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Libera Basilicata e Articolo 21 Basilicata sul ''solito sistema clientelare'' proposto dal deputato Aldo Mattia

16/03/2026

Non siamo nati ieri e sappiamo molto bene quanto il sistema clientelare in Basilicata come nel resto del Paese, allunghi i suoi tentacoli ovunque. Lo raccontano molto bene le inchieste trasversali che riguardano tutti i settori, in particolari i più cruciali. E che i tentacoli della corruzione (che spesso è il vero nome del clientelismo) riguardino soprattutto la politica, quella con la “p” minuscola, lo sappiamo da sempre. Ma, francamente, restiamo esterrefatti dalla prepotenza dialettica di un deputato (Aldo Mattia di Fratelli d'Italia) che, in un incontro pubblico registrato e divulgato dai canali del suo stesso partito, dica con assoluta disinvoltura, spensieratezza, noncuranza, che affinché vinca il Sì al Referendum costituzionale dei prossimi 22 e 23 marzo, bisogna utilizzare anche il «solito sistema clientelare». Un favore a te, dieci a me.
Così, all'improvviso, si è materializzato davanti ai nostri occhi il Ministro protagonista di una celebre intervista del giornalista Paolo T. Fiume, che sul 3TG vaneggiava sulla «legge del più forte», e del «se gli elettori volevano un uomo probo non avrebbero dovuto votare me».
Peccato, però, che quell'intervista fosse, in realtà, una scena di un film (Signore e signori, buonanotte) e che il giornalista fosse un impeccabile Marcello Mastroianni. Ma, si sa, la realtà supera la fantasia.
Quello che è accaduto a Genzano di Lucania nel corso dell'incontro pubblico promosso da Fratelli d'Italia è gravissimo.
Ed è gravissimo non solo per ciò che è stato detto, ma per il modo in cui è stato detto: con la leggerezza di chi considera il clientelismo non una patologia della democrazia, ma una tecnica elettorale tra le tante. Come se fosse un attrezzo da officina politica, un cacciavite da usare quando servono voti. In altre parole: la normalizzazione dell’anomalia.
Chi ha memoria della storia repubblicana sa bene che il clientelismo non è una barzelletta da comizio. È il filo nero che attraversa decenni di vita pubblica italiana: da Tangentopoli alle più recenti indagini su sistemi di potere territoriale. Un sistema che non si limita a scambiare favori con voti, ma che costruisce dipendenza, subalternità, ricatto sociale.
Il punto è che quando un rappresentante delle istituzioni parla così, il problema non è solo politico: è culturale. Perché significa che quell’idea della politica – quella dei “pacchetti di voti”, delle promesse sussurrate, dei favori distribuiti come elemosine – non è stata archiviata, ma sopravvive, magari sotto traccia, come un vecchio manuale mai buttato via.
Lo racconta da secoli anche la letteratura. Nei romanzi di Giovanni Verga il potere locale si esercita attraverso relazioni opache e gerarchie informali; in quelli di Leonardo Sciascia il confine tra politica, potere e convenienza personale diventa un labirinto morale; Giuseppe Tomasi di Lampedusa lo diceva bene in una delle citazioni più famose de Il Gattopardo e di quel cambiamento fasullo capace di favorire la crescita continua delle correnti clientelari. E la politica italiana, troppo spesso, sembra uscita da quelle pagine più che da una moderna democrazia europea.
Il problema è che qui non siamo in un romanzo, né in una sceneggiatura cinematografica. Qui siamo davanti a parole pronunciate da un deputato della Repubblica, cioè da chi dovrebbe rappresentare – almeno formalmente – l’interesse generale e non la logica dello scambio.
E allora la questione diventa inevitabilmente politica e morale insieme: se il clientelismo viene evocato con tanta naturalezza, significa che qualcuno pensa ancora che funzioni. E se qualcuno pensa che funzioni, vuol dire che esiste ancora un sistema che lo alimenta.
Per tutti questi motivi siamo impegnati nella difesa della Costituzione e ci opponiamo a un disegno che, mascherato dietro il bisogno di giustizia di tante persone, mira in realtà a creare uno scudo per quel sistema di potere basato sul clientelismo e sulla corruzione. Oggi ci preoccupa la mafiosità dei comportamenti più ancora delle stesse mafie che in quei comportamenti trovano terreno fertile.
L’art. 3 della Costituzione assegna alla Repubblica il compito di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
L’esatto contrario di chi, invece, fa leva proprio sulle disuguaglianze, sulla povertà e sui diritti negati, quelli poi trasformati in favori, per alimentare il proprio potere.
Dovrebbe essere chiara a tutti allora, qual è l’entità della posta in gioco. E tutti dovremmo sentirci coinvolti nel difendere la democrazia il 22 e 23 marzo, e nell’impegno quotidiano perché la Costituzione trovi piena attuazione, piuttosto che vedere demoliti i suoi principi fondamentali. Quelli posti a tutela di tutti i cittadini, anche quelli senza potere o senza “santi in paradiso”.
E dunque quanto accaduto a Genzano di Lucania non può essere liquidato come una battuta infelice o una frase maldestra.
Perché, come spesso accade in Italia, la realtà – ancora una volta – ha deciso di imitare la caricatura. Con una differenza: al cinema si rideva. Qui c’è poco da ridere. E, per concludere con un'altra citazione cinematografica, francamente non ce ne infischiamo perché domani, purtroppo, rischia di essere un altro giorno. Ma un giorno peggiore.

Libera Basilicata
Articolo 21 Basilicata



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