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''Aree interne: il tempo delle analisi è finito. È il tempo delle scelte''

13/07/2026

Leggendo il Rapporto ISTAT sulla Sanità 2026, con particolare riferimento ai dati che riguardano la Basilicata, ho sentito l'esigenza di condividere alcune riflessioni. Lo faccio in virtù dell'esperienza amministrativa maturata alla guida della mia comunità fino a pochi mesi fa e del ruolo che oggi continuo a svolgere come consigliere comunale di minoranza. Al di là dei numeri, delle inevitabili letture politiche e delle campagne elettorali, quei dati raccontano una realtà che non può essere affrontata con slogan o promesse, ma con politiche serie, coerenti e di lungo periodo. È una realtà che chi ha amministrato un territorio conosce bene, perché la incontra ogni giorno nei bisogni delle persone e nelle difficoltà delle comunità. Il rapporto restituisce una fotografia che dovrebbe interrogare tutti: una Basilicata con un numero di medici tra i più bassi d'Italia, con un personale sanitario sempre più anziano, una forte carenza di specialisti, un'elevata mobilità sanitaria verso altre regioni e una popolazione caratterizzata da un crescente peso delle patologie croniche e dell'invecchiamento. Questi dati non parlano soltanto di sanità, parlano del futuro delle aree interne. Nei nostri territori convivono spopolamento, denatalità, invecchiamento della popolazione, difficoltà nei collegamenti e una progressiva riduzione dei servizi essenziali. È un paradosso evidente, proprio dove aumenta il bisogno di assistenza, i servizi tendono a diminuire perché valutati quasi esclusivamente sulla base dei numeri. È questo il limite che, da anni, accompagna molte politiche pubbliche. Sanità, scuola, trasporti e sicurezza non possono essere organizzati soltanto secondo criteri di sostenibilità economica. Devono rispondere anche a un principio di equità territoriale. Garantire gli stessi diritti a chi vive nelle aree interne del Mezzogiorno d'Italia non è una concessione, ma un dovere dello Stato. Ogni medico che non viene sostituito, ogni scuola che perde autonomia, ogni servizio che arretra rappresenta un passo in più verso lo spopolamento. Meno servizi significano meno residenti; meno residenti giustificano ulteriori tagli. È un circolo vizioso che rischia di diventare irreversibile. A questa situazione si aggiungono politiche spesso incoerenti. Da una parte si afferma di voler contrastare lo spopolamento, sostenere le aree interne e rilanciare i piccoli comuni; dall'altra si assumono decisioni che producono effetti opposti. Penso, ad esempio, alla nuova revisione della classificazione dei Comuni Montani, che ha escluso territori come Sant'Arcangelo, pur continuando a presentare le caratteristiche e le fragilità tipiche delle aree interne. Una scelta che determina la progressiva perdita di misure compensative e di strumenti di riequilibrio pensati per sostenere territori oggettivamente più fragili. Il problema, però, non è soltanto ciò che si perde. È ciò che non viene costruito. Si superano strumenti legati alla montanità senza definire, nello stesso tempo, un nuovo modello di sviluppo realmente coerente con la realtà delle aree interne. Si eliminano tutele senza sostituirle con politiche capaci di garantire pari opportunità a chi vive lontano dai grandi centri. È questa la contraddizione che la politica dovrebbe affrontare, se cambia il criterio con cui vengono classificati i territori, devono cambiare anche gli strumenti con cui lo Stato ne sostiene lo sviluppo, diversamente, si rischia di lasciare intere comunità in una sorta di limbo istituzionale, non più destinatarie delle misure previste per i comuni montani, ma ancora prive di un sistema organico di politiche dedicate alle aree interne. In questo scenario il peso delle difficoltà ricade troppo spesso sui sindaci. I sindaci sono il primo riferimento delle comunità, il volto delle istituzioni più prossimo ai cittadini a cui si chiede di dare risposte quando manca un medico, quando un reparto chiude, quando una scuola perde autonomia o quando un servizio essenziale viene ridimensionato. Eppure, davanti a problemi di questa portata, non esiste un sindaco che, da solo, possa cambiare il destino del proprio territorio. Un sindaco non può decidere il riparto del Fondo Sanitario Nazionale, programmare il Sistema Sanitario, modificare i criteri del dimensionamento scolastico o definire le politiche demografiche del Paese. Può, però, svolgere un ruolo fondamentale, ovvero, ascoltare la propria comunità, interpretarne i bisogni, costruire alleanze istituzionali e portare con forza quelle istanze sui tavoli dove vengono assunte le decisioni. È anche questa la missione di organismi come l'ANCI: trasformare le difficoltà dei singoli comuni in una questione nazionale. L'Italia ha bisogno di riconoscere che territori profondamente diversi non possono essere governati con gli stessi criteri. Milano e Sant'Arcangelo non affrontano le stesse sfide. Applicare ovunque le stesse regole significa, nei fatti, creare nuove disuguaglianze. Le aree interne hanno bisogno di politiche dedicate, capaci di compensare gli svantaggi strutturali legati alla distanza dai servizi, alla fragilità demografica e alla dispersione territoriale. L'uguaglianza non consiste nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel mettere ogni comunità nelle condizioni di esercitare gli stessi diritti. Per questo servono norme speciali, una fiscalità di vantaggio, procedure semplificate per chi investe, incentivi per chi crea lavoro e politiche capaci di rendere conveniente vivere, lavorare e fare impresa nelle aree interne. Proprio per queste ragioni guardo con forte preoccupazione al progetto di autonomia differenziata. Ritengo che un Paese nel quale esistono già profonde disuguaglianze territoriali debba avere come priorità quella di ridurle, non di accentuarle. Prima di attribuire ulteriori competenze e differenziare ulteriormente i sistemi territoriali, occorre garantire a tutti i cittadini gli stessi diritti fondamentali, a partire dalla sanità, dalla scuola, dai trasporti e dai servizi essenziali. Per questo continuerò a oppormi a un modello che, a mio giudizio, rischia di ampliare il divario tra territori già forti e territori che, come le aree interne del Mezzogiorno, chiedono semplicemente di poter competere ad armi pari. Tra poche settimane inizierà il tradizionale dibattito agostano nelle piazze dei nostri paesi. Ospiteremo scrittori, giornalisti, poeti, artisti e intellettuali. Tutto questo costituisce una ricchezza che va custodita e valorizzata. Mi auguro, però, che questi incontri non si riducano a semplici occasioni di intrattenimento. Se si parla di spopolamento, di giovani che partono, di borghi da riabitare e di aree interne, dovremo avere il coraggio di trasformare quelle riflessioni in proposte politiche concrete. Riabitare un territorio non è una suggestione poetica, ma una scelta che dipende dall'esistenza di lavoro, scuola, sanità, mobilità, servizi e opportunità. Senza queste condizioni continueremo a raccontare la bellezza dei nostri paesi mentre, lentamente, si svuotano. Ciò che più preoccupa è il silenzio della politica e, in particolare, del Governo. A meno di un anno dalla conclusione della legislatura, il confronto pubblico sembra concentrarsi soprattutto sugli equilibri politici, sulle strategie elettorali e perfino sulla legge elettorale, mentre temi come la sanità, lo spopolamento, la scuola e il futuro delle aree interne continuano a occupare uno spazio marginale nell'agenda politica. Eppure è proprio adesso che il Paese avrebbe bisogno di una visione capace di guardare oltre la prossima scadenza elettorale. Se continuiamo a rinviare le scelte strutturali, il rischio è che molti territori abbiano già pagato un prezzo troppo alto prima ancora che il problema venga affrontato. Anche i parlamentari, di qualunque appartenenza politica, sono chiamati a una riflessione. Nei miei anni da sindaco ho visto molti di loro tornare sui territori in occasione delle campagne elettorali, per sostenere candidati e liste nelle competizioni locali. Molto più raramente, però, ho visto nascere un confronto politico altrettanto forte e continuativo sulle grandi questioni che riguardano il futuro delle aree interne. I nostri paesi non hanno bisogno di visite dettate dalle scadenze elettorali, al contrario, hanno bisogno di una presenza costante, di ascolto, di confronto e di una rappresentanza capace di trasformare le difficoltà delle comunità in iniziative legislative, risorse e opportunità. La credibilità della politica o di una classe dirigente non si misura dal numero di comizi o di inaugurazioni, ma dalla capacità di portare in Parlamento le istanze dei territori e di costruire risposte concrete. Le aree interne non possono tornare al centro dell'attenzione solo durante una campagna elettorale, esse devono diventare una priorità permanente dell'agenda nazionale. Le aree interne non sono un problema da amministrare, sono una risorsa strategica per l'Italia. Custodiscono ambiente, acqua, agricoltura, biodiversità, identità culturale, storia e coesione sociale. Investire in questi territori non significa fare assistenzialismo. Significa investire nella sicurezza del territorio, nella tutela del paesaggio, nella qualità della vita e nell'equilibrio del Paese. Per anni si è chiesto ai sindaci di essere eroi, oggi è lo Stato che deve tornare a fare lo Stato. La vera sfida non è salvare qualche comune in più, ma decidere quale idea di Italia vogliamo costruire. Un'Italia che considera le aree interne un problema da amministrare oppure un patrimonio strategico da valorizzare. Perché difendere le aree interne significa difendere un pezzo fondamentale del nostro Paese e garantire che nascere in un piccolo comune non rappresenti un limite, ma una possibilità. Il tempo delle analisi è finito. È il tempo delle scelte. È il tempo del coraggio.

Salvatore La Grotta Già sindaco di sant’Arcangelo



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