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Nanni Balestrini: mostra e omaggio al Gruppo '63

23/05/2019

Si inaugura il 29 maggio il quinto appuntamento della stagione di Visionarea Art Space, progetto che, per il terzo anno consecutivo, vede il prezioso sostegno della Fondazione Cultura e Arte, ente strumentale della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale, presieduta dal Prof. Avv. Emmanuele F.M. Emanuele. Visionarea Art Space ha sede al secondo piano dell’Auditorium Conciliazione, ed ospita questa volta la mostra dell’artista Nanni Balestrini, dal titolo VOGLIAMO TUTTO, curata da Luigi De Ambrogi in collaborazione con la Galleria Emilio Mazzoli di Mo-dena.

Saranno presenti in mostra undici lavori dell’artista, realizzati tra il 1965 e il 2004. Una raccolta che lo stesso artista ha selezionato per questa mostra per raccontare il proprio lavoro.

L’arte è rivoluzione, rottura degli schemi, sembrano affermare le opere di Balestrini, che non accet-tano di restare imbrigliate nei confini tradizionali del sistema dell’arte e anzi ne affermano il totale superamento. Le immagini realizzate da Balestrini, col suo consueto talento combinatorio, sono frammenti di contemporaneità colti solo in determinati momenti, infrangendo la pellicola sempre uguale del quotidiano, emergendo furtivamente sulla scena per poi subito rinabissarsi nel flusso insondabile del proprio vissuto.

«Sono lieto di contribuire a dare oggi, con questa mostra, un ultimo e doveroso omaggio alla figura e all’arte di Nanni Balestrini, purtroppo scomparso appena pochi giorni fa. – ha commentato com-mosso il Prof. Emanuele, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Egli è stato incontroverti-bilmente uno degli intellettuali più importanti del periodo delle contestazioni sociali e delle battaglie politiche degli anni Sessanta: poeta, scrittore, saggista e infine anche artista, ha dato vita ad una produzione culturale variegata, dal piglio sempre sperimentale e spesso impegnata politicamente. Questa mostra, ricca dei suoi collages ma anche di significative opere su tela e su tavola, non a caso porta il titolo del suo romanzo più famoso, “Vogliamo tutto” (1971), divenuto il manifesto di un intero decennio. Balestrini è stato, a mio parere, uno dei più energici e provocatori “artisti totali” del secondo Novecento, cantore di un’epoca che ha cambiato radicalmente non soltanto l’arte, ma an-che la nostra società».

«I frammenti della comunicazione – come i titoli di giornale nella primissima “serie”, emblematica-mente intitolata Tempo e risalente al 1967 – vengono così détournati e costretti ad acquistare sensi nuovi e trasgressivi, esplosivamente imprevisti dalle agenzie di indottrinamento e controllo dell’opinione.
Infatti quelle immagini del “presente” degli anni Sessanta, o Settanta, o anche solo di una settimana fa, oggi ci restituiscono il nostro passato. Il reporter si scopre così storico, anzi historicus: esat-tamente come è capitato al narratore di Vogliamo tutto, o della Violenza illustrata. Il tempo dell’artista è sempre un altro, diverso da quello che crediamo di conoscere, sempre out of joint: e così ci mostra – con la durezza stoica di un sommergibilista in missione – che, a dispetto dell’ideologia che descrive il presente in cui viviamo come l’unico a nostra disposizione, ce n’è sempre un altro possibile.». È così che lo descrive Andrea Cortellessa.

Poeta, romanziere e artista visivo nato a Milano il 2 luglio 1935, è scomparso pochi giorni fa a Ro-ma. Agli inizi degli anni ’60 fa parte dei poeti “Novissimi” e del “Gruppo 63”, che riunisce gli scrittori della neoavanguardia.
Nel 1963 compone la prima poesia realizzata con un autore, tra l’altro, del ciclo di poesie della “Signorina Richmond” e di romanzi sulle lotte politiche degli anni Settanta come “Vogliamo tut-to” e “Gli invisibili”.
Ha svolto un ruolo determinante nella nascita delle riviste di cultura «Il Verri», «Quindici», «Alfabe-ta», «Zoooom». Nel campo delle arti visive, ha esposto in numerose gallerie in Italia e all’estero. Nel 1993 è presente alla Biennale di Venezia e nel 2012 a Documenta di Kassel.


Achille Bonito Oliva
Poesia in forma turrita di parole
(Stile non trafugabile)

“La scultura, sarebbe il farsi-corpo di luoghi che, aprendo una contrada e custodendola, tengono raccolto intorno a sé un che di libero che accorda una dimora a tutte le cose e agli uomini un abitare in mezzo alle cose” (Martin Heidegger).
Ecco l’emblema filosofico di Nanni Balestrini che individua la possibilità di fondare un luo-go dell’arte non circoscritto ai generi tradizionali, non ancorato al semplice riferimento della poesia, pittura, della scultura, del disegno e della pura architettura.
In questo caso l’opera non è il frutto di uno sconfinamento o di un intreccio linguistico, bensì il risultato di una fondazione di un diverso spazio estetico, in cui non contano soltan-to i singoli lacerti linguistici. Una pulsione wagneriana ha attraversato tutte le esperienze creative delle avanguardie storiche, e anche di alcune neoavanguardie del secondo dopo-guerra, circa la possibilità di un’arte capace di totalizzare dentro di sé un ventaglio di lin-guaggi diversi tra loro e comunque intessuti in una interagenza spettacolare. Un desiderio di onnipotenza attraversa il processo creativo dell’arte dagli ultimi decenni dell’Ottocento fino alle esperienze del nostro secolo. Il linguaggio diventa l’attrezzo adeguato per propor-re un confronto tra arte e vita, intesa come campo della complessità a cui è possibile con-trapporre un’altra complessità, quella dell’opera appunto, fatta di relazione tra linguaggi di-versi.
L’arte erge una sorta di diga estetica contro l’inerzia dell’esistente o perlomeno costruisce un confine interno, percorribile in uno spazio e un tempo reali. Se generalmente l’esperienza artistica fonda una temporalità e una spazialità metaforica, indicante un peri-plo di pura fantasia, la costruzione di un luogo intrecciato intorno all’uso di vari linguaggi permette invece una possibilità di concretezza contemplativa che sostituisce il rapporto col quotidiano, seppure momentaneamente. In qualche modo l’arte diventa la possibilità di spingere la vita verso una concreta impossibilità di articolarsi così come è. L’opera fonda un confine circolare dentro cui si compiono reali relazioni e spostamenti. Lo spostamento riguarda l’esperienza psicosensoriale dell’artista e dello spettatore che si muove dentro un campo mobile di relazioni, realizzato dal sistema complesso di segni codificati (parole trat-te da giornali) e riciclati dal poeta.
Lo statuto della complessità diventa una componente che accompagna la costruzione di un’opera che non vuole sfidare la realtà sul versante della verosimiglianza, ma piuttosto della contrapposizione antagonista capace di creare stupefazione e meraviglia. Le avan-guardie storiche e quelle più recenti del secondo dopoguerra hanno adottato tale tentazio-ne, come attitudine possibile che introduce un ulteriore tema, quello della costruzione dell’opera.
Ma per essere una costruzione moderna, è necessario per l’artista introdurre un rapporto con la tecnica ineludibile. La tecnica del riciclaggio acquista il compito di fondare un’ulteriore produzione rispetto a quella che normalmente realizza. Nell’opera assume il ruolo di un mezzo piegato a un fine contemplativo e di possibile registrazione di un diverso rapporto con la complessità del mondo. Viene scardinato così il principio di una comunica-zione frontale con l’opera, poggiante semplicemente su di uno scambio di tipo razionale, e proposto invece un commercio diverso capace di ben altre implicazioni. D’altronde esiste per l’arte contemporanea il problema del tempo, inteso come accelerazione e velocità, che impedisce l’assunzione di un impossibile silenzioso stato di contemplazione fissato sem-plicemente nella zona dello sguardo mentale.

Achille Bonito Oliva

Per info www.visionarea.org - info@visonarea.org


 

 

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Sommario Cronaca                                  Sommario Sport

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27/03/2020 Terremoto di magnitudo 2 a Forenza

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