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| “Accabadora” un romanzo di Michela Murgia, recensione di Mario Coviello |
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27/09/2021 | Maria è “fillus de anima”, una bambina generata due volte dalla povertà di una donna Anna Teresa Listru, vedova che di figlie ne aveva tre quando nacque Maria e di Tzia Bonaria Urrai che la prende con sé “frutto tardivo della sua anima” perché di figli non ne aveva avuti. Bonaria aveva amato da giovane Raffaele, che aveva “il labbro inferiore morbido e nello sguardo quel verde acuto e beffardo, che frugava gli occhi altrui come se non avesse paura del prezzo da pagare”. Ma Raffaele non era mai tornato dalla guerra e Bonaria lo rimpiangeva da trentacinque anni.
E Maria, che era stata sempre e solo “l’ultima” senza nome,” brava solo a impastare torte di fango e formiche vive”, impara a nutrirsi dell’ “insolita sensazione di essere diventare importante”, nella sua nuova casa tanto grande, dove ha una stanza tutta per sé. Piano piano la donna anziana che di notte esce misteriosamente di casa con il suo scialle nero quando la vengono a chiamare e la bambina che in queste occasioni “ conserva il respiro come un segreto”, imparano a conoscersi, a vivere insieme. Tzia Bonaria con Maria è severa e, soprattutto non le impone il suo affetto.” Maria in tredici anni che visse con lei, nemmeno una volta la chiamò mamma, che le madri sono una cosa diversa..”, eppure le insegna a fare la sarta e soprattutto la spinge ad andare a scuola, a studiare con impegno, mentre per Anna Teresa, la mamma vera, “la scuola non serve ” e per questo litiga con la figlia quando torna da lei per aiutarla a fare il pane una volta la settimana.
Alla maestra Luciana, una torinese che aveva sposato il contadino sardo di Soreni, Giuseppe Meli, e che aveva “ i capelli di un biondo giovane” , piaceva quella bambina per la sua intelligenza un po’ impertinente. Le prestava i libri che aveva sempre fame di leggere.
Amico di Maria è Andrìa Bastiu che ha un fratello Nicola, testa calda che non perdona il vicino che ha spostato il confine e ha rubato un pezzo della sua vigna. Nicola diventa zoppo per una gamba che va in cancrena per il colpo di fucile del confinante, che lo scopre mentre tenta di bruciargli la vigna.Nicola chiede a Bonaria di farlo morire perché non vuole vivere storpio e senza il rispetto della gente.
E’ proprio Andrìa, che ha visto Bonaria uscire “ con il volto rigato di lacrime” dalla stanza del fratello nella “ notte delle anime” che rivela a Maria che la sua seconda mamma è una “accabadora”:soffoca con un cuscino le persone che non ce la fanno più a vivere e implorano la morte.
Dopo un doloroso confronto, Maria parte per Torino per fare la bambinaia e “vive un’altra vita” come le ha detto la maestra. Nella grande città matura dopo essere cresciuta in un piccolo paese della Sardegna interna. Torna a Soreni dopo un anno perché Bonaria è in coma. Maria la assiste come una figlia e si consuma nel dolore della terribile agonia della mamma, paralizzata da un ictus e incapace di parlare, Bonaria che con la figlia dell’anima si era definita “ l’ultima madre che alcuni hanno visto”. E finalmente l’accabadora si spegne, l’istante prima che Maria ha deciso di porre fine alle sue sofferenze.
E “ come le aveva insegnato Bonaria, Maria Listru Urrai indossò il lutto con discrezione” e dopo sette giorni andò a chiamare Andrìa, l’amico e l’innamorato di sempre per passeggiare insieme…. e “dare alle bocche di Soreni l’ennesima occasione di parlare di niente…”.
Con una scrittura asciutta,misurata, intensa Michele Murgia appassiona il lettore con un romanzo che ha un alone di mito, che calza come un vecchio velluto prezioso e ci fa amare una Sardegna aspra e misteriosa, terra di sudore, fatture e benedizioni.
“Accabadora” è un romanzo incentrato sull’universo femminile, un romanzo di donne, donne forti, donne che sanno crescere capaci di giudizio. E’ un romanzo che affronta il tema dell’eutanasia e ragiona sulla vita, sulla morte, sulla religione.
Michela Murgia con “ Accabadora ha vinto nel 2010 il premio Campiello.
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