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Carlo Levi a 50 anni dalla morte

15/01/2025

Cinquant’anni fa, nel gennaio del 1975, ci lasciava Carlo Levi. La scomparsa dei contadini come classe sociale e della civiltà contadina stessa sembrano rinchiudere l’autore del “Cristo si è fermato a Eboli” nell’involucro di una ineccepibile inattualità e nel profilo del vagheggiatore un pò estetizzante di una umanità “primitiva” innocente, incorrotta, sofferente ma vitale e dignitosa. Al contrario, l’anniversario può essere l’occasione per ripercorrere una traiettoria intellettuale, politica, letteraria e artistica, sicuramente ancora interessante e complessa, compreso il nevralgico rapporto con l’amata Lucania, nella fattispecie Aliano, terra del suo confino, a causa della sua militanza antifascista e vicinanza al circolo liberale torinese di Piero Gobetti, e dove ha voluto essere sepolto.
L’importante è, forse, disporsi verso l’opera di Levi come fece Italo Calvino, considerandolo qualcosa di più di uno scrittore (d’altra parte, quando arriva ad Aliano è un medico e pittore), ovvero “il testimone di un altro tempo all’interno del nostro tempo, l’ambasciatore di un altro mondo all’interno del nostro mondo”. Il testimone che dà voce e memoria a un mondo muto da tempi immemorabili. Carlo Levi testimonia la presenza di uomini che si consideravano non-uomini e non-cristiani: i contadini di Aliano. Non si tratta però di un mondo che vive fuori della storia di fronte al mondo che vive nella storia, come pensava lo stesso Calvino. Levi parte dalla convinzione della “contemporaneità” di tutti i tempi e di tutti i mondi, in particolare nella condizione culturale e sociale italiana. Perciò, i contadini di Aliano rappresentano uno stato prima della storia, in un certo senso “preistorico”, ma che è contemporaneo alla Storia e vive nel presente. A differenza e oltre le analisi dei sociologi e degli storici della questione meridionale, egli vede nei contadini di Aliano la presenza inconfutabile di una dimensione originaria dell’umano che continuiamo a rifiutare e a ignorare. Dimensione che, per lo scrittore torinese, in un altro libro che considera il suo “poema filosofico”, “Paura della libertà”, scritto durante l’esilio francese tra il 1939 e il 1940, ormai lontano da Aliano, affonda le radici nell’arcaico e in “un indistinto originario, comune agli uomini tutti, fluente nell’eternità, natura di ogni aspetto del mondo, spirito di ogni essere nel mondo, memoria di ogni tempo del mondo”. Un mondo indifferenziato e preindividuale che si oppone dialetticamente al mondo differenziato, individuale, socialmente articolato.
Ma, dall’esperienza di Aliano Levi trae anche una lezione politica e antropologica sulla società italiana. Carlo Levi divide l’umanità in due grandi categorie: i “contadini” e i “luigini”. I contadini sono quelli che fanno le cose, le amano e se ne contentano. Per contadini intende anche gli industriali, gli imprenditori e gli artigiani, tutte le categorie che però fanno le cose. Chiama “luigini” tutti gli altri, tutti quelli che vivono sfruttando l’invenzione dei contadini.
E la ricchezza di questi motivi mitologici, filosofici, antropologici, politici, che deflagrano dopo l’esperienza lucana, confluisce in modo emblematico e si fonde nella produzione pittorica di Levi. La pittura è stato forse il mezzo espressivo più congeniale a Levi e il suo ultimo viaggio in Lucania fu per visitare a Matera la mostra delle sue litografie ispirate al “Cristo si è fermato a Eboli”. Quella giornata la passò con il grande artista materano Luigi Guerricchio, che, si ricorda, a un certo punto, di averlo lasciato solo, la sera, a perlustrare instancabilmente di nuovo i Sassi, inghiottito da questi come un’ombra nera. Alcuni mesi prima di essere inghiottito dalla morte.

Francesco Bellusci
Docente di filosofia e storia
Liceo classico “Isabella Morra” di Senise



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