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Lomuti. Legge elettorale, l’affondo dell’opposizione: «Ferita la democrazia, il voto dei cittadini conta sempre meno»

8/10/2026

«Dopo ben 3 fiduce oggi non ho semplicemente votato contro una legge elettorale. Ho votato contro un'idea di democrazia che considero profondamente estranea alla Costituzione della Repubblica.

E provo indignazione perché ciò che è stato approvato viene raccontato come una questione di governabilità, mentre riguarda qualcosa di infinitamente più importante: quanto vale il voto di ciascuno di noi e quanto potere siamo disposti a consegnare a chi vince.

Bisogna parlare chiaro, perché questa legge deve essere compresa da tutti.

Il premio può consegnare fino a 105 parlamentari in più alla forza o alla coalizione vincente. Quei seggi non cadono dal cielo: per darli a chi vince bisogna toglierli agli altri.

Significa che tu puoi votare una forza politica perché vuoi che quelle idee entrino in Parlamento e la legge può ridurre il numero dei parlamentari che quei voti avrebbero eletto, per darne di più proprio a chi hai votato contro.

Questo, per me, è un colpo gravissimo al principio democratico per cui ogni cittadino deve poter contare allo stesso modo.

Inoltre si indeboliscono le garanzie per una presenza equilibrata di donne e uomini nelle candidature di vertice: una scelta politicamente ancora più grave perché compiuta sotto il primo Governo guidato da una donna nella storia della Repubblica. Hanno poi raccontato di avere restituito agli elettori la possibilità di scegliere i parlamentari attraverso le preferenze. Ma hanno lasciato il capolista bloccato. Se una lista conquista un solo seggio, entra chi il partito ha messo in testa. La scelta dell'elettore viene dopo la scelta del partito. E come se non bastasse, si innalzano pesantemente le firme necessarie per presentarsi alle elezioni, mentre si mantengono condizioni privilegiate per determinate forze già presenti in Parlamento. È una barriera che rischia di impedire a nuove forze politiche di concorrere e, soprattutto, ai cittadini di votarle. Non si colpiscono soltanto i partiti esclusi: si colpisce il diritto dei cittadini di scegliere liberamente da chi farsi rappresentare. È una grave lesione del pluralismo democratico garantito dall'articolo 49 della Costituzione. E infine c'è la questione che più di ogni altra rivela la direzione intrapresa.

La legge obbliga le forze politiche a indicare preventivamente la persona proposta per la Presidenza del Consiglio. A questa personalizzazione si accompagna un meccanismo che rafforza chi vince attraverso il premio.

È qui che vedo la regressione più profonda: dalla democrazia parlamentare verso la democrazia del “Capo”.

La Costituzione nata dalla Resistenza aveva scelto consapevolmente un'altra strada. Non un uomo solo al comando, non un potere senza contrappesi, ma Parlamento, pluralismo, confronto, mediazione, Presidente della Repubblica, garanzie costituzionali. Un sistema nel quale nessuno, neppure chi vince le elezioni, può identificare se stesso con il popolo.

Per questo considero quanto avvenuto oggi un colpo durissimo alla democrazia italiana.

Il pericolo è profondo: che la democrazia possa essere progressivamente impoverita continuando a chiamarsi democrazia.

È questo che deve preoccupare.

Una democrazia non muore soltanto quando qualcuno chiude il Parlamento. Può arretrare anche quando il Parlamento rimane aperto, le elezioni continuano a svolgersi e le leggi continuano a essere approvate, ma il voto dei cittadini conta sempre meno e il potere di chi vince conta sempre di più.

Considero questa legge incostituzionale nel suo impianto complessivo. È in conflitto, a mio giudizio, con l'articolo 1 della Costituzione, che attribuisce la sovranità al popolo; con gli articoli 3 e 48, che tutelano l'eguaglianza e il voto eguale; con l'articolo 49, che garantisce ai cittadini il diritto di concorrere democraticamente alla vita politica; e pone gravi questioni anche rispetto all'articolo 51, sulla parità di accesso alle cariche elettive, e agli articoli 92 e 94, che definiscono la nostra forma di governo parlamentare.

Per questo oggi non intendo limitarmi a dire: “abbiamo perso una battaglia parlamentare”.

Non abbiamo perso noi. È stata ferita la democrazia.

E quando viene ferita la democrazia non esistono maggioranza e opposizione che possano considerarsi estranee al problema. Riguarda tutti: chi ha votato questa legge, chi l'ha combattuta e soprattutto milioni di cittadini che forse ancora non conoscono fino in fondo ciò che è stato deciso.

A loro dobbiamo parlare. A loro dobbiamo spiegare. Con loro dobbiamo continuare questa battaglia, utilizzando tutti gli strumenti democratici e costituzionali che la Repubblica ci mette a disposizione.

Perché la democrazia non appartiene a chi governa. Non appartiene ai partiti. Non appartiene neppure al Parlamento. Appartiene al popolo italiano.

E nessuna esigenza di governabilità può valere più della sua libertà.»



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