Venerdì scorso a Palazzo San Gervasio si è parlato di CPR, i cosiddetti “Centri di Permanenza per i Rimpatri”, ma non si è trattato di un semplice convegno. È stato un incontro intenso di volti, di storie e di testimonianze, fortemente voluto dall’Associazione “Tutti Migranti” di Metaponto. Un incontro a cui hanno partecipato altre realtà associative, tra cui l’Assemblea Lucana No CPR, avvocati, medici, operatori sociali, la Garante dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale della Provincia di Potenza, e semplici cittadini desiderosi di comprendere quello che c’è “oltre le gabbie della bestialità”. Lorenzo Figoni, autore di “Gorgo CPR: tra vite perdute, psicofarmaci e appalti milionari”, Nicola Cocco, infettivologo della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e Rete Mai più Lager – No CPR, e Fabrizio Coresi, esperto di migrazioni per Action Aid, ci hanno raccontato quello che sono i CPR, dal punto di vista ammnistrativo e giuridico, sanitario e sociale. Hanno descritto gli interessi che vi ruotano intorno e la loro evoluzione nel tempo, evidenziando, perfino, la loro totale inutilità anche riguardo al tema dei rimpatri. Ma, soprattutto, è stata raccontata, anche attraverso immagini e piccoli video strappati al silenzio, la realtà dei CPR, luoghi di disumanizzazione, dove le persone non hanno più un nome, ma solo un numero: la “cosificazione” dell’essere umano, come l’ha definita il dott. Cocco. Questi moderni lager non sono semplici luoghi di passaggio, sono luoghi che lasciano il segno per sempre, nel corpo e nell’anima di chi è vi è rinchiuso, contro la nostra stessa Costituzione, senza aver commesso alcun reato. In una serata così è stato emozionante per tutte e tutti ascoltare la voce di Gildo Claps, attraverso il breve video che ci aveva inviato da Goma, prima del suo viaggio di ritorno in Italia. Glielo avevamo chiesto, perché ci sembrava importante questo legame con l’Africa, il principale luogo di partenza delle migrazioni. Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, è letteralmente un inferno in terra, con un milione di abitanti e altrettanti sfollati, vittime della guerra in atto tra l’esercito regolare e i ribelli dell’M23, che oggi controllano la città. A Goma i volti dei bambini raccontano storie di madri morte di parto e di padri uccisi in guerra. E a Goma, grazie al VIS, Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, Gildo, mamma Filomena e tutta la famiglia, con l’aiuto di tante persone, stanno realizzando il sogno di Elisa di diventare medico e di lavorare in Africa per le persone più povere. Ma ieri abbiamo toccato con mano un paradosso. Nel vedere le immagini e i brevi video che Gildo ci ha inviato, sembrava che l’umanità provenisse dall’inferno di Goma, dove, nella miseria e nella sofferenza più atroce, si riesce incredibilmente anche a sorridere. Mentre noi, complici di quell’orrore, siamo capaci, qui, di creare i lager di Stato. Pensate che in alcuni CPR non rimuovono neanche più i pezzi degli stracci a cui i “trattenuti” si impiccano o tentano di impiccarsi. Goma non è neanche uno dei principali luoghi di provenienza dei migranti.
Da lì, forse, non è solo materialmente difficile organizzare un viaggio, ma è perfino mentalmente impossibile costruire un sogno di vita. E noi, che siamo in gran parte responsabili di quell’inferno, armando la mano di chi deve proteggere gli interessi delle multinazionali in una terra ricca di minerali preziosi, siamo anche i responsabili della più crudele devastazione fisica e psichica di coloro che riescono ad arrivare. In mezzo ci sono il deserto, altri lager, il mare, e tutti i nomi che non saranno niente per nessuno. Incontri come quello di ieri ci spingono, ancora una volta, a guardare nello specchio della nostra disumanità, a guardare attraverso le lenti delle storie e dei luoghi dimenticati, dove però, come a Goma, si costruisce, incredibilmente, speranza. È necessario parlarne, ascoltare le voci dei testimoni, degli operatori di umanità, e provare a fare la nostra parte.

È un impegno immane, forse, ma è anche una questione di cambiamento di prospettiva sulle migrazioni, che richiede di agire su tre fronti: l’Africa, in temini di assistenza, scuola, educazione, ma soprattutto giustizia; l’accoglienza e la dignità del lavoro: la vergogna del caporalato, che è il volto di un’economia costruita sulla schiavitù, sui diritti negati, sulla disumanizzazione; la terza cosa per cui dovremmo tutti attivarci, forse la prima, è la chiusura di tutti i CPR, che sono lo specchio più infame di quello che siamo e la lente attraverso cui si rivelano gli orrori degli inferni dimenticati, come Goma, di cui siamo complici e responsabili. Un’immagine, che abbiamo ripreso durante l’incontro, è quella che in tanti ricorderanno dei tre giovani uomini appollaiati sul timone di una petroliera, disidratati, infreddoliti, affamati, arrivati incredibilmente vivi sulle coste dell’Europa. Come definire questi uomini se non eroi del sogno e della speranza?
E se, invece, di riservare a loro la nostra cieca disumanità, acquisissimo da loro un po’ di quel sogno e di quella speranza? Confidiamo, allora, nel fatto che incontri come quello di venerdì sera, i diversi interventi, le testimonianze, lo sguardo profondo sulle migrazioni, siano una spinta in più per ciascuno di noi per metterci in cammino, fare rete, provare a tenere insieme le tante esperienze positive, per credere che dei passi verso una nuova umanità siano davvero possibili.
Coordinamento Libera Basilicata
Associazione Tutti Migranti Metaponto
