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Lomuti: ''Per il Ministro Lollobrigida in Basilicata va tutto bene''

20/07/2026

«Bene gli invasi, ma la Basilicata disperde in rete il 65,5 per cento dell'acqua, il dato peggiore d'Italia, e il grano si vende sotto i costi di produzione da mesi. Il ministro Lollobrigida convochi il tavolo di crisi che il mondo agricolo lucano chiede invano dall'11 giugno»

Ho seguito con attenzione la giornata lucana di ieri del ministro Lollobrigida: il sopralluogo del mattino alla diga di Montecotugno, il dibattito serale a Maratea sull'agricoltura come volano di sviluppo. Non discuto il valore dell'infrastruttura. L'invaso di Senise sostiene da oltre mezzo secolo l'agricoltura di due regioni e ogni metro cubo in più di capacità è benvenuto. Discuto ciò che in quella giornata non è stato detto, perché è lì che si misura la distanza tra la rappresentazione e la realtà.

Nei giorni immediatamente precedenti la visita, l'Ufficio Studi della Cgia, elaborando gli ultimi dati Istat disponibili, ha certificato che la Basilicata disperde circa il 65,5 per cento dell'acqua immessa in rete: il dato peggiore d'Italia, contro una media nazionale intorno al 42 per cento. Potenza è ultima tra i 109 capoluoghi di provincia, con il 71 per cento. In termini concreti sono 341 litri sprecati ogni giorno per abitante sui 520 immessi, quasi ottanta milioni di metri cubi perduti ogni anno, un danno stimato in 189 milioni di euro. A Senise si è festeggiato un incremento di capacità di 120 milioni di metri cubi; la rete a valle ne restituisce alla terra e al mare, per pura inefficienza, ottanta ogni anno. Nessun piano di invaso regge questa aritmetica. Chiedo perciò al ministro e alla Regione di dire con chiarezza quale quota dei 147 milioni della Cabina di regia sulla crisi idrica sia destinata alle reti di distribuzione e alla loro manutenzione, e non soltanto alle opere di raccolta.

A Maratea si è parlato di agricoltura come volano di sviluppo. Nei campi quel volano gira al contrario. L'Ismea certifica per il Sud — Puglia, Sicilia e Basilicata — un costo medio di produzione del grano duro superiore ai 318 euro a tonnellata. L'ultimo listino della Commissione Unica Nazionale, pubblicato il 13 luglio, colloca il grano duro fino proteico del Sud tra i 278 e i 283 euro a tonnellata; sulle qualità meno pregiate i listini scendono più in basso. Anche restando sulla qualità migliore, ogni tonnellata raccolta lascia in azienda una perdita secca di 35-40 euro, prima di qualsiasi aiuto comunitario: per un'azienda media da cinquanta ettari, con la resa di 3,68 tonnellate per ettaro certificata da Ismea per il Sud, significa chiudere la campagna con un passivo tra i 6.400 e i 7.400 euro. Non parliamo di un comparto marginale. In Basilicata i cereali occupano 159 mila ettari, oltre 115 mila dei quali a grano duro, con più di ventitremila aziende e un valore che supera gli 81 milioni di euro: la materia prima della pasta e del Pane di Matera. A tutto questo si sommano costi energetici e dei mezzi tecnici che non accennano a rientrare.

Anche sul pomodoro da industria il quadro è cambiato, ma non in meglio. Per il bacino Centro-Sud, che comprende il Metapontino, l'accordo tra industria e organizzazioni dei produttori è arrivato solo a ridosso della raccolta, reso noto dalla Cia Basilicata: 140 euro a tonnellata per il pomodoro tondo, 150 per il lungo, rispettivamente 7,50 e 5 euro in meno rispetto al 2025. Un accordo, dunque, c'è; ma su cifre in calo per il secondo anno di fila, mentre al Nord il prezzo si è fermato ancora più in basso, a 134 euro netti, il terzo ribasso consecutivo dai 150 euro del 2024. La tenuta dei conti aziendali, in un caso e nell'altro, non la garantisce nessuno.

Di fronte a questi numeri, il 7 giugno il coordinatore della Cia di Lavello, Donato Vito Garofalo, ha chiesto l'apertura di un tavolo nazionale di crisi per il comparto cerealicolo e del pomodoro da industria, sul modello di quanto già avvenuto per l'olio extravergine d'oliva. L'11 giugno le consigliere regionali del Movimento 5 Stelle Alessia Araneo e Viviana Verri hanno rilanciato la richiesta in tre punti precisi: la convocazione immediata di un tavolo regionale sul prezzo del grano e del pomodoro, la promozione da parte della Giunta di un tavolo nazionale di crisi presso il Ministero, l'individuazione di risorse regionali dedicate al reddito dei cerealicoltori lucani. A quarantadue giorni di distanza, nessuna delle tre richieste ha avuto seguito.

Il ministro conosce bene lo stato delle risorse agricole lucane. Lo scorso 11 aprile l'assessore regionale all'Agricoltura, Carmine Cicala, aveva votato contro il bilancio 2026-2028 in Giunta, giudicando insufficienti i quattro milioni aggiuntivi stanziati a fronte dei tredici richiesti dal suo stesso assessorato. Lo strappo si è ricomposto solo il 21 aprile, con un video pubblicato sulla pagina dell'assessore in cui lo stesso ministro Lollobrigida annunciava risorse aggiuntive per l'agricoltura lucana. Da allora la Regione ha messo in campo un tavolo verde su credito e bandi del CSR, l'avvio dell'iter per l'IGP Pasta di Matera, le declaratorie di calamità per siccità e maltempo: iniziative utili, ma nessuna delle quali tocca il prezzo che oggi affonda le aziende cerealicole.

C'è infine una contraddizione che riguarda direttamente il Governo. L'esecutivo rivendica il proprio ruolo nella definizione delle clausole di salvaguardia dell'accordo Ue-Mercosur, il meccanismo che potrebbe scattare se le importazioni dal Mercosur crescessero oltre soglia. Ma quel meccanismo risponde a un pericolo futuro e condizionato; la crisi dei prezzi del grano e del pomodoro lucani è un pericolo presente e strutturale, che non nasce dal Mercosur e che nessuna clausola di salvaguardia può risolvere. Per quello serve un tavolo, non un comunicato. Depositerò un'interrogazione al ministro dell'Agricoltura per chiedere la convocazione, senza ulteriori rinvii, del tavolo di crisi nazionale sul grano duro e sul pomodoro del Centro-Sud, e mi aspetto che la Giunta regionale accompagni finalmente questa richiesta invece di limitarsi a fare gli onori di casa.

Le comunità del Senisese custodiscono da mezzo secolo l'acqua di mezzo Mezzogiorno e meritano più di una giornata di riflettori. Gli agricoltori lucani non chiedono passerelle: chiedono di poter vivere del proprio lavoro. L'acqua che si celebra a monte deve arrivare ai campi senza perdersi per strada, e i campi devono tornare a dare reddito. Tutto il resto è cerimonia.




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