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La crisi nelle parole dei giovani lavoratori

17/12/2011



“Passatu u santu… passata la festa”. Con questo adagio, un signore sulla quarantina, commenta la situazione di crisi che sta vivendo il nostro Paese e i bei tempi che furono”. Ma altri giovani: dipendenti, precari e disoccupati, più o meno la pensano allo stesso modo. Si condivide la mobilitazione… “certo va fatta”, dice Francesco, “ma oramai-continua- ci sentiamo soli, abbandonati, con la consapevolezza di vivere alla giornata, specialmente al Sud, specialmente in questi nostri paesi della Val Sarmento”. Ci si guarda a stento. Gli occhi, tra un pensiero e un altro, si abbassano più e più volte. Si ha paura del futuro. “I nostri padri - racconta, invece, Valerio, che alza spesso le braccia, un gesto di speranza e rassegnazione, - nel passato sono riusciti con sacrifici a farci studiare, hanno comprato persino la casa al mare, ora per vivere stiamo vendendo parte del patrimonio. Io, ad esempio, lavoro in un’azienda che mi fa firmare buste paghe false, invece di novecento euro, ne prendo seicento … Così è”. Poi aggiunge: ”Diritti, sicurezza, futuro, solo chiacchiere. In realtà sotto non abbiamo più la rete, siamo senza garanzie. Come me, tanti altri. Cose che si sanno, ma nessuno vuole approfondire.” Una voce quasi rotta dall’emozione, che a stento racconta un dramma che si vive quotidianamente. Storie forse raccontate decine, centinaia di volte. Gli chiedo perché non denuncia. La risposta è accompagnata da un sorriso amaro: “Chi denuncia fa una brutta fine. Perde amici, sonno e quel poco di stipendio. A quei ragazzi della Fiat di Melfi, credo, sia andata così”. Allora? “Allora ci stanno mettendo l’uno contro l’altro. La povertà e lo sfruttamento aumentano, chi ha accumulato tanto negli anni, chi invece, specialmente oggi, continua a lavorare per pochi euro; sui diritti abbiamo fatto un passo indietro di secoli. Poi l’ultima botta- continua- l’innalzamento delle pensioni, la benzina, l’Ici e altro ancora… è una vergogna! Sotto qualsiasi tuta- ci tiene a precisare - ci sono uomini e donne, sogni e speranze, ma si continua a fare finta di nulla. In questo modo si alimenta l’odio e dopo l’odio il passo verso la vendetta è breve”. Che vuole dire? “Voglio dire che prima o poi le piazze si riempiranno di disperati, allora… sarà troppo tardi”. Possibile che non vede una via d’uscita, uno spiraglio? “La trovi lei”. Poi, uno sguardo sulle altre economie: “La Cina, l’India, il Brasile, la Turchia corrono, noi guardiamo le imprese che delocalizzano; sarà difficile, sempre più difficile trovare lavoro, persino mantenerlo. In questo modo verrà meno la dignità, il lavoro dà dignità, consapevolezza di se; in queste condizioni– spiega, prima di salutarci- sarà un’impresa sempre più difficile far quadrare i conti”. Tra le cause si denuncia la poca coscienza politica e imprenditoriale che ha determinato: sprechi, fallimenti pilotati, truffe, anche se tra gli imprenditori, fa capire, c’è tanta gente seria. Sia le imprese, sia la politica non hanno saputo gestire correttamente le dinamiche sociali, economiche e del lavoro. “Noi lavoratori - sottolinea con aria dismessa- non abbiamo mai determinato i processi produttivi, le strategie d’impresa. Ora, chi ha accumulato ingenti ricchezze tenta di salvarsi, chi ha lavorato onestamente paga la crisi” .

Vincenzo Diego



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