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Parco Appennino Lucano: quando la politica perde contro lo Stato di diritto

20/06/2026

La vicenda che ha travolto l'organo di vertice del Parco Appennino Lucano Val d'Agri Lagonegrese non è un semplice episodio amministrativo: è uno specchio fedele delle degenerazioni che affliggono la gestione della cosa pubblica quando la logica di partito si compete alla competenza e alla legalità.

Il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza che non lascia spazio ad interpretazioni: il dm 228/2025, con cui è stato nominato presidente del Parco Antonio Tisci, è nullo. Nullo dall'origine. Il procedimento amministrativo che lo ha generato era viziato da forzature e da atti illegittimi - parole del Collegio, non valutazioni politiche. La conseguenza è immediata e retroattiva: Tisci cessa dall'incarico come se non vi fosse mai entrato.

A uscire rafforzato da questa vicenda è il dott. Giuseppe Priore, che ha saputo resistere alle pressioni, allo sciacallaggio mediatico orchestrato per delegittimarlo, e alla tentazione - comprensibile ma sbagliata - di piegarsi davanti a una nomina imposta dall'alto. La sua tenuta istituzionale è una lezione per chi crede che le nomine politiche siano inattaccabili.

Ma il punto non è solo chi vince e chi perde. Il punto è il metodo. Questa vicenda è la dimostrazione plastica di come il sistema delle nomine negli enti pubblici sia diventato uno strumento di occupazione del potere, indipendente da qualsiasi valutazione meritocratica. Gli enti parchi - nati per proteggere ecosistemi fragili, pensati dalla legge 394/1991 come presidî di competenza tecnica e tutela naturalistica - sono stati progressivamente trasformati in poltronifici al servizio delle correnti di partito. Si nominano presidenti non perché conoscono la fauna appenninica o hanno esperienza nella gestione ambientale, ma perché portano una tessera nel taschino giusto.

Oggi il Parco Appennino Lucano è privo di governance effettiva. È un ente paralizzato, incapace di esercitare la propria funzione istituzionale, in un territorio che non può permettersi vuoti di tutela. La responsabilità politica è chiara e non può essere scaricata su tecnicismi procedurali: spetta al Ministero dell'Ambiente intervenire con urgenza, ripristinare la legalità e, soprattutto, avviare una riflessione seria su come si seleziona chi guida le aree protette di questo Paese.

Lo Stato di diritto ha funzionato. Ora tocca alla politica fare la sua parte - per una volta nel senso corretto del termine.
Europa Verde -AVS Basilicata



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