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La voce della Politica

C.V.D.P.:oltre l’astensionismo politico

31/05/2011

Quella delle elezioni amministrative 2011, con i ballottaggi del 29 e 30 maggio che hanno sancito la fine di quest’ultima tornata elettorale, viene diffusamente “bollata” come una delle più catastrofiche campagne elettorali che si ricordano.
L’innesto in essa dei temi nazionali, da parte di politici di alto rango, ha generato ulteriore confusione se non vero e proprio sconquasso elettorale. Risultato? Aumento netto dell’astensionismo anche per le Amministrative, dopo Europee e Regionali!
Per verificarne la vastità, che sicuramente ha posto il non voto in Italia a livelli mai raggiunti prima, basta analizzare il numero dei voti effettivi che hanno permesso l’elezione dei Sindaci, rapportandoli al corpo elettorale in ogni rispettivo comune.
Un semplice parametro di verifica democratica, forzatamente oscurato da un’esasperazione antropologica quasi maniacale, da autentico regime.
Questo aspetto non è trascurabile, perchè darebbe non solo l’idea dell’immediato consenso in termini assoluti dei neo eletti, ma traccerebbe anche un quadro effettivo della rappresentatività dell’investitura in rapporto alle intere comunità, vero banco di prova di una democrazia sempre più latitante.
Osservando queste differenze percentuali, nettamente dissimili tra loro, notiamo che i dati ufficialmente diffusi innalzano oltremodo i termini del consenso reale, creando secondo noi ripercussioni fondamentali sulla stessa governance locale.
Con l’evidenziazione dei consensi assoluti, invece, possono essere resi visibili termometri di democrazia dinamica, utili persino a stimolare la capacità degli eletti nel ricoinvolgimento degli astenuti al destino delle stesse comunità, riqualificando l’inizio di nuovi processi partecipativi, alla base di un rilancio di sovranità sempre più necessario che deve andare ben oltre il demagogico proclama preconfezionato “sarò il sindaco di tutti”!
Da un punto di vista emotivo, e non solo, quali ripercussioni può generare l’evidenziazione del consenso di un sindaco o di un capo di governo risultato al 37 per cento di valore assoluto anziché al 55 per cento relativo?
Quali dinamiche positive potrebbero scaturire da un coinvolgimento nei fatti di tutte le compagini socio-politiche, astensionistiche incluse, sull’evoluzione democratica?
Augurando a tutti gli eletti di qualsiasi estrazione politica i più proficui auguri di buon lavoro, noi tuttavia non ci facciamo prendere da facili entusiasmi…
Subito dopo i ballottaggi si profila irrimediabilmente, come da prassi, la rissosità di annunciate rese dei conti destinata a stravolgere ulteriormente gli stessi assetti politici complessivi, che non farà certamente mancare l’esaltazione assidua dei proclami vittoriosi fini a loro stessi, lasciando ancora una volta in secondo piano, sempre più drammatici, i problemi reali degli italiani.
La portata del “fenomeno astensionista” di questi ultimi anni, nel Paese dal tradizionale forte appeal elettorale, sotto certi aspetti sta allineando rapidamente l’Italia alle altre democrazie occidentali, dove l’affluenza alle urne, o i consensi espressi, già da diverso tempo registrano disaffezioni notevoli e costanti.
Ma altrove si tratta di fenomeni quasi consueti, che però anche lì susciterebbero preoccupazioni nel caso di rapidi e ulteriori impennate, rispetto a un’astensione di base stabile e fisiologica nei valori tradizionali e assoluti.
Quali sono invece le ripercussioni nel nostro sistema? Può l’astensionismo accentuare ulteriormente quelle negatività organiche come il voto di scambio, le derive clientelari o le corruttele politico-amministrative?
Oppure invece potrebbe catalizzare processi di pur tenue rinascita del pensiero, dell’azione o dell’etica politica?
Sono quesiti ed elementi fondanti di un confronto dialettico e democratico divenuto ormai necessario, ma tenuto forzatamente fuori dal contesto istituzionale del dibattito politico italiano.
E mentre nelle altre democrazie l’astensionismo non allarma più di tanto perchè esse sono certamente più immuni da similari complicanze degenerative, quello nostrano, finanche ignorato nei suoi termini di influenza percentuale, sta caratterizzando una vera e propria inquietudine nella nostra (impreparata) classe politica.
Ciò che più la spaventa è il repentino aumento della sua fenomenologia, giunta negli ultimi tre-quattro anni a valori impensabili, perché in essa i nostri politici hanno finalmente colto, continuando però a non chiedersi il perché, un abbandono irreversibile delle componenti più razionali, critiche e politicizzate delle basi dei partiti: quei pensatori che sempre più numerosi li stanno lasciando, nonostante gli affannosi proclami anti-astensione fatti lanciare da soggetti istituzionali anche di elevato calibro.
Gli elettori che si astengono stanno da tempo suonando striduli campanelli d’allarme, a costituire una sorta di riserva sociale, scettica ma al tempo stesso in forte fermento politico.
Pensano che la politica non può essere ridotta a una tifoseria da squadre di calcio, con tutta l’inadeguatezza dei meccanismi che contraddistinguono tale azione.
E certamente pretestuose e fuori luogo risultano essere le accuse di aventinismo o disamoramento nei confronti del loro Paese, spesso lanciate provocatoriamente contro di loro.
A differenza di chi caparbiamente si ostina a volerli ancora trasportare nella querelle di assurdi proclami insensati, non vogliono semplicemente essere più rappresentati da chi fonda l’azione politica esclusivamente rincorrendo il potere in modo evidente o sùbdolo.
Forse, essi stanno solo aspettando pazientemente che il collasso in atto in una generazione politica vecchia, incancrenita e allo sbando liberi finalmente il campo a una rinnovata, giovane e più slanciata democrazia.



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