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Cestari, crisi energetica: l’Africa paga il prezzo più alto tra rincari del petrolio e vulnerabilità alle importazioni

17/03/2026

“Gli effetti della nuova crisi energetica globale si stanno già ripercuotendo pesantemente sui paesi africani. Gli stati del continente sono mediamente grandi importatori di prodotti petroliferi raffinati, motivo per cui sono particolarmente esposti all’impennata del prezzo del greggio e alla minaccia di interruzioni delle sue forniture”. È l’allarme lanciato dal Presidente della Camera ItalAfrica Alfredo Carmine Cestari.

L’aumento delle quotazioni del petrolio favorisce, almeno nel breve periodo, i Paesi produttori come Angola e Algeria, ma pesa in modo significativo sulle economie dipendenti dalle importazioni energetiche, come Tunisia, Marocco ed Egitto, già alle prese con inflazione elevata e costi crescenti.

L’impennata dei prezzi del greggio, alimentata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, sta ridisegnando gli equilibri economici globali e producendo effetti divergenti tra le economie africane e mediterranee. Se da un lato i Paesi esportatori – tra cui Angola, Algeria e Libia – possono beneficiare dell’aumento delle entrate, dall’altro molte economie importatrici si trovano a fronteggiare nuove pressioni sui conti pubblici, sull’inflazione e sul costo della vita.

Tra i principali beneficiari del nuovo contesto energetico figurano alcune economie petrolifere africane. L’Angola potrebbe rafforzare la propria posizione finanziaria grazie all’aumento dei prezzi internazionali, mentre l’Algeria vede migliorare le proprie prospettive economiche grazie a maggiori entrate derivanti da petrolio e gas. Tuttavia, anche per alcuni Paesi produttori i vantaggi restano limitati: Stati come Nigeria e Ghana, pur esportando greggio, continuano a importare gran parte dei prodotti raffinati, con effetti diretti sull’aumento dei prezzi interni dei carburanti.

Di segno opposto l’impatto sulle economie nordafricane più dipendenti dalle importazioni. In Tunisia, la volatilità dei mercati energetici incide pesantemente sui conti pubblici, mentre in Marocco – che importa circa il 90% del proprio fabbisogno energetico – l’aumento del prezzo del petrolio si traduce in rincari alla pompa e in una riduzione del potere d’acquisto. In Egitto, le autorità hanno già aumentato le tariffe dei carburanti, con rincari tra il 14% e il 17%, a conferma della pressione esercitata dagli sviluppi geopolitici sui mercati globali.

Secondo le stime di Dangote Industries Limited, l’Africa importa ogni anno oltre 120 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi raffinati, per un valore di circa 90 miliardi di dollari. Questo dato evidenzia una vulnerabilità strutturale: la maggior parte dei Paesi africani, pur disponendo di risorse naturali, resta dipendente da filiere energetiche esterne.

Nel breve periodo, l’aumento del prezzo del petrolio comporta un immediato incremento dei costi di importazione e, di conseguenza, dei prezzi dei carburanti. A cascata, crescono anche le tariffe dei trasporti e i costi di produzione nei settori chiave come agricoltura e manifattura, con effetti diretti sul prezzo finale dei beni, inclusi quelli alimentari. Ne derivano pressioni inflazionistiche, svalutazione delle valute locali e rischi concreti per la sicurezza alimentare.

Particolarmente vulnerabili risultano i Paesi senza sbocco sul mare e quelli dell’Africa orientale, dove gli analisti prevedono significativi aumenti del costo del carburante. In questo contesto, si rafforza il rischio di stagflazione, soprattutto qualora il prezzo del petrolio dovesse stabilizzarsi su livelli prossimi o superiori ai 100 dollari al barile.

“La crisi attuale evidenzia un paradosso strutturale – prosegue Cestari –: l’Africa dispone di ingenti risorse energetiche ma continua a dipendere da catene di approvvigionamento globali che non controlla. Questa condizione espone il continente a shock esterni ricorrenti e ne limita le prospettive di crescita sostenibile”.

Le tensioni nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il commercio globale di petrolio e gas, rappresentano un ulteriore elemento di rischio: eventuali interruzioni, anche parziali, avrebbero effetti immediati sui prezzi internazionali dell’energia, dei fertilizzanti e dei trasporti.

In questo scenario, emerge con forza la necessità di accelerare la transizione energetica del continente, investendo nelle energie rinnovabili e nello sviluppo della capacità di raffinazione interna. Il potenziale solare dell’Africa, tra i più elevati al mondo, rappresenta una leva strategica ancora largamente inutilizzata.

Allo stesso tempo, il rafforzamento dell’integrazione economica regionale e il sostegno internazionale risultano fondamentali per aumentare la resilienza delle economie africane e ridurre la loro esposizione agli shock globali.

“L’Africa – conclude il Presidente Cestari – non può continuare a essere spettatrice passiva di crisi globali che non ha generato ma di cui paga il prezzo più alto. È necessario un cambio di paradigma che punti su autonomia energetica, sviluppo industriale e cooperazione internazionale strutturata”.



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