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| L’altra metà del Parco: perché Orsomarso e Monte Alpi non sono comparse |
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5/12/2025 | C’è un paradosso che abita le nostre terre, e ogni tanto fa capolino come un’ombra lunga al tramonto. È il paradosso di chi resta.
Restare, qui in Basilicata, non è mai stato un gesto neutro.
È una scelta che sa di radici, di ostinazione, di amore caparbio. Una scelta che Vito Teti ha chiamato “restanza”, e che racconta la dignità silenziosa di chi decide che il proprio posto nel mondo non è un ripiego, ma un atto di cura.
Eppure, dentro questa fierezza si nasconde una contraddizione sottile, quasi impercettibile.
Perché se da un lato chiediamo all’Italia intera di riconoscere il valore dei nostri territori, dall’altro — dentro casa nostra — riproduciamo le stesse gerarchie che ci feriscono.
È qui che entra in scena il Pollino.
Una montagna amata, iconica, quasi un totem. Negli anni è diventata il volto pubblico del Parco, la sua silhouette da cartolina, il nome che tutti pronunciano con sicurezza. Bella, certo. Imponente, certo. Ma non unica. E soprattutto: non sola.
Perché il Parco non finisce sulla cresta del Dolcedorme e non comincia e finisce nel massiccio centrale.
Ci sono l’Orsomarso, con le sue valli profonde e segrete.
C’è il Monte Alpi, sentinella settentrionale, antico come un canto.
Ci sono paesi che vivono dentro il perimetro del Parco da trent’anni e ancora oggi devono giustificare la loro appartenenza come un parente alla lontana.
E allora capita la scena surreale: “Veramente siete nel Parco del Pollino?”
Lo stupore negli occhi di chi ascolta.
Un dubbio che non dovrebbe neanche esistere.
E invece esiste. Perché? Perché il nome non li nomina.
E quando non nomini, cancelli.
Così la restanza si incrina.
Perché restare non significa solo difendere il proprio paese dal rischio dell’abbandono.
Significa riconoscere l’altro pezzo di mondo che ti vive accanto, quello che non ha la fama glamour della vetta più alta, ma porta sulla pelle la stessa appartenenza, lo stesso vento, la stessa storia.
Eppure, nella narrazione di molti, è come se esistesse un Pollino di serie A e un Pollino di serie B.
Un centro e una periferia.
Un maniero e le sue dipendenze.
Proprio qui, dove la parola “periferia” ci ha ferito per decenni, rischiamo di infliggerla ad altri.
È questo il nodo doloroso.
Il fatto che, per sentirci più forti verso l’esterno, abbiamo finito per costruire una piccola gerarchia interna.
Abbiamo messo una montagna sul trono, e le altre le abbiamo lasciate in anticamera.
Ed è per questo che proporre un nome completo — “Parco del Pollino, dell’Orsomarso e del Monte Alpi” — non è un vezzo linguistico.
È un gesto di giustizia.
È dire, finalmente, che la bellezza non si concentra in un’unica cresta ma si diffonde, ampia, irregolare, sorprendente, in un territorio vasto e plurale.
La restanza, se vuole essere vera, non può permettersi monarchie simboliche.
Non può chiedere rispetto alla nazione e poi negarlo ai propri vicini.
Restare significa portare sulle spalle tutto il territorio, non solo il pezzo che ci somiglia di più, non solo quello che brilla nelle brochure.
Un parco nazionale non è una bandiera da piantare sulla vetta più famosa.
È una comunità di luoghi, persone, storie.
E finché continuiamo a chiamarlo solo “Pollino”, stiamo amputando la sua identità, negando voce a chi abita le sue soglie, le sue porte, i suoi margini.
La restanza, quella vera, non lascia nessuno ai margini.
E allora forse è il momento di dirlo con semplicità:
un nome che riconosce tutti non divide nessuno.
Un nome che include è un nome che cura.
Il resto sono scuse.
E noi, qui, di scuse non abbiamo più voglia.
Bruno Niola
Presidente Gruppo Regionale CAI di Basilicata |
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