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Recensione libro:“un’idea, una crisi, un movimento”,di David Graeber

14/09/2014

Il libro “un’idea, una crisi, un movimento”,di David Graeber, ed edito da Il Saggiatore, non tratta soltanto di Occupy, ma anche della possibilità
di realizzare una democrazia in America. Ancora meglio, è un libro
sullo sviluppo dell’immaginazione rivoluzionaria innescato da Occupy.
Basterebbe paragonare l’euforia diffusa che ha salutato i primissimi
mesi di vita del movimento con l’atmosfera che si è creata durante le elezioni
presidenziali un anno dopo. Nell’autunno 2012 si sono visti scendere
in campo due candidati: il presidente in carica da cui i sostenitori del
Partito democratico si sentivano completamente traditi e un rivale imposto
dal mero potere dei soldi ai sostenitori repubblicani, che avevano fatto
chiaramente capire che avrebbero preferito più o meno chiunque altro.
I due candidati hanno poi speso gran parte delle loro energie a corteggiare
miliardari, come si è potuto verificare sulle tv. Gli elettori sapevano
benissimo che, se non facevano parte di quel 25% circa di americani che
vivono nei swing states (o “stati in bilico”, che oscillano tra democratici
o repubblicani) i loro voti non avrebbero fatto la minima differenza. E
anche nel caso di coloro i cui voti invece contavano, si dava per scontato
che la loro scelta cadesse su una fazione che comunque avrebbe dovuto
procedere al taglio delle pensioni, dell’assicurazione sanitaria Medicare e
delle indennità della Social Security, dal momento che erano in vista sacrifici
e la legge del potere è che non si prenda neppure in considerazione
che i sacrifici possano essere sostenuti dai ricchi.
In un articolo apparso su Esquire nell’ottobre 2012, Charles Pierce ha
sottolineato che le apparizioni televisive degli opinionisti, in questa tornata
elettorale, spesso sono parse poco più che celebrazioni
stiche dell’impotenza popolare, simili a quei reality in cui ci piace vedere
i prepotenti che tiranneggiano i propri accoliti:
Abbiamo permesso a noi stessi di impantanarci nelle consuetudini dell’oligarchia,
come se non fosse possibile nessun altro tipo di politica, persino
in una repubblica che si presume si autogoverni, e la rassegnazione è una
delle consuetudini più ovvie. Ci siamo abituati a essere usati dai politici,
invece di insistere per avere noi il comando su loro. Le star televisive ci
dicono che i leader politici hanno intenzione di firmare i tagli previsti nel
Grande patto (bozza di accordo tra Obama e i leader del Congresso sulla
riduzione della spesa e del debito pubblico) e che poi “noi” li applaudiremo
per aver fatto le “scelte difficili”per nostro conto. È così che si inculcano
le consuetudini dell’oligarchia in una collettività politica. Primo,
distogliendo le persone dall’idea che il governo sia l’espressione ultima di
quella collettività, poi eliminando o indebolendo ogni centro di potere che
sia indipendente dall’influenza asfissiante dell’oligarchia, come per esempio
le organizzazioni sindacali, e infine facendo capire chiaramente chi è
che comanda.
Questo è esattamente il tipo di politica che rimane quando sfuma il concetto
stesso della possibilità della democrazia, ma si tratta di un fenomeno
passeggero. Faremmo bene a ricordare che gli stessi identici discorsi si sono
tenuti nell’estate del 2011, quando la classe politica non parlava che di
crisi e “tetto del debito”, e del “Grande patto” (che consisteva nell’apportare
ulteriori tagli a Medicare e alla Social Security) che ne sarebbe inevitabilmente
conseguito. Poi, a settembre, è arrivato Occupy con centinaia
di forum politici autentici in cui ogni americano ha potuto parlare dei suoi
problemi e delle sue preoccupazioni reali… e tutto quel discorso è andato
a gambe all’aria, e non perché gli occupanti abbiano presentato ai politici
richieste e proposte specifiche, ma perché i membri del movimento avevano
provocato una crisi di legittimità all’interno del sistema.
Il libro nel suo complesso offre importanti spunti di riflessione su problemi reali.

Biagio Gugliotta



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