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La voce della Politica

''La Basilicata non è il bancomat petrolifero dell'Italia''

17/09/2026

Per la premier Giorgia Meloni non ci sono dubbi: bisogna aumentare le estrazioni di petrolio, perché ”non ha senso andare a comprare il petrolio in Qatar se ce lo abbiamo in Basilicata”.

Il ministro degli esteri e V. presidente del Consiglio, Antonio Tajani, è ancora più esplicito: “Abbiamo deciso di aumentare la produzione energetica in Italia con l’estrazione di petrolio in Basilicata dove si può estrarre tre volte il greggio che estraiamo oggi"

Ancora una volta la Basilicata, ed i lucani che vi risiedono, vengono chiamati a sacrificare sull’altare dell’interesse nazionale la tutela del proprio territorio, già martoriato ed afflitto da pesanti rischi per l’ambiente e la salute pubblica. Peraltro, senza ricevere vantaggi significativi, dal momento che le royalties non hanno invertito le grandi tendenze demografiche ed economiche, che risentono di un trend sempre più negativo.

La richiesta del Governo, poi, mal si concilia con la prospettiva di una Basilicata, che faticosamente sta costruendo negli ultimi anni la propria immagine sul turismo lento, sui parchi naturali, sui borghi, sull'agricoltura di qualità, sulle produzioni di eccellenza, investendo risorse pubbliche e private, per associare il proprio nome alla qualità ambientale.

Né i lucani possono dormire sonni tranquilli a seguito delle dichiarazioni, intervenute nelle ultime ore, del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, e del presidente della Regione Basilicata, Vito Bardi, i quali hanno assicurato che i tetti massimi di estrazione fissati dagli accordi vigenti non saranno aumentati.

Si tratta di una rassicurazione che rischia di lasciare sul tavolo la domanda più importante: si parla soltanto di non aumentare ciò che già esiste oppure si esclude categoricamente l’apertura di nuove attività estrattive?

La differenza non è semantica. È politica.

Perché dal Governo nazionale arrivano segnali che sembrano andare nella direzione di una maggiore valorizzazione degli idrocarburi nazionali, dal momento che il 10 settembre ha ritenuto di adottare un decreto-legge (n. 157/2026), che contiene proprio disposizioni sulle attività energetiche strategiche, intervenendo sui procedimenti autorizzativi.

A questo punto le domande diventano inevitabili.

Se non è intenzione del Governo favorire nuove estrazioni, perché introdurre procedure che consentono di accelerare l’iter quando una Regione non conclude il procedimento? A quale esigenza concreta risponde una simile norma? Quali progetti dovrebbe velocizzare? E soprattutto: perché costruire oggi uno strumento destinato a superare eventuali inerzie regionali se domani non si prevede di autorizzare nuove iniziative petrolifere?

Non basta dire che i tetti degli accordi precedenti restano invariati. Un conto è non aumentare la quantità estraibile dagli impianti già regolati; un altro è chiarire se possano arrivare nuove concessioni, nuovi pozzi o nuovi progetti al di fuori di quei limiti.

È qui che la politica deve smettere di giocare con le parole.

Le dichiarazioni di Meloni e Tajani sul ruolo delle risorse energetiche nazionali rendono necessario un chiarimento. Il Governo vuole semplicemente rendere più rapidi procedimenti amministrativi che riguardano infrastrutture energetiche già programmate oppure sta preparando il terreno per una nuova stagione dell’estrazione nazionale?

E la Basilicata, in questo scenario, quale ruolo dovrebbe avere? Il punto non è soltanto quanto petrolio si estrarrà. Il punto è chi deciderà, con quali procedure e per quali interessi.

Per questo la rassicurazione sui vecchi tetti non basta. Servono risposte nette su una questione precisa: Governo e Regione escludono oggi, senza ambiguità, nuove concessioni e nuove estrazioni petrolifere in Basilicata?

Se la risposta è sì, lo dicano chiaramente. E spieghino allora perché il legislatore ha ritenuto necessario accelerare proprio quei procedimenti che, in assenza di nuove iniziative, avrebbero ben poco da accelerare.

Ma c'è un'altra domanda alla quale occorrerebbe dare una risposta.

Le statistiche del commercio estero registrano nel 2025 esportazioni di greggio attribuite alla Basilicata pari a circa 111 milioni di euro. Sia chiaro: questo dato è espresso in euro e non consente di dire quante tonnellate siano state fisicamente esportate.

Ma proprio per questo la domanda sorge spontanea: quante tonnellate vengono utilizzate in Italia? Quante vengono esportate? Dove finiscono? Quanto petrolio prodotto con le nuove perforazioni resterà effettivamente nel mercato nazionale? E quante importazioni verranno realmente sostituite?

Perché, se una parte della produzione viene venduta sul mercato internazionale mentre l'Italia continua a importare greggio, allora la parola "autosufficienza" rischia di diventare soltanto uno slogan.

E allora, il Governo dovrebbe presentare ai lucani un bilancio chiaro: quanto estraiamo, quanto consumiamo in Italia, quanto esportiamo, quanto incassiamo, quali benefici otteniamo e quante importazioni vengono effettivamente sostituite.

Perché esportare petrolio non è di per sé uno scandalo. È una normale operazione commerciale.

Diventa però una questione politica se, come si evince chiaramente dalle dichiarazioni di Meloni e Tajani, si chiede alla Basilicata di aumentare ulteriormente il sacrificio territoriale, sostenendo che sia indispensabile per l'indipendenza energetica, senza dimostrare quanto di quella produzione aggiuntiva servirà davvero all'Italia.

La Basilicata non è un pozzo senza fondo. E soprattutto non è il bancomat energetico della Repubblica.

E la vera domanda non è soltanto quanto petrolio possiamo ancora estrarre, ma quanto di quel petrolio serve davvero all'Italia e quanto, invece, viene semplicemente venduto sul mercato.

Questa risposta, ai lucani, il Governo la deve.

Alberto Iannuzzi



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