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| “Generazione Cerniera”,Antonio Candela racconta le sfide di una generazione sospesa tra passato e futuro |
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23/10/2026 | “Generazione Cerniera. Come trasformare i rischi in opportunità”, è l’ultimo saggio scritto dall’ingegnere ed imprenditore Antonio Candela, anche amministratore del Consorzio ConUibas , Presidente della Federazione Lavoro e Servizi di Confcooperative Basilicata e docente nei percorsi sulle competenze trasversali dell'Università della Basilicata.
Una ricca intervista quella che segue, in cui Antonio Candela, a partire dal suo libro, ci racconta la sua visione della società.
Il suo è un libro di impostazione sociologica in cui analizza la cosiddetta “Generazione Cerniera”. Ci descriverebbe i tratti salienti di questa generazione e perché la definisce “cerniera”?
Quando ho coniato l'espressione Generazione Cerniera, ho cercato di dare un nome a una condizione non soltanto anagrafica, ma soprattutto sociale, economica e culturale. Mi riferisco principalmente alla generazione nata attorno agli anni Ottanta, alla quale appartengo, che ha attraversato alcune delle trasformazioni più profonde della nostra storia recente. Siamo nati in un mondo analogico e siamo diventati adulti in quello digitale, attraversando globalizzazione, crisi economiche, precarizzazione del lavoro e rivoluzioni tecnologiche. Ma soprattutto siamo cresciuti con la promessa che studiare, impegnarsi e acquisire competenze ci avrebbe garantito un futuro migliore rispetto a quello dei nostri genitori. Una promessa che, per molti, è rimasta incompiuta. Siamo una generazione altamente formata, ma che ha incontrato grandi difficoltà nell'accesso alla stabilità, all'autonomia e ai luoghi decisionali. La definisco cerniera perché siamo chiamati a tenere insieme due mondi, custodendo i valori e le esperienze del passato e interpretando le trasformazioni del futuro. Ma una cerniera non serve soltanto a unire: permette anche di aprire. La nostra responsabilità è proprio questa: smettere di essere una generazione sospesa e diventare quella capace di aprire nuove opportunità per chi verrà dopo di noi.
Nel suo libro parla anche di opportunità e della responsabilità di renderle reali da parte delle generazioni precedenti per quelle a venire. La Generazione Cerniera ha goduto, secondo lei, di quel progresso che dovrebbe essere naturale?
Credo che dovremmo innanzitutto distinguere il progresso tecnologico ed economico da quello sociale. La nostra generazione ha certamente beneficiato di conquiste straordinarie, soprattutto nell'accesso all'istruzione, alla conoscenza e alle tecnologie. Dobbiamo riconoscere il merito delle generazioni precedenti, che hanno investito enormemente nella nostra formazione, spesso attraverso sacrifici importanti. Tuttavia, all'ampliamento delle possibilità non è corrisposto un equivalente ampliamento delle opportunità reali. Abbiamo studiato di più, ma non sempre abbiamo trovato un lavoro adeguato; abbiamo conosciuto un mondo più aperto, ma spesso siamo stati costretti a lasciare i nostri territori per costruirci un futuro. Nel Mezzogiorno queste contraddizioni sono ancora più evidenti. Non credo, però, che dobbiamo cercare colpevoli nelle generazioni precedenti. Dobbiamo piuttosto evitare di riprodurre gli stessi meccanismi che hanno rallentato il nostro percorso. Le opportunità non sono semplicemente un'eredità da ricevere, ma un patrimonio comune da custodire e moltiplicare. È questa la responsabilità che cerco di tradurre anche nel mio impegno imprenditoriale, nella cooperazione e nelle politiche giovanili.
Il vero progresso non consiste nel consegnare ai nostri figli un mondo soltanto più avanzato, ma nel garantire loro maggiori possibilità di scegliere liberamente chi diventare.
Lei parla anche di “accesso equo ai percorsi di carriera”. Secondo lei è davvero così?
Credo che abbiamo compiuto importanti passi avanti, ma siamo ancora lontani da una reale equità. Dobbiamo distinguere tra uguaglianza formale delle opportunità e possibilità concreta di esercitarle. Il contesto familiare, le condizioni economiche, il territorio di provenienza, il genere e l'accesso alle relazioni professionali continuano a incidere profondamente sui percorsi individuali. Nel libro affronto proprio il paradosso di una generazione che ha investito moltissimo nella formazione, ma che spesso è rimasta esclusa dai ruoli decisionali. È una questione che riguarda anche le donne, come sottolinea Filomena D'Antini, Consigliera nazionale di Parità, nella prefazione del libro. Credo che dobbiamo superare una concezione puramente dichiarativa della meritocrazia: il merito è fondamentale, ma bisogna prima creare le condizioni affinché ciascuno possa esprimerlo. Da imprenditore e da presidente della Federazione Lavoro e Servizi di Confcooperative Basilicata, considero questa una responsabilità concreta delle organizzazioni, che devono investire nella formazione, garantire trasparenza nei percorsi professionali e favorire il ricambio generazionale. Non basta dichiarare di voler valorizzare giovani e donne: bisogna affidare loro responsabilità e possibilità reali di incidere. Una società equa non è quella che garantisce a tutti il successo, ma quella che impedisce che il successo diventi un privilegio riservato a chi parte già avvantaggiato.
“L'Algoritmo dell'Amore” è un concetto profondamente umanista e necessario. Come lo intende sia a livello teorico che pratico?
L'Algoritmo dell'Amore è probabilmente il concetto al quale sono più legato, perché sintetizza la visione che attraversa tutto il libro. Viviamo in una società nella quale gli algoritmi orientano sempre più le nostre scelte, le relazioni e il lavoro. Credo profondamente nel valore dell'innovazione tecnologica, ma penso che dovremmo chiederci se, diventando sempre più efficienti e tecnologicamente avanzati, stiamo diventando anche più umani. Nel libro contrappongo simbolicamente l'algoritmo statistico, fondato su dati e probabilità, all'Algoritmo dell'Amore, alimentato da empatia, responsabilità, cooperazione e cura. Non parlo soltanto dell'amore sentimentale, ma dell'amore per le persone, per il lavoro, per le comunità e per i territori. Sul piano teorico è un richiamo a un nuovo umanesimo che rimetta la persona al centro del progresso. Sul piano pratico significa scegliere di generare valore non soltanto per sé stessi, ma anche per gli altri. È ciò che cerco di realizzare attraverso l'impresa cooperativa, il Comincenter e il Festival delle Opportunità, costruendo contesti nei quali le relazioni possano trasformarsi in possibilità concrete. È anche il messaggio che vorrei lasciare ai miei figli, ai quali ho dedicato il libro: avere il coraggio di scegliere, senza perdere la capacità di prendersi cura degli altri. La vera sfida del futuro non sarà soltanto rendere le macchine sempre più intelligenti, ma impedire che gli esseri umani smettano di essere umani. Perché possiamo insegnare a una macchina a riconoscere una necessità, ma spetta ancora a noi scegliere di prenderci cura di chi quella necessità la vive.
Roberta La Guardia |
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