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Di regimi,decreti e sanità:intervista a Bolognetti in sciopero della fame

15/03/2020

Viviamo un periodo di particolare emergenza per il coronavirus, ma in un momento in cui si parla unicamente di come evitare il contagio Bolognetti ha condiviso con noi, attraverso una lunga intervista, delle riflessioni importanti innanzitutto sulla Cina, troppo semplicisticamente assurta al ruolo di paese modello cui dire grazie, dimenticando tanti aspetti drammatici di quel regime. Proprio per il trattamento riservato al giornalista Lì Zehua, fatto arrestare dal Governo cinese, Bolognetti è in sciopero della fame dallo scorso 10 marzo. Ma con lui abbiamo toccato tante altre tematiche, anche strettamente politiche.

Hai scritto una nota al premier Conte e al ministro Di Maio, cosa non va in questo momento?
Non va che le massime cariche della Repubblica e, in questo caso, il presidente del Consiglio dei Ministri e il massimo esponente della Farnesina non abbiano in nessun modo posto ai nostri interlocutori del Partito Comunista cinese la questione della violazione dei diritti umani anche in questa vicenda del Covid-19, che si è tradotta anche nell’arresto da parte dei servizi di sicurezza cinesi di un giornalista e blogger, ex corrispondente della CCPV, che voleva semplicemente fare informazione e, per questo, voleva onorare il bene prezioso del diritto alla conoscenza del suo popolo e, magari, anche di coloro che vivono al di fuori dei confini cinesi, provando a raccontare l’assenza di trasparenza, le manipolazioni e la propaganda del regime. Per questo Lì Zehua è stato arrestato e non se ne hanno più notizie. Ma hanno arrestato anche qualche medico, almeno uno sicuramente e credo fosse colui che aveva lanciato l’allarme per primo. Penso che il Governo cinese abbia avuto gravi responsabilità nel comunicare in ritardo ciò che accadeva entro i propri confini, poi lo hanno fatto, certo, però era già trascorso troppo tempo e mai come in questo caso il tempo era prezioso. Ecco perché mi rivolgo al premier Conte ed a Di Maio, che io sto stuzzico chiamandolo “Di Maio Tse Tung”, premettendo che la richiesta vale per il nostro paese ma andrebbe estesa anche alle altre cancelliere. Anche se in questo momento non mi pare che dall’Europa siano arrivati dei bei segnali.

Non trovi che, per invocare il rispetto delle restrizioni imposte dall’emergenza, si sia diffuso via social con troppa leggerezza il messaggio di stare a casa poiché, se avessimo vissuto in Cina, avremmo rischiato di essere giustiziati?
Ovviamente è un bene che noi italiani seguiamo le disposizioni del Governo e, però, questo messaggio chiaramente non va bene. Trovo ci sia anche un’eccessiva fascinazione esercitata da questo modello cinese nei confronti della classe politica, in quanto citati per la loro efficienza. Anche io vorrei vivere in un paese che impiegasse un po’ di tempo in meno a realizzare un’opera e che, quindi, sia efficiente. Però, dico anche che se la classe dirigente ritiene proprio necessario parlare di questa efficienza cinese, allora deve anche preoccuparsi di ricordare che in Cina vige un regime autoritario dove c’è il Partito Stato che controlla tutto. E senza dimenticare le tragedie ed i lutti provocati dalla rivoluzione culturale di Mao Tse Tung, eppure nel ‘68 c’era chi scendeva in piazza con il libretto rosso, credo, senza rendersene conto. E in proposito non oso immaginare la reazione dei perseguitati di allora, se avessero visto che da noi si manifestava nelle piazze con in mano il libretto rosso. Per cui, non possiamo citare l’efficienza della Cina dimenticando che si tratti di una dittatura dove si negano i diritti. Anche se un po’ lontana nel tempo, abbiamo tutti ancora negli occhi quella istantanea, che giornalisticamente è un editoriale, di quel ragazzo in piedi davanti ai carri armati in piazza Tienanmen. Ci siamo già dimenticati di quella foto? Eppure non credo che siamo molto lontani da quella foto lì, basti ricordare che risalgono a pochissime settimane fa le proteste, per me sacrosante, a Hong Kong contro il regime di Pechino. Ecco, Pechino è questo e la Cina è questa. Io, francamente, non baratterei mai le pur stanche e imbolsite nostre democrazie con il totalitarismo cinese. A questo punto preferisco l’inefficienza, sperando che si traduca in efficienza, delle nostre democrazie anche se reali. Senza però dimenticare che la pianta della democrazia deve essere curata ogni giorno, altrimenti potrebbe avvizzire.

Tu hai anche toccato la questione della realpolitik, ma non credi che quanto stai dicendo sia difficile da conciliare con le esigenze, appunto, della realpolitk che ormai è tutto?
Sicuramente ormai è tutto realpolitk, ma bisogna fare delle considerazioni. Facciamo un esempio per intenderci, anche se poi sappiamo che la storia non si ripete sempre allo stesso modo ma ci insegna comunque qualcosa. Quanta realpolitik c’è stata da parte delle democrazie occidentali nel rapportarsi negli anni ‘30 del secolo scorso ai regimi totalitari, tipo quello nazista. Intendo dire, Chamberlain e Daladier in qualche modo hanno anche assecondato Hitler che, ad un certo punto, ha anche pensato di poter fare quello che voleva ed ecco arrivare l’Anschluss e la successiva invasione della Polonia, prima che avvenisse quello che tutti sappiamo. Con questo voglio dire che, a volte, la realpolitik è poco reale e poco politica: prefigura i danni che in futuro dovremo cercare di riparare. Ecco perché dico che, magari, ci vorrebbe un po’ di realutopia e bisognerebbe comprendere che, per esempio, un’emergenza sanitaria è sempre meglio venga gestita da una democrazia. Altro che l’efficienza di Pechino, che fino a un certo punto mantiene la segretezza arrestando il giornalista e il medico. E, mi sia concesso, noi non avremo mai la certezza che i dati forniti da loro siano quelli reali. Invece da noi, magari anche esagerando fino al soffocamento, parliamo ormai del coronavirus 24 ore su 24, sappiamo ogni minimo dettaglio e ci sarà sempre qualcuno che fa passare la notizia e, fortunatamente, non lo hanno ancora arrestato. Mentre lì no, lì controllano tutto. Qui, all’inizio, si è cominciato a parlare dell’allarmismo della stampa e invece a mio avviso la stampa stava facendo benissimo. Infatti io ho detto subito, riferendomi anche a qualche ceto dirigente lucano, che se non volete l’allarmismo andatavene in Cina perché da loro sicuramente non c’è allarmismo, perché se si dice qualcosa che va fuori dalle righe qualcuno vi viene a prendere e vi rieduca, spiegandovi come ci si comporta.

È notizia di queste ultime ore l’arrivo dalla Cina di una equipe di medici specializzati nel trattamento dei contagiati. Ma la condotta iniziale dell’Europa in generale, piuttosto che le parole di Christine Lagarde, anche se poi ha parzialmente corretto il tiro, non credi abbiano contributo ad accrescere questa fascinazione verso la Cina di cui parli? Anche perché la Cina è stata la prima che in qualche modo ci ha aiutati.
Diciamo anche che la Cina prima ci ha inguaiati e poi ci sta vendendo ad aiutare. Ma sicuramente sarebbe stato opportuno che all’inizio l’Europa si fosse comportata diversamente, ma il conformismo non è mai giustificato. Credo sia compito di tutti dire ciò che fatica ad emergere e, come Partito Radicale, da sempre ci occupiamo di discutere della qualità delle nostre democrazie e, quindi, di regimi totalitari dove democrazia non ce n’è affatto. Dovremmo tutti fare uno sforzo per occuparci di questo ma, purtroppo, nella realtà non avviene. Il dramma è che si parla solo dell’aiuto che sono venuti a darci e non si parla di quanto accaduto a Lì Zehua o agli altri. Ma mi riferisco anche agli stessi che magari si commuovono perché hanno ammazzato la Politkovskaja, oppure perché Siani è stato ammazzato dalla camorra. Mentre le azioni del regime comunista cinese non vi commuovono? Non vi inducono a riflettere e non vi fanno venire voglia di occuparvi anche di un nostro collega, che voleva accendere un piccolo fiammifero dove gli altri volevano far calare le tenebre? Ecco, noi proviamo a tenere accesso il fiammifero della democrazia. Il fiammifero dei diritti umani e del loro rispetto. E tra i diritti umani c’è il diritto alla conoscenza. Proviamo a fare in modo che questo fiammifero non si spenga mai e, inevitabilmente, ce ne occupiamo quando c’è fascinazione verso i totalitarismi o quando si dimentica che tali sono, oppure quando alcune cose vengono escluse dal dibattito politico o dall’informazione. Ovvero, quando non hanno diritto di cittadinanza in quanto non esistono. Ma al povero Lì Zehua, sperando che non l’abbiano ammazzato, è come se, dimenticandolo, un po’ lo avessimo ucciso noi.

Proprio per Lì Zehua sei in sciopero della fame dallo scorso 10 marzo.
Sì, assolutamente. Nella scaletta delle priorità ho messo lui perché mi aiuta a ricollegarmi a tutto il resto. Lo sto facendo affinché si intervenga nei confronti del regime di Pechino per chiedere il rispetto di certi diritti, partendo proprio da questo giornalista per ottenere notizie su di lui e sapere dove si trovi e che genere di trattamento stia ricevendo, o perché sia stato arrestato. Ovviamente ci racconterebbero che Lì Zehua è un criminale, piuttosto che colui che ha diffuso per primo il Covid-19, ed è possibile pure però intanto chiediamoglielo. Facciamogli sapere che li stiamo osservando con attenzione e che raccontiamo ciò che fanno. Anche perché, così facendo, lui o i suoi familiari che in qualche modo dovessero essere raggiunti dalla notizia, si sentirebbero meno soli e capirebbero che non c’è un mondo che dimentica in nome dei maledetti affari che poi magari ci mandano comunque gambe all’aria. Quello cinese è un mondo particolare, dove assistiamo alla saldatura tra il comunismo, e quindi l’assenza di democrazia, e il capitalismo reale. È una tenaglia micidiale. Ma quel che è certo, insisto, è che non baratto la democrazia con l’ultimo modello di Huawei, consapevole che la libertà che c’è in Cina è quella di consumare acquistando proprio l’ultimo modello di Huawei. Ma vediamo di non consumare noi stessi, nel senso di consumare valori per cui altri, prima di noi, hanno lottato. Non dimentichiamo che, nelle ristrettezze dell’emergenza, non si sono perse libertà di pensiero, di parola e di cronaca sennò diventiamo Cina. E al ministro “Di Maio Tze Tung” chiedo, se mai si degnerà di rispondermi, nel frattempo cosa ha fatto: ha ammainato la bandiera dell’Italia per sostituirla con quella di Huawei? Io sono certo che i Carabinieri non sarebbero contenti di sostituire la fotografia di Mattarella con quella di Xi Jinping, mettiamola in questo modo.

Le misure previste nell’ultimo DPCM per contenere il contagio, che sembrano andare nella giusta direzione, credi siano state prese nei tempi giusti o potevano essere anticipate?
Non per polemica gratuita perché ho assistito attonito a certe cose, ma secondo me abbiamo perso tempo prezioso comunque, vabbè, ci siamo arrivati. Magari si stanno sintonizzando anche su un altro aspetto, ovvero di affidare meno la comunicazione a chi pensa che Palazzo Chigi sia la casa del Grande Fratello e che al paese bisogna tramettere autorevolezza e non autoritarismo. Perché se si trasmette altro si rischia di veicolare l’allarmismo. Ma, ripeto, ci siamo arrivati e speriamo di uscirne nel migliore possibile. Ma, mi chiedo, cosa è centrato il razzismo in una questione sanitaria? Il problema è che anche l’Oms, senza fare terrorismo, faceva capire che non si trattava di una banale influenza. Ma, su questo, dico che dobbiamo aspettare, attenerci alle regole e sperare che vada tutto bene: e ci stiamo attrezzando per questo. Tuttavia, ricordo che la sanità pubblica l’abbiamo scassata.

In proposito, pur considerando gli sprechi e penso ad esempio alla Calabria, non credi che i tagli alla sanità uniti alla carenza di nuovi investimenti dovuta al principio della spesa storica, abbiano generato enormi squilibri tra Nord e Sud?
Assolutamente sì. Ma proprio adesso vorrei sottolineare, affinché funga da spunto di riflessione per interventi futuri, che quando si interviene a livello nazionale senza tener conto delle differenze morfologiche, orografiche o delle aree interne del nostro Sud, e non solo ma fermiamoci al nostro Mezzogiorno, rischi di fare danni e di passare dall’Italia del medico della mutua all’Italia in cui in interi territori, sia pure poco popolati, si fa fatica a rispettatare l’articolo 32 della Costituzione, tanto da farci chiedere se viviamo davvero in un paese civile. Ma facciamo un esempio pratico: quanti sono gli ammalati costretti a mettersi in macchina all’alba per raggiungere il San Carlo di Potenza, farsi qualche ora di chemioterapia per poi rimettersi in macchina e tornare a casa?

Secondo me sono assai.
Anche per me sono tanti. Ma fossero anche pochi, mi chiedo: ma è possibile che non riusciamo ad immaginare qualche soluzione alternativa ed eliminare questo disagio a chi soffre? Secondo me si potrebbe fare, ma intanto è questo ciò che abbiamo prodotto. Si voleva razionalizzare ma bisognava farlo con maggiore criterio, senza ricorrere a tagli indiscriminati e senza guardare, pensando al lagonegrse o alla stessa Calabria, che ci troviamo in un territorio complicato, in mezzo alle montagne, con tutto quanto questo significhi, ad esempio, per i collegamenti. Allora vogliamo risparmiare, ma senza arrivare a situazioni dove venga messo in dubbio il rispetto dell’articolo 32 e non certo per colpa dei medici, che sono bravissimi, ma non hanno a disposizione i mezzi necessari. Una sera mi è capitato di recarmi al Pronto Soccorso di Lagonegro, che era affollatissimo, e c’erano due persone che mi hanno detto venivano da Castrovillari ma che lì, se gli andava bene, li riceveva la guardia giurata.

Adesso, anche per via dell’emergenza, per fortuna, lo Spoke di Castrovillari è stato potenziato.
È vero ed il punto è proprio questo, ossia speriamo si prosegua anche dopo l’emergenza in modo da sanare alcune situazioni. Non sono un esperto della materia, ma ribadisco che qualcosa sono convinto si possa fare. In territori come i nostri, un presidio di primo soccorso deve essere mantenuto come si deve. Poi si intervenga su altre situazioni, ma il diritto alla salute doveva essere garantito dappertutto prima del Covid-19, deve essere garantito durante il Covid-19 e dovrà essere garantito dopo il Covid-19. Speriamo se ne ricordino e che non si agisca, per esempio in tema di dissesto idrogeologico, come ai tempi della tragedia del Vajont quando si versarono lacrime di coccodrillo salvo poi dimenticare tutto senza che sia cambiato alcunché.

Proprio proiettandoci al dopo Covid-19, sperando arrivi presto, ritieni possibile che dopo questo momento di unità e riflessione, e mi riferisco soprattutto ai giovani, principi e valori tornino al centro del dibattito politico, trascendendo, appunto, dalla sola realpolitk?
Io credo che sia compito di tutto innescare la riflessione affinché se ne possa ricavare un nuovo inizio.

Pensi che il movimento delle Sardine possa interpretare questo sentimento?
Io non ho nessuna simpatia per le Sardine, tra l’altro sto anche iniziando ad assistere ad alcune scissioni. In questi giovani vedo qualcosa che mi ricorda la “Fattoria degli Animali” di George Orwell, per cui tutti gli animali sono uguali ma ce n’è qualcuno più uguale degli altri che non si tocca. Ad esempio, non mi pare si siano occupati di questioni attinenti i diritti umani e parlano a reti unificate: ho ancora negli occhi Fazio che fa delle domande a Santori. Già abbiamo assistito ad un bombardamento durato dieci anni che ci ha portati a tagliare la democrazia, ovvero a parlare dei costi della politica, che per carità ci saranno pure, ma non ho capito come mai in un paese come Latronico sia meglio avere 11 consiglieri comunali, anziché 17; oppure perché è meglio avere 24 consiglieri regionali lucani, invece di 30. Tranquilli, io non ci andrò mai quindi non lo dico per me, ma così si diminuisce la rappresentanza. Per cui, dico alle Sardine di stare attenti perché c’è anche il fascismo degli antifascisti e ho l’impressione ci siano temi che hanno difficoltà a masticare e sviscerare, magari perché devono indirizzare i loro strali in un’unica direzione. Non vorrei trovarmi un domani, per mutuare l’attrice napoletana che sta impazzando sui social, un nuovo movimento “pan di stelle”. Ovvero, non vorrei che le Sardine fossero i pentastellati di domani visto che quelli di oggi, che ci hanno venduto tanti pacchi, sono un po’ in bassa fortuna e vittime di se stessi e delle cose che hanno raccontato alla gente. Tra l’altro, per la vicenda del magistrato mascherato, Mattia ancora non ha replicato a quanto ho detto. Voglio dire di stare attenti a non cavalcare il livore e l’odio sociale. Le denunce vanno fatte, ma non come hanno fatto questi signori. Nel ‘58 Sturzo, non Pannella, diceva al Senato di essere preoccupato dalla occupazione e dallo svuotamento delle Istituzioni facendo l’esempio molte forte, ma efficace, della piovra che a poco poco soffoca e stronca. Con il taglio si rischia di dare ancora più potere alle oligarchie e alle lobbies e lo dico anche in riferimento all’intenzione di abrogare l’articolo 66 della Costituzione sul vincolo di mandato. Oppure perché, mentre si parla di taglio delle poltrone, nessuno parla della nomina dei parlamentari che, di fatto, non scegliamo? Allora mi chiedo, che libertà avrà il Deputato la cui elezione dipende dalla scelta di pochi e magari, per questo potrebbe essere condizionato nella sua azione? Ma del taglio ne parlano, mentre di questo no. Per cui, tornando alle Sardine, a me sembra che casomai cadessero i 5 Stelle siano pronte loro. Io preferisco gli spaghetti con le vongole, anche se sono in sciopero della fame.

Gianfranco Aurilio
lasiritide.it



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