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La voce della Politica
| AIW sul problema dei cinghiali nei parchi |
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16/09/2011 | La scrivente Associazione Italiana per la Wilderness ritiene di prendere ufficialmente posizione sulla spinosa questione della presenza dei cinghiali nel Parco Nazionale del Pollino, relativamente agli ultimi eventi, anche giudiziari, che hanno dato al problema una risonanza nazionale.
Innanzi tutto si riconosce legittimità alle lamentele degli agricoltori per la presenza eccessiva di cinghiali nel Parco, problema, per altro, di livello nazionale, aggravatosi in tutte le aree Parco proprio dal fatto che non vi si può intervenire con la caccia per limitarne il numero; in secondo luogo si condivide altresì le lamentele degli stessi agricoltori per i danni non rimborsati o rimborsati solo parzialmente e spesso con imperdonabile ritardo.
Avendo avuto modo di leggere l’intervento di Andrea Di Consoli in merito a questo problema, come associazione Wilderness riteniamo che egli non abbia scritto cose scandalose o da un punto di vista sbagliato; semplicemente riporta i fatti come sono e critica il modo sbagliato di gestire il Parco del Pollino almeno sotto questo aspetto. Se si avesse il coraggio di prendere anche provvedimenti oggi ritenuti “politicamente scorretti” tutti questi problemi i Parchi non li avrebbero. Sono anni che la scrivente associazione va dicendo che le popolazioni di cinghiali andrebbero tenute su limiti bassissimi anche nei Parchi; tanto più che in larga misura di cinghiali ibridi si tratta. Si dovrebbe poi proibire severamente i ripopolamenti di cinghiali. Ma in questo caso sono i cacciatori che se da un lato vogliono poter intervenire anche nei Parchi per ridurne il numero, dall’altro creano poi il problema con le introduzioni.
Oggi è ora di dire che è necessaria ovunque una drastica riduzione della presenza del cinghiale, e prima che sia troppo tardi per altre specie faunistiche e floristiche da essi danneggiate (per esempio, nel Parco Nazionale d’Abruzzo l’eccessiva presenza di cinghiali è una delle cause che stanno mettendo a rischio la sopravvivenza dell’Orso bruno marsicano a causa della sua competitività alimentare).
Quindi: caccia aperta al cinghiale anche nei Parchi (con regolamentazioni serie ma senza troppi paletti che finiscano per impedirla o renderla inefficace ai fini della riduzione delle popolazioni); proibizioni a nuove immissioni e monitoraggio continuo delle popolazioni, da mantenersi a livelli bassissimi: una mera presenza quasi simbolica, specie nei parchi.
In quanto al recente fatto di cronaca che ha visto coinvolto il padre dell’autore del suddetto articolo, non possiamo che biasimare e condannare il suo gesto, pur, però, riconoscendo che tali forme di esasperazioni possono essere la conseguenza di un’eccessiva tolleranza verso i cinghiali ed un altrettanto eccessivo disinteresse delle autorità dei parchi verso i problemi che tali animali arrecano all’agricoltura.
Se questi fatti avengono, e non è il primo caso, visto che in Abruzzo ci sono stati anche casi di avvelenamento di orsi e lupi per rivalsa per danni agli allevatori non rimborsati o rimborsati malamente e tardivamente, la causa va vista partendo dalle radici del problema, non dal fatto in sé delle violenze criminali commesse da chi finisce per decidere di farsi giustizia con le proprie mani.
Oggi è ora che i Parchi Nazionali e Regionali comincino a prendere atto del fatto che in un paese sovrappopolato e iper-urbanizzato come il nostro non si possono applicare criteri di tutela integralista della fauna, le cui popolazioni vanno monitorate e poi controllate, al fine di mantenere a livelli accettabili le popolazioni degli animali dannosi alle attività umane; livelli che non minaccino le specie ma che neppure mettano in crisi le attività economiche del mondo rurale che ancora vive i Parchi e che spesso indirettamente provvede al mantenimento di quella biodiversità che i Parchi devono tutelare.
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