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Tre anni dalla frana di Pomarico: ''sono tanti o pochi?''

13/01/2022




Ho provato a situarmi dalla parte dei senza casa. Sono trascorsi tre anni. Sono pochi? Sono tanti?



Stanno ultimando ora lo sgombero delle macerie della grande frana avvenuta a Pomarico (Matera) tra il 25 e il 29 gennaio del 2019 (con prodromi, segnali, movimenti nelle settimane precedenti).

Proprio ora, si, avete inteso bene, 2022, lo sgombero delle macerie. Allora forse tre anni sono tanti, sono troppi.



Parliamo quindi della rimozione di quel mondo antropizzato andato distrutto, la rimozione della storia sedimentata, la rimozione di un passato fatto di materia, misurata in tonnellate, ma anche di sostanza immateriale, di sentimenti ineludibili, di passi solitari in alcune delle vie più antiche di Pomarico che ora non ci sono più; un passato intriso di un incessante andirvieni, di donne, di bambini e di uomini dalle periferie del mondo (a volte sempre lo stesso, a volte davvero materialmente molto differente) dentro il luogo identitario di una comunità: il centro storico, la cui linea longitudinale di sviluppo, tre anni fa, è stata recisa sul fronte occidentale dall’energia possente di una frana retrogressiva di dimensioni enormi che ha inghiottito una parte del paese.



Da allora è stato interrotto il collegamento tra due punti. È stato reciso quel sentiero atto a varcare il confine tra la “modernità” e il patrimonio architettonico e “genetico” di un passato, già molto dimenticato prima della frana, costringendo a un passaggio da altri abbocchi, rendendo complicata la vita di chi aveva scelto coraggiosamente di restaurare e tornare ad abitare i luoghi della memoria.



Allora, forse, tre anni sono tanti, sono troppi.



Ora, con le tonnellate di materiali rimossi e portati chissà dove, la vita potrà ricominciare? No, ora bisogna attendere che quel collegamento spezzato, quel sentiero reciso venga ricomposto, riattato. Nelle cose amministrative significa una nuova gara, un nuovo incarico, un nuovo lavoro che durerà non si sa quanto, perché al di là di ogni previsione possibile la storia dell’Italia, in particolare la storia fatta di mille storie dentro la nostra dorsale appenninica, condizionata da tante frane, da decine di terribili terremoti, è caratterizzata dai ritardi burocratici, dalle beghe istituzionali, dal pulviscolo onnipresente del malaffare che, complice un ceto politico spesso mediocre, si cosparge ovunque, come portato dal vento, rendendo spesso anche i terremoti un’occasione per l’impavido lucrare sulle disgrazie.



Tre anni, dunque, sono tanti o sono pochi?



Chissà, intanto è stato superato qualsiasi record, con i sostegni economici (prima statali, poi regionali) alle famiglie, sospesi per oltre sette mesi, persone orfane del proprio nido, del luogo sparito all’improvviso (non proprio all’improvviso in verità) da sotto i piedi per colpa di non si sa ancora bene cosa: un insieme di motivi si dirà, primo tra tutti la fragilità dei luoghi, poi (e chissà quanto) le ingestite perdite di acqua e via via altri numerosi fatti, intrugli, concause. La geologia ci racconta i dettagli e illumina di consapevolezza tutti noi e finanche i fianchi scoperti dei calanchi.



E allora forse sono tanti tre anni, se dentro questo lungo periodo oltre a non avere più la propria abitazione, l’apparato burocratico-fallimentare riesce anche a tenere in ostaggio gli sfollati, tentennando con l’unica cosa che può concretamente contribuire ad alleggerire parzialmente il loro dolore: l’aiuto economico con cui, fu urlato, “non lasceremo nessuno indietro”!

Indietro dove? Quel passato è andato via, e con esso le uniche certezze che erano dentro quel pezzo di centro storico aggrappato al resto. Ora non più!

E l’orizzonte futuro? Quanto tempo passerà ancora prima di vedere nuovamente ri-connettere i due lembi di questa comunità sospesa nel vuoto di quei calanchi scoperti?

La storia di circa tre secoli di frane (e vicissitudini socio-politiche con ovvi riflessi ambientali) su questo territorio, margine e argine preappenninico, è in un articolo che ho riproposto ogni anno nel periodo che ci separa da quel 25-29 gennaio 2019. L’articolo fu ospitato negli atti del Seminario nazionale dei processi geo-idrologici in Italia, organizzato dalla Società Italiana di Geologia Ambientale, presso il CNR di Roma, il 29 novembre del 2019.




No certo, non risolve, non aiuta gli sfollati, ma aiuta a comprendere che sono stati reiterati errori su errori e che non bisogna più sbagliare ora. Perché altrimenti tre anni ridiventano, in men che non si dica, tre secoli senza che nulla sarà cambiato.

 

Gianni Palumbo (articolo e foto)

 

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