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Il mito della Basilicata ''Terra felix''

7/05/2023

Esisteva un tempo la convinzione che la Basilicata fosse una “terra felix”, e probabilmente lo era per davvero. Secondo alcune ipotesi l’origine del toponimo Lucania deriverebbe dal latino lucus “bosco sacro” oppure dal termine greco lýkos “lupo”; comunque sia, l’una e l’altra ipotesi, rimandano all’idea del bosco, della natura come elemento fondante e caratteristico della regione. E questa era, al di la della veridicità delle suddette ipotesi, la vera ricchezza delle genti lucane: la presenza di boschi, acque incontaminate, un’agricoltura, seppur di sussistenza, ma genuina, un’aria pura. Un patrimonio questo che ha forgiato nei secoli l’esistenza del popolo lucano e che li ha spinti a combattere contro chiunque volesse impadronirsi della loro terra! Semplicemente perché loro si sentivano felici vivendo a contatto con la natura, amavano la loro terra per quel che era e per essa erano disposti a morire. Forse erano degli idealisti ante litteram o qualcos’altro del genere, sta di fatto che per secoli questa gente ha vissuto portando avanti questo stile di vita; poi ad un certo punto è entrato nella storia dell’umanità il mito del progresso, dello sviluppo economico portatore di emancipazione sociale e le cose per la Basilicata si sono complicate. Il potere politico poi ha fatto il resto!
Nell’immediato dopoguerra si è cercato di ridurre il divario economico e sociale tra il nord e il sud Italia cercando, in modo anche esagerato, di adeguare il territorio meridionale (e quindi lucano) al modello economico dell’Italia del nord. Non considerando quelli che potevano essere i punti di forza del territorio meridionale quali la zootecnia, la pastorizia, la silvicultura si è puntato ad esportare in territorio lucano qualche realtà industriale del nord. Era questo il modello di sviluppo che la classe dirigente del tempo immaginava per i suoi concittadini. Delocalizzare qualche stabilimento in qualche piana desolata del meridione dove, tra l’altro, si trovava molta manodopera a basso costo, sfruttare gli ingenti finanziamenti pubblici messi in campo per l’occasione e il gioco era fatto. La Basilicata era diventata la nuova meta del progresso industriale e la gente, almeno allora, salutava con entusiasmo questa nuova conquista. Ma cosa aveva contribuito ad un cambio di rotta di questo genere?
Come sempre, per dirla brutalmente, “l’odore dei soldi”! La scoperta che la regione galleggi, nel vero senso della parola, sopra un mare di petrolio ha scatenato le fantasie di molti che puntavano in questo modo ad emancipare la regione. Il che, detta in soldoni, voleva dire svendere la propria terra alle grandi compagnie petrolchimiche. Quello che, purtroppo, è avvenuto.
Proviamo oggi a chiedere a qualcuno cosa conosce, qual è la prima cosa che gli viene in mente se sente parlare di Basilicata. Non più terra di briganti, come un tempo si affermava, ma terra di estrazioni petrolifere. Si perché la Basilicata oggi è la più vasta riserva di petrolio in Italia producendo il 70,6 per cento del petrolio italiano e il 14 per cento del gas. E tutto questo a danno dei propri cittadini, perché mentre, giorno dopo giorno, viene estratto petrolio, la gente, i giovani soprattutto, se ne vanno per mancanza di lavoro. Ancora, abbiamo scoperto che Viggiano, sede del Centro oli e di 20 dei 27 pozzi petroliferi presenti in Val d’Agri, è il Comune più ricco d’Europa per la produzione di petrolio. Si il Comune più ricco perché, fino al 2013 l’ENI versava il 7 per cento del totale estratto, poi si è passati al 10 per cento. In base a queste percentuali, l’Eni ha affermato di aver versato nelle casse regionali, tra il 1998 e il 2013, una somma pari a 1,16 miliardi di euro che tradotto, per il Comune di Viggiano, ha significato un introito pari a 11 milioni di euro. Tutto questo mentre i giovani lasciano sempre più numerosi i propri paesi in cerca di lavoro.
Ora, siamo passati da terra di briganti a terra non già di petrolieri, questo già sarebbe qualcosa, ma di persone che hanno svenduto il proprio territorio ed ora si ritrovano privi di quella ricchezza che per secoli, pur tra mille difficoltà di ogni genere, aveva consentito loro di andare avanti. A conferma di quanto andiamo affermando basti ricordare quando scritto dalla Procura della Repubblica di Potenza, secondo la quale lo sversamento ha causato un grave danno ambientale in nome di una scellerata politica che ha anteposto le esigenze della produttività all’interno dell’ecosistema della zona. Nel 2017 la Procura del capoluogo è tornata ad investigare sullo sversamento di 400 tonnellate di petrolio. Tutto questo ha avuto un effetto nefasto per la salubrità del Lago Pertusillo; infatti dai rilevamenti effettuati dai Carabinieri del NOE si parla di idrocarburi dispersi dal Centro Oli della Val d’Agri che si erano insinuati nella rete fognaria, il tutto a soli pochi chilometri dall’invaso del Pertusillo che costituisce la fonte primaria per il consumo umano di Basilicata e Puglia, oltre ad essere usata per l’irrigazione di un’area di oltre 35 mila ettari.
Ora, alla luce di tutto ciò, possiamo ancora parlare di Basilicata “isola felix”? Forse era meglio la Basilicata dei briganti, una terra, a volte crudele, ma fiera e gelosa delle proprie origini e capace di difenderle a qualsiasi costo!

Nicola Alfano



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