Decine e decine di morti ed oltre cento feriti, è il drammatico bilancio della “carneficina” della notte di Capodanno a Crans Montana. Nell'incendio del bar “Le Constellation” hanno perso la vita ragazzi giovani e giovanissimi e, adesso, sono moltissimi coloro che stanno lottando contro i dolori provocati dalle ustioni. Francesco D’Onofrio, agente lucano della Polizia di Stato, nello scorso mese di luglio, assieme al collega Marco Neri, aveva subito gravissime ustioni per aver tratto in salvo diverse persone e bambini dopo l’esplosione di un distributore di carburante nel Prenestino, a Roma. La sua testimonianza è quanto mai attuale per capire cosa stiano provando i feriti della tragedia in Svizzera e, soprattutto, affinché gli stessi possano trarre un insegnamento dalla sua esperienza per superare questi terribili giorni che stanno vivendo. Classe 1995, originario di Sant’Arcangelo, l’agente della Polizia di Stato Francesco D’Onofrio è stato campione d’Europa e del mondo di karate. Fratello maggiore delle campionesse Terryana e Orsola, ad inizio dello scorso mese di luglio fu protagonista di un gesto eroico che permise di salvare diverse vite umane dopo un’esplosione nella stazione di servizio in via dei Gordiani, a Roma. Assieme al collega, D’Onofrio fu investito dall’onda d’urto e dalle fiamme riportando gravissime ustioni che resero necessari due interventi chirurgici al Policlinico Umberto I. Gli altri agenti feriti furono una decina, tutti in maniera più lieve. Intorno alle 8 del mattino del 4 luglio, le deflagrazioni erano state due: la prima, più piccola, era avvenuta dopo una dispersione di Gpl durante l’operazione di rifornimento del serbatoio della stazione di servizio. Pochi minuti dopo, l’altra di dimensioni maggiori. Una la vittima, i feriti furono invece una cinquantina. La vicinanza delle Istituzioni fu immediata - il ministro dell’interno, il capo della Polizia, il Questore capitolino Massucci, i dirigenti della Questura, il dirigente del commissariato di Porta Maggiore ed il governatore lucano, Vito Bardi - ed il tributo reso ai due agenti feriti fu enorme. Attraverso la visita in Ospedale del cardinale vicario Baldo Reina, D’Onofrio e Neri ricevettero anche il saluto ed il ringraziamento di Papa Leone XIV e della Diocesi della capitale.
Agente D’Onofrio, innanzitutto come sta?
Per fortuna, sia io che il mio collega, stiamo bene e tra qualche giorno torneremo a Roma per i controlli di routine e, in base a quello che ci diranno i medici, capiremo se la guarigione procede per il meglio oppure se sarà necessario intervenire ancora. Ringrazio i professori Ribuffo e Nisticò, così come ringrazio i colleghi del Commissariato di Porta Maggiore.
Ovviamente non siete ancora rientrati in servizio?
No, chiaramente ancora no. Dobbiamo ancora attendere di capire le evoluzioni dei quadri clinici.
Entrambi avevate riportato ustioni tra il secondo ed il terzo grado? Abbiamo subito ustioni di terzo grado profondo fino al 25 per cento del corpo e siamo stati costretti a subire due interventi di trapianto. Inoltre, abbiamo riportato ustioni leggermente più lievi su un altro 15 per cento del corpo, che non hanno comportato trapianti ma che hanno comunque lasciato il segno.
Sente ancora dolori?
Sì e derivano più che altro dalla immobilizzazione del polso e del gomito poiché avevamo avuto difficoltà articolari, che ci impedivano di compiere movimenti naturali, appunto, sia a livello del polso che del gomito.
Appena appresa la notizia di Crans Montana ha rivissuto quei momenti drammatici dell’esplosione al distributore?
Esattamente, per me è stato inevitabile rivivere la mia esperienza attraverso quello che purtroppo è capitato a quei poveri ragazzi. Continui flashback mi sono tornati alla mente, può capitare solo a chi ha vissuto simili tragedie sulla propria pelle. Non rivivi solo il dolore, ma è come riprovare tutte le sensazioni di quel momento: un mix di emozioni e paure che ti fanno capire quanto determinate situazioni non si possano gestire.
Quei poveri ragazzi che adesso sono ricoverati e che stanno soffrendo, di quanta forza hanno bisogno e come possono riuscire a superare questi momenti drammatici? Questi sono i giorni più duri, durante i quali verranno sicuramente sottoposti ad interventi chirurgici di pulizia e di trapianto. È chiaro che poi è sempre tutto soggettivo, ma devono riuscire a reagire. Per un verso lo faranno per l’istinto di sopravvivenza, dopodiché, devono fare leva sui propri cari che sicuramente gli staranno vicino. Ma, soprattutto, devono pensare di essere sopravvissuti e convincersi che tutto potrà passare nel migliore dei modi, senza mai abbattersi o preoccuparsi delle eventuali conseguenze, che si affronteranno con il tempo, perché la medicina è molto avanti. Se rimanessero cicatrici devono essere affrontate con la massima determinazione possibile.
La vicinanza della sua famiglia quanto è stata importante?
È stato il supporto principale. Io devo dire di non essermi trovato mai solo anche perché in stanza ero assieme al collega. Ma ciò che davvero ha contato di più è stato il sostegno costante della mia famiglia, della mia ragazza e della famiglia della Polizia di Stato. Può sembrare strano, ma sono le uniche cose alle quali ci si attacca poiché sono le uniche che ti fanno stare bene e ti fanno affrontare la vita in modo diverso. La mia esperienza mi permette di dire che la vicinanza e l’affetto dei miei cari e delle Istituzioni ha fatto in modo che le mie non fossero difficoltà e sofferenze individuali, ma condivise con tutti coloro che mi stavano accanto.
Premesso che le circostanze di quanto capitato a lei ed al suo collega sono completamente differenti rispetto alla tragedia di Crans Montana, ma in simili momenti, quando ci si trova di fronte alle fiamme che divampano, come bisognerebbe comportarsi?
Naturalmente non bisogna mai sottovalutare qualsiasi fenomeno, nel caso di un incendio, ma anche di un nubifragio, o di una frana, ciò che può sembrare superabile può diventare ingestibile in un attimo. A mio avviso, intanto sarebbe opportuno insegnare nelle scuole come affrontare simili calamità anche per capire come gestire la folla. Paradossalmente, per quanto fosse impensabile sarebbe accaduto, quanto successo a noi era da mettere in preventivo nel senso che quando siamo intervenuti eravamo consapevoli potesse accadere quello che poi si è verificato e, per quanto possibile, siamo riusciti a gestire quella situazione salvando diverse vite umane. Al contrario, questi poveri ragazzi sono piombati in un incubo senza poterlo minimamente immaginare ed è chiaramente scoppiato il panico, con tutte le conseguenze che purtroppo conosciamo. Ecco perché sarebbe fondamentale che i ragazzi imparino a gestire simili emergenze e bisogna che le Istituzioni si facciano carico di insegnarglielo.
Gianfranco Aurilio
Lasiritide.it