona. Ringraziano con affetto sincero le tantissime persone che, alcune magari non conoscendola neanche di persona, sono rimaste loro vicine nel dolore per la perdita della cara e dolce Letizia.


Lettera per un amico che non c'è più

di Giovanni Amendolara

Un saluto ad Alberto Ricciardi, scomparso tragicamente il 20 giugno 2007


e certo che ne possono capitare: sorrisi, lacrime, gioie e dolori, ma alcune cose non riescono ad andare via, a togliersi dai pensieri...
lo ricordo ancora poggiato alla ringhiera di fronte al suo bar mentre mi sorrideva e scherzava; lo ricordo ancora quando cominciava a parlare senza tregua senza mai stancarti; lo ricordo ancora quando mostrava il suo amore verso i suoi bambini, e ora non c'è più.
ha deciso di non riuscire a reggere quel peso enorme, anche se sorrideva ancora.
ha salutato felice tutto il paese.
mi ha mandato i saluti e un sorriso senza che io glieli avessi mandati, e solo dopo qualche ora ha voluto lasciarci, ha voluto lasciare un vuoto e una pesante rabbia, una rabbia verso il suo peso, il suo fardello...
mi mancherai.
a presto amico mio. arrivederci Alberto

Giovanni Amendolara (carpi-modena)


Riflessioni

di Vincenzo Santalucia

Ogni volta che si spegne una vita giovane penso a cosa il destino abbia riservato per ognuno di noi, per me, per i miei cari, per tutte le persone che conosco. La chiamano fatalità, io credo che da qualche parte il nostro futuro sia scritto, ogni cosa che facciamo, ogni movimento, anche impercettibile, è una cosa che deve avvenire, non si può cambiare il corso
del futuro. DESTINO, una parola ambigua che non ha un'accezione positiva o
negativa, una parola che non si può spiegare, che non si può capire...Un'equazione con troppe variabili, con infinite incognite e per
questo irrisolvibile.
Purtroppo ce ne ricordiamo solo quando capitano eventi così tristi da stringerci il cuore fino a farci male, fino a sentire un dolore al petto, ce ne ricordiamo quando l'angoscia domina la ragione e quando capiamo che siamo appesi ad un filo come l'equilibrista di un circo sempre in bilico, sempre
con il rischio di cadere e quando si cade non ci si può più rialzare.In queste occasioni mi capita di paragonare la vita ad un libro, un libro aperto che continuiamo a sfogliare giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, fin quando non arriva la parola FINE, fin quando le pagine si esauriscono, non sappiamo quando ma abbiamo la certezza che ogni giorno che passa quella parola si avvicina, inesorabile. Non si può fermare il tempo.
Tutto assume una luce diversa, le cose che riteniamo importanti si
dissolvono nel nulla davanti alla morte, davanti
all'ignoto, specialmente se
questa arriva in maniera così brusca, così
inaspettata, a 25 anni, in una bella giornata di inizio estate, quando tutto sembra andare per il meglio e
davanti a te vedi una vita intera in cui vuoi realizzare tutti i tuoi sogni. Invece della tua vita il giorno dopo non resta che il l'immenso dolore dei
tuoi cari. Mi ritornano in mente le parole di Guccini : quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano.Ad un ateo la morte fa davvero tanta paura.


Un impegno morale

di MpV

Elena ha sedici anni. Frequenta il liceo di un piccolo paesino di provincia, in uno di quegli edifici concepiti per normali abitazioni, con i balconi fatti a triangolo squadrato, con tanti corridoi e con pochissimi spazi per i laboratori e le palestre. Uno di quei posti in cui la cultura la impari solo sui tomi a puntate e macchiati dai “murales” di chi li ha usati prima di te. Le parole “pratica” ed “esperienza” sono ancora troppo lontane. Elena ha molti amici, il sabato sera con loro va in pizzeria e quando non è chiuso per problemi di agibilità e di licenza, va anche al cinema. Sogna di finire presto le superiori perché, nonostante nulla le manchi, il paese nel quale vive le sta stretto. Vuole conoscere il mondo, Elena, vuole andare all’università, vuole vedere gente e posti nuovi. Con gli amici e con i genitori si lamenta dicendo che nel suo paese non c’è niente, che non ci sono stimoli, che non ci sono discoteche e locali alla moda e che la sera, quando si esce, si va sempre al solito posto, a consumare i luridi mattoni del marciapiede lungo una strada ingrigita dalle macchine e dalle panchine rotte. Finalmente per Elena è arrivato il momento dell’università. Abiterà finalmente da sola in una grande città, farà quello che vuole, studierà materie a lei congeniali e forse, conoscerà una persona diversa da tutte quelle che ha conosciuto in paese. Eppure la sua nuova vita è preceduta da non poca nostalgia, quando vede, sotto un sole d’autunno inoltrato, l’auto bianca dei suoi genitori allontanarsi dalla sua nuova casa e il tragitto ascensore-settimo piano è troppo breve per nascondere le lacrime. Elena si ambienta. Ha nuovi amici, organizza feste, frequenta le lezioni in facoltà, viaggia, dà esami. E per ogni vacanza, torna in paese. Ma il paese è cambiato. Il paese, a poco a poco, è diventato un palcoscenico fantasmagorico sul quale poter esprimere se stessa. Elena non dice più “non c’è niente”. Elena dice “Cosa posso fare io per migliorare le cose?”. Elena capisce che gli stimoli e le magiche atmosfere della grande città universitaria contribuisce anche lei a crearli. Lei è parte integrante di quel mondo. Ed è parte integrante del piccolo paese di provincia dal quale proviene. Elena non vede più i luridi mattoni del marciapiede lungo una strada ingrigita dalle macchine e dalle panchine rotte, perché su quei mattoni ha imparato a fermarsi e a discutere di politica, cultura e sviluppo possibile. Elena si laurea. Torna in paese per un lungo periodo e trova un lavoro che sembra occasionale. Ancora non ha il coraggio di dire ad alta voce che le piacerebbe fermarsi a lavorare stabilmente nella sua terra ma è il destino a parlare per lei. Elena in pochi mesi impara a conoscere il guscio di noce che l’ha fatta nascere come mai prima. Parla con le persone che vi operano, parla con la gente comune. Assieme ad altri amici come lei e insieme al suo Amore, che è diverso da tutte le persone prima d’ora conosciute ma che Elena ha trovato dove non avrebbe mai pensato di volerlo trovare, comincia ad operare per il ricercato sviluppo possibile. Ora Elena non ha più paura di dire ad alta voce che il suo posto è lì. Almeno lo è per il momento, perché i sogni di conoscere il mondo non muoiono mai e mai devono essere mortificati. Ora Elena capisce che l’orizzonte è più bello se alle spalle hai costruito qualcosa, per se stessi e per gli altri. Quando il sole si alza si fa sentire.


Infrastrutture e trasporti: il Sud dei "grandi numeri"

di Vincenzo Santalucia

L'Italia è una Repubblica fondata sul turismo.
Si sa, il terziario è di gran lunga il settore trainante dell'economia del
nostro paese; solo nei mesi di Luglio ed Agosto ogni anno i turisti,
stranieri e non, creano un volume d'affari di 40.000 miliardi di vecchie
lire.
I motivi fondamentali per i quali il Bel Paese resta ancora la meta
preferita dei turisti li conosciamo tutti: la presenza dell'80% dei
monumenti e beni culturali mondiali (musei, centri storici, opere d'arte,
chiese), sole, mare, montagne, paesaggi bellissimi...
Eppure anche sotto questo aspetto esistono, come sempre, 2 Italie: Il Nord e
il Sud.
Totale mancanza di infrastrutture, inefficienza ed inesistenza dei mezzi di
trasporto pubblico e criminalità organizzata pesano come macigni sulle
possibilità di crescita del Meridione e il mancato sviluppo di un turismo di
massa è da addebitare principalmente ai fattori sopraelencati.
Qualche esempio: Milano-Venezia, 268 Km di distanza che è possibile
percorrere (dati forniti da Trenitalia) in 2 ore e 43 minuti; Bari-Napoli,
260 Km di distanza percorribili in non meno di 4 ore ( per alcuni treni
anche 5) e non senza dover aspettare 1 o 2 coincidenze.
"Il problema più grave che determina lunghissimi tempi di percorrenza e
ritardi su alcune linee ferroviarie, tra cui quella Ionica,-dichiara un
impiegato di FS- è il fatto di non avere il doppio binario per cui tutto il
traffico, in entrambi i sensi di marcia deve defluire su un unico binario.
In questo modo i treni sono spesso costretti ad attendere nelle stazioni il
transito di altri treni che si incrociano, questo significa che se un solo
mezzo accumula ritardo ne costringe altri ad attenderlo".
I termpi vengono raddoppiati e addirittura triplicati anche dal fatto che
non c'è stata alcuna innovazione negli ultimi 50 anni, molti dei treni che
ancora oggi circolano sulle nostre ferrovie risalgono al secondo dopoguerra.
La situazione non è delle migliori neanche per quanto riguarda le grosse
arterie ed i collegamenti stradali in generale.
La A3 (Salerno-Reggio Calabria) non è altro che un immenso cantiere perenne
dove per anni i fondi "a cascata", giunti dallo Stato, non hanno fatto altro
che riempire le tasche della criminalità organizzata senza che nessuno abbia
mai detto una sola parola.
Dall'altro lato, lungo la costa Ionica, la SS106 è stata dichiarata nel 2004
la strada più pericolosa d'Italia (maggior numero di vittime all'anno) a
causa della scarsa manutenzione e dell'assenza di molte misure di sicurezza.
Per raggiungere Maratea, la più importante meta turistica in Basilicata,non
solo non ci sono strade adeguate (quelle che ci sono cadono a pezzi) ma
neanche mezzi pubblici poichè non è possibile arrivarci in autobus.
Infine c'è il Parco Nazionale Del Pollino che non è mai decollato e mai
decollerà se non verranno realizzate le strutture e le infrastrutture
necessarie a far giungere ed accogliere i turisti.
Evidentemente qualcuno a Roma si ricorda di noi solo quando c'è da piazzare
un deposito di scorie nucleari...Ci vuole solo forza di volontà e tanta,
tanta pazienza per continuare.


Generazione P

di Mariapaola Vergallito

Per motivi professionali nei giorni scorsi ho avuto l’opportunità di incontrare e confrontarmi con alcuni giovani giornalisti lucani. Tutti molto preparati, alcuni (pochissimi) con una carriera già avviata, altri solo da pochi mesi fuori dall’insicurezza dei contratti occasionali, altri ancora “costretti” a fare giornalismo per hobby perché altrimenti non si riesce a campare. Comunque tutti (me compresa, che scrivo da quasi due anni per un quotidiano locale con un contratto di collaborazione e con il Cud 2006 di “ben” 446 euro) con il marchio divino della Generazione P: P come Precariato, P come Pazienza, P come contratto a Progetto, P come lo stato da Parassiti nel quale, spesso, sentiamo di vivere. Ma c’è un’altra P che caratterizza la nostra generazione o, almeno, quella parte di generazione che non molla e che, nonostante tutto, non aspetta che Maometto salga sulla montagna. È la P di Passione. Intesa in senso evangelico oltre che emotivo, certo, ma pur sempre Passione. Il motore che muove la macchina generazionale dell’arrampicarsi a tutti i costi sulla montagna della realizzazione. La mancanza di un’esigenza è frustrazione ma anche spinta alla ricerca di una soluzione alternativa. Per questo noi siamo la generazione che, forse, più degli altri può fare la differenza. Siamo la linea d’ombra tra l’assistenzialismo e il clientelismo di chi aspetta che un lavoro cada dal cielo e la consapevolezza di quanto sia importante crearsi una strada tra le spine e i rovi di questa società frammentata e prestabilita.
Io abito in un paese di 7000 abitanti. Subito dopo la laurea, vi sono ritornata stabilmente, con la speranza e la sicurezza di non dovervi trascorrere il resto della mia vita. Il mio paese negli ultimi venti anni è diventato famoso per due eventi che, sebbene in modo diverso, si sono rivelati in tutta la loro tragicità. Il primo, indiscutibile, è stata la frana del 1986, che ha seppellito 8 persone. Il secondo è la realizzazione dell’invaso di Monte Cotugno, una delle più grandi dighe del mondo in terra battuta. Un evento tragico perchè l’acqua dell’invaso ha portato a galla l’inadeguatezza delle amministrazioni locali nel saper gestire un’opportunità di sviluppo sacrosanta nei confronti di un territorio che fino agli inizi degli anni 80 era il centro di una produzione agroalimentare che il resto della regione ci invidiava. Io ho conosciuto quei tempi attraverso i miei 4 o 5 anni, ma ho imparato a rimpiangerli attraverso i racconti dei tantissimi agricoltori ai quali le fertili pianure dove ora si trova la diga sono state tolte. Da allora l’economia agricola del senisese ha conosciuto un indebolimento allucinante, dovuto anche a quelle che io chiamo forzate vocazioni industriali del nostro territorio. A questo si aggiunga il forte campanilismo della nostra pur piccola area, in cui ognuno, invece di favorire una cooperazione, preferisce aspettare che crepino le pecore del vicino. Ho ripetuto queste cose talmente tante volte che spesso ho l’impressione di parlarne in modo superficiale. O forse questa impressione deriva dalla “accettazione supina, dal fatalismo, dalla pazienza, dalla rassegnazione, se non dalla complicità” nei confronti di situazioni che vengono prese come buone perché considerate più grandi e lontane da noi. Ma non lo sono. Mi guardo intorno e vedo ambizioni in estinzione, infrastrutture inesistenti, demagogia da quattro soldi da chi non ha vergogna neanche di non saper raccontare bene le favolette della buona notte. Io non sono migliore di loro ma voglio confrontarmi con gli altri per imparare dagli altri. Vedo un paese meraviglioso e ricco di storia in cui quelli che sono considerati i tecnici più in voga dichiarano di voler abbatter un centro storico già di per sé martoriato dall’incuria; vedo opere di consolidamento del 70 per cento del centro abitato a rischio frana (consolidamento cominciato dopo il 1986) mai monitorate ed ora praticamente inefficaci. Perché il nostro territorio sta morendo? Perché, nonostante esso sia stato amato, celebrato da grandi menti del passato, si sta spegnendo sotto gli inebetiti occhi di chi ci vive, come se fosse l’ultimo gatto randagio investito per strada? E soprattutto: cosa possiamo fare per cambiare le cose? Tanto. Mettere insieme la consapevolezza di quanto la mia terra abbia bisogno della Generazione P e di quanto tale Generazione sia potenzialmente forte in termini di creatività, fantasia, talento e intuizione è una missione che ha del sacro.


Stendiamo un velo pietoso (e che sia ignifugo).

di Mariapaola Vergallito

Immaginate di essere tifosi di una squadra di calcio italiana, ma tifosi veri, di quelli che insegnano ai nipotini come calciare un pallone e le strofe dell’inno della propria squadra del cuore. Immaginate di partire il sabato sera e di percorrere, da soli o in compagnia, tutta l’Italia e arrivare a San Siro dopo 12 ore di macchina solo per vedere la partita. Immaginate di percorrere lo stesso tragitto più volte in un mese, almeno per quante sono le volte in cui la vostra squadra gioca in casa. Immaginate di arrivare con uno zaino in cui, oltre ai panini, ci sono anche gli striscioni che, da che mondo è mondo, fanno da indispensabile e inoffensiva coreografia al tifo calcistico. Immaginate che, all’improvviso, la security ai cancelli vi dica che con non potete entrare. Ma non perché avete una faccia che sembrate tanti delinquenti; non perché nascondete i coltelli o le bombe carta sotto il cappotto; e nemmeno perché avete caricato in macchina un vecchio motorino che, al momento opportuno, tornerete a prendere per gettarlo nella curva avversaria. Non entrate perché avete gli striscioni nello zaino e, dal primo aprile 2007, quegli striscioni non possono entrare. Lo stabilisce il Ministero dell’Interno. Lo stabilisce il dipartimento della pubblica sicurezza, tramite l’osservatorio nazionale delle manifestazioni sportive. “Ministero”, “Nazionale”, “Sicurezza”: tre parole che hanno confezionato una normativa che se si fosse rivelata un bel pesce d’Aprile avrebbe fatto sicuramente più bella figura. Una normativa che comincia così: “E’ fatto divieto introdurre in tutti gli impianti sportivi striscioni e qualsiasi materiale ad essi assimilabile, compreso quello per le coreografie, se non espressamente autorizzato. Sono altresì vietati tamburi e altri mezzi di diffusione sonora (es. megafoni)”. Per essere autorizzati gli striscioni occorre fare richiesta almeno 7 giorni prima della gara, mediante un fax o una mail, alla società che organizza l’incontro indicando le proprie generalità. Occorrerà inoltre specificare: le dimensioni dello striscione; il contenuto e la grafica; il settore in cui verrà esposto; il materiale usato che dovrà essere ignifugo. Il tutto ( e di più) per garantire “ curare la qualità dello spettacolo”. Risultato: primo week end senza striscioni in molti campi di calcio italiani. I nostri amici di San Siro ( i quali dicono di essere stati allontanati e mortificati perché trattati come delinquenti ) per la prima volta non hanno appeso uno striscione storico (della Basilicata) dietro la porta della loro squadra. Hanno ritardato il loro ingresso nel campo tanto che “a causa della fila per il controllo e il passaggio nei famosi tornelli, ad un certo punto la security ha rinunciato ai dettagli ed ha fatto fluire tutto il pubblico nello stadio perché la partita stava cominciando”. I poliziotti muoiono, i giovani si accoltellano, i motorini cascano e i veri pericolosi (che hanno un nome e un cognome) entrano negli stadi. Sarà contento il Ministro degli Interni, che almeno per il momento, in uno stadio non vedrà uno striscione bestemmiare contro di lui.


Lo sviluppo ipocrita e il teorema della trave di Cupparo

di Mariapaola Vergallito

La vocazione industriale dalla quale ormai da decenni amministrazioni ed enti pubblici dell’area sud lucana cercano di tirare fuori qualcosa di buono sembra sempre arrivare ad un capolinea al quale però nessuno vuole scendere. Le industrie chiudono, i finanziamenti si esauriscono, gli operai vengono messi in cassa integrazione, le aziende cambiano nome. E lungi dal credere che gli industriali del posto siano incompetenti e che tutti, ma proprio tutti, pensino soltanto alle proprie tasche, credo invece che il vero problema sia di natura geografica-infrastrutturale. Prima di tutto: le nostre aziende soffrono a causa della lontananza fisica dai punti dove nasce il bisogno di ciò che viene prodotto. Secondo: vi è una più forte contrazione dei margini di mercato, che porta le grandi committenti nazionali ad investire sulle imprese del sud con costi di ribasso più alti rispetto alle imprese del nord. Questa è solo una delle cause della fuga, verso mercati più proficui, dove un lavoratore qualificato ha più prospettive.Ma l’indice viene puntato anche sulla politica di retribuzione degli enti pubblici. E’ a dir poco scandaloso, infatti, vedere come gli enti locali committenti di un lavoro paghino l’impresa appaltatrice anche con 6 o 7 mesi di ritardo. Vogliamo la modernità ma non la sappiamo gestire e continuiamo a costruire industrie ma non facciamo nulla per consentire alle persone di restare. Sono motivazioni, quelle appena enunciate, che da semplici dissertazioni spicciole da chiacchiera da bar assumono l’aspetto dell’apocalisse e del regresso se collegate al discorso delle infrastrutture inesistenti. La storia ci insegna che le più grandi civiltà sono nate e si sono sviluppate grazie alla facile accessibilità e, di conseguenza, al facilitato scambio commerciale. Che tradotto vuol dire: porti, strade, ferrovie, aeroporti. Il senisese ha investito sulle strade. Uno dei compensi per la concessione del suolo dove oggi si trova l’acqua di Montecotugno fu la variazione del tracciato della Sinnica, una strada concepita a scorrimento veloce ma, con gli anni, diventata inutile al traffico del progresso come il centro di una città nell’ora di punta. È stato permesso ad aziende private di ottenere la strada di accesso alla loro proprietà direttamente dalla Statale, con uscite/entrate che negli anni hanno causato non pochi incidenti, a volte anche mortali. Una delle poche realtà industriali degne di questo nome è costretta a subire ed arrecare perdite in termini di tempo non indifferenti, tanto che l’attuale incubo degli automobilisti che si trovano loro malgrado a percorrere la Sinnica non sono più gli autovelox (a tutto si fa l’abitudine): è la gigantesca, pesante, fragilissima trave di Cupparo che, privata di una strada alternativa, costringe i malcapitati automobilisti ad una sequenza a rallentatore di ore. Più travi: più soldi. Ma più travi: più ore trascorse in macchina per andare da qualsiasi parte in Italia partendo da quest’area. Più ore: meno collegamenti. Meno collegamenti:meno investimenti. Meno investimenti: più regresso. Tra coloro che hanno la giusta competenza, qualcuno al quale è stato sottoposto ironicamente il problema, ha risposto con saccente ignoranza “E mò per una trave mica si possono fare le autostrade!”. Aspettiamo Godot.


Amaro Lucano

di Marco Travaglio

Di magistrati con tanti nemici ne abbiamo visti molti, in questi anni. Ma con tanti nemici e così pochi amici c’è
solo Henry John Woodcock, il pubblico ministero di Potenza che nelle sue indagini ha avuto la sventura di
incappare in molti potenti. Da quando, il 16 giugno, ha fatto arrestare Vittorio Emanuele di Savoia, il portavoce
di Gianfranco Fini, Salvo Sottile, e i loro presunti complici, sul capo del giovane magistrato anglo-napoletano
sono piovuti attacchi di ogni tipo e provenienza (politici ed editorialisti di ogni orientamento, alte e basse
cariche dello Stato, istituzioni repubblicane e monarchiche, e financo qualche magistrato) che hanno investito
anche il gip Alberto Iannuzzi, «colpevole» di aver accolto le richieste del pm.
Una breve galleria dei nemici di Woodcock aiuterà a capire meglio quel che accade a Potenza, ma soprattutto
nella «nuova» Italia del centro-sinistra.
La Lucania è un osservatorio privilegiato: una finta «isola felice» che in realtà, grazie alla sua perifericità
geografica, lontano dai grandi circuiti mediatici, è sempre più infestata dalla ‘ndrangheta, dalla corruzione, dagli
impasti massonici, dagli scandali politico-amministrativi talmente trasversali che, alla fine, una mano lava
l’altra.
L’unico baluardo di legalità è la magistratura: anzi un pugno di pochissimi magistrati, assediati nei loro stessi
uffici e invisi ai loro stessi superiori. Oltreché, si capisce, ai loro indagati.
Tralasciamo volutamente gli attacchi dei «vip» finiti sotto inchiesta e i loro amici protettori. E concentriamoci su
quanti avrebbero il dovere di difendere chi compie il proprio dovere e di consentirgli di continuare a svolgerlo
serenamente, e invece si adoperano trasversalmente per rendergli la vita impossibile.
Vincenzo Tufano, procuratore generale. Personaggio d’altri tempi (non proprio dei migliori), quando inaugura
l’anno giudiziario, appare più preoccupato per le indagini della procura che per il malaffare dilagante sul
territorio. Da due anni si scaglia regolarmente contro i magistrati che intercettano e arrestano troppo, e dunque
spendono troppo. Quanto alla presenza della ‘ndrangheta nella regione, niente paura: trattasi di piccole «bande
locali nella quali si raccoglie gran parte del crimine ordinario operante su porzioni limitate del territorio, solo
germinazioni di sodalizi più o meno collegati ai gruppi storici». Parole che non piacciono neppure al procuratore
capo Giuseppe Galante, tutt’altro che un cuor di leone, ma che ha almeno il merito di lasciare lavorare i sostituti
che ne han voglia. Nell’aprile 2006 l’avvocato Pier Vito Bardi, imputato di favoreggiamento mafioso, denuncia
civilmente il gip Iannuzzi che l’ha arrestato, poi lo ricusa sostenendo che, essendo stato denunciato, non ha più
la necessaria serenità per giudicarlo. Tesi piuttosto singolare che – se accolta – consentirebbe a qualunque
imputato di sbarazzarsi dei suoi giudici denunciando anche fatti inventati. Ma il sostituto pg Gaetano Bonomi,
fedelissimo di Tufano, dà parere favorevole e chiede alla Corte d’Appello di rimuovere il gip scomodo. La Corte
respinge la richiesta in quanto inammissibile. La scena si ripete quando esplode lo scandalo Savoia: il sindaco di
Campione d’Italia Roberto Salmoiraghi, dal carcere, chiede la ricusazione del gip Iannuzzi per le sue
dichiarazioni alla stampa in cui difendeva la solidità delle accuse oggetto dell’indagine. La procura generale
esprime di nuovo parere favorevole e di nuovo la Corte respinge l’istanza, «palesemente inammissibile» e
«manifestamente infondata». Non contento del doppio smacco, mentre Iannuzzi e Woodcock vengono accusati
di ogni nequizia, l’infaticabile Tufano si unisce all’assalto segnalando al ministero e al Csm presunte irregolarità
commesse da Woodcock. Galante fa lo stesso. La gravissima colpa del pm è quella di non aver fatto firmare al
procuratore capo, cioè allo stesso Galante, le richieste di cattura, violando così l’obbligo previsto dalla
controriforma dell’ordinamento giudiziario Castelli: peccato che le richieste di Woodcock siano del 29 maggio e
che il gip le abbia accolte il 16 giugno, mentre la legge Castelli è entrata in vigore solo il 19 giugno. È una
tempesta in un bicchier d’acqua. Ma tanto basta a Mastella per sguinzagliare gli ispettori a Potenza, per
indagare sul nulla. Ben altre sarebbero le situazioni ambientali da esaminare negli uffici giudiziari lucani. Eccone
due, a titolo di esempio.
Felicia Genovese e Gaetano Bonomi, sostituti. La Genovese, pm a Potenza, segue un’indagine sull’Asl di
Venosa che coinvolge la giunta regionale ulivista presieduta nel 200-2005 da Filippo Bubbico, Ds, oggi senatore
e sottosegretario alla sviluppo economico. Nel 2000 la giunta Bubbico licenzia il direttore generale della Asl 1,
Giuseppe Panio, per sostituirlo con Giancarlo Vainieri, vicino a Bubbico e ai Ds. Panio ricorre al Tribunale del
lavoro di Melfi, ottiene l’annullamento della delibera che l’ha destituito e il reintegro, ma la giunta Bubbico tira
dritto per la sua strada: anche l’assessore alla Sanità Vito De Filippo (Margherita), sulle prime perplesso,
cambia idea e scarica Panio. Nel 2005 De Filippo subentra a Bubbico come presidente della giunta. Bubbico, De
Filippo e altri assessori e dirigenti finiscono sotto inchiesta per abuso d’ufficio, ma alla fine il pm Felicia
Genovese chiede per ben due volte l’archiviazione per tutti. Il gip Iannuzzi però non è d’accordo, per lui gli
elementi per procedere esistono eccome: rifiuta per due volte di archiviare e il 25 maggio 2006 ordina alla
procura di formulare l’imputazione coatta. Poi trasmette il fascicolo alla procura di Catanzaro, competente sui
magistrati di Potenza. Perché? Perché Panio, opponendosi alla richiesta di archiviazione della pm Genovese, ha
maliziosamente sostenuto che la signora era tutt’altro che disinteressata alle vicende della sanità pubblica
lucana: poco dopo aver chiesto l’archiviazione per Bubbico & C., infatti il di lei marito, Michele Cannizzaro è
stato promosso dalla neonata giunta De Filippo a direttore generale della prima azienda sanitaria della regione:
l’ospedale San Carlo di Potenza. In estrema sintesi il marito della pm fu promosso dagli indagati della pm per i
quali la pm aveva appena chiesto l’archiviazione. Tutto in famiglia, nel silenzio assordante sia del centro-sinistra
sia della cosiddetta opposizione di centro-destra. Ce n’è abbastanza, secondo il gip, per investirne la procura di Catanzaro, «per le valutazioni di sua competenza in ordine ai rilievi formulati dall’opponente sul conto del pm.
[…] pesanti illazioni le quali assumono indubbia rilevanza penale».
L’incredibile vicenda ha un post scriptum. Il 6 giugno la procura formula l’imputazione coatta contro l’ex giunta
di Bubbico, nel frattempo promosso sottosegretario del governo Prodi. Due giorni dopo il sostituto pg Gaetano
Bonomi viene ripreso dal Tg3 regionale in prima fila all’assemblea per l’elezione del nuovo segretario regionale
dei Ds, mentre scherza e chiacchiera amabilmente con il neoimputato Bubbico. Ma i due magistrati non
suscitano soverchie attenzioni nel ministro Mastella e nei suoi attivissimi ispettori, né tantomeno nel pg Tufano,
che hanno occhi solo per Woodcock e Iannuzzi. Di Tufano, finora, si sono occupati solo i cinque consiglieri del
Csm di Magistratura democratica (Menditto, Marini, Civinini, Salmè e Salvi), che hanno chiesto di aprire due
pratiche sul caso Potenza: una «a tutela» di Woodcock, l’altra pr trasferire Tufano. Il quale – scrivono –
«avrebbe inviato numerose note al ministro della Giustizia per verificare l’operato dello stesso pm e del
procuratore della Repubblica, oltre che del gip che ha emesso la misura cautelare. Dette note sarebbero state
inviate dal dottor Tufano all’esito di una attività, definita dalla stampa “indagine interna”, che avrebbe
interessato non solo i magistrati requirenti, ma anche il gip, la cui vigilanza com’è noto è attribuita ai presidenti
del Tribunale e della Corte d’Appello».
Giuseppe Galante, procuratore capo. L’uomo che ha denunciato Woodcock al Csm il 20 giugno per non avergli
fatto vistare le richieste d’arresto per Savoia &C. è lo stesso che fino al giorno prima dichiarava ai giornali:
«Woodcock è un bravo magistrato e un fine segugio, mi ha tenuto costantemente informato del progresso delle
indagini, ha lavorato bene, ci sono le prove di reati gravi, ero d’accordo le richieste di custodia cautelare».
Perché non aveva chiamato Woodcock, cha ha l’ufficio a dieci metri dal suo, per firmare la richiesta d’arresto? E
perché, appena il Riesame ha confermato la «solidità dell’impianto accusatorio» dell’inchiesta, è tornato ad
elogiare il pm che aveva appena denunciato al Csm?
Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica. Il 20 giugno, nel pieno delle indagini e degl’interrogatori,
l’Ansa informa che il Quirinale ha chiesto e ottenuto «una informativa dal Csm sui fascicoli riguardanti il pm
Woodcock». Immediata l’esultanza dei vari Rotondi e Cicchitto, seguita dall’annuncio dell’ispezione mastelliana.
A memoria d’uomo, non si ricordano casi analoghi di capi dello Stato che s’interessano al fascicolo di un singolo
magistrato nel pieno di un’inchiesta così delicata. Qualcosa di simile si verificò nell’estate del ’92, quando Craxi
estrasse un dossier sul conto dell’allora pm Di Pietro. Ma Craxi era un semplice segretario di partito, e il dossier
non proveniva dal Csm, bensì dalle fogne di qualche servizio deviato.
Clemente Mastella, ministro della Giustizia. Non dice una parola sulla gravità degli scandali emersi a Potenza,
ma in compenso esterna ogni santo giorno contro i pm che li hanno scoperti. E sguinzaglia i suoi ispettori alla
procura di Potenza, nel pieno delle indagini e degli interrogatori, per ben due volte in meno di un mese: il 20
giugno su richiesta del pg e del procuratore nazionale antimafia Grasso; e il 12 luglio su sollecitazione del
prefetto e del ministro dell’interno Amato.
Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia. Anche lui ha voluto dare il suo contributo all’attacco ai
magistrati potentini, segnalando al Csm un presunto errore nell’ordinanza di custodia per Vittorio Emanuele: lì
si afferma che il «principe» progettava di acquistare i beni sequestrati alla mafia grazie al contatto con una
persona della Direzione nazionale antimafia (Dna); invece, secondo Grasso, nell’intercettazione il Savoia parla
di Direzione investigativa antimafia (Dia). Si potrebbe risolvere l’equivoco con una telefonata ai colleghi perché
si correggano. Invece Grasso prende carta e penna e scrive una segnalazione ufficiale al Csm che, insieme a
quella di Tufano e Galante, dà il destro a Mastella di disporre l’ispezione nel bel mezzo dell’inchiesta.
Giuliano Amato, ministro dell’Interno. L’11 luglio, in pieno parlamento, invece di occuparsi delle deviazioni che
inquinano il Sismi, il ministro Amato se la prende con alcune procure, cominciare da Potenza: «sono
esterrefatto per quanto accade in Italia. Mi dicono che esistono contratti di fatto tra giornalisti e chi fornisce
notizie e collegamenti fra procure e giornalisti. Per cui, al momento in cui un atto viene comunicato agli
indagati, viene fornita ai giornalisti la password per entrare». Quali sono le fonti di una denuncia così grave e
drammatica? Amato cita «un giornalista» e poi, a tarda sera, un rapporto del prefetto di Potenza, non nuovo a
dissapori con la procura e molto legato al pg Tufano. Peraltro il rapporto, riguardando presunti illeciti di
magistrati, avrebbe dovuto pervenire al Csm o alla procura di Catanzaro, non certo al ministro dell’Interno. In
ogni caso, lo stesso Galante smentisce qualunque cessione di password a giornalisti anche perché ci vuol altro
che una password per accedere al database di una procura. Mentre scriviamo (il 17 luglio), né il prefetto né il
ministro Amato hanno ancora fornito alcuna prova di quelle gravissime accuse, mentre esiste più di un
elemento che fa pensare a un tragicomico equivoco, che si spera fortuito: i giornalisti sono entrati in possesso
di dischetti con la copia informatica delle 3 mila pagine dell’ordinanza del gip Iannuzzi, consegnata ai difensori e
agli arrestati e da quel momento non più segreta. Un fatto assolutamente lecito e normale viene usato ancora
una volta per infangare i magistrati che indagano e i giornalisti che informano. E magari per preparare il terreno
al colpo di spugna sulle intercettazioni, già tentato l’estate scorsa dal governo Berlusconi, ma invano. Quod non
fecerunt Berluscones, fecerunt Mastellae et Amati.
P.S. Henry John Woodcock non è iscritto ad alcuna corrente togata e non ha mai rilasciato una dichiarazione né
un’intervista. La prova migliore del fatto che i pm non disturbano per quello che dicono o pensano. Ma per
quello che fanno.
Micromega, agosto 2006



Il gioco dei perchè.

di Lino Patruno

Facciamo il gioco dei perché.
Perché per autorizzare un'azienda del Nordest ad aprire passano due mesi e al Sud non meno di due anni?
Perché il parmigiano reggiano riesce a vendersi con questo unico marchio pur contando centinaia di produttori e alla Puglia non riesce altrettanto col suo ineguagliabile olio d'oliva?
Perché la Puglia è il secondo produttore italiano di pomodori ma la trasformazione in passata e sughi la fanno in Campania?
Perché la Puglia, pur con cifre ancora insufficienti, è fra le mete turistiche più ambite ma non riesce a promuoversi tutta insieme, non ha un sito internet né un solo cartellone stradale?
Perché una sola azienda meridionale è finora quotata in Borsa?
Perché la Puglia ha tre grandi porti ma i container coi suoi prodotti deve imbarcarli a Salerno?
Perché le grandi banche meridionali sono scomparse al Sud pur essendo il Sud un terzo del territorio italiano, un terzo della popolazione e da solo più grande e popoloso di Austria e Portogallo messi assieme?
Perché il Nord pullula di consorzi all'esportazione che dividono le spese e impongono i prezzi e al Sud è rarissimo vederne uno?
Perché le imprese meridionali arrivano ad una certa grandezza ma poi non crescono più?
Perché il teatro La Fenice di Venezia, pur avvantaggiato dalla proprietà pubblica, è stato ricostruito dopo pochi anni dall'incendio mentre il Petruzzelli di Bari, che comunque è pubblico-privato, ancora non ci riesce dopo quattordici anni?
Perché al Nord il cantiere di un'opera pubblica si chiude nei tempi previsti mentre al Sud rimane sempre aperto?
Perché al Nord i bagni pubblici sono puliti e al Sud sono una cloaca?
Perché al Nord le auto si fermano alle strisce pedonali e al Sud no?
Reazione immaginabile: si getta fango sul Sud, si fa autolesionismo, si dà ragione a chi considera il Sud sfaticato e parassita.
Se un intellettuale pugliese doc che ha avuto successo fuori ritorna nella sua terra e la trova brutta e infingarda, subito i cori: traditore.
Ma nessuno spiega perché i nostri centri storici fra i più belli del Belpaese sono assediati dal cemento, perché la Puglia è seconda in Italia per abusivismo edilizio, perché le nostre coste non hanno accessi liberi al mare, perché le nostre pinete sono un immondezzaio, perché per un ombrellone e una cabina ci vuole un mutuo, perché i nostri musei sono chiusi e le nostre cattedrali fanno orario d'ufficio.
Nessuno spiega perché il Sud sia sempre sudità. Oddio, sono tutti problemi che si possono risolvere anche se non si risolvono mai.
Ma il problema vero è la «zona grigia» che al Sud si allarga sempre più. Quella zona che non è male ma non si può dire che sia bene. Quella zona che è accettazione supina, fatalismo, pazienza, accondiscendenza, tolleranza, quieto vivere, furbizia, pigrizia, individualismo, rassegnazione se non complicità. Un Sud in cui tutti sono consapevoli che bisogna far qualcosa ma nessuno lo fa. Un Sud in cui davanti ai problemi troppo spesso si gira la testa. Un Sud in cui tutti fanno finta che non li riguardi anche se tutti sono indignati. Un Sud in cui, invece di muoversi compatti a difesa degli interessi comuni, si fa il sogno del pastore: non che nostro Signore dia pascoli e cieli sereni al mio gregge, ma che distrugga il gregge del pastore vicino. Un Sud più capace di non far fare che di fare. Più capace di chiedere cosa si fa per me che di dire cosa faccio io per tutti. Sempre capace di trovare una via di mezzo che lascia le cose come stanno. Più capace di sabotare il bravo che di isolare l'asino. Più capace di tumulti di piazza che di rivoluzioni. Un Sud di mezze tinte, di «tengo famiglia» e di «devo campare anch'io».
Quando si dice mentalità meridionale, si dice tutto questo. Chiaro che il Sud in buona parte non è così, ma è ancora troppo così. Soprattutto quanto basta a buttare a mare energie, vivacità, fantasia, capacità di lavoro e di sacrificio che con un'aria meno sciroccosa sarebbero più cinesi dei cinesi. Tutte quelle virtù di cui i meridionali, i pugliesi, i lucani sono capaci quando cambiano aria, quando non respirano i sottili miasmi della palude che avvolge tutto, a cominciare dalle buone volontà. Presi uno per uno, i meridionali sono fuoriclasse. Quando diventano Sud, danno il peggio di se stessi. Al Sud non serve un condottiero. Serve il piccolo impegno a fare ogni giorno almeno una cosa eccellente. E a non desiderare che crepino le pecore del vicino.


"Mio marito morto per il ritardo del 118"

di Franca Muto*

Sono Muto Franca, nata e residente in Corleto Perticara, e nonostante il mio immenso dolore sto trovando la forza di raccontarvi la mia grande disavventura. Il tutto è incominciato la sera del 31 Agosto del 2006. Mio marito Carmine Savino si è sentito male alle ore 17:00 e siamo arrivati in ospedale alle 19:45 con un infarto in atto . Ospedale, dove purtroppo, dove sapete, non esiste un reparto di cardiochirurgia nè un reparto di rianimazione. Quando dalla stanza esce un medico mi dice: «Suo marito ha avuto un infarto e ha bisogno della sala di rianimazione. Potenza non ha posti dovete andare a Rionero». Io ho risposto che Rionero era lontano , e ho chiesto se fosse stato possibile trasportarlo in elicottero. Mi è stato risposto che l’elicottero di notte non vola. Io e le mie figlie impotenti, impossibilitate a fare qualsiasi cosa, abbiamo accettato per Rionero. E noi dietro l’ambulanza correvamo come pazzi . Una corsa contro il tempo. Quando improvvisamente , verso S. Nicola di Pietragalla, l’ambulanza si è fermata. Mio marito era morto. Non si può morire per il ritardo del 118. Oggi è capitato a mio marito , domani potrà toccare ad un altro di noi. Mio marito era un Maresciallo della Marina Militare, decorato con medaglia d’oro ed argento, ed aveva partecipato alla forza di pace in Libano, 23 anni fa . Come vedete non ci sono gradi, non ci sono medaglie che tengano a salvarti e nemmeno molti soldi se non sei soccorso adeguatamente. Purtroppo, nessuno potrà far tornare mio marito in vita. Nessuno potrà dare il padre alle mie figlie. Miei cari compaesani , eravate quasi tutti al funerale di mio marito. Mi avete dato tutti coraggio . Adesso sono io , avendo ancora l’immagine di mio marito che con l’ossigeno gridava «non respiro, non mi sento più il braccio , chiamami le figlie che le voglio vedere per l’ultima volta» che dico a voi tutti, dal vecchio al bambino , -coraggio è ora di dire basta!-. Se saremo uniti molte cose potremo cambiare . Affiancatemi, non mi lasciate sola. Per chi non lo sapesse ho promosso una petizione , sottoscritta da 780 persone, che è stata allegata al verbale di un consiglio comunale in seduta straordinaria il 17 novembre 2006 è una petizione sul 118, espressamente richiesto dalla minoranza . Intendo precisare che la mia petizione è stata solo e prettamente popolare, non sostenuta da nessun partito. Così signori, ho scoperto in quel consiglio che Corleto dal 1999 era stato riconosciuto idoneo ad avere una postazione del 118, a causa della mancanza di strade e per la lontananza dall’ospedale S. Carlo di Potenza. Se ci finivano la strada che definivano Saurina che ci doveva collegare a Potenza nel minor tempo possibile, mi chiedo in tutti questi anni di attesa durante i quali stiamo aspettando il completamento di quest’opera , chissà quante persone si sarebbero potute salvare . Purtroppo però ancora oggi questa strada resta solo un miraggio nel deserto. Io , miei cari amici, ho trovato la forza nel mio dolore di togliermi le bende che avevo davanti agli occhi e vorrei invitare voi tutti a farlo. Adesso sono in grado di capire tante cose. Mi documento ogni giorno . Vado alla ricerca di verità. Io sapevo che gli elicotteri di notte volano, quindi mi sembrava strano che qui non volassero di notte . Finalmente ho scoperto che la Lucania è «una regione che non ha una rete di radar in grado di permettere agli elicotteri di volare di notte» .
Quindi, amici, cerchiamo di stare tutti bene, perché se si dovesse presentare un caso gravissimo ci dovremmo rassegnare a morire , tanto l’elicottero di notte non vola. Vorrei poi sapere perché , se uno è grave, deve essere portato a Villa D’Agri , dove non c’è rianimazione né cardiochirurgia. E purtroppo, dopo 11 giorni dalla morte di mio marito, mia zia Maria Muto, anziana signora sentitasi male, aveva bisogno di essere rianimata . Il 118 ha deciso di portarla a Villa D’Agri, non curandosi di quanto detto dal medico di base che bene conosceva la patologia della paziente. A nulla sono servite le implorazioni di mia cugina per portarla a Policoro o a Potenza dove c’è la rianimazione ; arrivati a Villa D’Agri, avendo naturalmente bisogno di rianimazione l’ hanno mandata a Lagonegro; arrivata lì mia zia è deceduta. Sono sicura che in tanti comuni, parlo di quei comuni di quelle aree interne e mal collegate con gli ospedali, come noi, si saranno verificati tanti casi simili. Vorrei pregare vivamente tutti i nostri politici, e ricordare loro che prima ancora di essere politici, sono uomini e che non dovrebbero mai scordarlo. Cari politici mi voglio appellare all’articolo 32 della Costituzione che tutela la salute di tutti i cittadini. Vi prego vivamente di non venirci più a prendere in giro, promettendo mari e monti, da oggi in poi vogliamo solo fatti. Vi vorrei ricordare che non siamo sacchi di patate , siamo persone, siamo vite umane. Per il momento sto ricevendo solo risposte evasive . Ho così deciso, caro Presidente De Filippo di invitare lei personalmente attraverso questa lettera, anche a nome di tutte quelle persone che credono in me . Abbiamo bisogno di chiarimenti, di verità, di una vera assistenza. Vorremmo che oltre a lei potesse venire ad un incontro l’assessore alla Sanità , Colangelo, responsabile del 118, ed il Direttore dell’A.s.l. 1, Rocco Maglietta, nostro compaesano, oltre a qualche responsabile di compagnie petrolifere . Vorrei ricordarle caro presidente, che lei il nostro paese lo conosce bene , ma non deve venirci solo quando le fa comodo, cioè a discutere solo di petrolio. La invitiamo a venire nel più breve tempo possibile , augurandoci che una sua eventuale risposta negativa non comporti delle manifestazioni popolari eclatanti o il blocco dei lavori petroliferi attualmente in essere . Mi appello dunque a tutti. I politici di centro, di sinistra, di destra, che vogliono sostenere la nostra causa , che è solo una battaglia per la vita , nostra e della nostra regione , affiancatemi. Ci tengo a dire che amo la mia terra più della mia stessa vita. Forse questo mio immenso amore mi è stato tramandato dai miei lontani parenti. Carmine e Michele Senise. Noi dobbiamo tutti essere orgogliosi di essere Lucani, credo che sappiamo tutti che questa nostra terra , bella, orgogliosa e selvaggia, non è più la cenerentola d’Italia , ma, per miracolo o per magia come nelle fiabe diventa una grande regina, così anche la nostra terra , per le sue immense ricchezze sta diventando una grande regina . Nonostante tutto non c’è giorno che qualche figlio della nostra Lucania si veda costretto a fare le valigie e partire. Ma mi rivolgo a te , mia regina, non ti arrendere, fatti prestare la bacchetta magica e inventati lavoro per tutti; lotta con il coraggio di una leonessa che difende i suoi figli. Vorrei solo dire che quando ero una ragazzina vedendo una piccola sorgente che era sempre ricoperta di una patina oleosa , dicevo «qui c’è il petrolio”; il tempo mi ha dato ragione.
Credo fermamente che se sapremo essere uniti tutto possa cambiare in meglio . Ringrazio tutti coloro che mi vorranno sostenere .

*da una lettera inviata e pubblicata su La Gazzetta del Mezzogiorno del 20-02-2007


"Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori"

di Mariapaola Vergallito

Esiste un filo sottilissimo che divide la voglia di cambiare il mondo e la consapevolezza della propria impotenza. Esiste un margine di un millesimo di secondo tra la certezza di quanto appaia a volte semplice trovare le giuste soluzioni e la presa di coscienza di come sia difficile, spesso impossibile, coniugare la volontà esecutiva con le strategie partitiche. Poi capita di conoscere venti persone che ancora oggi, negli anni d’oro della globalizzazione immolata all’altare della rincorsa verso le fasulle possibilità irraggiungibili, vivono privati delle più elementari e prioritarie necessità quotidiane; venti persone che vivono senza avere l’acqua in casa, senza avere un lampione che illumini il cortile davanti casa, senza avere l’asfalto sotto i piedi; venti persone che devono farsi il segno della croce ogni giorno, perché se piove troppo, l’unica strada che collega le loro case al resto del mondo, viene completamente sostituita da un fiume in piena. Roba da terzo mondo. Ma non siamo in Africa, né tanto meno nelle favelas brasiliane. Siamo in Basilicata, nell’area sud, a Francavilla sul Sinni. Ma potremmo essere in qualsiasi posto dove il terzo mondo è quello degli intenti, delle idee, della volontà, del buon senso. O anche soltanto, semplicemente, della misericordia. Perché non puoi non avere misericordia nei confronti di una signora malata, invalida, che pur dimostrando pudore, quasi come per chiedere scusa per la sua indignazione, ti racconta che a volte il medico non può visitarla perché è fisicamente impossibilitato a raggiungerla a casa. Non puoi non avere misericordia nei confronti di un adolescente per il quale diventa un’impresa anche soltanto uscire la sera per andare a mangiare una pizza con gli amici e che, prima o poi si sentirà più vecchio dei vecchi. Non puoi non avere misericordia nei confronti di un bambino di 4 anni che impara a crescere in un ghetto che, sai, presto anche per lui diventerà drammaticamente troppo stretto. Mi chiedo: se in oltre 20 anni i problemi di queste venti persone non sono stati risolti, di cosa stiamo parlando? Quali sono i problemi da affrontare? Quali quelli da risolvere? Per cosa dobbiamo spendere i soldi pubblici? Ogni giorno impariamo qualcosa di nuovo. Oggi ho imparato che chi si occupa di informazione e vuole raccontare una storia deve capire che, in qualche modo, non esiste soltanto un protagonista. In ogni storia non esiste un solo principe azzurro, non esiste un solo lupo cattivo. Esiste una società che permette o non permette certe cose. Esiste un sistema di persone, di privati e di Istituzioni che sanno. E se i problemi non si risolvono, se la richiesta d’aiuto di venti persone non viene ascoltata, non in 20 anni ma anche solo in un mese, vuol dire che il sistema è corrotto e che la democrazia non esiste. Chi si riempie la bocca arrampicandosi sugli specchi della “lentezza burocratica” o “dell’area disagiata e dimenticata che non becca mai un finanziamento” dovrebbe ricordare tutte le opere pubbliche e privatamente private realizzate in tempi anche brevi. Le campagne elettorali, le promesse e i dossier sfoggiati ben in vista sotto le ascelle ben coperte dalle giacche di Louis Vuitton dovrebbero anche portare a risultati concreti prima o poi. E i cittadini dovrebbero anche imparare a pretenderlo, prima o poi. Altrimenti le parole sono fumo e i documenti sono carta igienica utile solo a pulire lo sterco fumante che, come rappresentava egregiamente George Grosz, alcuni dimostrano di avere nella testa al posto del cervello.


Il paese dei poveri e degli sportelli bancari

di Mariapaola Vergallito

Disoccupazione: una delle peggiori piaghe del Senisese. Disoccupazione dal lavoro, disoccupazione dalle idee. Ci stiamo talmente abituando alla difficile realtà nella quale viviamo e che, spesso, conosciamo deconcentrati solo attraverso le statistiche sui giornali, che non ci accorgiamo quanto la situazione sia in realtà peggiore. Primo: i dati sgli occupati, seppur nella loro drammaticità, sono falsati. Se l’Istat dice che la disoccupazione nell’area sud lucana è pari al 40 per cento su base regionale, dobbiamo decidere se un lavoratore con un regolare contratto, ma a termine e con una busta paga di 200 euro al mese, può essere considerato disoccupato, occupato o sfigato. Allora considerando i precari e coloro che lavorano per pochi denari quel 40 per cento diventa 50, 60, 70 e così via. Da qui parte la storia delle lavoratrici della mensa scolastica di Senise, che hanno un regolare contratto con la cooperativa “Solidarietà e Lavoro”. Sopravvivere con 150 euro al mese, che annualmente si traduce in un reddito di appena mille e 300 euro. Lavorare per tre ore a settimana e riempire il vuoto occupazionale delle altre giornate con lavori occasionali offerti da chi oggi ha bisogno di te e domani chi lo sa. Infine, appoggiarsi allo scoglio della “Cittadinanza Solidale” ma scoprire che, pur possedendo tutti i requisiti, ci sono 80 persone che evidentemente stanno peggio di te. Almeno è quello che racconta la documentazione presentata. Quello che invece raccontano le voci di Rita, Lucia e Filomena è come sia difficile arrivare a fine mese con uno stipendio mensile che oscilla dai 70 ai 160 euro; come sia difficile crescere dei figli e cercare di non far loro mancare nulla, nonostante quei pochi soldi rappresentino le uniche entrate fisse della famiglia. Rita ha 38 anni, è vedova da 10 anni ed è mamma di tre figli adolescenti. Lucia, invece ha 46 anni, anche lei ha perso il marito 5 anni fa ed ha due figli di 12 e di 18 anni. Non percepisce alcuna pensione di indennità, per il mancato raggiungimento, da parte del coniuge, degli ultimi tre anni di contributi. Filomena ha 42 anni, due figli maggiorenni ed un marito invalido civile che non percepisce indennità e che per questo, quando può, lavora occasionalmente. Ci sono due cose che accomunano queste tre donne. Il loro posto di lavoro si chiama mensa scolastica. Lavorano lì da 9 anni, solo che quest’anno le cose sono un po’ diverse. Da quando, due anni fa, l’appalto è cambiato il numero delle lavoratrici è aumentato, arrivando a 25 unità. Nel frattempo, però, il numero dei pasti richiesti è calato del 50 % (a causa del raddoppio del costo dei buoni mensa) e di conseguenza è venuta a mancare anche la quantità di lavoro necessario. Il che vuol dire che Rita, Lucia e Filomena (e molte altre lavoratrici) si sono viste assegnare turni di lavoro a dir poco mortificanti (l’orario lavorativo per le più fortunate è di circa 6 ore settimanali). A questo si aggiungono la mancanza di ammortizzatori sociali durante i periodi estivi e la promessa non mantenuta di ampliare il progetto con servizi aggiuntivi. Quello che loro chiedono è semplicemente un posto di lavoro dignitoso. Come tanti in Basilicata anche Rita, Lucia e Filomena hanno compilato i moduli per l’inclusione nella “Cittadinanza Solidale”. I loro nomi compaiono regolarmente nelle graduatorie regionali ma sono graduatorie che si fermano alle porte di Senise. Oltre quelle porte c’è un’altra graduatoria, di 80 nomi tra i quali però non compaiono quelli delle tre donne. Il motivo? Evidentemente ci sono famiglie che vivono in condizioni peggiori. Evidentemente c’è qualcuno che non gode nemmeno dello stipendio minimo per comprare un pezzo di pane. Rita, Lucia e Filomena invece quello stipendio ce l’hanno. Neanche 200 euro al mese. Cittadinanza a solidarietà limitata si potrebbe dire. Delle due, l’una: o Senise è il paese dei poveri oppure è troppo facile (e consentito) piangere miseria e voltare la faccia a chi ha davvero bisogno di aiuto.


Il progetto scellerato che incerottò la storia

di Mariapaola Vergallito

Due giorni fa centinaia di persone hanno calpestato il suolo dell’attuale area industriale e non sono mancate ad un appuntamento importante per la tradizione e il folklore della nostra comunità. Parlo della fiera di Santa Lucia, il secondo appuntamento fieristico di Senise, dopo la fiera del primo maggio, che per aspettative e partecipazione rappresenta nel cuore dei senisesi quello che è il concerto della Cgil per il popolo di sinistra (e non più solo per quello). Ma visto che non siamo degli automi e sicuramente amiamo tutti vantarci di essere attenti alle tradizioni soprattutto quando le palle che girano tutto l’anno per altri motivi, si fermano per venti giorni sospese su di un abete illuminato, è giusto ricordare perché facciamo determinate cose. Nella fattispecie: perché ci incontriamo proprio a Senise, proprio sull’asfalto dell’area post-industriale (pardon industriale), proprio (in uno dei due casi citati) a maggio per barattare la nostra voglia di acquistare (e non di fare) affari con una mezza giornata che le casalinghe annoiate aspettano come Dio sceso in terra?
Perché 500 anni fa, in quegli stessi luoghi, in quello stesso periodo (in verità dal primo al 15 maggio) le genti del sud venivano a Senise per partecipare alla più grande fiera di animali dell’intero mezzogiorno. La struttura che ospitava questo importante evento oggi appare solo nel suo aspetto di rudere: il vecchio mercato coperto, 160 metri di lunghezza, munito di due uscite/entrate principali e di altre più piccole, era il centro, per 15 giorni, dell’economia di un intero popolo, di un’intera epoca storica. Roba da stuzzicare le fantasie di valorizzazione e di recupero dei tecnici e degli storici di tutto il mondo. Ma Senise non è tutto il mondo. Senise è Senise e in questo caso non è un complimento. Senise è il paese in cui uno dei suoi più importanti monumenti è stato letteralmente incerottato e , se è possibile, imbruttito da un progetto che doveva essere di recupero e di valorizzazione e che invece è fermo da 14 mesi perché è stato sospeso dalla Sovrintendenza di Potenza perché non rispecchiava la prerogativa principale, che è quella di valorizzazione del rudere in quanto tale. Come per dire : avete una struttura importantissima che potrebbe essere valorizzata e potrebbe portare al paese una barca di soldi solo grazie al turismo e i nostri tecnici che fanno? Presentano un progetto che nella forma e nel contenuto tutto fa tranne che valorizzare il rudere, ipotizzano di costruire un edificio nuovo sul tracciato del vecchio (a proposito, dove è finita l’antica pavimentazione?), cominciano a restaurare il rudere dimostrando che dei manuali di restauro non hanno letto nemmeno l’indice e iniziano i lavori senza aver ottenuto il parere della soprintendenza, (inevitabile perché la struttura è posta sotto vincolo!). Delle due l’una: o chi di competenza è talmente ignorante da non capire l’importanza di un’occasione del genere; oppure chi di competenza è talmente superficiale da volersi a tutti i costi accaparrare un progetto che nei fatti non sente proprio. Oppure (e attenti a non essere catapultati direttamente all’inferno come malpensanti) chi di competenza è ignorante, superficiale ma anche talmente furbo da portare avanti un progetto fittizio per avere la sua bella percentuale in tasca. Vorrei che qualcuno pretendesse la testa dei responsabili di questo scempio contro la storia e contro lo sviluppo. Primo: i tecnici che direttamente hanno progettato l’intervento. Secondo: l’amministrazione comunale di Senise (ora caduta) e chi ha concesso le autorizzazioni senza il preliminare parere favorevole della Soprintendenza. Terzo: chi ha deciso di restaurare la porta visibile della struttura con una colata a piccole dosi di cemento. Quarto: i cittadini di Senise (me compresa) che non hanno tempo, voglia, capacità, intelligenza di manifestare il loro disappunto per questo ennesimo affronto contro l’intero popolo senisese.
Avrei voluto non scrivere mai queste parole.


NEWS BREVI
17/04/2014 serie D g/H: risultati 32^ giornata

Grottaglie-Mariano Keller 1-3
Francavilla-Brindisi 1-2
43' pt. Gambino (B)
17' st. Gambino (B)
40' st. Sperandeo (F)
Gelbison-Real Vico Equense 0-0
Matera-Real Metapontino 1-0
40' pt. Picci (M)
30' st. espulso Lorusso (RM)
espulso Cadaleta (RM)
Monopoli-Progreditur Marcianise 1-1
Puteolana Internapoli-Bisceglie 1-1
Gladiator-Manfredonia 0-1
San Severo-Turris 0-0
riposa: Taranto

 

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