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La voce della Politica

Lomuti: 'La Corte dei Conti Ue certifica ciò che diciamo da anni'

9/09/2026

La relazione della Corte dei conti europea sulla prontezza della difesa non è un pamphlet pacifista né un documento di parte: è il giudizio di un organo di revisione contabile dell’Unione, che valuta l’impiego del denaro pubblico con i criteri della buona amministrazione. Ed è per questo che va letta con attenzione, soprattutto da chi in Parlamento ha responsabilità di controllo. Quel documento dice, nel linguaggio prudente dei revisori, ciò che dal mio posto in Commissione Difesa sostengo da tempo: il piano da ottocento miliardi di euro ribattezzato Readiness 2030 rischia di tradursi in spesa senza capacità, in debito senza sicurezza aggiuntiva. Il rilievo più serio riguarda il metodo. La Corte osserva che i valori-obiettivo di spesa fissati in sede atlantica — la corsa al cinque per cento del prodotto interno lordo — sono parametri incentrati sulle risorse impiegate, privi di requisiti di performance e non allineati ai princìpi di economia, efficienza ed efficacia. Tradotto: conta quanto si spende, non che cosa si ottiene. È l’esatto opposto di ciò che si pretende da qualunque amministrazione comunale d’Italia quando presenta un rendiconto. Ed è la conferma di un vuoto che denuncio da anni: sulla spesa militare il Parlamento italiano non esercita un controllo sostanziale, ma ratifica decisioni assunte altrove. C’è poi la questione della dipendenza esterna, che smentisce la retorica dell’autonomia strategica europea. La Corte ricorda che, nella fase di massima accelerazione degli acquisti, la larghissima parte delle acquisizioni degli Stati membri è avvenuta fuori dall’Unione e che gli Stati Uniti da soli ne rappresentavano quasi due terzi. Significa che il debito lo contraggono i contribuenti europei mentre la produzione, l’occupazione qualificata e il valore aggiunto restano altrove. Per un Paese come il nostro, e per un Mezzogiorno che chiede da anni una politica industriale degna di questo nome, è un paradosso insostenibile: si trovano centinaia di miliardi per comprare all’estero e non si trova una strategia per tenere in vita gli stabilimenti che abbiamo. Ma il punto politicamente decisivo è un altro, ed è di equità. Per finanziare il riarmo, diciotto Stati membri hanno ottenuto di derogare alle regole del patto di stabilità: quelle stesse regole in nome delle quali, per un decennio, si è imposta la compressione della sanità pubblica, della scuola, dei trasporti, dei servizi essenziali nelle aree interne. Non contesto che un vincolo di bilancio possa essere allentato quando la situazione lo richiede. Contesto che lo si allenti soltanto per le armi. Perché ciò che se ne ricava è la prova, nero su bianco, che la rigidità di bilancio non è mai stata un dato di natura: è sempre stata una scelta politica, applicata con severità ai diritti e con generosità agli armamenti. La Corte segnala infine un rischio che nel dibattito pubblico non compare quasi mai. I prestiti garantiti dal bilancio dell’Unione, a partire dallo strumento SAFE, non sono coperti da accantonamenti: eventuali perdite andrebbero coperte con il margine di manovra del bilancio comunitario e potrebbero comportare la richiesta di contributi aggiuntivi agli Stati membri. L’Italia a quello strumento ha aderito. Stiamo dunque costruendo, accanto al debito nazionale già acceso, una passività potenziale non quantificata che ricadrà sui bilanci dei prossimi anni, cioè sullo spazio fiscale che dovrebbe finanziare ospedali, medicina territoriale e servizi. Chi oggi giustifica ticket, tagli e liste d’attesa con la mancanza di risorse dovrebbe spiegare ai cittadini dove quelle risorse sono state dirottate. Per queste ragioni chiederò che la relazione della Corte dei conti europea sia formalmente esaminata dalla Commissione Difesa e che il Governo riferisca in Parlamento sugli impegni assunti in sede europea e atlantica, sulla composizione della spesa, sulla quota destinata a fornitori extraeuropei e sull’esposizione dell’Italia agli strumenti di prestito garantito. Non si tratta di essere favorevoli o contrari alla difesa: si tratta di pretendere che ogni euro sia tracciabile, giustificato da un obiettivo di capacità verificabile e sottoposto al controllo delle Camere. La sicurezza di un Paese non si misura in percentuali di prodotto interno lordo. Si misura nella tenuta della sua coesione sociale: e un continente che si indebita per armarsi mentre disarma la propria sanità pubblica non sta diventando più sicuro, sta soltanto diventando più fragile.



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