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Apt, negli spazi dell’Open Space Basilicata mostra fotografica di Biasucci

8/02/2024

Si può visitare fino alla fine del mese di febbraio la mostra “Vapori” (1983 – 1987) del fotografo Antonio Biasucci allestita negli spazi dell’Open Space Basilicata, in piazza Vittorio Veneto, nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita di Rocco Scotellaro, volute dalla Regione Basilicata per il tramite dell’APT, e in collaborazione con la Fondazione Matera Basilicata 2019 e con il Comune di Tricarico.

Antonio Biasiucci, dell’Accademia delle Belle Arti di Napoli partendo da Scotellaro, ha voluto fare emergere attraverso le immagini alcuni elementi forti della ritualità contadina, densi di un perdurante valore antropologico.

Biasucci nasce a Dragoni (Caserta) nel 1961. Nel 1980 si trasferisce a Napoli, dove comincia un lavoro sugli spazi delle periferie urbane e contemporaneamente una ricerca sulla memoria personale, fotografando riti, ambienti e persone del paese nativo. Nel 1984 inizia una collaborazione con l’Osservatorio vesuviano, svolgendo un ampio lavoro sui vulcani attivi in Italia. Nel 1987 conosce Antonio Neiwiller, attore e regista di teatro: con lui nasce un rapporto di collaborazione che durerà fino al 1993, anno della sua scomparsa. Fin dagli inizi la sua ricerca si radica nei temi della cultura del Sud e si trasforma, in anni recenti, in un viaggio dentro gli elementi primari dell’esistenza. Ha ottenuto importanti riconoscimenti, tra cui, nel 1992, ad Arles, il premio “European Kodak Panorama”; nel 2005 il “Kraszna/Krausz Photography Book Awards”, per la pubblicazione del volume Res. Lo stato delle cose (2004) e, nello stesso anno, il “Premio Bastianelli”; nel 2016 Premio Cultura Sorrento. Biasiucci è stato invitato fra gli artisti del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia del 2015. E' docente di “Fotografia come linguaggio artistico” presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli.

Qui di seguito un estratto dell’articolo di Silvia Mazzucchelli dal titolo “Riti di Antonio Biasiucci / Essere vicini nella sostanza delle cose” pubblicato da “DoppioZero”.

“Quando si varca la soglia di entrata della mostra del fotografo Antonio Biasiucci, si entra in un altro mondo. Il tempo perde la sua consistenza, si dilata, diventa un luogo fisico tanto quanto la materia raffigurata nelle immagini. Tutto è più lento: si cammina a piccoli passi, non si percepisce il rumore dell’esterno, la luce è tenue. Si potrebbe dire di galleggiare in una sorta di penombra percettiva. Si è disorientati, il vuoto della percezione crea anche uno spazio in cui ogni elemento è spossessato della sua presenza, della sua struttura. Tutto è magma e nel magma ci si deve buttare come quando si impara a nuotare.

È questo il primo passo del rito: misurarsi con un’immagine fotografica che si perde nei propri stessi contorni. La serie “Vapori” è la prima che si incontra. Si vede una mano alzata, un coltello, il dorso di un animale e poi la nebbia che avvolge la scena, quasi come se la penetrasse e ne fosse parte essenziale. Si tratta di un sacrificio, un gesto rituale, l’azione con cui il soggetto fotografato, viene tolto dalla condizione profana e consegnato a quella del sacro. Con l’uccisione del maiale, che nella cultura contadina significava anche nutrimento e socializzazione, il fotografo uccide una forma per reinventarne un’altra; il vapore attenua l’impatto della violenza necessaria affinché l’operazione si compia e tutto accade: si inizia a guardare nel vuoto dell’origine, là, dove le forme si squarciano e lasciano apparire la loro dissomiglianza”.



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