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| Libera: Il dolore che non si archivia. La lezione della famiglia Claps |
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4/07/2026 | Nell’ultima puntata di “Chi l’ha visto?” Gildo Claps ha rivelato che la procura di Potenza ha riaperto già da due anni le indagini per fare chiarezza sulle eventuali complicità e sul discusso ritrovamento di Elisa. Il mistero che ancora avvolge l’intera vicenda fa sì che questa sia una ferita mai rimarginata all’interno della comunità cittadina.
D’altra parte, il dolore non si può archiviare. Lo sanno bene i familiari delle tante vittime in attesa di verità e giustizia. Anche quelle, spesso dimenticate, della nostra regione. Negli anni, insieme alla famiglia Claps, Libera ha denunciato le omissioni, le coperture, i depistaggi, le menzogne che hanno accompagnato la vicenda. Non abbiamo dimenticato lo smarrimento da cui fummo presi nel 2010 di fronte alla notizia che Elisa era lì, dove era stata vista per l’ultima volta e dove, per diciassette lunghissimi anni, nessuno aveva guardato.
Gildo ha voluto lanciare anche un messaggio di speranza per tutti i familiari. E anche noi con lui vogliamo credere e sperare che altre procure abbiano il coraggio di riaprire i casi ancora privi di una verità giudiziaria. Consapevoli del fatto che ci siano due piani altrettanto importanti: quello giudiziario e quello della società civile e della sua capacità di rigenerazione.
A chi invece, anche in buona fede, dovesse aver pensato che avere una tomba su cui piangere la propria figlia o sorella potesse essere una consolazione sufficiente, vogliamo ricordare che non è mai così. La famiglia di Elisa il conforto e il senso lo sta trovando nella meravigliosa iniziativa “il cuore di Elisa nel cuore dell’Africa”. Abbiamo visto l’emozione di Gildo nell’inferno di Goma, dove si è ancora capaci di abbracci e di solidarietà.
E questo è il dono che la famiglia Claps ha fatto a tutti noi. Trasformare il dolore in impegno, trasformare l’indignazione in fame di verità e giustizia, non solo per sé stessi. E aver fatto rivivere i sogni di Elisa.
Forse, a volte, si fa fatica a comprendere quanto male possa fare l’invito, anche implicito, alla rassegnazione, all’accettazione di ciò che non si può accettare. Anche questo dobbiamo alla famiglia di Elisa. Aver resistito, non aver accettato che il fuoco dell’indignazione si spegnesse, magari solo per stanchezza. E di questo dobbiamo solo essere riconoscenti, perché è un insegnamento in controtendenza di fronte alla pavidità e alla convenienza, che spesso accompagnano i passi delle nostre comunità.
Che belle le parole di mamma Filomena nel ricordare quale squarcio di luce sia stata per lei la telefonata di papa Francesco. A cui fanno da contraltare le ombre dei silenzi e delle porte chiuse. Ed è proprio questo il dolore che non si rimargina. Quelle carezze e quelle scuse che non arrivano. Quel coraggio, che manca, di denudarsi, senza paura di far cadere le maschere di un perbenismo che è alla radice del male.
Per comprendere fino in fondo quel dolore dobbiamo imparare ad ascoltare le voci che urlano l’indignazione e che chiedono verità, così come lasciarci interrogare in profondità dai silenzi di chi deve proteggersi persino dall’accusa velata di essere un disturbo per la “quiete sociale”.
Ieri Filomena ha osato, ancora una volta, recitare il suo rosario di giustizia, la sua preghiera di una donna di fede, che non vuole perderla quella fede. E lo dice con tutta la sua forza interiore e la sua dignità: non fatemi perdere la fede.
Ed è allora in nome di questa richiesta che pensiamo sia necessario assumere un impegno. Quello di trasformare questa vicenda dolorosa in una opportunità di crescita civile. Una presa di coscienza collettiva, che si traduca nella capacità di saper scegliere da che parte stare e nella rinuncia a difese corporative o di comodo, spesso causa della negazione di diritti e verità.
Rita Atria, la giovane testimone di giustizia che si tolse la vita dopo la morte di Paolo Borsellino, scrisse parole molto profonde: “Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”.
Una società civile che sappia porsi come argine di fronte alle mafie, alla violenza, alla corruzione, alle ingiustizie di ogni tipo, è prima di tutto una società che sa guardare dentro i propri mali e che sa unire le proprie energie migliori per i diritti e per la giustizia sociale. Con questi obiettivi è nata Libera trent’anni fa ed è su questa strada che intendiamo continuare a camminare anche in Basilicata.
La famiglia di Elisa in tutti questi anni è stata un faro per tutti noi. Il volto sorridente di Elisa non ci ha fatto dormire sonni tranquilli, la voce potente di Filomena Iemma si è alzata contro questori, magistrati, vescovi, sindaci, ha ribaltato le logiche ossequiose e melliflue, senza chiedere permesso. E questo da molti è stato vissuto come un segno di riscatto. Da altri come un’imperdonabile impudenza. Ma non possiamo dimenticare quanto questa voce abbia illuminato lo sguardo di tanti giovani, trasformando il volto di Elisa, dal giorno del suo ritrovamento, in un segno rivoluzionario di libertà e di bellezza.
Questa spaccatura sociale, e in parte generazionale, è profonda e richiede cura e impegno. Ed anche qualche atto di umiltà, che non è ancora arrivato. Mentre auspichiamo che, finalmente, sia fatta piena luce sull’intera vicenda e che tutte le responsabilità vengano, finalmente, accertate, pensiamo che sia questo il tempo di fare dei passi in avanti, atti concreti di riparazione, che non sarebbero più possibili una volta che la verità giudiziaria dovesse cristallizzare i fatti e, con essi, le responsabilità.
Preferiamo credere che il modo migliore per rispondere all’appello della mamma di Elisa sia proprio quello di ribaltare le logiche della sudditanza in cui si è sviluppata quella rete di silenzi, accondiscendenze, complicità e coperture, su cui oggi sta indagando la procura di Potenza. Questo non richiede ulteriori appelli, ma impegno e coerenza. Richiede a noi stessi la capacità di guardarci dentro e di imparare a fare, sempre, la nostra parte, a livello individuale come a livello collettivo o nei propri ambienti di lavoro. È un impegno di riscatto che ci attende, fatto di relazioni rispettose, di educazione reciproca, di sguardo profondo, ma anche di denuncia, lontano da compromessi e convenienze. È forse questa la cura che dobbiamo a noi stessi e alle nostre comunità.
Coordinamento regionale Libera Basilicata
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