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Le paure al tempo del Covid: intervista alla psicologa Rosita Filardi

3/04/2020

Abbiamo intervistato una professionista, Rosita Filardi, psicologa e psicoterapeuta con studio a Castelluccio Inferiore, che in questo periodo sta affrontando con i suoi assistiti le stesse questioni che le abbiamo sottoposto, per provare a capire come fronteggiare nel modo migliore questi giorni di difficile isolamento.


Le misure di distaccamento sociale per ora sono state prorogate fino a dopo Pasqua, a quel punto sarà trascorso più di un mese dall’inizio dell’isolamento. Tutto questo tempo può provocare conseguenze sul piano psicologico?
Ne stiamo discutendo molto anche tra noi psicologi. Le paure aumenteranno tanto e, più andremo avanti con questo isolamento che è giusto fare, e più ci spaventeremo ad uscire perché avremo paura di essere infettati. E questo lo dico perché quando torneremo “liberi” sicuramente il virus non sarà stato ancora debellato. Questo significa che dobbiamo imparare anche a conviverci. Tutto si amplificherà, inizieremo a sentire di più le nostre emozioni e avremo anche paura del contatto fisico. La distanza che saremo chiamati a mantenere per precauzione, diverrà anche emotiva. Ci chiuderemo un po’ di più e questa è un’eventualità che spaventa tanto e, non di meno, noi psicologi. Aumenteranno ansie e attacchi di panico. Il lavoro che stiamo portando avanti noi psicologici vuole evitare proprio questo, ecco perché stiamo cercando di trasmettere positività e stiamo tentando di far emergere la parte più resiliente della nostra personalità. Anche perché, se non viene stimolata, la resilienza è un’attitudine che si perde.

L’ansia è avvertita da tutti anche nel momento in cui vengono comunicati i dati sui contagi, non solo se a risultare positivo sia qualche concittadino ma anche qualora si tratti di chi vive in un paese vicino. Come si può mitigare questo stato d’animo?
Questo è un altro grave problema. Rimaniamo nelle nostre piccole comunità, dove i contagi sono ancora circoscritti: quando pensiamo a qualcosa di più vicino a noi, la paura diventa maggiore perché vediamo con i nostri occhi; tocchiamo. In circostanze come queste realizziamo concretamente, tanto da portarci verso una maggiore preoccupazione. In casi come questi la prima cosa da fare è non proiettarsi al domani, in modo da non pensare all’eventualità che possa accadere davvero anche a noi, con tutte le conseguenze che potrebbe comportare. Questa sarebbe la cosa peggiore da fare: dobbiamo imparare a vivere il qui ed ora. Inoltre, è indispensabile imparare ad ascoltare le paure. Il Coronavirus ci mette di fronte ad una grande paura, quella della morte, che ci impone di cedere l’arma del controllo e di lavorare sull’accettazione. In fondo la paura è un’emozione ed è un’emozione che ci aiuta fin da piccoli. Se impariamo ad ascoltarla saremo in grado di vivere in modo sereno ed equilibrato. Magari non avremo le stesse relazioni di prima, ma comunque avremo delle relazioni. Inoltre, bisogna cercare di limitare al massimo le fonti di informazione restringendole a quelle ufficiali.

Al tempo dei social, a partire da Facebook, limitare le fonti di informazione non le sembra difficile?
Lo so, però dico sempre, pensando a Facebook, che debba essere filtrato perché è un social network in cui c’è di tutto. Ben vengano i telegiornali, ma meglio uno al giorno in quanto vederne tanti non farebbe altro che aumentare la nostra ansia e non ci porterebbe ad ascoltare la paure.

Quali sono i soggetti che possono subire maggiormente le conseguenze dell’isolamento?
Noi psicologici abbiamo discusso molto anche di questo. Coloro che stanno reagendo meglio sono gli adolescenti, anche perché sono i più abituati a questa forma di comunicazione alternativa. Chi invece sta facendo più fatica a modificare le proprie abitudini è l’età media, tra i quaranta e i cinquant’anni. È la fascia d’età che sta soffrendo di più perché non vuole mettersi in discussione, mentre l’emergenza ci chiede proprio di cambiare il nostro stile di vita e di iniziare a guardarci dentro e riflettere su alcune cose. I ragazzi lo stanno facendo, faccio consulenze con tanti di loro via Skype e mi rendo conto che rispondono benissimo. Ma dell’attuale situazione stanno risentendo tantissimo i disabili fisici o psichiatrici e i bambini. Questi ultimi, se non vengono affiancati da una persona adulta equilibrata che gli riesca a far comprendere con il loro linguaggio cosa sta succedendo, finiranno per vivere le stesse ansie dei genitori.

Proprio a proposito dei più piccoli, ritiene importante che possano uscire nei pressi dell’abitazione insieme a un genitore?
Se non viene utilizzato dai genitori come un pretesto per uscire, lo ritengo utilissimo soprattutto in riferimento a coloro che vivono in un piccolo appartamento in città. Ecco, in casi del genere, tenere chiuso un bambino dentro casa si traduce in un disagio psicologico importante. Ovviamente, per bambini intendo già capaci di percepire il disagio del momento. Non dimentichiamo che esistono anche tante patologie di carattere mentale, come può essere un malessere dell’anima. Per cui, ovviamente prendendo tutte le dovute precauzioni ed evitando innanzitutto ogni assembramento, sarebbe opportuno accompagnarli fuori in quanto è importante anche la salute psicologica. Le uscite non devono certo essere ad una distanza elevata ma nei paraggi dell’abitazione, poiché questo basta a un bimbo per respirare un lieve senso di “normalità”. Immaginiamo una famiglia con tre bambini piccoli da tenere in casa, magari in spazi angusti: credo diventi assolutamente sacrificante.

Si ipotizza che le restrizioni possano essere prorogate fino a maggio, tanto da arrivare anche a circa due mesi di isolamento. In tanti affermano che non potremo resistere così a lungo. Possiamo parlare di una soglia massima di sopportazione oltre la quale non riusciremo ad andare?
Non è possibile generalizzare poiché ognuno di noi risponde in modo diverso, sulla base del proprio contesto e stato mentale. Tuttavia, posso dire che esiste un equilibrio interiore che possiamo trovare non per forza uscendo ma anche, ad esempio, meditando. Tuttavia, per raggiungere questa condizione, che può riempire anche una giornata, bisogna iniziare a pensare, a programmare, ad essere responsabili ponendosi degli obiettivi e, quindi, a lavorare sulle proprie risorse che sono l’autostima e la resilienza. Facendo così allora possiamo durare nel tempo.

Quindi, a differenza del comune sentito dire secondo cui alla lunga rischiamo tutti di impazzire, lei afferma che non è affatto vero che andrà così?
Non è vero assolutamente. Ma la raccomandazione è che ognuno lavori molto sulla propria emotività, sulle emozioni. Le emozioni sono la nostra chiave perché ci guidano. Se sapremo lavorare bene sulle nostre emozioni, otterremo la chiave per essere sempre più resistenti e resilienti.

Gianfranco Aurilio
lasiritide.it




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