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La nebbia di Seregno: la storia di Vincenzo Giugni, tra memoria familiare e verità da ricostruire

16/08/2026

Il 19 dicembre 1943 Vincenzo Giugni, ufficiale dell’esercito, venne ucciso a Como insieme al suo attendente Giuseppe Baretta. Una storia rimasta per decenni nella memoria familiare e oggi al centro di una nuova ricerca, raccontata nel docufilm “La nebbia di Seregno”.
Ci sono storie che attraversano le generazioni senza mai trovare una risposta definitiva. Restano affidate ai racconti dei familiari, a qualche articolo conservato in una casa, a documenti frammentari e a domande che, con il passare degli anni, diventano sempre più difficili da formulare e, soprattutto, da verificare.
È da una di queste storie che nasce La nebbia di Seregno. La storia di Vincenzo Giugni, il docufilm diretto e prodotto da Marianna Tamburrino, dedicato alla vicenda di un ufficiale dell’esercito italiano ucciso a Como il 19 dicembre 1943, in uno dei periodi più drammatici e controversi della storia italiana.
A ricostruire la vicenda, attraverso la memoria familiare e una ricerca avviata negli ultimi anni, è la professoressa Anna Vincenza Aversa, nipote di Vincenzo Giugni.
«Vincenzo Giugni, mio zio, era laureato in legge», racconta Aversa. Dopo la laurea, superati il concorso notarile e quello per la carriera scolastica, Giugni scelse però una strada diversa: quella militare. Superò il concorso per l'Accademia di Modena, che frequentò conseguendo il relativo titolo.
La sua esperienza militare lo portò anche sui fronti della Grecia e dell’Albania. Successivamente venne destinato a Como, dove assunse un incarico amministrativo alla direzione del Centro Recuperi Vestiario.
«Mia mamma lo raccontava come un ragazzo idealista e convinto del suo ruolo di militare», ricorda Aversa.
Ed è proprio questo tratto della personalità di Giugni a emergere da uno degli episodi tramandati oralmente dalla famiglia. Durante una mattina al mercato di Praia, l'ufficiale avrebbe assistito a un comportamento scorretto da parte di un maresciallo, che si sarebbe fatto consegnare del pesce senza pagarlo. Giugni sarebbe intervenuto duramente, ricordandogli che «i militari servono la Patria e non il loro privato».
L’episodio è stato raccontato alla famiglia anche da un altro parente, un maresciallo paracadutista presente ai fatti, che avrebbe cercato di ricomporre la situazione.
Poco tempo dopo, Giugni venne destinato alla direzione del Centro Recuperi militare di Como. Un passaggio che, alla luce delle ricerche successive, assume oggi un significato particolare.
Aversa ha infatti approfondito la storia di queste strutture, che in quel periodo si stavano organizzando nel nuovo quadro militare seguito all'8 settembre 1943. Secondo la ricostruzione familiare e documentale, il Centro di Como si occupava della gestione e dello smistamento di materiali destinati ai militari.
Giugni si trasferì a Como con la moglie e i due figli. Il più piccolo avrebbe compiuto un anno proprio il giorno dell'attentato.

È a Como che la vicenda assume i contorni più oscuri.
Secondo le testimonianze raccolte dalla famiglia, Giugni avrebbe scoperto alcuni furti all'interno del Centro Recuperi, arrivando forse a individuare i responsabili e a denunciarli.
Anche in questo caso, spiega Aversa, si tratta di una ricostruzione fondata in larga parte su testimonianze orali che la ricerca sta cercando di confrontare con le fonti documentali.
Il 19 dicembre 1943 Giugni si mise in viaggio per tornare a casa insieme al suo attendente Giuseppe Baretta e a due donne che lavoravano con lui. Non percorsero la strada abituale: Giugni doveva fermarsi a ritirare dei dolci per il compleanno del figlio.
Durante il tragitto l'automobile di servizio venne fermata da alcuni uomini.
«Mio zio viene ucciso», racconta Aversa. Le donne vennero fatte allontanare e riuscirono a salvarsi. Morì invece anche l'attendente, Giuseppe Baretta.
Un articolo conservato dalla famiglia parla di funerali di Stato.
Ma alla famiglia, per mesi, la verità non arrivò.
I dispacci radiofonici in codice che raggiungevano i familiari continuarono inizialmente a essere rassicuranti. Solo dopo diversi mesi si seppe della morte di Giugni e di quanto era realmente accaduto. E, secondo il racconto familiare, la notizia non venne comunicata direttamente ai parenti, ma a un vicino di casa.
Anche gli avvenimenti successivi contribuirono ad alimentare il mistero. Poco tempo dopo la morte di Giugni, la casa venne svaligiata. La vedova si recò al comando per denunciare il furto, ma, secondo la memoria familiare, sarebbe stata prima dissuasa dal farlo e poi minacciata.

È soprattutto un elemento emerso nel corso delle nuove ricerche ad aver aperto una nuova prospettiva sulla vicenda.
«Mio zio quella sera aveva con sé 250 mila lire», racconta Aversa.
Una somma considerevole per l'epoca, che secondo la ricostruzione della famiglia era destinata al pagamento degli stipendi dei soldati e all'acquisto di quanto necessario ai militari al fronte.
Il denaro sarebbe stato consegnato ai dirigenti provenienti da Milano. Non è chiaro se Giugni lo avesse ritirato poco prima dell'attentato o se avesse deciso di portarlo con sé per evitare di lasciarlo in caserma.
È una delle domande centrali della ricerca: chi sapeva che quella sera Giugni avrebbe cambiato percorso e che aveva con sé quel denaro?
Secondo le testimonianze raccolte, gli uomini che fermarono l'automobile erano tre e si presentarono a viso scoperto. Le indagini dell'epoca avrebbero concentrato i sospetti su un gruppo di circa quindici partigiani, successivamente rilasciati.
La vicenda, dunque, rimane sospesa tra ciò che è stato accertato, ciò che è stato tramandato e ciò che ancora oggi deve essere verificato attraverso le fonti.

La ricerca di Aversa cerca inoltre di ricollocare l'omicidio nel complesso quadro politico e militare dell'Italia dopo l'8 settembre.
I Centri di Recupero Vestiario, come altre strutture e istituzioni locali, furono inseriti nel nuovo apparato militare della Repubblica Sociale Italiana e sottoposti alla Guardia Nazionale Repubblicana.
«A Como tale processo di assorbimento risale al novembre 1943», osserva Aversa. Un elemento che potrebbe contribuire a spiegare alcuni riferimenti contenuti nella documentazione relativa alla morte di Giugni, dove si parla di un «Centurione e del suo autista».
Sono dettagli che oggi vengono riletti nel tentativo di comprendere quale fosse realmente il ruolo di Giugni, quali responsabilità avesse assunto e quali interessi potessero essersi incrociati attorno alla gestione dei materiali e del denaro destinati ai militari.

La tragedia aveva già colpito la famiglia.
Nello stesso anno, a Napoli, venne ucciso in un attentato un cugino del nonno di Aversa, anch'egli militare. Per Vincenzo Giugni quel parente rappresentava una figura importante: una guida, un amico e un confidente, anche per la maggiore esperienza maturata nell'esercito.
Fu ucciso mentre passeggiava con la moglie e la figlia.
Due vicende diverse, ma accomunate nella memoria familiare dalla violenza di un periodo nel quale la distinzione tra guerra, conflitto politico e regolamento di conti diventava spesso estremamente difficile da ricostruire.

«Questi i fatti e questo quanto sempre raccontato da mia madre», dice Aversa. È partendo da pochi elementi, custoditi per decenni, che la ricercatrice ha deciso di approfondire la vicenda.
«Da pochi elementi ho deciso di approfondire questa storia ed ho scoperto verità inaspettate che la nebbia di Seregno ha fatto emergere».
Il titolo del docufilm nasce proprio da questa immagine: la nebbia come metafora di una vicenda rimasta a lungo indistinta, nella quale i contorni della verità sono stati nascosti dal tempo, dalle omissioni e dalla scarsità di documenti facilmente accessibili.
L'obiettivo della ricerca non è soltanto ricostruire la morte di un uomo, ma restituire un'identità e un contesto a una vicenda familiare rimasta per oltre ottant'anni affidata soprattutto alla memoria orale.
E, soprattutto, provare a distinguere ciò che è documentato da ciò che è stato tramandato, senza rinunciare alle domande ancora aperte.

La storia di Vincenzo Giugni sarà al centro dell'incontro “La nebbia di Seregno – Memoria e ricerca familiare su una storia del 1943”, in programma martedì 18 agosto alle ore 21.00 al Palazzo Rinascimentale di Ajeta.
Durante la serata sarà proiettato il docufilm La nebbia di Seregno. La storia di Vincenzo Giugni, diretto e prodotto da Marianna Tamburrino.
Interverranno il sindaco Pasquale De Franco, il professor Francesco Mandarano, vicepresidente della sezione Milano-Monza e Brianza dell'Associazione Nazionale Divisione Acqui, la professoressa Anna Vincenza Aversa, curatrice della ricerca, e la dottoressa Anna Citro, archivista presso l'Istituto di Storia contemporanea “P. A. Perretta” di Como.
Da remoto parteciperanno inoltre gli storici Norberto Bregna, da Seregno, e Sergio Masciadri, da Como.
Un appuntamento che non vuole soltanto raccontare una morte avvenuta nel pieno della guerra civile italiana, ma riaprire una pagina di storia attraverso la memoria di una famiglia e il lavoro della ricerca.
Perché, a volte, è proprio dalla nebbia del passato che emergono le domande più difficili. E, forse, anche le risposte.



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