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La voce della Politica
| 1 maggio: lettera di don Giuseppe Ditolve |
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30/04/2020 | - Al Presidente del CM della Repubblica Italiana
- Al Ministro del Lavoro
- Ai Parlamentari lucani
- Al Presidente e alla Giunta della Regione di Basilicata
- Ai Prefetti e Presidenti della Provincia di Potenza e Matera
- Ai Sindaci
Nella ricorrenza del 1 Maggio 2020 Festa del lavoro e dei lavoratori e della Solennità religiosa di San Giuseppe Lavoratore, alla quale è intitolata la mia Parrocchia in Pisticci Scalo, affidatami da quasi due anni, situata nel bel mezzo delle aziende, affidiamo alla Beata Vergine Maria, tutti i lavoratori e le lavoratrici della Val Basento, della Val d'Agri e del Vulture- Melfese, in modo particolare ai disoccupati, consapevoli delle preoccupazioni e dei timori con cui tanti guardano al futuro.
Chiedo a Voi, quale sarà il futuro nel modo del lavoro della nostra Regione? Si parla anche di ZES (zona economica speciale) quando ci saranno i primi riscontri? Sono domande che non devono cadere nel vuoto di un domani che fa tanto paura. Sappiamo che ogni anno dal nostro territorio emigrano tanti giovani disperati alla ricerca di un futuro lontano dalla nostra comunità che ha tutto: dal petrolio all'eolico, dal mondo imprenditoriale a quello agricolo, dal mondo artigianale a quello turistico. Potremo definirci la California del Sud ma senza speranza che purtroppo, ancora una volta, non ci sono state date risposte definitive e rassicuranti.
Qualche anno fa, scrissi di nuovo a tale riguardo, e in modo particolare su Matera 2019, (Cfr. Lettera di Natale del 25.12.2017 ed Elezioni politiche 04.03.2018, in alcune testate quotidiane e siti on-line della Basilicata)
Riprendo solo un piccolo estratto:
... Mi auguro che non siano quattrini gettati al vento invece di essere destinati a risanare le piaghe profonde che richiamano la sofferenza di tanti nostri concittadini resi impotenti da scelte irresponsabili di altri che non possono che generare grandi diseguaglianze>...
Quelle parole riecchiaggiano ancora oggi, quasi profetiche, siamo più poveri di prima. Allora, mi chiedo e vi domando, come sarà il domani della nostra Terra di Lucania, se oggi non abbiamo il coraggio di mettere in atto una rivoluzione che possa garantire il Sacro Santo diritto al lavoro?
In un momento in cui l’economia planetaria appare in uno stato di confusione e di crisi impensabile c’è urgente bisogno di riflessioni capaci di toccare cervello e cuore e di consentirci di rimettere il timone nella rotta giusta. Queste riflessioni possiamo tradurle con la parola amore, fraternità, e verità, da cui muove, la riflessione di Benedetto XVI: «La carità è la via maestra della Dottrina sociale della Chiesa». Dato «il rischio di fraintenderla, e di estrometterla dal vissuto etico», il Papa avverte che «Un Cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali. Senza la verità, la carità viene relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni. È esclusa dai progetti e dai processi di costruzione di uno sviluppo umano di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività». Parole che non lasciano scampo ad equivoci.
Vorrei provare a trovare alcuni spunti “operativi” da poter applicare nelle quotidiane questioni relative all’organizzazione delle risorse umane ed alla costruzione normativa che contempera i diversi interessi di datori e prestatori di lavoro. Nell’attuale situazione dell’emergenza sanitaria e non solo, per un rilancio economico e produttivo serio della nostra regione di Basilicata, non sarebbe ideale - oltre ai bonus, social card ed altri surplus che la Giunta Regionale emana, e fa bene se redistribuiti in maniera equa, per evitare che vengano attribuiti solamente a chi di lavoro non ne vuole sapere, e questa, sarebbe un’ingiustizia sociale nei confronti di chi si spacca la schiena lavorando quasi h24 - che quei 21 mila persone a cui gli viene attribuito il Reddito di Cittadinanza, si mettessero a disposizione sempre, in qualsiasi ambito lavorativo come quello dell’agricoltura in primis nella mano d’opera, in determinate stagione dell’anno; nella pulizia delle cunette stradali; tenere puliti gli uffici pubblici; controllare i parchi; ecc... Da qui, ne viene fuori che la parola ‘responsabilità’ deve muovere l’operato dell’impresa e del lavoratore. Il sistema non può promuovere l’irresponsabilità ne dell’una ne dell’altro. Il lavoro è creazione, la disoccupazione, o il mantenimento a base di sussidi ed indennità, mortifica le qualità della persona. Papa Ratzinger, nella sua enciclica ‘Caritas in Veritate’, ricorda che l’imprenditorialità, prima di avere un significato professionale, ne ha uno umano. Essa è inscritta in ogni lavoro, visto come “actus personae”, per cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso sappia di lavorare “in proprio”. Non a caso Paolo VI insegnava che «ogni lavoratore è un creatore». Guai quindi a quei sistemi di welfare incapaci di promuovere cultura del lavoro. In questo senso, sia pure in modo ancora timido, un segnale è stato mosso dalle recenti evoluzioni del nostro sistema. Si pensi al “patto di servizio” tra centro dell’impiego e lavoratore: ti do i sussidi se tu mi dai la tua disponibilità a partecipare a percorsi formativi, ad incrementare le tue capacità, ad adattarti a nuove sfide lavorative. Altro tema di particolare attualità sociale toccato da Benedetto XVI da non sottovalutare, e presente nella nostra comunità regionale, è quello relativo ai lavoratori migranti. Tutti siamo testimoni del carico di sofferenza, di disagio e di aspirazioni che accompagna i flussi migratori. Il fenomeno, com’è noto, è di gestione complessa; resta tuttavia accertato che i lavoratori stranieri, nonostante le difficoltà connesse con la loro integrazione, recano un contributo significativo allo sviluppo economico del Paese ospite con il loro lavoro, oltre che a quello del Paese d’origine grazie alle rimesse finanziarie. Ovviamente, ricorda il Papa, tali lavoratori non possono essere considerati come una merce o una mera forza lavoro. Non devono, quindi, essere trattati come qualsiasi altro fattore di produzione. Ogni migrante è una persona umana che, in quanto tale, possiede diritti fondamentali inalienabili che vanno rispettati da tutti e in ogni situazione. Non si vuole certo inneggiare ad un falso buonismo in un tema così complesso come quello dell’immigrazione ma ricordare come i principi di responsabilità e di rispetto non abbiano confini. Ben vengano quindi quegli elementi di attenzione che tendono a responsabilizzare ed integrare quanto prima il migrante nella nostra società. La parola accoglienza non ha bisogno di proclami. La sua concreta attualizzazione ha necessità di azioni su più livelli. Ricorda il Papa che l’economia ha bisogno dell’etica per il suo corretto funzionamento; non di un’etica qualsiasi, bensì di un’etica amica della persona.
Dopo questa carrellata di pensieri in libertà, il cui unico scopo è quello di stimolare riflessioni ed alimentare analisi tecniche ed attualizzazioni del contenuto della Caritas in Veritate, ricordiamoci che «il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: “L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico- sociale”».
Concludo, con questo assioma di cartesiana Costituzione: ''Articolo 1:
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro''. Ma attenzione a non privilegiare i fannulloni.
Don Giuseppe Ditolve
Parroco di San Giuseppe Lavoratore, Pisticci Scalo |
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