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''Alla ricerca di un altro equilibrio tra il popolamento di città e campagne al tempo del Covid''

10/07/2020

“Io sto in città, son come una formica nella folla dell’umanità, che corre quà e là,a gran velocità con l’orologio che va che va che va.”
Nella canzone di Nino Ferrer “Viva la campagna” emerge allegramente l’elogio alla campagna come luogo della riconciliazione con il ritmo naturale, e la “condanna” della città come luogo della frenetica corsa a cui è sottoposto l’uomo cittadino, schiavo dell’orologio e di una confusione che porta inevitabilmente ed inesorabilmente ad andare senza sapere, forse, dove. Per la prima volta, a causa dell’emergenza da Covid, abbiamo visto le città ferme e ci è parso quasi di vivere in un dipinto di De Chirico. L’angoscia esistenziale che, così abilmente emerge dai suoi dipinti, l’abbiamo sentita e vissuta tutti. Proprio in un tale stato delle cose, tutto si è amplificato, e quel silenzio che in città veniva disturbato da mille rumori si è fatto acuto e infinito. La città si ferma perché è l’uomo che si ferma, mentre la campagna quasi respira e trova spazio, un nuovo e più ampio margine quando la città è immobile, una contrapposizione che vede sempre il vivere dell’una a discapito dell’altra.
Costretti a fermarsi per fermare un male invisibile, un nemico sleale che può attaccare quando e dove meno ce lo aspettiamo. Cadono così tante sicurezze dell’uomo moderno e di quella immunità con cui siamo stati allevati. Forse, per la prima volta ci riscopriamo deboli, inermi, senza sapere quale ritmo dare a quelle giornate tutte uguali fra le mura domestiche, mura che possono trasformarsi in prigioni angoscianti se dal balcone o dalla finestra l’unico panorama che si riesce a intravedere è il grigio di un palazzo di periferia, di quei quartieri “dormitorio” e di quella zonizzazione che relega a un numero il fabbisogno di spazio di ognuno di noi. Oggi, forse più che mai, il mondo dell’urbanistica è chiamato a mettersi in discussione a riconsiderare i propri “valori” per contestualizzarli prima e poi proiettarli in un futuro che oggi non appare più così scontato, ma anzi difficile da immaginare. Libertà alle quali prima non facevamo neppure caso, oggi, ci sono negate e comportamenti, modi di fare e di essere diventano comportamenti non permessi, addirittura scorretti e/o pericolosi e nasce la paura verso l’altro, la paura del minimo contatto. Si parla di una specie di stato di guerra si pensa alla “ricostruzione” ma volendo essere realistici non avverrà una liberazione perché non si potrà tornare da un giorno all’altro a quello che eravamo prima. Dovremo, dunque, prepararci a convivere per un certo periodo, fin quando non si capirà in che modo combattere e sconfiggere questo avversario sconosciuto, con restrizioni e distanze imposte. Pensare a come la città possa essere adeguata a questo oggi è difficile e forse ha dell’anacronistico perché quando si impongono dei comportamenti per lungo tempo può capitare che poi questi, per abitudine, vengano assimilati e metabolizzati, dunque, l’unica previsione forse plausibile è che potrebbe avvenire un cambio di costumi che si riverbererà anche sugli spazi? La necessità di vagliare nuove soluzioni a problemi atavici delle nostre città oggi diventa impellente, solo ora che siamo in uno stato di emergenza. È mai possibile che si debba sempre arrivare al punto di rottura, di non ritorno per cominciare ad attivare delle politiche che orientino certe dinamiche? In Italia dovremmo veramente fermarci tutti e riflettere sul fatto che questa situazione di emergenza, per quanto tragica, ci dà la possibilità di invertire una certa rotta di arretratezza, dovuta soprattutto all’assenza di investimenti in certi settori chiave per l’innovazione e lo sviluppo, non mi riferisco solo agli ambiti più innovativi ma anche a strumenti, tecniche ed approcci utili a un miglioramento sociale e a una progettazione dell’ambiente urbano che corrisponda alle vere esigenze dell’abitare i luoghi. Luoghi che dovrebbero risultare attrattivi per un’utenza che normalmente non sceglie lo spazio pubblico sotto casa ma corre a riversarsi in centro o nei centri commerciali. L’abitudine era quella di costiparsi, affollando epicentri di non reali socialità, poiché non vi era una vera condivisione ma il “consumo” dello spazio, diventato non luogo del fare, come invece in anni passati era, ma il luogo del flusso, del transito, il luogo del passare per andare da casa a lavoro, o da casa al centro commerciale. Siamo chiamati anche ad accelerare certi processi che altrimenti restavano appesi e procrastinati dietro ad alibi svariati che improvvisamente soccombono anch’essi per questa causa di forza maggiore, però, l’equilibrio sta sempre nel mezzo! Si parla di digitalizzazione, di smart working ma, anche se di certo ci possono essere risvolti positivi in ciò, non bisogna dimenticare che l’uomo è un essere sociale e non si può eliminare questa componente anche dal mondo del lavoro. Esistono, quindi, armonie e conflitti ed analogamente non si può pensare di trasferire lo spazio del lavoro, attraverso lo smart working, nello spazio domestico. Dunque, diviene fondamentale non solo ripensare la città, come da anni si afferma con non poca retorica, ma anche cominciare ad incentivare politiche atte a favorire la redistribuzione della popolazione in modo più equilibrato tra città e centri minori, riuscendo così a ristabilire la sostenibilità sia energetica che sociale di questi luoghi e diviene dunque fondamentale una nuova politica urbanistica, economica e sociale proprio a partire dai piccoli centri.
Se da un lato le città hanno bisogno, per avere nuovo respiro e più vivibilità di più spazio da ricercare forse anche attraverso interventi di rigenerazione urbana sostanziali e strutturali con scelte ponderate e coraggiose, dall’altro i piccoli centri spopolati che hanno a disposizione ampi spazi e molte case inutilizzate, hanno l’urgenza di cominciare ad attrarre nuova residenza per potersi riattivare per ritornare a vivere. Come si può pensare di risolvere questo pesante squilibrio se non mettendo al centro le dinamiche sociologiche ed occupazionali? Come si può pensare di dare nuovo slancio ai piccoli centri senza creare nuove opportunità di lavoro per i giovani? Come si può pensare di decongestionare le città senza sgravarle dal sovraffollamento di popolazione che le ha portate al collasso, e la questione Covid potrebbe essere presa a pieno titolo come un male che potrebbe avere delle dirette relazioni con la salubrità e la congestione dei luoghi?
I temi che rientrano dentro questa riflessione sono molteplici e complessi e non basterebbe affatto questa trattazione per sviscerarli nella loro complessità, vorrei però soffermarmi sul caso Basilicata. La regione Basilicata conta 131 comuni, di cui solo le città di Potenza e Matera arrivano mediamente ai 60 000 abitanti. Tutto il resto del territorio presenta piccoli centri che spesso sono caratterizzati da un acuto spopolamento, caratteristica anche del mio paese di origine Cersosimo piccolo comune della provincia Potenza. In questo caso, lo spopolamento, paradossalmente, si è rivelato un vantaggio nella non eccessiva e rapida diffusione del Covid, ma è un dato allarmante per la sostenibilità di questi centri che sono a tutti gli effetti dei fantasmi che rischiano di trasformarsi in zavorre per la loro gestione. Da giovane Architetto la sfida di disegnare una nuova programmazione capace di creare nuovi orizzonti e prospettive creando sviluppo, occupazione facendo dei piccoli centri luoghi di nuova attrattiva è più che mai interessante e stimolante, però troppo spesso ci si scontra con una certa miopia da parte di una certa classe dirigente che evidenzia non pochi limiti di vedute. Senza voler additare nessuno, credo che ciò sia naturale poiché, soprattutto nei piccoli centri, manca quel patto collaborativo che dovrebbe essere alla base di una sinergia tra le generazioni precedenti alla nostra, portatrici di saggezza ed esperienza e la nostra generazione portatrice di entusiasmo ed innovazione. L’assenza di questo fattore fondamentale per lo sviluppo di un territorio e per la sua attrattività è dovuta prevalentemente all’assenza di un’intera generazione cioè quella giovanile alla quale non viene dato nessun motivo né per tornare e né per restare. Di fronte a questo stato delle cose, l’arrendevolezza, la sfiducia ed anche l’assenza di prospettive porta a una depressione latente che non lascia molto spazio alle energie del fare che dovrebbero caratterizzare l’animo di un giovane. Pare quasi di trovarsi ancora in uno stato non dissimile a quello descritto in “Fontamara” da Silone, come se ci fosse un solo piccolo Berardo Viola destinato a soccombere e la domanda, quindi, in un tale scenario sorge spontanea: “Che fare?”.
Le soluzioni non le si hanno in tasca, l’intera stagione che ha visto molte delle aree interne interessate dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne, affronta questi temi ed in alcune parti della penisola con le medesime problematiche si sono cominciati dei processi sperimentali, quindi forse bisognerebbe fare una sola cosa: fermarsi, analizzare il capitale sociale e professionale che un territorio ha a disposizione creare un gruppo multidisciplinare nei vari settori, studiare esigenze, punti di forza e debolezza e cominciare a strutturare dei progetti capaci di dare risposta concreta alle problematiche del territorio ricercando nella soluzione alle svariate problematiche la creazione di posti di lavoro con specifiche professionalità da attrarre nei territori per curare alla radice e dal basso i problemi che hanno creato lo stato che viviamo.
Da giovane professionista e da giovane donna che ama il proprio territorio quello che mi auguro è una maggiore ampiezza di vedute a partire dai singoli comuni che dovrebbero diventare i protagonisti di una rinascita dei luoghi e le amministrazioni diventare le artefici di un miglioramento sia sociale che urbano lavorando nell’ottica di un’innovazione sostanziale sia organizzativa degli uffici ma anche del rapporto con il cittadino. Nel particolare momento storico che viviamo, abbiamo bisogno di riconoscerci in qualcosa per acquistare una nuova fiducia sia nelle nostre possibilità da singolo individuo che nelle possibilità di un futuro più roseo come intera comunità. Questo, può avvenire solamente se si hanno concreti punti di riferimento e di sostegno che possono essere rappresentati solamente da quei luoghi pubblici che devono ritornare ad essere garanti del bene comune. Molti dei piccoli comuni, pur godendo di cospicui patrimoni, non riescono a gestirli in modo da ricavarne un benessere economico per tutta la comunità, è fondamentale quindi a fianco a una nuova offerta dei servizi che in queste aree mancano, mettere al centro un’efficiente organizzazione e gestione delle risorse dei singoli comuni, per un nuovo protagonismo di questi piccoli luoghi ancora per molti versi ed aspetti da scoprire e valorizzare. Creare un sistema borghi che sia capace di superare quell’atavico ed arretrato campanilismo che tanto ha nuociuto alla crescita e allo sviluppo del territorio. Da Architetto ma anche da appassionata di ricerca storica, archeologica, ambientale ed infine urbanistica posso affermare piuttosto consapevolmente che ogni singolo comune ha delle perle nascoste che hanno tutto il diritto di venir fuori, ma per farlo è necessaria una seria e consapevole volontà politica che predisponga delle programmazioni e delle progettazioni capaci, oltre che di mettere a valore queste risorse in modo integrato come un unico corpo armonico dell’intero territorio e non solo del singolo comune, anche di fare in modo che proprio la costruzione di questi percorsi di valorizzazione, uso e gestione dei vari beni pubblici possano diventare l’occasione per creare occupazione giovanile. Aprire una nuova stagione mettendo al centro percorsi di valorizzazione di queste risorse in un’ottica di sostenibilità e di occupazione che metta al centro i giovani professionisti o da professionalizzare attivando percorsi formativi di alto profilo anche sui nostri territori per rendere i giovani i veri protagonisti di questo rilancio. Oggi chi decide di impegnarsi nell’ambito amministrativo e politico è difronte a un grande problema gestionale che deriva dallo spopolamento, a causa di cui, diventa difficile gestire i patrimoni di cui si dispone per via dell’assenza di un’adeguata utenza. Fondamentale risulta, dunque, cercare nuove soluzioni e nuovi strumenti capaci di rimettere al centro il lavoro e l’occupazione giovanile come nuovo motore per i nostri territori.
L’ultimo pensiero non può che non andare al mio comune Cersosimo che si prepara alle amministrative di settembre. Da giovane l’appello che mi sento di fare a chi ha voglia e possibilità di mettersi in gioco in ambito politico, è quello di pensare in che modo creare un sistema strutturato e capace di gestire il patrimonio comunale con il fine di creare nuovi posti di lavoro, senza il quale noi giovani saremmo sempre ed inesorabilmente costretti ad emigrare. Senza le menti più giovani e fresche, senza l’apporto innovativo che noi giovani possiamo dare al territorio, il territorio muore. Non chiedeteci, dunque, solo di candidarci ma dateci delle concrete possibilità di spendere la nostra preparazione, la nostra professionalità per contribuire con il nostro lavoro a far cresce il territorio, creandoci le giuste condizioni e le giuste opportunità. Questa è l’unica vera sfida che vorrei leggere sull’agenda 2020-2025 di Cersosimo, piccolo comune lucano che aspetta ancora, da solo assopito sulla sua collina, che i giovani ritornino a lavorare e vivere i suoi luoghi.

Arch. Caterina Raimondi



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