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La voce della Politica
| Autonomia regionale, Lacorazza: sfida unitaria |
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16/02/2019 | Ci siamo; come previsto da tempo, siamo entrati nel vivo del confronto sul regionalismo differenziato.
Quale sarà la posizione della Regione Basilicata?
Mettiamo questo tema nell’agenda della campagna elettorale.
A seguito di una mozione da me proposta e approvata dal Consiglio regionale il 20 marzo 2018 ho promosso, in prima commissione consiliare, audizioni e una ipotesi di lavoro contenuta in un documento agli atti dell’Assemblea.
Per evitare che, come si paventa da più parti, il regionalismo differenziato si risolva essenzialmente in una ‘secessione dei ricchi’, occorre piantare due paletti a salvaguardia dell’unità nazionale.
Il primo paletto, quello fondamentale, è la Costituzione, in particolare negli art. 3 (“… E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale…”), 119 (“I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea”) e 120, che chiama in causa il Governo per “…la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali..”.
E’ chiaro, quindi, il binario su cui può viaggiare il treno della cosiddetto regionalismo differenziato previsto dal comma 3 dell’art. 116 della Costituzione, il cui principio di riferimento è in particolare l’art. 5 in cui è scritto che “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento”.
Il secondo paletto da piantare è l’art. 7 bis della legge 18/2017 che reintroduce il riequilibrio territoriale: è necessario ridurre il divario tra Nord e Sud partendo dal fatto che il trasferimento dei fondi ‘ordinari’ (ferrovie, strade, ecc.) deve essere proporzionale alla popolazione.
Con questa premessa la sfida dell’autonomia si può giocare se la Regione ha una visione e se, come credo, l’efficienza della macchina amministrativa diventa faro di un cambiamento politico e culturale.
Fondamentale è la visione.
Il nodo problematico della prospettiva della Basilicata continua ad essere la scarsa densità della popolazione e la crisi demografica: pochi e sempre meno abitanti in tanto territorio riserva di risorse naturali strategiche per il Paese. La crisi delle aree interne attraversa tutta l’Italia; la Basilicata dovrebbe farsi portatrice di questa originale interpretazione ‘meridionalistica’ per trarne una convenienza.
Abbiamo questa possibilità e la giusta credibilità per farlo, avendo guidato l’esperienza, unica nel suo genere, del referendum promosso da dieci Regioni contro l’art. 38 dello Sblocca Italia al fine di mantenere sovranità sul governo del territorio.
Se quella stagione fu la “difesa”, adesso tocca organizzare il gioco “per provare a segnare un goal”.
Da dove partiamo?
Dai diritti di cittadinanza che sono alla base della programmazione speciale per le aree interne voluta dall’allora Ministro Barca: istruzione, salute, mobilità.
Ci vuole un laccio emostatico per fermare l’emorragia, per poi riattivare regolarmente tutte le funzioni vitali con maggiori opportunità di lavoro. Ma le dinamiche di sviluppo sono più lente e dipendono da molti fattori anche esterni alla Basilicata: li puoi azzeccare ma nel frattempo la perdita di sangue ti ha ucciso.
Per questo è necessario fermare l’emorragia e aprirsi spazi di flessibilità legislativa e amministrativa.
C’è bisogno di più docenti per le nostre scuole, di avere cioè un parametro diverso da quello utilizzato in altre parti del territorio poiché nei prossimi dieci anni potrebbero essere tagliate 1.600/1.800 cattedre a fronte di un calo di iscritti di circa 16.000 studenti. Aiuteremmo a far rientrare anche i cosiddetti ‘esiliati’? Potremmo rafforzare il sostegno per gli studenti con disabilità?
Abbiamo bisogno di più personale sanitario e di più posti letto per post acuzie, poiché i vincoli normativi nazionali strozzeranno in poche tempo l’offerta dei servizi sul territorio e sulle città di Potenza e di Matera determinando anche una impossibilità di riconversione di strutture delocalizzate ma utili a dare risposte al crescente tasso di invecchiamento/non autosufficienze della popolazione e ad una economia fondamentale per la cosiddetta ‘periferia’.
Anche la mobilità corre il rischio di indebolire i diritti e il senso di unità della regione stessa per via della sempre più ridotta utenza.
Aggiungo che potremmo indagare un’opportunità di regionalismo differenziato sul tema ambientale, tanto sul versante di una legislazione più rigorosa a protezione delle nostre ‘matrici naturali’ quanto per la semplificazione delle procedure amministrative per le imprese che vogliono investire e creare lavoro.
Siamo in condizioni di quantificare i costi di questa operazione? Certo.
I costi però, non dovrebbero essere un problema per una regione il cui territorio è riserva strategica di petrolio e determina per lo Stato (mi si lasci passare l’espressione) “un enorme residuo fiscale”. Una riflessione andrebbe aperta sulle royalties. Mi pongo e pongo questa domanda: il ‘debito’ dello Stato nei nostri confronti potrebbe riguardare un investimento su questa proposta di regionalismo differenziato e su un piano decennale di investimento in infrastrutture?
C’è un interrogativo più importante: rendiamo dipendenti i diritti di cittadinanza dei lucani all’estrazione petrolifera?
Ragionare di transizione energetica significa che nessuna attività estrattiva può essere bloccata domani mattina e quindi si genera in ogni caso un flusso di risorse finanziarie da impiegare. Non prima di 10 anni, anche per effetto delle scelte fatte dal Governo Conte, si chiuderanno i rubinetti a Viggiano e Corleto.
Un eventuale accordo sul regionalismo differenziato e su un piano di investimento infrastrutturale deve essere decennale; questo può essere un per conquistare la vera autonomia: l’indipendenza culturale dal peso sociale ed economico che esercita lo Stato e le compagnie petrolifere sul nostro territorio.
Cosi saremo più forti; saranno più forti i cittadini, i lavoratori, le istituzioni locali e le imprese.
Questo tema è il cuore del programma di BasilicataPrima.
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