Si è conclusa con un accordo in sede di mediazione civile obbligatoria la vicenda sanitaria che ha riguardato la signora Maria, all’epoca dei fatti 89enne e residente a Chiaromonte, al centro di un caso di sospetta diagnosi inizialmente mancata e di ritardo nell’individuazione di una frattura del calcagno sinistro.
La controversia si è definita in via stragiudiziale con il riconoscimento di un risarcimento economico e la chiusura di ogni ulteriore pretesa tra le parti. Secondo quanto ricostruito nella consulenza tecnica di parte redatta dal dottor Nicola Ciliberti, specialista in chirurgia generale e toracica presso l’ospedale di Polla, l’episodio ha avuto inizio il 25 marzo 2024, quando la paziente si era recata al pronto soccorso dell’ospedale di Lagonegro in seguito a un trauma al piede e alla caviglia sinistra. In quella occasione era stata formulata una diagnosi di trauma distorsivo, con dimissione e indicazioni di riposo, scarico dell’arto e terapia conservativa, senza ulteriori accertamenti diagnostici di secondo livello.
Nei mesi successivi, tuttavia, il quadro clinico non avrebbe mostrato miglioramenti. Il dolore persistente ha portato a un nuovo accesso specialistico il 3 maggio 2024, durante il quale era stata ipotizzata una sindrome algodistrofica. Anche in questo caso era stata intrapresa una terapia conservativa, senza risultati significativi. Un punto di svolta, come ci racconta la famiglia e come si evince dalla relazione e dalla documentazione, si è registrato il 21 giugno 2024, quando un ulteriore consulto ha sollevato il sospetto di una frattura del calcagno sinistro non diagnosticata in precedenza. L’ipotesi è stata poi confermata dagli esami strumentali: la TAC del 5 luglio 2024 ha evidenziato una frattura pluriframmentaria ormai consolidata, con interessamento articolare e segni degenerativi. Successivi approfondimenti hanno inoltre documentato artrosi e modificazioni strutturali del piede.
Al momento della visita medico-legale, nell’ottobre 2024, la paziente presentava ancora dolore, edema, rigidità articolare e una significativa limitazione funzionale dell’arto. La consulenza di parte ha ritenuto tali esiti compatibili con il trauma iniziale, sottolineando come il ritardo diagnostico possa aver inciso sull’evoluzione del quadro clinico e sulla mancata tempestività del trattamento. Nel documento tecnico vengono richiamate le difficoltà diagnostiche tipiche delle fratture del calcagno nelle fasi iniziali, che tuttavia richiederebbero, in presenza di sintomi persistenti, ulteriori accertamenti strumentali.
La relazione ipotizza inoltre profili di inadeguata applicazione dei protocolli diagnostici successivi al primo accesso, con conseguente ritardo nella diagnosi. La quantificazione del danno ha stimato un’inabilità temporanea assoluta di circa quaranta giorni, seguita da periodi di invalidità parziale e postumi permanenti pari al 7%, ''legati alla rigidità articolare e alla ridotta funzionalità del piede sinistro''. La vicenda non è però sfociata in un contenzioso giudiziario. Le parti hanno infatti intrapreso un percorso di mediazione civile che si è concluso. L’Azienda Ospedaliera Regionale San Carlo ha aderito a una proposta conciliativa, riconoscendo alla paziente un risarcimento complessivo di circa 5.000 euro.
Al di là dell’esito economico, la vicenda (per la quale la famiglia è stata assistita dall'avvocata Maria Carmela Sergio) assume per la famiglia un significato che va oltre il dato materiale ed è per questo che hanno voluto raccontarla a mezzo stampa, fornendoci la documentazione completa. La figlia della paziente, che ha scelto di intraprendere l’azione anche nella sua qualità di infermiera, sottolinea come la decisione ''non sia stata dettata da finalità risarcitorie, quanto piuttosto dall’esigenza di ottenere riconoscimento rispetto a quanto accaduto e di evidenziare criticità nel percorso assistenziale''.
Nel suo racconto emerge un forte carico emotivo e una profonda amarezza per la gestione del caso, in particolare per il modo in cui la paziente sarebbe stata percepita in alcune fasi del percorso diagnostico. Un’esperienza che, riferisce, ha reso ancora più difficile la scelta di intraprendere un’azione formale, proprio in virtù del suo ruolo professionale all’interno del sistema sanitario.
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