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16 marzo 1978: il caso Moro e le domande che restano

16/03/2026

Il 16 marzo 1978 resta una delle date più drammatiche della storia della Repubblica italiana. Non è soltanto il giorno in cui le Brigate Rosse rapirono Aldo Moro. È il momento in cui la democrazia italiana si scoprì improvvisamente fragile, colpita al cuore delle sue istituzioni e costretta a confrontarsi con scelte politiche e morali tra le più difficili della sua storia.
Quella mattina, in via Fani a Roma, un commando armato blocca le auto che accompagnano Moro verso il Parlamento. Nelle stesse ore sta per nascere il governo guidato da Giulio Andreotti, sostenuto anche dal Partito Comunista Italiano. È un passaggio politico delicatissimo: prende forma il dialogo tra Democrazia Cristiana e PCI costruito negli anni da Moro insieme a Enrico Berlinguer, il cosiddetto compromesso storico.
L’azione dei terroristi dura pochi secondi ma provoca una strage. Prima ancora del rapimento vengono uccisi i cinque uomini della scorta: il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci e gli agenti della Polizia di Stato Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Cinque servitori dello Stato caduti mentre compivano il loro dovere. Tra loro Iozzino tenta di reagire, scendendo dall’auto con la pistola in mano, ma viene subito colpito dal fuoco dei terroristi.
Solo dopo quel massacro i brigatisti portano via Moro. Cominciano così i 55 giorni del sequestro che segneranno profondamente la storia della Repubblica.
Da allora il 16 marzo è diventato anche il giorno delle domande: la linea della fermezza scelta dallo Stato era inevitabile? Si poteva salvare Moro? E tutta la verità sull’agguato di via Fani è davvero emersa? Nonostante processi, commissioni parlamentari e numerose inchieste, alcune zone d’ombra continuano ancora oggi ad alimentare interrogativi.
Le lettere scritte da Moro durante la prigionia aggiungono a quella vicenda una dimensione umana e politica straordinaria. In quelle pagine emerge la riflessione di uno statista sulla ragion di Stato, sulla solitudine del potere e sul difficile equilibrio tra etica e politica. Non sono soltanto parole di un uomo prigioniero, ma il pensiero lucido di un protagonista della vita democratica italiana.
Del resto, tutta la sua storia politica era segnata da una convinzione profonda: «La democrazia vive di dialogo, di confronto, anche tra posizioni diverse». È la sintesi del pensiero politico di Moro e della sua idea di Repubblica: una democrazia capace di includere, di parlare anche con chi è diverso, di cercare sempre una mediazione nell’interesse del Paese.
A quasi mezzo secolo di distanza, il caso Moro non è soltanto memoria. È una domanda ancora aperta sulla coscienza della Repubblica: sulla forza delle istituzioni, sul rapporto tra verità e politica, sulla capacità dello Stato di proteggere i suoi servitori.
Oggi 16 marzo ricorre ancora una volta quell’anniversario. Ma il ricordo non può ridursi a una rituale commemorazione. Perché la vicenda Moro e il sacrificio dei cinque uomini della scorta ci ricordano che la democrazia non è mai definitivamente al sicuro e che le scelte compiute nei momenti più difficili segnano il destino di un Paese per generazioni.
Quel giorno l’Italia non perse solo Aldo Moro, ma anche cinque servitori dello Stato che caddero mentre difendevano la vita di un cittadino e il cuore della democrazia. Ricordare oggi significa riconoscere il prezzo del coraggio e della responsabilità civile, e rinnovare l’impegno di proteggere i valori della libertà e della giustizia in ogni generazione.

Giuseppe Corizzo
Resp.le Comitato Più Uno – Pistoia



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