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La voce della Politica

Legambiente su sequestro cantiere a Matera

5/03/2026

La notizia del sequestro preventivo di due cantieri impegnati nella trasformazione edilizia dell’ex comparto del centro direzionale in piazza Michele Bianco a Matera merita alcune necessarie riflessioni.

Sono anni che Legambiente racconta storie di malgoverno del territorio e delle nostre città. È dal 2009 che la nostra associazione si batte contro la legge regionale sul Piano Casa, che rappresentava e rappresenta una grande anomalia del diritto.

La legge sul Piano Casa, sin dalla sua origine, ha fatto comodo al centrodestra e al centrosinistra. Le modifiche apportate a partire dal 2012, con continue proroghe e integrazioni e, infine, la “stabilizzazione” della deroga del 2018, volute dai vari governi regionali, non hanno fatto altro che rendere inefficaci gli strumenti ordinari della pianificazione urbanistica.

Il “lavoro sporco” lo ha sempre fatto la Regione, mentre i Comuni si sono allineati senza opporre resistenza. Non risultano sindaci o assessori, né forze politiche di maggioranza o di opposizione - neppure in fasi decisive come l’adozione e la successiva approvazione di strumenti urbanistici importanti, come il Regolamento Urbanistico - che abbiano rivendicato in questi anni la titolarità del governo della propria città.

La deregulation nel governo delle città ha sempre fatto comodo ai governi locali, alle imprese, ai tecnici e persino a molti cittadini. Molto meno alle città intese come sistema complesso, fatto di pesi e contrappesi, di diritti invalicabili, di limiti di densità fondiaria, di standard urbanistici e di servizi collettivi da rispettare.

Siamo altrettanto convinti che i Comuni avrebbero potuto fare molto di più, adottando strumenti urbanistici capaci di circoscrivere e limitare i contraccolpi. Gli enti locali (in particolare i due capoluoghi) non hanno mai sollevato eccezioni in merito all’applicazione generalizzata della legge: l’hanno sempre, di fatto, sostenuta e applicata anche laddove la stessa legge ne impediva l’applicazione (nei cosiddetti ambiti e tessuti urbani saturi).

Non lo hanno fatto. Questo vale per tutte le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi quindici anni. Lo “spettro delle responsabilità”, dunque, va ben oltre le azioni attuate dalle varie maggioranze che si sono succedute nelle ultime quattro legislature regionali (da De Filippo a Pittella, fino a Bardi I e II).

A fine 2025 abbiamo ricordato le ultime deroghe in materia edilizia approvate dal Consiglio regionale con il collegato alla legge finanziaria. Intanto, in Terza Commissione consiliare regionale giace dal 2024 la proposta di legge di modifica della l.r. 25/2009 (condivisa da INU e Legambiente), che non cancella la legge - come da sempre richiesto dalla nostra associazione sin dalla prima stesura del 2009 - ma sancisce due principi ribaditi più volte dalla Corte costituzionale: il limite temporale e la competenza dei Comuni. Ci sembravano modifiche più che ragionevoli, il minimo che si potesse chiedere nelle more di una nuova legge urbanistica regionale, di un vero provvedimento legislativo sulla rigenerazione del patrimonio edilizio fatiscente e in attesa dell’approvazione del piano paesaggistico regionale, tuttora giacente nei cassetti degli uffici regionali.

Di fronte alle ennesime modifiche e deroghe edilizie, l’atteggiamento dei Comuni rimane silente.

Bisognerebbe ricordare che la Corte costituzionale, in questi anni, è intervenuta più volte su questo argomento, dichiarando l’illegittimità parziale o totale delle proroghe delle leggi regionali sul Piano Casa, in quanto in contrasto con la pianificazione urbanistica.

Allo stesso modo, sempre secondo la Corte, non è possibile riconoscere premialità volumetriche a immobili abusivi, seppur oggetto di sanatoria. Né sarebbe, in ogni caso, consentito alle Regioni introdurre deroghe generalizzate ex lege agli standard urbanistici di cui al D.M. n. 1444 del 1968 (densità fondiaria ed edilizia, distanze, altezze, monetizzazione degli standard).

In sostanza, la legge regionale non può “menomare il nucleo delle funzioni fondamentali attribuite ai Comuni all’interno del sistema della pianificazione”.

Tutto ciò premesso, quanto sta avvenendo a Matera - il sequestro dei due cantieri in piazza Michele Bianco - segna l’ennesima débâcle delle politiche di governo regionale e, in particolare, delle amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi anni nel capoluogo.

Sulla vicenda di piazza Michele Bianco, le responsabilità non sono da addebitare solo alla legge regionale. Negli anni scorsi, di fronte alle continue richieste di chiarimenti di Legambiente (a partire dal 2024), l’amministrazione comunale ha sempre dichiarato che i lavori in piazza Michele Bianco erano oggetto di continuo “monitoraggio e controllo”. Dubbi posti da Legambiente che oggi sono alla base dei provvedimenti cautelari della magistratura.

L’approvazione del Regolamento Urbanistico comunale nel 2021 avrebbe potuto rappresentare un’occasione importante per dirimere tutte queste questioni e rendere le norme e le procedure più chiare e trasparenti. Così non è stato. Non una parola da parte di chi, in questi ultimi quindici anni, ha avuto responsabilità di governo sugli effetti della legge regionale sui tessuti urbani saturi, di recente realizzazione, sul suolo extraurbano e agricolo. Pochi interventi da parte delle opposizioni. Non una parola da parte degli ordini professionali con l’eccezione dell’ordine degli Architetti. Infine, il silenzio, a tratti imbarazzante, del mondo accademico e del mondo della cultura. Tutto ciò ci preoccupa. Un atteggiamento che, per molti aspetti, appare come una resa e che non depone bene per il futuro del dibattito pubblico e per la responsabilità collettiva verso il territorio.




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