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La voce della Politica

''Pista da sci sintetica ad Abriola: sviluppo o consumo di territorio?''

23/08/2026

Ha suscitato polemiche, a partire da alcuni articoli usciti su Il Manifesto e Basilicata 24, il discusso progetto della pista da sci sintetica “più lunga d’Italia”. Progetto ricadente nel comune di Abriola, pista lunga 480 m e che implicherebbe l’abbattimento di circa 900 alberi in un’area ricadente in una Zona Speciale di Conservazione, “Faggeta di Monte Pierfaone”, all’interno del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano.
Il progetto prevede l’impiego di risorse finanziarie pubbliche provenienti dai fondi d’inclusione sociale: si tratta di 8 milioni di euro.
Sono anni che ormai in Basilicata viene perseguito il modello – proposto prima dalle amministrazioni regionali di centrosinistra e poi continuato dal centrodestra - dei grandi attrattori turistici; per lo più si tratta di strutture macroscopiche artificiali come ponti tibetani, slittovie, scivoli, altalene, voli su cavi d’acciaio, mega-anfiteatri per spettacoli e chi più ne ha più ne metta che propongono esperienze ludiche puerili, capaci di infondere adrenalina a buon mercato senza rischio per l’utente, con il risvolto della medaglia dell’impatto ambientale e paesaggistico e il consumo di suolo che spesso comportano tali opere, al costo di milioni di euro di fondi pubblici.
In parecchi casi tali macroattrattori si sono rivelati fallimentari anche in termini di ritorno economico: solo per fare un esempio, si possono nominare il Parco delle Stelle a Trecchina, chiuso da anni, l’enorme anfiteatro di Senise destinato ad ospitare spettacoli o il volo dell’Aquila di San Costantino Albanese. Strutture che hanno funzionato per poco, oggi in abbandono e milioni di euro di spesi, che potevano essere usati per opere molto più importanti per le comunità locali, come – solo per fare un esempio - la viabilità stradale primaria, visto che le strade asfaltate lucane sono sempre più dissestate, interessate da frane, piene di buche, con un danno anche all’accessibilità turistica della Regione.
La narrazione che ne esce è quella di una grottesca “gara a chi ce l’ha più lungo”: il ponte tibetano più lungo, l’altalena più alta e la pista da sci di plastica più lunga. Sempre secondo questa narrazione, le bellezze naturalistiche, storiche, archeologiche, culturali e paesaggistiche della Basilicata non basterebbero (sic!) ad attrarre i turisti, sarebbero necessari perciò attrattori ludici capaci di attirare un turismo di massa da parco giochi.
La contraddizioni emergono più che altro quando tali macroattrattori vengono proposti in parchi nazionali e regionali, aree protette la cui mission primaria è ancora oggi (o meglio dovrebbe essere) la conservazione, che non è solamente conservazione della biodiversità, ma anche tutela paesaggistica e ambientale, contro il consumo del suolo: in questi casi è il turismo a doversi adattare alle esigenze della conservazione della natura, non il contrario..
Significa che le uniche forme di fruizione turistica sono quelle che non compromettono le esigenze di tutela, non certo quindi le piste da sci di plastica ma semmai lo scialpinismo, le escursioni a piedi con le ciaspole, lo sci di fondo-escursionistico, per restare in tema di sci e di neve.
E se non nevica perché il clima è cambiato non si deve sciare per forza, si può fare anche una semplice escursione a piedi, a cavallo o in mountain bike!
Abbiamo avuto degli esempi anche nel Parco del Pollino, regno del pino loricato, dove in passato furono proposti macroattrattori ludici per fortuna bocciati dallo stesso Ente (scivoli, passerelle sugli alberi, ponti tibetani) nonché discutibili opere d’arte contemporanea del progetto ArtePollino, alcune realizzate, altre più impattanti sul paesaggio e scongiurate per fortuna dalle proteste di guide escursionistiche e ambientalisti (come le fantomatiche “uova giganti” a Pietra Capavola di Nils Udo, che avrebbero sfregiato un sito naturalistico di grande interesse scenografico oltre che geologico)
È ovviamente più consono alle aree protette un “turismo di qualità”, che apprezzi proprio l’assunto che certe aree vengano tutelate e siano accessibili solo a piedi, il turismo di massa non porta nulla di buono alle aree protette, se vogliamo nemmeno in termini economici, visto che sono proprio i turisti più sensibili e civili, i camminatori, quelli che di solito acquistano prodotti tipici, visitano i centri storici o risiedono più giorni nelle strutture ricettive dei parchi. E con questo non si vuol dire che il turismo escursionistico non abbia il suo impatto ambientale, ogni attività ce l’ha, ecco perché compito prioritario dei parchi è, oltre alla conservazione il “wilderness management”, ovvero anche la gestione delle attività outdoor, tramite regole e restrizioni, qualora ciò fosse necessario per non compromettere la conservazione di certi luoghi delicati dal punto di vista naturalistico.
La narrazione – diseducativa – che ne esce è che i parchi non siano primariamente aree protette ma dei “parchi divertimento”, dei Luna Park appunto. E sono proprio gli enti che propongono tali attrazioni a creare confusione nell’ignaro turista, che non capisce bene cosa sia un parco nazionale… la “diseducazione ambientale” parte a volte proprio dalle istituzioni!
Boschi, fiumi e torrenti, creste delle montagne e pianori, sono già “macroattrattori”: in un parco come quello del Pollino migliaia di visitatori vengono ogni anno non già per godere dei brividi dello scivolamento in una slittovia, ma per provare il “brivido” di venire al cospetto, anche senza andare in situ, con le ultime aree wilderness rimaste nel sud Italia, per ammirare dalla strada le lontane pareti a strapiombo dove nidificano i rapaci o un monumentale pino loricato dopo 3 ore di escursione, o per passeggiare tranquillamente sulle rive di un torrente in un bosco.
Attrattive naturali semplici che però non smuovono milioni di euro di fondi pubblici destinati a progettisti e società che devono realizzare opere in ferro e cemento: “più che attrattori sono stati siti attrattivi per i nuclei e i gruppi di esperti in fondi della UE e decisori di interventi che si stanno ripetendo all’interno del Pnrr e della gestione dei fondi dei Gal, Lfc, Apt, dei fondi strutturali …” (P. Simonetti).
Non scordiamo poi mai che un’area protetta degna di questo nome è sempre sottoposta a “vincoli” e che pertanto la promozione del turismo è sempre secondaria alla sua protezione…
Del resto era la stessa legge 394 che affermava decisamente la priorità conservazionista nella definizione di un parco nazionale: “i Parchi nazionali sono costituiti da aree terrestri, fluviali, lacuali o marine che contengono uno o più ecosistemi intatti o anche parzialmente alterati da interventi antropici, una o più formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche, biologiche, di rilievo internazionale o nazionale per valori naturalistici, scientifici, estetici, culturali, educativi e ricreativi tali da richiedere l'intervento dello Stato ai fini della loro conservazione per le generazioni presenti e future”.

Saverio De Marco
Delegato Regione Basilicata AIW (Associazione Italiana Wilderness)
Guida Ufficiale del Parco Nazionale del Pollino



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