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Carlo Levi e la Lucania: il Sud come stato d’animo e scelta di restanza

4/01/2026

Calvino definì Carlo Levi testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, e ambasciatore di un altro mondo all’interno del nostro mondo.
Pur essendo piemontese Levi coglie la vera natura della Lucania degli anni 30, una terra caratterizzata da forti contraddizioni, da una profonda miseria e da una “fraterna passività”, nella quale gli uomini vivevano con gli animali e gli spiritelli della casa, che condizionavano costantemente la vita dei contadini, dove non esisteva la legge, e la magia rappresentava una difesa e una risposta alla storia ufficiale poco attenta alle loro esigenze e al loro mondo.
I contadini vivevano appartati, conducevano una loro vita, indifferenti alle sorti dello Stato, avvertito come nemico, ostile ed ingiusto. Per Levi era impensabile che la modernità potesse non nutrirsi dei valori della civiltà contadina, capace di promuovere, anche, un radicale e significativo rinnovamento sociale e politico.

Ma il Sud non ha confini territoriali, è un modo di essere, di stare al mondo, una visione tenera, vera, quasi fiabesca dell’esistenza, il Sud arcaico risveglia la nostalgia del mito, del sacro, di tutto ciò che la razionalità dell’Occidente ha rimosso. La Lucania con i suoi ritmi lenti, con il suo senso ancestrale di un tempo diverso da quello matematico, può ancora raccontarci tanto, restituirci quel senso profondo della vita che oggi facilmente ci sfugge. Levi celebra lo spirito ellenistico del Sud che si manifesta nella continua ricerca, nella comprensione della bellezza, della quale la Lucania è portatrice sana.
Quel mondo fatto di favole, racconti, canti, miti, danze, streghe è scomparso, senza essere stato mai compreso fino in fondo. Mai come oggi abbiamo bisogno di ristabilire un contatto vero, profondo con la terra, con la realtà che ci circonda, non vediamo più le cose, continuiamo a premere tasti e non sappiamo maneggiare il mondo.
La Basilicata di oggi è distante da quella narrata da Levi, ma c’è ancora tanto da fare, da capire, da recuperare, trasformare e valorizzare. Cristo si è fermato ad Eboli, ma nel frattempo il popolo lucano ha cercato di recuperare, conoscere la sua storia, ha capito che non si possono separare individui e contesti, che l’identità la si costruisce giorno per giorno con azioni concrete, scelte libere e coraggiose, che, inevitabilmente, incorpora ambienti che abitiamo, relazioni che instauriamo con i luoghi e le esperienze passate.
Ai giovani, che sono fuggiti dalla Basilicata, spesso con il cuore pesante, vorrei dire che è giunta l’ora di costruire un tempo nuovo, un tempo che sappia recuperare la ciclicità della natura, la profondità dei rapporti umani, l’importanza dell’essere, un tempo che dia corpo a quello che avviene dalle parti dell’anima, e che suggerisca che tutto ciò che è comodo è stupido, che è preferibile il mare aperto agli agi della poltrona e del telecomando. Bisogna spezzare questo circolo vizioso dell’abbandono del proprio paese, dovuto sicuramente ad innumerevoli problemi: calo demografico, mancanza di infrastrutture, trasporti carenti, sanità allo sbando,quasi al collasso; si rischia così di perdere residenti, ma anche l’identità culturale, tradizioni, ricordi, passato.
La restanza consiste nella scelta di rimanere, di reinventare un presente che possa guardare fiducioso al futuro, di pianificare un cammino nuovo, diverse strategie atte a riportare al centro la valorizzazione delle non poche risorse locali, la partecipazione attiva della comunità alla vita sociale e amministrativa, di investire sull’unicità dei luoghi e promuovere un diverso modus vivendi e benessere. Carlo Levi ci ha insegnato che il Sud non coincide con un’area precisa, ben definita del Globo, ma è uno stato d’animo, una precisa attitudine ad ascoltare il palpito di ogni fibra dell’Universo, è qualcosa che ci portiamo dentro sempre, una visione dell’esistenza che ci spinge ad abitare, nostalgicamente, dolcemente, sentimenti, luoghi, passato e presente. Chi “Si fa Sud” sceglie di recuperare tutte quelle occasioni, possibilità che il mondo industriale, moderno e tecnologico ha spazzato via, senza capirne minimamente l’importanza.”
L’uomo esiste e vive come uomo solo in quanto abita”.


Enza Berardone



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