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Rotonda: presentato ‘A tuttocuore’, libro di Ornella Bloise

26/12/2021

Pagine che racchiudono un significato tipicamente natalizio, all’insegna di quella dedizione al prossimo che dovrebbe ispirare il vivere quotidiano ma rimasta rinchiusa in un passato che si è un po’ perso: fagocitato dalla frenesia di un’attualità in cui tutto cambia troppo velocemente senza lasciare più spazio a determinati valori e sentimenti.
C’è tutto questo in “A tuttocuore”, libro, appena pubblicato, scritto dalla rotondese Ornella Bloise (edito da EdiSud), i cui personaggi sono tanti e, quasi tutti, appartenenti alla schiera degli invisibili e senza voce. Vicende familiari che si intrecciano con storie di carcerati, filtrate attraverso i ricordi di una bambina, figlia del custode di una fatiscente prigione del sud negli anni ‘50.
“Per scriverlo ci è voluto un anno e molta fatica - ci dice l’autrice - è il mio primo libro e, vista l’età, credo sia anche l’ultimo. Mi è sempre piaciuta l’idea di scrivere dei miei ricordi e sono partita dalla voglia di raccontare la mia infanzia nel carcere dove lavorava mio padre, per racchiudere tutto all’interno della mia famiglia, ma poi ho deciso anche di andare avanti e devo dire che sono stati 12 messi belli pieni”.
Una vita trascorsa a formare i giovani come docente di lettere e latino al liceo, profonda conoscitrice della sua comunità per la quale è stata anche impegnata politicamente, la scrittrice ha iniziato a marzo del 2019, per concludere il libro nel del 2020 salvo poi rifinirlo durante il successivo lockdown.
“Mio padre faceva il barbiere e, quando avevo 4 anni, fu assunto per lavorare nel carcere di Rotonda dove era necessario rimanesse anche a dormire e, per questo, tutti noi ci trasferimmo lì. Era una struttura che non vi dico, cadeva letteralmente a pezzi: fredda, umida e senza acqua corrente. Insomma, quanto di più lontano possa esserci rispetto ad una abitazione come noi la intendiamo oggi, sia per comodità che per sicurezza. Eppure lì ho trascorso gli anni più sereni della mia vita e, a quel periodo, sono legati i miei ricordi più belli”.
Il titolo del libro è collegato proprio a questa totale mancanza di beni materiali, alla quale, però, faceva seguito un’atmosfera particolare.
“Eravamo felici perché ci sapevamo accontentare di quel poco, pochissimo, che avevamo. Vivevamo il vicinato, l’amicizia e anche la parentela in un modo molto più stretto. Il titolo “A tuttocuore” deriva proprio dall’umanità che si respirava stando seduti sui gradini della vicina, come all’interno del carcere. La pietas cristiana. Parliamo di una prigione mandamentale, dove venivano rinchiusi condannati esclusivamente per reati minori: come poteva essere il furto di un agnellino, il taglio della legna, dove non era consentito, piuttosto che la firma di una cambiale in bianco. Oggi li definiremmo “ladri di polli”, ma, all’epoca, lo facevano per sopravvivere. E spesso, mia madre e mia zia, si trovavano a confortare i detenuti sedendosi nel parlatoio. Li ascoltavano, ed io, anche se bambina, ero lì per curiosità e loro si dimostravano presenti dedicandosi a chi in quel momento aveva bisogno. Ero di fronte al cosiddetto ‘hic et nunc’, qui e subito, dei latini e il titolo, scritto volontariamente tutto in una parola, vuole sottolineare proprio l’immediatezza di dedicarsi al prossimo senza rinvii, o scuse. Ricordo, in particolare, il tempo dedicato ad un uomo, non di Rotonda, che era davvero disperato proprio per aver firmato una cambiale convinto che avrebbe poi racimolato i soldi e, dopo essere uscito, lo andammo a trovare e ci ospitò in casa sua per due o tre giorni. Oggi ce ne stupiremmo, ma allora era così: a quei tempi, per la disponibilità verso il prossimo, si viveva proprio a tuttocuore”.


Una forma mentis che non sembra più essere il collante di un presente, nel quale le priorità sono evidentemente altre.
“Quando insegnavo - aggiunge la prof - educazione e rispetto erano parte integramente della scuola, mentre oggi, da quello che mi dicono i docenti, un po’ meno. Credo dipenda dal cambiamento nostro, più che dei tempi, in quanto diamo più importanza all’apparenza. A differenza di prima, in cui ci bastava l’indispensabile. C’era una autentica semplicità. Ed ecco perché, con il libro, ho cercato di raccontare quella realtà alle nuove generazioni, a cominciare dai mie nipoti”.
Il libro, romanzato anche se non è un romanzo, è scritto in modo semplice ed immediato per essere alla portata di tutti.
“Ho cercato di rendere il linguaggio accessibile e leggero, prendendo come esempio il mio scrittore che definirei ‘mentore’, Alessandro Manzoni, e la sua medietas che ti fa stemperare un’azione quando diventa eccessivamente drammatica o cupa. Nel mio piccolo, l’intento è stato questo. Spero di esserci riuscita”.
La presentazione è avvenuta al Cine-teatro Selene, con l’Amministrazione comunale, diverse associazioni, e il parroco don Gianni Forte.
“Ho ringraziato il gruppo culturale parrocchiale e don Gianni che, come iniziativa di debutto del gruppo, ha voluto proprio la presentazione del mio libro. Ringrazio l’Amministrazione comunale, che ci ha dato il patrocinio. Ringrazio i “Ritunnari”, il cui presidente, Silvestro Di Sanzo, mi ha fatto commuovere perché ha detto che è diventato professore per ‘colpa’ mia e, per me, è stata una vera gratificazione. Ringrazio l’Acav, per le bellissime parole del presidente Silvestro Maradei; la Proloco e, non certo per ultimi, tutti i presenti. Il libro l’ho dedicato ai miei figli ed a mio marito, che mi hanno sostenuta e supportata, ed i miei nipoti, affinché apprendano chi siamo e da dove veniamo”.

Gianfranco Aurilio
Lasiritide.it
(Illustrazione della copertina di Alessandra Di Consoli)



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