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La voce della Politica
| I paesi sono paesi d’inverno: Roccanova e la sfida politica delle aree interne |
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3/09/2026 | Il sindaco di Roccanova Rocco Greco interviene nel dibattito sui piccoli comuni e sulle aree interne, prendendo le distanze tanto dalla rappresentazione negativa quanto da quella idealizzata dei paesi. «Non servono né elegie né necrologi. Servono diritti, risorse, responsabilità, partecipazione e buona amministrazione».
Segue comunicato del sindaco di Roccanova Rocco Greco
Ho seguito con interesse il dibattito che in questi giorni si è sviluppato sui giornali e sui social intorno ai piccoli paesi, alle aree interne, alla loro condizione presente e al loro possibile futuro. Non mi convince quasi nulla della rappresentazione che Christian Raimo ha restituito dei paesi attraversati durante il suo viaggio: l’alcolismo, il maschilismo e il razzismo elevati quasi a cifra antropologica di un’Italia minore costituiscono una generalizzazione che, partendo anche da frammenti reali, finisce per deformare la complessità dei luoghi. Una condizione particolare, magari realmente osservata, non può essere trasformata nella condizione universale delle migliaia di piccoli comuni italiani. È precisamente questo il limite evidenziato anche nel materiale che ha alimentato il dibattito. Ma non mi convince neppure la risposta che a quella rappresentazione viene contrapposta quando finisce, consapevolmente o meno, per costruire un’altra immagine assoluta del paese: quella del luogo autentico, della lentezza, della bellezza, delle radici, della comunità naturalmente solidale. Per questo, pur riconoscendo a Franco Arminio il merito indiscutibile di avere portato per anni i paesi e le aree interne al centro dell’attenzione culturale nazionale, la mia riflessione su questi temi è da tempo diversa dalla sua. Perché il problema non è decidere chi ama di più i paesi o chi li conosce meglio. Il problema è capire quale progetto politico siamo capaci di costruire per le persone che nei paesi vivono. Trovo, invece, molto convincente la riflessione di Enza Maria Macaluso e Vito Teti. La loro critica coglie un punto essenziale: lo sguardo ostile e quello paternalistico, apparentemente opposti, rischiano di produrre lo stesso risultato, perché sostituiscono alla complessità del paese reale una rappresentazione precostituita. Ed è proprio dal paese reale che dobbiamo ripartire. I paesi sono paesi d’inverno Mi piace dirlo recuperando una suggestione che appartiene alla sensibilità e al pensiero di Maria Padula: i paesi sono paesi d’inverno . Perché un paese non è soltanto quello che vediamo ad agosto. Non è soltanto la piazza piena, la festa patronale, il concerto, la sagra, il vino, le luci, il ritorno degli emigrati, le case che per qualche settimana riaprono. Tutto questo è importante. È memoria, relazione, appartenenza. Ed è anche economia. Ma il paese vero continua il primo settembre. È il paese di novembre, gennaio, febbraio. È quello della mattina in cui un anziano deve raggiungere un ospedale distante decine di chilometri. È quello di una madre che si domanda se la scuola del proprio figlio resterà aperta e se potrà raggiungerla attraverso una strada in sicurezza e non interrotta da mesi. È quello di un ragazzo che vorrebbe restare ma non trova un lavoro coerente con ciò che ha studiato. È quello dell’imprenditore che deve confrontarsi con infrastrutture insufficienti, collegamenti difficili e servizi digitali ancora inadeguati. È quello dei sindaci che ogni giorno cercano di tenere aperti servizi che altrove sono considerati semplicemente normali. Macaluso e Teti lo dicono con efficacia: il paese osservato per tre giorni d'estate è altra cosa dal paese vissuto durante l'inverno. E proprio per questo il paese reale richiede uno sguardo lungo, capace di attraversarne stagioni, voci e contraddizioni. Da amministratore di un piccolo comune questo lo conosco bene. Amministrare un paese significa amministrarlo soprattutto d’inverno. Ed è qui che la discussione deve smettere di essere prevalentemente letteraria e diventare politica. Né paradisi né inferni I paesi non sono paradisi. Ci sono conservatorismi, chiusure, individualismi, conflitti, diseguaglianze. Ci sono anche maschilismo e forme di intolleranza. Sarebbe ridicolo negarlo. Ma non sono neppure inferni antropologici. Sono società. E come tutte le società contengono progresso e arretratezza, solidarietà ed egoismo, apertura e chiusura, innovazione e conservazione. Sono attraversati da rapporti di classe, di genere e di potere e dalle conseguenze concrete del progressivo arretramento del welfare. È questo il paese reale richiamato da Macaluso e Teti. Perciò non abbiamo bisogno né della denigrazione né del paternalismo. E neppure di una nuova estetica della marginalità. Da anni sostengo che dobbiamo persino stare attenti alla parola “borghi”, quando essa trasforma comunità vive in prodotti da offrire al mercato turistico: paesi-albergo, villaggi del relax, scenografie nelle quali tutto deve essere bello, lento, autentico e possibilmente privo di conflitti. Io rivendico invece il diritto alla normalità. Voglio un paese nel quale non sia eroico vivere. Un paese nel quale andare dal medico, frequentare una buona scuola, raggiungere un ospedale, prendere un autobus, aprire un’impresa, accedere alla cultura o utilizzare una connessione veloce non costituiscano imprese quotidiane. L'ho scritto già parlando dell'Area interna del Medio Agri: «rivendico la normalità, l'ordinarietà di garantire ai miei cittadini i servizi essenziali e di cittadinanza quotidianamente senza effetti speciali». Continuo a pensarla esattamente così. Restare deve essere un diritto. Partire deve essere una scelta. Qui sta, secondo me, la questione politica fondamentale. Non dobbiamo costruire politiche che obblighino le persone a restare. Ma dobbiamo impedire che siano obbligate ad andarsene. È una differenza enorme. La libertà autentica esiste quando una ragazza o un ragazzo possono scegliere consapevolmente se restare, partire, tornare oppure arrivare per la prima volta. Restanza, partenza e ritorno devono essere possibilità, non destini. Se una persona parte perché desidera conoscere il mondo, studiare, lavorare altrove, costruire altrove la propria vita, quella è libertà. Se parte perché nel proprio paese non esistono lavoro, trasporti, sanità, scuola, casa o servizi, quella non è libertà: è una forma di espulsione territoriale. E quando per decenni milioni di persone sono costrette a scegliere l’exit perché viene loro sottratta la possibilità della voice, non siamo più davanti soltanto a una questione demografica. Siamo davanti a una questione democratica. Già nel 2023 avevo posto il problema in termini di diritto costituzionale di cittadinanza: i Comuni di prossimità sono costretti quotidianamente a rivendicare politiche di riequilibrio territoriale perché alle popolazioni delle aree marginalizzate siano assicurate opportunità e servizi comparabili a quelli garantiti altrove. Non chiediamo elemosine. Produciamo valore per l’intero Paese. C'è poi un altro passaggio che considero decisivo. Le aree interne non devono presentarsi davanti allo Stato e alle Regioni con il cappello in mano. Non siamo territori assistiti che chiedono compassione. Siamo territori che producono beni pubblici essenziali per l'intera collettività. Le comunità di montagna custodiscono biodiversità, boschi, acqua, paesaggio, produzioni agricole e saperi. Presidiano territori fragili. Contribuiscono alla manutenzione del suolo e alla prevenzione del dissesto idrogeologico. Conservano un patrimonio storico, culturale e antropologico che appartiene all'intero Paese. Sono funzioni delle quali beneficiano anche le città e le aree economicamente più forti. Le montagne (povere) proteggono le valli (ricche). Lo sostenevo già nel 2023: le comunità delle aree interne sono private di opportunità altresì disponibili nelle aree più ricche, mentre contemporaneamente svolgono una funzione essenziale nella manutenzione del territorio, nella difesa dal dissesto idrogeologico e dalla perdita di biodiversità e nella protezione del patrimonio culturale, ambientale e agroalimentare. Per questo occorre cambiare paradigma. Non finanziamenti episodici. Non bandi che mettono un piccolo comune contro l'altro. Non bonus. Non una nuova misura straordinaria ogni volta che qualche statistica certifica ciò che sappiamo da trent'anni. Occorre immaginare flussi finanziari strutturali, permanenti e perequativi che riconoscano economicamente le funzioni ecosistemiche, ambientali, sociali e territoriali esercitate dalle comunità delle aree interne e di montagna. Una vera redistribuzione valle-montagna, centro-periferia. Non sarebbe assistenzialismo. Sarebbe il pagamento di un valore prodotto. E quelle risorse dovrebbero servire a costruire sviluppo endogeno: servizi, infrastrutture, impresa, agricoltura di qualità, cultura, innovazione, formazione, welfare territoriale. Nel mio precedente ragionamento sull'Appennino avevo già individuato proprio nel patrimonio ambientale, culturale, agroalimentare e manifatturiero la ragione per costruire un meccanismo redistributivo tra centro e periferie, pianura e montagna. Ma dobbiamo avere il coraggio di parlare anche delle nostre responsabilità. C'è infine una cosa che, da amministratore e da uomo di sinistra, sento il dovere di dire. Non possiamo attribuire tutte le responsabilità a Roma, all'Europa o alle Regioni. Una parte della responsabilità è anche nostra. Non tutti gli amministratori locali sono stati all'altezza della sfida. Talvolta abbiamo amministrato il declino invece di provare a contrastarlo. Abbiamo difeso piccoli poteri locali, municipalismi esasperati e rendite di posizione. Abbiamo preferito il finanziamento per il campanile alla costruzione di un servizio condiviso. Abbiamo confuso la difesa dell'identità con la difesa dell'esistente. Anche nelle aree interne esistono classi dirigenti conservatrici. Anche nei nostri paesi bisogna rompere equilibri consolidati. Essere amministratori di prossimità non ci rende automaticamente innovatori. Per questo una politica nuova delle aree interne deve pretendere responsabilità anche dai territori: cooperazione tra Comuni, capacità amministrativa, programmazione di area vasta, partecipazione reale delle comunità, apertura ai giovani, alle donne, ai nuovi abitanti e a chi ritorna. Non possiamo chiedere autonomia per continuare a fare ciascuno da solo ciò che insieme potremmo fare meglio. Dai paesi deve nascere una piattaforma politica. È questo, allora, il terreno sul quale vorrei che si spostasse il dibattito. Meno polemiche sulla presunta anima dei paesi. Più politica. Abbiamo bisogno di una piattaforma politica delle aree interne e della montagna, costruita dai territori e non semplicemente predisposta per i territori. Una piattaforma che rivendichi livelli essenziali e realmente esigibili di sanità, istruzione, mobilità, cultura, sicurezza e connettività; fiscalità territoriale differenziata per chi vive e investe nelle aree fragili; riconoscimento economico dei servizi ecosistemici e ambientali; sostegno permanente alle amministrazioni dei piccoli comuni; politiche per la casa e per il ripopolamento; incentivi all'impresa e al lavoro; gestione associata intelligente dei servizi; infrastrutture materiali e digitali; valorizzazione delle produzioni locali; accesso diffuso alla cultura. Ma soprattutto una piattaforma capace di affermare un principio: non chiediamo di essere salvati. Chiediamo di essere messi nelle condizioni di autodeterminarci. La differenza è tutta qui. Un'idea di progresso dalla parte dei paesi. Macaluso e Teti chiudono la loro riflessione chiedendosi che cosa significhi oggi progresso, per chi debba esserlo e dove debba essere possibile. E ricordano che nei paesi esistono già donne, uomini e giovani che stanno costruendo dal basso nuove forme di cittadinanza e una nuova possibile lotta meridionalistica. È una conclusione nella quale mi riconosco. Perché essere di sinistra, oggi, nelle aree interne significa innanzitutto tornare a parlare di uguaglianza sostanziale. Significa domandarsi perché nascere in un paese dell'Appennino debba comportare minori opportunità educative, sanitarie, culturali e lavorative rispetto a nascere in una grande area urbana. Significa non rassegnarsi all'idea che esistano territori destinati naturalmente a svuotarsi. Ma significa anche non promettere che ogni paese possa essere salvato esattamente com'era. La politica seria non promette l'impossibile. Governa le trasformazioni, costruisce opportunità, redistribuisce risorse e potere, garantisce diritti. I paesi non hanno bisogno di essere imbalsamati. Hanno bisogno di cambiare. Di accogliere persone nuove, culture nuove, imprese nuove. Di utilizzare tecnologia e innovazione. Di mettere insieme tradizione e contemporaneità. Di trasformare i propri limiti senza perdere la propria identità. Avevo scritto, discutendo della strategia per il Medio Agri, che il deficit delle nostre aree non deriva dal loro essere interne, ma dall'inadeguatezza delle politiche che ne hanno accompagnato e rallentato lo sviluppo. E che la ripresa non può realizzarsi «con la nostalgia, con la testa rivolta all'indietro», ma richiede innovazione, creatività e nuovi protagonisti. Resto convinto di questo. Perciò non mi interessa scegliere tra il paese descritto da Raimo e quello difeso da Arminio. Scelgo il paese reale. Quello bello e difficile. Quello che accoglie e quello che qualche volta respinge. Quello solidale e quello attraversato dai conflitti. Quello che perde abitanti ma continua ostinatamente a produrre comunità. Quello che ad agosto riempie le piazze e a gennaio deve garantire che un anziano possa raggiungere un medico, che un bambino possa frequentare una buona scuola e che un giovane possa immaginare il proprio futuro senza dover necessariamente cercarlo altrove. Scelgo Roccanova, perché, alla fine, i paesi sono paesi d'inverno. Ed è d'inverno che si misura la qualità della politica. Non servono né elegie né necrologi. Non servono paternalismo o denigrazione. Servono diritti, risorse, responsabilità, conflitto democratico, partecipazione e buona amministrazione. Serve politica. E serve soprattutto una nuova consapevolezza collettiva: i paesi e le aree interne non rappresentano ciò che resta dell'Italia del passato. Sono una parte dell'Italia che deve poter concorrere, con pari dignità, a decidere il proprio futuro. |
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