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Lasiritide intervista Francesca Tricarico. Il teatro dentro le mura di Rebibbia

18/05/2012



E’ molto legata alla sua terra, la Basilicata, Senise, nonostante sia nata e cresciuta sotto l’ombra della Capitale; sempre conservando le radici meridionali, elemento che molto contribuisce ad agevolarla nel suo lavoro. Poi capiremo perché.
Lei è Francesca Tricarico. Ho modo di conoscerla dopo il successo del film dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani, “Cesare deve morire”, di cui è stata aiuto regista. Persone che la conoscono mi segnalano le sue origini.
Ma il film dei Taviani è solo un piacevole pretesto per scoprirla nel suo lavoro. Collabora con il Centro Studi “Enrico Maria Salerno”, da due anni contribuisce a portare il teatro nel carcere di Rebibbia, con i detenuti della sezione di massima sicurezza e collabora con il regista Fabio Cavalli. Con loro, i detenuti, due volte a settimana parla di teatro, di letteratura, di poesia. E, alla fine, viene messo in scena lo spettacolo, nel Teatro Libero di Rebibbia. Perché, “l’arte è la prima forma di libertà. E, a volte, l’unica”.
Francesca racconta di aver cominciato come molti appassionati di teatro.
“Mi piaceva- racconta- e ho cominciato con laboratori e seminari. Poi ho fatto degli stage e la scuola di teatro. Ho tentato di vivere il teatro facendo anche un altro lavoro, uno, come si dice, normale. Ma ho capito che per fare sul serio occorreva dedicarvisi completamente”

E’ possibile vivere di cultura?
“In Italia è difficile. Bisogna essere pronti a fare tanti sacrifici e occorre avere bene in mente l’obiettivo da perseguire”.
Qual è il tuo?
“Mi piace molto lavorare nel sociale. Prima dell’esperienza a Rebibbia, ho lavorato molti anni con i disabili. E’ interessante ed emozionante. Certo è che in Italia è complicato perché mancano i giusti finanziamenti. Di solito si accosta il sociale al volontariato. Il lavoro svolto dai volontari è importantissimo e fondamentale, ma è giusto che ci siano anche figure professionali che, spesso, fanno questo di lavoro”.

“Quando sono arrivata a Rebibbia due anni fa-spiega- i detenuti stavano lavorando sull’Inferno di Dante. Vederli recitare l’amore tra Paolo e Francesca credo sia stata l’esperienza più forte della mia vita.
Qual è il rapporto e l’approccio tra i detenuti e il teatro?
“Esistono due tipologie di approccio. Ci sono i detenuti che hanno fatto già esperienze legate al teatro o che, comunque, dimostrano di avere una passione pregressa. Ci sono, poi, i detenuti per i quali il laboratorio è un modo per uscire dalle loro celle. All’inizio, magari, ti accorgi che sono assenti e la cosa straordinaria è vedere passo dopo passo la loro trasformazione perché capisci che il teatro letteralmente li rapisce. E’ fantastico che loro incontrino, così, la letteratura, la poesia. Incontri persone che non hanno neanche titoli di studio e che crescono assieme a te. Perché, in questo caso, lo studio, la lettura, la cultura diventano una scelta, non un obbligo.Devo dire, inoltre, che il fatto di avere origini meridionali mi ha aiutata molto. Non parlo il dialetto ma lo capisco benissimo ed è stato facile, venendo dal sud, capire anche precisi codici di comportamento che hanno facilitato il mio approccio con in detenuti.”

Cosa vuol dire lavorare in carcere?
“E’ un’esperienza fortissima, che ti cambia radicalmente il modo di concepire la realtà. E’ difficile spiegare con le parole ma in carcere, ecco, non c’è l’ipocrisia del mondo esterno. C’è più verità anche nel modo di confrontarsi. Il nostro lavoro non è quello di educatori. Noi diamo semplicemente tutto ciò che l’arte può dare”.

Raccontaci di quando sono arrivati i fratelli Taviani.
“Sono rimasti molto colpiti da come i detenuti hanno rappresentato l’Inferno di Dante. All’inizio gli stessi detenuti avevamo paura e diffidenza nei confronti del progetto del film, semplicemente perché temevano che uscisse fuori la solita storia che si racconta sulla vita in carcere. Ma c’era anche grande curiosità. Per quanto mi riguarda, ho conosciuto e sono rimasta folgorata dal cinema. Ma, devo dire, l’esperienza più importante è stato il diverso approccio con il carcere stesso. Per girare abbiamo vissuto anche noi la vita nelle celle, abbiamo trascorso intere giornate anche nelle sezioni e, devo dire, ho avuto bisogno di qualche giorno per abituarmi.
Sono esperienze che ti cambiano la vita e che contribuiscono a farti dare valori diversi a concetti che ti sembravano scontati, primo fra tutti, quello di “punizione”.

Mariapaola Vergallito
Lasiritide.it



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