Un presunto accordo tra un imprenditore lucano attivo nel settore della sanità privata e alcuni appartenenti alla cosca Abbruzzese di Cassano all'Ionio, finalizzato – secondo l'accusa – a reperire il denaro necessario per estinguere un debito legato a forniture di sostanze stupefacenti. È questo il nucleo dell'inchiesta coordinata dalla Procura della Repubblica di Potenza che il prossimo 22 ottobre approderà davanti al giudice dell'udienza preliminare Antonello Amodeo, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di tredici persone.
L'indagine, coordinata dal pubblico ministero Vincenzo Montemurro, ipotizza che l'imprenditore, pressato dalle richieste dei presunti creditori calabresi, avrebbe organizzato l'incendio della propria attività commerciale con l'obiettivo di ottenere un finanziamento bancario destinato ai lavori di ripristino dell'immobile e, almeno in parte, al pagamento del debito.
Secondo la ricostruzione della Procura, dopo il rogo – avvenuto il 21 gennaio 2022 e che interessò soprattutto i locali destinati al ricevimento degli utenti – sarebbe stato richiesto un prestito all'istituto di credito. Una domanda che, in precedenza, era rimasta senza esito per l'insufficiente affidabilità economica dell'azienda. Gli investigatori ritengono che proprio i danni provocati dall'incendio avrebbero consentito di ottenere il finanziamento.
Gli inquirenti contestano inoltre all'imprenditore una serie di condotte finalizzate a ostacolare l'attività investigativa, tra cui il tentativo di indirizzare le dichiarazioni di alcuni testimoni e di fornire una ricostruzione dei fatti ritenuta non corrispondente al vero, con lo scopo di nascondere il presunto accordo e scongiurare possibili ritorsioni.
Nell'inchiesta compare anche un sottufficiale dell'Arma dei Carabinieri, accusato di aver rivelato informazioni coperte da segreto investigativo. Il militare sarebbe stato successivamente allontanato dall'attività d'indagine, poi affidata alla Direzione distrettuale antimafia di Potenza e alla Guardia di Finanza.
Pur avendo respinto, nell'ottobre dello scorso anno, la richiesta di misure cautelari per l'assenza di esigenze cautelari attuali, il giudice per le indagini preliminari Salvatore Pignata aveva evidenziato, nelle motivazioni del provvedimento, quella che definisce la "pericolosa estensione degli interessi criminali" della cosca Abbruzzese nel territorio di Senise e dell'intera Valle del Sinni, ritenendo significativo il quadro emerso dalle indagini.
Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, i reati di estorsione aggravata dal metodo mafioso, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e favoreggiamento. Sarà ora il Gup a valutare la richiesta della Procura e a stabilire se gli elementi raccolti siano sufficienti per disporre il rinvio a giudizio.
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