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La voce della Politica
| Scaglione (Popolari): verso il nuovo Statuto regionale |
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20/09/2011 | "Nello spirito unitario del Risorgimento nella fedeltà ai valori democratici della Resistenza e della Costituzione repubblicana: quale affermazione di libertà e di autonomia, garanzia di partecipazione civile e base di progresso sociale, il primo consiglio regionale di Basilicata, interprete delle tensioni morali e delle aspirazioni di sviluppo globale del popolo lucano, si da il presente statuto".
Fu il primo Presidente della Regione Basilicata, Vincenzo Verrastro, dicono le cronache, a voler introdurre in occasione della seduta di approvazione diretta dal Presidente del Consiglio Peragine, il 4 Dicembre del 1970, il preambolo come sintesi morale dello statuto regionale che l'assemblea di li a poco avrebbe votato.
Sempre il resoconto di quella seduta parla di un solo voto contrario a quel preambolo (il missino Pio Nardiello) che volutamente fu tenuto distinto dallo Statuto vero e proprio votato invece all'unanimità.
Rileggendo il dibattito, scarno ed essenziale di quella solenne occasione seguita ad un forte approfondimento in sede di Commissione, pur richiamando la successiva ed immediata rivisitazione avvenuta poi solo dopo sei mesi, nella primavera del 1971, va detto che per avviare una fase costituente della nuova Regione, non possiamo non partire da qui, da questo sforzo complessivo che una classe dirigente chiamata a cimentarsi con una nuova avventura istituzionale e con tutto il portato di una netta divisione ideologica che negli anni settanta manteneva i suoi connotati ben evidenti, seppe ben fare fino a superare gli argini ideologici ed a convincere anche il consigliere missino ad esprimere il suo voto favorevole e per questo unanime.
Ci fu in quella occasione, la consapevolezza di attribuire allo Statuto delle neonate Regioni non il senso di una Carta Costituzionale che si contrapponeva alla dimensione universale voluta a suo tempo dal Parlamento Italiano, ma la volontà di colmare i vuoti che uno Stato unitario sembrava appalesare nel dettare le linee di governo per i suoi territori periferici. Del resto, le Regioni erano nate in questa prospettiva seguendo un dettame Costituzionale ma Roma restava lontana e il Palazzo romano lontano dalla sua gente che pure, in quel tempo, eleggeva e non nominava i suoi rappresentanti.
Un Federalismo ante litteram, che io credo ancora oggi sia moderno e funzionale, tanto per scendere nell'attualità dell'agenda politica segnata dalle rivendicazioni padane, a cui, se non fossimo gente responsabile e consapevole del proprio ruolo, dovremmo rispondere con una battaglia ideologica strumentale, proprio partendo da qui, dal cammino del nuovo Statuto regionale, con un'alzata di scudi e di contrapposizioni che ci allontanerebbero dal Paese reale.
In questo io oggi trovo l'attualità di un confronto che non vorrei fosse viziato dal dover immaginare che il richiamare principi, idee di decentramento, difesa di identità sociali e di minoranze, rispetto delle titolarità delle autonomie locali, volontà di partecipazione, sia da far passare in secondo piano rispetto all'agenda che il Governo Nazionale ha tentato di dare riducendo spazi, forme, sistemi di garanzia, anche per gli eletti dal libero popolo lucano.
L'attualità di uno Statuto da riscrivere, va ben oltre la scelta di un sistema elettorale o di una riduzione numerica dei consiglieri regionali che una pubblicistica strumentale e disinformata volutamente erge a confine tra politica ed antipolitica per coprire il buco di idee sul sistema regione.
L'articolato confronto che oggi riparte, non può altresì non immaginare che lo sforzo compiuto autorevolmente negli scorsi anni dalle commissioni appositamente costituite è oggi distante anni luce dalla esigenza di costruire un volto moderno dell'istituzione regionale e di individuare inoltre come costruire un ponte che la tenga legata alla sua gente, alla gente lucana.
Anche a quella gente lucana di oltre confine, a quella gente lucana che ci chiede nello Statuto di andare oltre lo strumento ad essi delegato, quello della Commissione regionale dei Lucani all'estero, sino a ipotizzare anche una tutela elettiva di rappresentanza dentro e fuori il Consiglio regionale. E non si può negare che anche questo è un tema forte per una regione come la nostra che non dimentica il suo passato e la sua storia, come non può ignorare la storia di tanti volti di immigrati che spesso accettiamo solo per sfruttarli ed emarginarli.
Mi verrebbe da dire che questa è forse la sfida più alta e più grande che abbiamo davanti nei prossimi mesi insieme alla capacità di mettere in campo la fase dell'ascolto più che quella del condizionamento a cui pure saremo sottoposti di giorno in giorno.
E a questa sfida i Popolari uniti non intendono sottrarsi volendo lavorare nella direzione di una condivisa partecipazione alle scelte ed agli strumenti da mettere in campo che sappia fare tesoro delle positive e difficili esperienze delle autonomie locali, del continuo rapporto con la società lucana e le sue organizzazioni, con il sistema di governo che riteniamo debba guardare alle emergenze sociali come ad una naturale vocazione di chi governa secondo lo schema di una solidarietà vera e non di chi si fa dettare l'agenda dalle emergenze, siano esse di natura economica, come la crisi di questi mesi ci impone, siano esse di natura sociologica e improntate a smantellare il sistema di relazioni che la politica aveva intelligentemente ideato.
Il quadro che il Presidente della Prima Commissione ha fornito in avvio di questa seduta ci conforta perché sembra volersi tenere fuori da questa dinamica emergenziale e costituisce un significativo esempio di una sinergia comune su cui costruire un nuovo modello di regione, dove lo sforzo di INNOVARE, RINNOVARE, RIFORMARE, si incrocia con la volontà di costruire un sistema regione moderno e di prospettiva.
“Il regionalismo è un grido di vita contro la paralisi ed il grido degli italiani delle campagne e delle città contro il parassitismo della capitale o delle capitali che dominano attraverso lo Stato e la burocrazia, tutta la vita del nostro Paese”.
“Il centralismo statale è stata la prima arma del dispotismo ed è una delle cause della permanente sfiducia contro il potere da parte dell’opinione pubblica; e cardine fondamentale della riforma dello Stato deve essere l’istituzione dell’ente regionale”.
Tra queste due affermazioni corrono 27 anni.
E da allora ad oggi cento come abbiamo ricordato in occasione dei quarant'anni di istituzione della nostra Regione.
Eppure sembrano di ieri, di oggi.
Luigi Sturzo nell’appello ai Liberi e Forti che dava vita al Partito Popolare Italiano nel 1919 e Guido Gonnella al Congresso della Dc di Roma del 1946.
La visione sturziana che noi Popolari intendiamo ricordare anche in questa seduta del Consiglio regionale di Basilicata, era quella di un autentico regionalismo, scevro dai condizionamenti post unitari, pur se lontano dalla intuizione federalista che già Cattaneo nella sua dimensione europea aveva immaginato, capace cioè di arricchire lo Stato di una forte e concreta articolazione politica ed istituzionale che lo avvicinasse ai cittadini senza quella cosiddetta “gonfiezza burocratica ed avidità gestionale” proprie delle Regioni così come si vanno espandendo in virtù della moda federalista.
Ci siamo riusciti? E’ riuscita la dimensione regionale immaginata da Sturzo, fatta propria dai nostricostituenti a tradurre nei fatti questo spirito evocato molti anni prima delle prime elezioni regionali? Un percorso cioè che dalla Costituzione del 1948 fu lungamente tormentato e condizionato dalla instabilità parlamentare e sociale tanto da arrivare a vedere la luce in fondo al tunnel solo nel 1970.
Fino a ieri l’altro sembrava di sì, che si potesse cioè immaginare uno Stato unitario, quello voluto da Cavour ed evocato anche da Giustino Fortunato nei suoi scritti e nelle sue azioni parlamentari, capace di essere sentito amico, presente, partecipe dei destini della gente, grazie alle decisioni dei governi regionali improntate all’autodeterminazione con una prospettiva comune.
E questo anche per sconfiggere da un lato chi aveva dipinto il Mezzogiorno pre unitario come ricco e fiorente e dunque da far vivere autonomo e senza sostegni economici e dall’altro, con una splendida intuizione che sembra attuale, chi riteneva che l’arretramento delle nostre popolazioni dipendesse da cause storiche e politiche e per ciò stesso, da lasciar marcire nel suo oblìo e nella sua miseria.
Oggi, invece, le Regioni dei Governatori e della devolution, come scrive qualcuno, sembrano puntare diritto alla dissoluzione dello Stato ricercando nuovi localismi che ammantati dalla ricerca di un Federalismo economico sono forse il vero male oscuro del nostro tempo.
Quel tempo, il nostro, che impone dunque una stratificazione diversa del concetto di Stato costruito dalle Regioni e non viceversa, quel tempo, il nostro, che guarda alla storia della nostra regione, della nostra amata Basilicata, come alla storia dove uomini liberi e forti il 18 Agosto del 1860 completarono quel processo di insurrezioni risorgimentali dando un contributo forte all’Unità italiana.
Uomini, come Mario Pagano, Francesco Lomonaco, Luigi La Vista, Francesco De Sanctis, Nicola Sole, Giacomo Albini, Carmine Senise, e ancora Pietro Lacava, Floriano Del Zio, Petruccelli Della Gattina, Michele Torraca, Ascanio Branca, Pasquale Grippo, Ettore Ciccotti, Emanuele Gianturco, Francesco Saverio Nitti, che con le loro azioni sarebbero stati di sicuro il fermento vivo per rilanciare un nuovo meridionalismo e costruire il progetto di nuova Lucania che modestamente e con tutto il rispetto che dobbiamo a loro, immaginiamo in questa ricorrenza possa essere posto alla base dei quarant’anni che celebriamo in questa occasione.
Il tempo, il nostro, non è passato invano; ci siamo, siamo qui a rileggere quella storia e questa storia con i protagonisti di questo nuovo millennio, a ribadire con forza l’immagine di un orgoglio tutto lucano di essere diversi, di aver fatto della vicenda politica la opportunità vera di legare l’istituzione ai cittadini, abbattendo quella politica della selezione del censo come elemento caratterizzante della vita politica per lunghi anni.
Di aver affermato il principio della sovranità delle classi popolari, di aver fatto registrare l’esaltazione del ruolo assembleare e consiliare ben distinguendolo da quello del Governo (i primi anni novanta) di avere cioè costruito, o meglio tentato, di far sentire la Regione Basilicata come “il grido di vita contro la paralisi” evocato da Sturzo su cui immaginiamo i nostri figli possano costruire i prossimi quarant’anni di regionalismo.
E l'attualita' ci dice che qualcuno, nelle scorse settimane, ha evocato il ritorno al passato recente con il richiamo di autorevoli esponenti della politica lucana come taumaturghi dei mali attuali. Se la loro lezione non ha lasciato segno, come in maniera interessata qualcun'altro ha poi evocato, forse una responsabilità dei maestri deve pur esserci se i loro alunni non ne hanno tratto profitto.
Non possono esserci quindi principi e strumenti buoni per tutte le stagioni, ma possono esserci momenti qualificanti su cui innestare una carta statutaria che abbia la pretesa di anticipare alcune richieste di attiva condivisione delle scelte istituzionali, avendo bene in mente il fine ultimo di essere a servizio della nostra gente.
Così come i padri costituenti dello Statuto regionale fecero quel 4 dicembre del 1970 quando nei loro interventi seppero tenere distinte e distanti le ragioni di appartenenza, seppero parlare di ruoli ben distinti tra Consiglio e Giunta, disegnarono una strada su cui far camminare i rapporti con gli enti locali, costruire un vero decentramento, difendere le ragioni del movimento operaio e quelle del mondo cattolico, provarono a salvare gli strumenti di tutela e garanzia oggi ancor più accresciute, facendo sintesi delle diverse posizioni (avete visto come lo erano quelle dei missini e della destra in particolare) e senza farsi trascinare nello scontro di una dimensione ideologica dove le classi sociali sono rigidamente divise (i vecchi dai giovani, gli uomini dalle donne, i ricchi dai poveri, gli imprenditori dagli operai) e dove gli interessi rischiano di non essere più patrimonio comune ma espressione di una sola intellighenzia culturale.
Tutti con le stesse opportunità dunque per concorrere a costruire una regione moderna ed efficiente dove la modernità e la efficienza sono legati alla capacità di utilizzare bene le risorse a propria disposizione.
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