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La voce della Politica
| Piccoli Comuni: “Il tempo per agire è adesso'' |
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11/08/2026 | Il paradosso dei piccoli Comuni: tra leggi in deroga, blocco delle assunzioni e rischio clientelismo. Nei piccoli Comuni italiani la gestione del personale è da anni al centro di un corto circuito normativo. Le leggi nate per snellire la burocrazia e garantire il funzionamento dei municipi minori stanno producendo l'effetto opposto. Si assiste al blocco delle assunzioni stabili, all'aumento della spesa inefficiente e al rischio di dinamiche clientelari. Il blocco del turn-over e l'illusione delle deroghe. I vincoli della finanza pubblica e i tetti di spesa storici impediscono ai Comuni sotto i 5.000 abitanti di programmare concorsi pubblici per posizioni a tempo indeterminato. Per evitare la paralisi amministrativa, il legislatore interviene periodicamente con norme in deroga. Queste eccezioni consentono assunzioni straordinarie, ma quasi esclusivamente a tempo determinato o legate a progetti specifici come il PNRR. Il risultato è una cronica carenza di organico strutturale, che priva gli enti delle competenze necessarie a gestire i servizi essenziali. Il nodo dei contratti flessibili e degli incarichi esterni. La necessità di personale, unita all'impossibilità di assumere stabilmente, spinge i piccoli Comuni verso un uso massiccio di contratti flessibili, consulenze e collaborazioni esterne. Questo meccanismo genera due problemi principali: aumento dei costi complessivi: Gli incarichi esterni e le continue proroghe costano spesso più di un dipendente di ruolo, disperdendo risorse pubbliche. Mancanza di continuità: Il personale precario abbandona l'ente non appena trova un impiego stabile, vanificando la formazione ricevuta. Il rischio della discrezionalità e delle clientele: il superamento delle procedure concorsuali ordinarie apre la strada a forti rischi di opacità. Quando l'accesso alla pubblica amministrazione avviene tramite selezioni semplificate, canali d'urgenza o chiamate dirette per uffici di staff (come previsto dall'articolo 90 del TUEL), la linea di demarcazione tra merito e appartenenza politica si fa sottile. In contesti locali molto piccoli, dove il controllo sociale e politico è concentrato nelle mani di pochi amministratori, la flessibilità si trasforma facilmente in uno strumento di consenso elettorale. I posti di lavoro temporanei rischiano di diventare merce di scambio, alimentando circuiti clientelari che penalizzano i candidati qualificati e privi di legami politici. Se la speranza è l’ultima a morire, beh, di questo passo sta per morire anche la speranza. I carnefici? Tanti. Il più delle volte, gli stessi amministratori che da anni accettano queste regole stanno portando i piccoli comuni alla chiusura. Sulla carta si denuncia, ma in pratica si fa ben poco. Anzi si diventa complici di un delitto annunciato, specialmente quando politica ed amministrazione sono nelle stesse mani ( sindaci e/o assessori che diventano responsabili di area, una fusione incostituzionale nei piccoli comuni che fa deragliare leggi e ruoli). Pochi o nulli, poi, almeno nelle aree interne, tavoli per creare imprese di area vasta, e dunque lavoro, occupazione, sviluppo. Paesi sempre più vecchi, comunità con sempre meno servizi, luoghi con sempre meno giovani, lontani dalle proprie terre, lontani per studio e per lavoro. La colpa? Riflettiamo un attimo: è solo colpa del Governo che ha dato il via libera ''alla morte assistita'', mi riferisco al Piano strategico nazionale delle aree interne (PSNAI), Dipartimento per le Politiche di Coesione e per il Sud, tanto criticato appena qualche mese fa e oggi dimenticato da tutti noi. Un viaggio, scrivevamo, senza speranza di ritorno per tanti comuni, per tante aree, specialmente la nostra. Allora, chi staccherà la spina, chi deciderà di farlo?... Forse un po’ tutti, visto e considerato che di piani strategici di salvataggio, seri, non se ne vedono. Solo qualche articolo, forse, interessato, per le elezioni alle porte. In verità servono, oggi più che mai, imprenditori, strategie, linee guida di sviluppo, cittadini, sindaci e amministratori capaci di tracciare nuovi orizzonti di impresa, lavoro e mercato. Allora? La chiave di svolta, molto probabilmente, sta nell’analizzare la mancata consapevolezza delle nostre potenzialità; questo accade quando non si ha piena coscienza di ciò che siamo. Il professor Mirizzi, con la sua esperienza di fine antropologo, ci invitava a interrogarci su tutto questo. “Spesso, la storia dei paesi – spiegava non molto tempo fa– si identifica con la storia delle singole persone. È importante – spiegava- legare la vita dei singoli alla vita dei paesi”. Il presente e il futuro dipendono da questa individualizzazione del rapporto tra persone e luoghi. “Il paese non è il luogo, non sono le piazze, i monumenti, i paesaggi; quelli sono solo il contenitore. Il paese non è il luogo che viene abitato, è soprattutto una ‘struttura di sentimento’". Il sentimento, certamente. Io aggiungerei, il professore mi perdonerà, spero, anche l’orgoglio. Sentimento e orgoglio le chiavi, forse, delle nostre potenzialità, chiavi in grado di aprire tavoli seri di impresa, di politica seria, come si diceva tempo fa con la “P” maiuscola. Una politica dei Comuni, dunque, capace di cambiare anche leggi che portano al baratro. Mi piace ricordare un certo Pannella Marco, che riuscì a fare cose impensabili, ma anche i “Centomila di Scanzano”, storia molto più recente e vicina a noi. Servono buon senso, lungimiranza e amore per le Comunità, solo così si possono spostare le “montagne”. Il tempo per fare è adesso, diversamente la spina, giorno dopo giorno, la staccheremo un po’ tutti.
Vincenzo Diego |
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