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Il volo come necessità: il maestro Abate racconta la mostra di Diana Forassiepi

30/01/2020

Riceviamo e pubblichiamo una recensione del maestro Rocco Abate su Diana Forassiepi, che esporrà i suoi lavori a Milano all’Art Studio ’38, dal 15 febbraio. Rocco Abate, originario di Oriolo, in provincia di Cosenza, è stato tra i più importanti flautisti nel panorama internazionale, si è formato presso il Conservatorio “G. Verdi” di Milano, città che lo ha adottato da giovanissimo. Ha svolto attività concertistica come solista, oltre che con diverse prestigiose Ensemble. Settanta solo i concerti negli Stati Uniti, al seguito dell' Orchestra Michelangelo di Firenze.
Tra i protagonisti dei Pomeriggi Musicali e dell’Angelicum, dell'Orchestra Sinfonica della RAI di Milano, dell'Orchestra della Radio Svizzera di Lugano e tante altre. Di lunga durata è stata anche la collaborazione con l'orchestra del Teatro alla Scala di Milano, diretto negli anni da C. Abbado, G.Pretre,
C. Kleiber, W. Savallisch, G. Patanè, Maurizio Arena, Mario Gusella ed altri ancora. Tante le composizioni, eseguite nei più importanti teatri italiani ed internazionali. E’ considerato, oggi, a ragione, tra le figure più significative del panorama musicale

Vincenzo Diego




IL VOLO COME NECESSITÀ
La testimonianza artistica di Diana Forassiepi, pittrice di formazione milanese, ma con nel DNA una feconda vena di toscanità (tratto tutt’altro che ininfluente della sua cifra estetica), è di quelle che calamitano lo sguardo e lo conducono felicemente in un reticolo desueto, di visionarietà immaginifica, oltre che di affinata arte combinatoria di segni e cromie di sorprendente bellezza.
Nella bellezza, come già rilevato in passate occasioni, Diana elegge il proprio mezzo rappresentativo, e il fine stesso del fare arte come estremo tentativo di salvezza.
La grammatica espressiva delle sue creazioni, la minuziosa ricerca di tecniche di tras/formazione dei supporti, l’imprevedibilità dei materiali che adotta (sui quali tornerò più avanti), costituiscono una sorta di taciuta trattazione filosofica del perché esserci poeticamente (e come, oggi più che mai, con impegno individuale e collettivo), e invitare l’umanità ad alzare lo sguardo e buttarlo oltre, in una dimensione di necessaria spiritualità, al di sopra, dunque, della pura materialità che sembra vincere pericolosamente nelle relazioni economico/sociali umane della contemporaneità.
Cos’altro è, perciò, questa idea di Volo alla quale la nostra artista lavora da anni forse - è il caso dire - da sempre? Conosco le sue opere da lungo tempo, e quell’idea di fragilità -intesa come equilibrio, tanto perfetto quanto delicato, della natura e delle forme- e di leggerezza dei suoi materiali che sottende la sua poetica, è allo stesso tempo azzardo e condizione necessaria perché quel Volo si compia, e su quelle ali possa portarvi il mondo, altrimenti smarrito; quasi come nell’auspicio schilleriano:
“…/Tutti diventano fratelli,/là dove posa la tua dolce ala./Siate avvinti, o milioni./…” - Dall’Ode alla Gioia, di Friedrich Schiller –
Che la scintilla che rivela l’urgenza comunicativa - sia essa artistica o d’altro genere – scocchi nelle regioni profonde e inconosciute dell’animo, è un dato certo. Certo è anche il fatto che qualsiasi espressione artistica trovi una sua funzione/missione educativa, per la sua “politica” di emancipazione sociale, proprio per le istanze di autenticità e purezza che quel messaggio conduce.
E se questo engage, sebbene non figuri in un dichiarato percorso programmatico della Forassiepi, di certo, per quello che si va rilevando (anche attraverso i titoli delle opere in mostra: Ala ferita – Il Muro – Volo negato – Cielo che si apre - ecc. ), lo è inevitabilmente nel virtuale appello che ne promana, anche se taciuto.
Forse è utile segnalare come, su molti fronti, e a varie latitudini “linguistiche”, la consapevolezza, ma soprattutto la volontà degli artisti di assumere un ruolo attivo nella società, testimonia di una sentita urgenza di umanizzazione delle relazioni fra gli uomini, oggi violentate da pulsioni xenofobe, razziste, d’indifferenza, persino di odio.
È proprio di qualche settimana fa un prezioso servizio di Vincenzo Trione, sulle pagine de “La Lettura” del Corriere Della Sera, in cui si segnalava un fenomeno dei nostri tempi che va sotto l’appellativo di “Artivisti”, felice grumo di artisticità e attivismo, insieme. Un gruppo di pittori, registi, scrittori, musicisti che non si lasciano relegare nella cornice romantica e astratta del narci/edonismo di cui sarebbero preda. Ma si tengono le mani libere per dire la propria.
E notevoli, appunto, sono le testimonianze riportate in quel pezzo. Di Michelangelo Pistoletto, per esempio, che nel suo manifesto Progetto Arte, del 1994, scrive: “È tempo che l’artista prenda su di sé la responsabilità di porre in comunicazione ogni altra attività umana, dall’economia alla politica, dalla scienza alla religione, all’educazione, al comportamento…”.
Con richiami anche al “sacerdote laico” che rispondeva al nome di Joseph Beuys e che, nei suoi “spettacoli” invitava il pubblico a insorgere, contro le omologazioni del pensiero dominante, le sopraffazioni, ad ogni forma di coercizione della libertà di pensiero. E di Pasolini, anche, che vedeva nell’arte lo strumento per denunciare i mali del mondo, come “lingua vivente della realtà” e delle coscienze.
Detto tutto ciò, è evidente che, a questo punto, l’altro soggetto irrinunciabile a completare la triangolazione: (autore – opera …), convitato ad attingere al calice della proposta e a chiudere il cerchio del senso compiuto, è lo spettatore, senza il quale, una parte fondamentale dell’operazione, cadrebbe nel vuoto.
John Shearman - inglese, scomparso nel 2003 -, grande storico dell’arte, chiama lo spettatore, appunto, a un ruolo attivo nella definizione del percorso rappresentativo dell’opera. Nei suoi studi sul Rinascimento Italiano, infatti, egli affronta e sostiene la tesi secondo la quale l’opera d’arte di quell’epoca (perché non anche quella di oggi?), trova la sua definitiva compiutezza, soltanto nel coinvolgimento dello spettatore nella vicenda “narrata”.
Per quanto detto fin qui, cade anche il rovello di sempre di come definire le opere di Diana, se siano pittura o scultura; perché non è pittura, ma lo è anche, per la minuziosa - fin maniacale – policromia con la quale la nostra artista interviene a enfatizzare, integrare, armonizzare i pigmenti presenti nel materiale - objet trouvé? -, sia esso legno, pezzo di carta, osso, stoffa, metallo o, addirittura piume, come nel caso specifico della mostra di oggi.
E dove, con instancabile operosità, tempesta le superfici di punti di tonalità cangianti e di luce, cancellando confini (come si vorrebbe anche nella truce realtà politica di oggi) tra il frammento trouvé e l’artificio da orafo fiorentino, appunto.
E non è scultura, eppure lo è, per la dimensione plastico/ spaziale che conferisce ai materiali già menzionati, plasmandoli, modellandoli, com-ponendoli, e conferendo al tutto, forma compiuta dialogante nello spazio. Ma piuttosto Evento, per la collegiale partecipazione che richiama.
Sì, perché, lungi da urgenze “descrittiviste”, la spinta primigenia della nostra artista è sempre quella di operare uno scavo nelle pieghe della realtà inconosciuta, il cui disvelamento, di shopenauriana intuizione – non è una rappresentazione, ma la visione intima, introspettiva, di quella realtà, che urge scandagliare, e dunque comunicare. Da qui il senso di vertigine rutilante sintesi fra intuzione-ricerca-azione creativa-elevazione, quale occasione di Volo, da offrire alla condi-visione stupefatta dello spettatore
.

Rocco Abate - gennaio 2020 -



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