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| La storia di Nino Palmieri, un film che corre attraverso le pagine di un libro |
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25/05/2023 | ‘’Perché?’’. La storia che sto per raccontare è una ragnatela di destini che si incrociano, di storie che si confondono e si arricchiscono vicendevolmente; di persone lontane che consentono a persone vicine di conoscersi. E, se ci penso, tutto comincia da questa domanda: ‘’perché?’’.
Incontro Nino una sera d’aprile, nel mio paese. Ci diamo appuntamento davanti alla pizzeria nella quale ha cenato, assieme ad un’altra persona. E’ l’amico in comune che non solo ci ha fatti conoscere, ma che mi ha raccontato la sua storia che, presto, sarà legata incredibilmente al sogno di riaprire le porte del vecchio Cinema ‘’Santa Lucia’’ a Senise.
Angelo sta girando un documentario dedicato alle storie dei proiezionisti, figure ormai quasi del tutto mitologiche, metà uomini e metà cellulosa, che trascorrevano gran parte della loro esistenza nella cabina dei Cinema, dove le pizze non le mangiavi ma le aprivi per estrarre il rotolo di pellicola da proiettare.
La trama del destino porta Angelo a conoscere Francesca, una bravissima attrice, regista teatrale, che fa progetti meravigliosi con le detenute. Lei gli parla di questo Cinema storico lucano, ormai chiuso da vent’anni ma ancora in piedi.
Angelo mi contatta e mi viene a trovare. Assieme a lui, appunto, c’è Nino.
Nino Palmieri è di Rivello. Ha un ristorante a Roma, città in cui vive da anni, e al centro della sala ha un vecchio proiettore. E quando Angelo va a cena nel suo ristorante e vede il proiettore, gli chiede: ‘’perché?’’.
Nino la sua storia ha voluto già raccontarla. Lo ha fatto in un libro autobiografico dal titolo ‘’Dal niente al mai abbastanza’’, Bookness editore.
Me ne fa dono quando ci conosciamo. Ed è del libro che vorrei parlare. Sulla copertina ci sono molte cose: un disegno di Rachele Morani che raffigura due peperoni rossi; la fotografia di Nino con padella e mestoli in mano; una pellicola cinematografica sul retro.
La verità? Se fossi stata una persona superficiale che ‘’giudica il libro dalla copertina’’ non lo avrei letto. Cosa vorrà raccontarci? La vita quotidiana nel suo ristorante di città? Qualche segreto per fare una carbonara perfetta?
Invece lo apro, il libro. E comincio a leggerlo. Nino ha imparato molto dal cinema, lui che, da proiezionista, si chiudeva nel cinema del suo paese. Un cinema che non esiste più.
La sua narrazione passa dal cuore e arriva agli occhi, che vedono quello che racconta. Fin dal principio, da quando lui è al centro della stanza ‘’completamente isolato dal resto del mio staff e dal mondo intero’’. Il racconto di Nino non è uno specchio, dove l’immagine riflessa resta nella sua superficialità. Il suo racconto è una sonda che attraversa i neuroni e le arterie.
In un viaggio di ritorno a Rivello, che lo porterà in quel vecchio cinema, prima della decadenza totale, a riprendersi quel proiettore altrimenti destinato anch’esso a distruzione, Nino ripensa alla sua vita. Alla sua infanzia difficile, vissuta in povertà e senza conoscere veramente suo padre, fino ad un certo punto. Fino a quando non troveròà il coraggio di avvicinarlo ma ad attenderlo ci sarà la delusione.
La madre, che ‘’era come l’eclisse. Il vetrino di una macchina da presa’’ è la vera, grande radice che lega Nino alla sua terra. Non l’unica. Ma nel suo racconto è evidente quella gratitudine che non ha bisogno di parole per essere dimostrata.
Anche quando, da figli, ci struggiamo per non essere riusciti a mettere in mezzo tante parole.
Il finale è un sospiro di sollievo, per Nino e per tutti. Perché la storia di ognuno di noi è unica e non può che essere il passato perfetto.
Mariapaola Vergallito
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